Adolescenza e disturbo borderline. La questione diagnostica e il lavoro clinico

Quando si parla di disturbo borderline in adolescenza, il dibattito si fa immediatamente acceso. A differenza delle letture che collocano il borderline come semplice metafora del confine, qui la questione riguarda la possibilità stessa di una configurazione psicopatologica strutturata che si manifesta già nel tempo adolescenziale. Non si tratta di una sovrapposizione impropria, ma di una domanda clinica reale, che emerge con forza nella pratica quotidiana: cosa accade quando l’instabilità non è più solo transitoria, ma tende a organizzarsi come modalità prevalente di funzionamento? L’adolescenza è certamente un tempo di turbolenza, ma non ogni intensità affettiva può essere ricondotta al processo evolutivo. In alcune situazioni, ciò che si osserva non è soltanto una crisi, ma una difficoltà persistente nella regolazione degli affetti, nell’integrazione dell’identità e nella tenuta del legame. Oscillazioni emotive estreme, vissuti cronici di vuoto, acting out ripetuti, condotte autolesive, relazioni segnate da dipendenza e rotture violente indicano una sofferenza che non si esaurisce nel passaggio adolescenziale. Il riferimento a Sigmund Freud consente di pensare queste configurazioni come espressione di un conflitto che non riesce a essere elaborato sul piano rappresentazionale. L’eccedenza pulsionale non trova vie simboliche sufficienti e tende a scaricarsi attraverso l’agire o il corpo. In questi casi, il sintomo non è un semplice segnale di transizione, ma una soluzione rigida che il soggetto utilizza per mantenere una fragile continuità psichica. Nel disturbo borderline in adolescenza, la questione dell’identità occupa un posto centrale. Il soggetto fatica a costruire un senso stabile di sé e oscilla tra immagini opposte, spesso idealizzate o svalutate. Questa frammentazione si riflette nel rapporto con l’Altro, vissuto ora come indispensabile, ora come minaccioso. La paura dell’abbandono convive con movimenti di rifiuto e di attacco, producendo legami intensi ma difficilmente sostenibili nel tempo. Il contributo di Jacques Lacan permette di leggere queste dinamiche come effetto di una difficoltà strutturale nel rapporto con la mancanza. Nel borderline, la mancanza non riesce a essere simbolizzata e viene vissuta come un vuoto reale, intollerabile. Da qui l’urgenza del legame, l’impossibilità di tollerare l’assenza, la richiesta implicita di una presenza totale che, inevitabilmente, finisce per essere distruttiva. In questa prospettiva, il riferimento teorico a Otto Kernberg ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità, distinguendola sia dalle nevrosi sia dalle psicosi. In adolescenza, questa organizzazione può già manifestarsi attraverso la scissione, l’instabilità dell’immagine di sé e dell’Altro, l’uso massiccio di difese primitive. Non si tratta di etichettare precocemente, ma di riconoscere quando il funzionamento psichico mostra una coerenza patologica che tende a ripetersi. Il lavoro clinico con adolescenti con disturbo borderline pone questioni tecniche ed etiche particolarmente delicate. La relazione terapeutica è spesso attraversata da intensi movimenti transferali, richieste implicite di salvataggio, rotture improvvise del legame. La posizione del clinico è costantemente messa alla prova: ogni distanza può essere vissuta come abbandono, ogni vicinanza come intrusione. In questi casi, la priorità non è l’interpretazione del conflitto inconscio, ma la costruzione di una cornice sufficientemente stabile. La continuità del setting, la chiarezza dei confini, la prevedibilità della presenza clinica svolgono una funzione strutturante. È attraverso questa tenuta che l’agire può lentamente trovare un limite e che l’esperienza affettiva può iniziare a essere mentalizzata. Riconoscere il disturbo borderline in adolescenza non significa rinunciare alla dimensione evolutiva, ma assumere la responsabilità clinica di una sofferenza che rischia di cronicizzarsi. La diagnosi, quando è fondata e maneggiata con prudenza, non chiude il percorso, ma orienta il lavoro, evitando sia minimizzazioni rassicuranti sia interventi impropriamente normalizzanti. Il disturbo borderline in adolescenza rappresenta una sfida centrale per la clinica contemporanea. È un punto in cui il rischio è elevato, ma in cui è ancora possibile intervenire prima che le modalità di funzionamento si irrigidiscano definitivamente. Il compito del lavoro clinico non è quello di anticipare un destino, ma di offrire al soggetto le condizioni perché ciò che oggi appare come instabilità distruttiva possa, nel tempo, trasformarsi in una forma di organizzazione psichica più vivibile.

Attraversare insieme. L’adolescenza come valico psichico per figli e genitori

L’adolescenza non è soltanto un passaggio per chi la attraversa in prima persona. È un vero e proprio valico psichico che coinvolge simultaneamente figli e genitori, mettendo in crisi assetti relazionali, identificazioni e modalità di legame che fino a quel momento avevano garantito una certa stabilità. Quando un adolescente cambia, anche il genitore è chiamato a riorganizzare la propria posizione: non più garante onnipotente, ma neppure spettatore passivo di un processo che spesso appare disorientante e doloroso. Questo passaggio non avviene senza attriti. Il corpo che cresce, la sessualità che irrompe, la spinta alla separazione rendono necessario un riassetto dei confini psichici. L’adolescente è impegnato nel lavoro di soggettivazione, mentre il genitore è confrontato con una perdita: la perdita del bambino immaginato, della relazione di dipendenza che strutturava il legame, di un posto definito. È in questo scarto che emergono molte delle difficoltà che portano alla consultazione clinica. Nel lavoro con gli adolescenti, la presenza dei genitori non può essere considerata un elemento accessorio. Il sintomo del figlio si iscrive sempre in un campo relazionale e simbolico più ampio. Acting out, ritiro, dipendenze, sintomi somatici o difficoltà scolastiche interrogano non solo il soggetto adolescente, ma anche il modo in cui il legame familiare tollera la trasformazione e la separazione. L’adolescenza diventa così un passaggio di valico per l’intero sistema, un punto di crisi che può aprire a nuove possibilità o irrigidirsi in conflitti ripetitivi. L’intervento clinico con i genitori richiede una teoria della tecnica specifica. Non si tratta di educare o correggere le pratiche genitoriali, né di allearsi con il figlio contro l’autorità. Il lavoro clinico mira piuttosto a offrire uno spazio in cui i genitori possano interrogare la propria posizione, riconoscere le proprie angosce e rimettere in gioco il rapporto con l’Altro incarnato dal figlio che cambia. Il setting con i genitori costituisce un dispositivo particolarmente delicato. Deve essere sufficientemente separato da quello dell’adolescente, pur restando in relazione con esso. Colloqui dedicati, tempi e spazi specifici, una chiara distinzione dei ruoli permettono di evitare confusioni e collusioni. Il setting non è un luogo di restituzione del materiale del figlio, ma uno spazio di elaborazione della posizione genitoriale. Spesso i genitori arrivano portando una domanda urgente: fermare il comportamento problematico, riportare il figlio alla normalità, ristabilire un ordine perduto. Il lavoro clinico consiste nel trasformare questa richiesta in una domanda diversa, che riguarda il legame e non soltanto il sintomo. Ciò implica sostenere l’angoscia senza rispondervi in modo immediatamente adattivo, permettendo che emerga ciò che il cambiamento adolescenziale riattiva nella storia soggettiva del genitore. Dal punto di vista tecnico, è fondamentale che il clinico mantenga una posizione non giudicante e non prescrittiva. Interpretazioni premature o indicazioni normative rischiano di rinforzare sentimenti di colpa o di impotenza, irrigidendo ulteriormente la relazione. Il lavoro procede piuttosto attraverso micro-spostamenti: nominare ciò che è difficile da tollerare, restituire al genitore la possibilità di non sapere, introdurre una distanza tra il comportamento del figlio e l’identità genitoriale. L’adolescenza mette spesso i genitori di fronte al proprio rapporto con il limite, con la perdita e con il desiderio. Alcuni faticano a lasciare andare, altri si ritirano troppo presto; alcuni rispondono con un eccesso di controllo, altri con una delega totale. L’intervento clinico non mira a stabilire quale sia la giusta distanza, ma a permettere che questa distanza possa essere pensata e modulata, invece che agita. Quando il setting con i genitori tiene, esso diventa un sostegno fondamentale anche per il lavoro con l’adolescente. Non perché i genitori debbano collaborare in senso adattivo, ma perché possono occupare una posizione meno angosciata, meno intrusiva, più simbolicamente disponibile. In questo modo, il passaggio adolescenziale può svolgersi senza che il sintomo debba farsi carico di tutto il peso della trasformazione. L’adolescenza, come ogni valico, espone al rischio di smarrimento, ma anche alla possibilità di un cambiamento profondo. Accompagnare figli e genitori in questo attraversamento significa sostenere una doppia trasformazione: quella del soggetto che cresce e quella dell’Altro che deve rinunciare a essere ciò che era. È in questa reciproca riorganizzazione che il lavoro clinico trova il suo senso più autentico.

Valorizzare i talenti dei docenti nelle organizzazioni scolastiche

Se è vero che oggi si parla sempre più di valorizzazione dei talenti degli studenti, è altrettanto necessario investire nei talenti degli insegnanti, riconoscendone il valore strategico all’interno della comunità professionale. Nel contesto educativo contemporaneo, caratterizzato da crescente complessità e continuo cambiamento, la qualità della scuola dipende  anche dalla qualità del capitale professionale.In tale prospettiva, il talent management nella scuola assume un ruolo fondamentale,poichè i docenti rappresentano la risorsa principale per favorire il successo formativo degli studenti. Il talent management – o gestione dei talenti – può essere definito come un insieme di processi organizzativi finalizzati a identificare, sviluppare e valorizzare competenze e potenzialità lungo tutto il percorso professionale. Applicato nelle organizzazioni scolastiche  ciò  significa riconoscere il valore professionale dei docenti e sostenerne la crescita attraverso la formazione continua e la messa in campo di interventi ad hoc. Di conseguenza, investire nella valorizzazione degli insegnanti significa promuovere: Tali elementi incidono direttamente sulla qualità dell’insegnamento. Infatti, un docente valorizzato è più orientato ad adottare metodologie didattiche innovative, inclusive ed efficaci, contribuendo a creare ambienti di apprendimento attivi e partecipativi. La valorizzazione dei talenti tra dubbi e incertezze La mappatura dei talenti dei docenti è un processo organizzativo attraverso cui la scuola individua, raccoglie e valorizza le competenze professionali presenti nel collegio docenti, costruendo una vera e propria banca dei profili e delle competenze. In particolare, tale strumento consente di: In questa prospettiva, la banca delle competenze non rappresenta soltanto un elenco tecnico di abilità, ma uno spazio dinamico di riconoscimento della professionalità docente nella sua complessità, fatta di esperienze, motivazioni e percorsi personali. Del resto, come emerge anche nella riflessione psicopedagogica, l’insegnante è spesso una figura attraversata da dubbi e tensioni: un insegnante con molti dubbi sul suo lavoro e ossessionato dal tempo che passa – piega una nota – cerca risposte a domande di senso, ma la realtà quotidiana non sempre lo aiuta; al contrario, talvolta gli si presenta come mistificazione e paradosso. Tuttavia, proprio questo bisogno di significato, unito a momenti critici, può generare una nuova consapevolezza, capace di riorientare il senso della professione e aprire a una visione più ampia e progettuale.(Tratto dali libro Scholè di Renzo Stio). In una prospettiva psicodinamica, il dubbio non è una semplice incertezza, ma il segno vivo di un conflitto interno. Non è fragilità, ma tensione profonda che attraversa la mente e mette in movimento l’individuo. Proprio per questo, il dubbio si trasforma in uno spazio dinamico di elaborazione, anche sul piano cognitivo. Quando non viene rimosso ma accolto, può emergere alla coscienza e diventare forza trasformativa. Le energie inconsce, allora, non restano bloccate, ma si convertono in pensiero, creatività, nuove possibilità. È esattamente in questo passaggio — delicato ma potente — che qualcosa cambia: si accende il talento.

La scuola come organizzazione adattiva tra cambiamento e resilenza

Spesso la scuola viene immaginata come un vecchio orologio: un insieme di ingranaggi fissi che devono funzionare senza errori, rispettando tempi, procedure e regole prestabilite. In questa visione, ogni elemento ha un ruolo preciso e il buon funzionamento dipende dall’assenza di deviazioni. Tuttavia, la realtà educativa mostra uno scenario molto diverso. La scuola non è una macchina prevedibile, ma un sistema adattivo capace di cambiare, reagire e riorganizzarsi in relazione al contesto sociale e ambientale in cui opera. In altre parole, la scuola risponde agli stimoli, apprende dall’esperienza e modifica il proprio funzionamento nel tempo. Non a caso, oggi si parla sempre più spesso diapprendimento organizzativo, cioè della capacità di una organizzaizone di imparare costantemente. Secondo gli studi sull’apprendimento organizzativo, infatti, la scuola non è solo un luogo in cui apprendono gli studenti, ma un’organizzazione che, nel suo insieme, deve essere capace di riflettere su ciò che fa. Al contrario, se le regole non vengono mai rimesse in discussione, l’organizzazione smette di crescere, anche se le persone al suo interno continuano a impegnarsi e a fare esperienza. Scuola e adattamento psicologico La scuola oggi vive una crisi perché è tirata in due direzioni opposte. Da un lato deve cambiare rapidamente, adattarsi e innovare; dall’altro deve mantenere regole, strutture e riferimenti stabili. Come un pendolo, oscilla continuamente tra tradizione e cambiamento senza mai fermarsi. Questa oscillazione rende difficile trovare equilibrio e produce incertezza, sia nell’organizzazione sia nelle persone, chiamate a ridefinire continuamente significati, aspettative e modi di agire. Dal punto di vista della psicologia dinamica, però, tale oscillazione non va interpretata come una crisi. Al contrario, rappresenta un normale processo di regolazione.scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. In questo modo, l’autocontrollo organizzativo diventa una pratica di lettura critica dell’esperienza utile a a negoziare nuovi significati, sciogliere rigidità sedimentate e riorientare il funzionamento verso forme più consapevoli, coerenti e abitabili. In tale prospettiva, riconoscere di non avere sempre risposte immediate diventa un segnale di maturità del sistema educativo. La possibilità di accogliere il dubbio, l’errore e la difficoltà non indica debolezza, ma apertura all’apprendimento. La scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. L’autocontrollo organizzativo si trasforma così in una lettura dell’esperienza utile a dare senso e significato a ciò che ci circonda ,cambiando il punto di vista. Perché, come ricorda Warren G. Bennis, se continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, continueremo a ottenere ciò che abbiamo sempre avuto. E la scuola, oggi, non può permettersi di restare uguale a se stessa.

L’arte di sbagliare: gli adolescenti possono imparare a prendere decisioni consapevoli?

di Flavia La Gona L’adolescenza è una fase evolutiva della vita in cui emerge un forte desiderio di esplorazione, durante la quale gli individui sono chiamati a rispondere a svariati stimoli interni ed esterni. Tuttavia, gli adolescenti spesso si trovano ad affrontare la paura di sbagliare e la pressione di prendere le decisioni “perfette”. In quest’articolo, esploreremo quanto sia importante concedersi alcuni errori di percorso prima di imparare a prendere decisioni più consapevoli durante l’adolescenza.La paura di sbagliare è un sentimento comune tra gli adolescenti. Questa paura può derivare dalla pressione di conformarsi alle aspettative del mondo esterno tra cui, dei genitori, degli insegnanti o dei coetanei ovvero il gruppo dei pari, od ancora dalla paura di essere giudicati e criticati.La correlazione tra la ricerca del piacere e la possibilità di fare errori di percorso è molto stretta. Perché gli adolescenti tendono a fare errori?In primis per una mancanza di esperienza concreta sulle eventualità della vita e per una difficoltà a regolare le proprie emozioni ed in particolare l’impulsività.A livello neurologico vi è una riorganizzazione delle reti neurali che influenzano la regolazione emotiva che il comportamento in modo sistemico .Il desiderio di nuove emozioni ed esperienze è implicata nel cervello di un adolescente in quanto tramite alcuni studi si è constatato il ruolo di mediazione del neurotrasmettitore dopamina, che agisce sul sistema di ricompensa e gratificazione. Tale sostanza in questa fase di vita tende alla carenza all’interno del sistema dopaminergico in concomitanza allo sviluppo fisico e cognitivo ; questo meccanismo spiega come la ricerca di stimoli piacevoli ed immediati sia strettamente correlata con il sistema neuro-biologico.Sbagliare da la possibilità di allenare le proprie competenze che riguardano il pensiero critico e l’analisi dei rischi e dei benefici di una data situazione.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi a pensare in maniera originale ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.Ad esempio, la tecnica per prove ed errori aiuta a comprendere le proprie scelte tramite l’esperienza in quanto si impara a sviluppare nuove strategie dinamiche ed a tenere a mente le priorità dei propri bisogni.In tale direzione è utile sottolineare quanto sia fondamentale la spinta interna al cambiamento , quindi una motivazione intrinseca ed autentica .L’autore Maslow focalizza nella Teoria gerarchica dei bisogni la propedeuticità della motivazione che si sviluppa a partire dalle necessità primarie ai bisogni più elevati come quello di realizzazione .La teoria dell’autoefficacia di Bandura suggerisce che la percezione di sé come capace di gestire le sfide e di raggiungere gli obiettivi sia un fattore critico per lo sviluppo della motivazione e del comportamento.La sperimentazione dell’errore in questa fase evolutiva serve come “banco di prova” per saper scegliere i propri comportamenti in base alle situazioni più svariate, come per esempio, valutare le conseguenze di una condotta e ad utilizzare gli errori come frame di riferimento per produrre successive soluzioni creative.Gli errori possono fornire preziose informazioni ed aiutare i ragazzi a nutrire la fiducia in sé stessi e ad imparare dalle loro esperienze di vita. Inoltre, sbagliare può aiutare gli adolescenti a sviluppare la resilienza e la capacità di affrontare le sfide. I ragazzi che hanno una bassa auto-efficacia possono essere più propensi a sperimentare ansia e paura di sbagliare, limitando la loro capacità di prendere decisioni.Una tecnica conosciuta ed impiegata in psicologia per promuovere la formulazione di alternative e soluzioni innovative è il brainstorming. Le strategie psicologiche si basano sull’utilizzo del pensiero laterale che ha la finalità di migliorare ed organizzare in questo caso un processo mentale e la pianificazione degli obiettivi in concetti semplici tramite intuizioni, chiamati insight.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi ad adottare nuove strategie ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.

Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Il disordine organizzativo è un virus silenzioso che trasforma l’impegno quotidiano in logorio psicologico e stress lavoro‑correlato La psicologia organizzativa è concorde nel riconoscere che lo stress nasce spesso da assetti gestionali disfunzionali, più che dall’intensità del lavoro in sé. Il punto critico non è “quanto” si lavora, ma come il lavoro è organizzato, governato e reso “interessante “e “accessibile” per chi lo svolge. Dal punto di vista della psicologia gestionale, il disordine organizzativo non è solo una inefficienza operativa. È una condizione strutturale che si sviluppa quotidinamente e progressivamente,ma che incide sul funzionamento psicologico del lavoratore. Il disordine organizzativo si manifesta attraverso richieste incoerenti e incongruenti e una comunicazione poco chiara. Tali elementi incidono negativamente sul benessere psicofisico del lavoratore, il quale si ritrova dinanzi a scenari che non riesce a gestire,a controllare e molte volte a interpretare. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo può portare a stanchezza, stress e perdita di motivazione.Comportamenti come assenze frequenti o presenza senza vero coinvolgimento possono essere reazioni di difesa di fronte a contesti confusi e poco prevedibili. In queste condizioni, il lavoratore non riesce ad avere una visione chiara di ciò che sta facendo e finisce per eseguire compiti senza sentirsi parte attiva. Inolltre quando manca una progettazione organizzativa chiara e condivisa si crea confusione mentale ed emotiva, il lavoro perde senso e questo mette seriamente a rischio il benessere delle persone. Quando un’organizzazione va in affanno, non è mai solo colpa dei singoli. Spesso il problema sta nel sistema: un intreccio di regole poco chiare, ruoli confusi, relazioni fragili e valori non condivisi. Prevenire il disordine organizzativo significa allora cambiare sguardo e osservare l’organizzazione per quello che è davvero: un insieme vivo, dove tutto è collegato. Procedure, ruoli, relazioni e valori non sono ingranaggi invisibili, ma le fondamenta che tengono in piedi l’equilibrio quotidiano. Quando anche uno solo di questi elementi viene trascurato, il sistema perde stabilità e la confusione prende il sopravvento. Un primo passo riguarda la struttura formale. Quando i ruoli sono chiari, le procedure sono comprensibili e le responsabilità ben definite, le persone sanno cosa devono fare e come farlo. Questo riduce le ambiguità, limita i conflitti e permette di lavorare in modo più coordinato. Accanto alla struttura organizzativa, conta – e molto – la dimensione psicologica e relazionale. Il clima interno, il modo in cui si lavora insieme e come si comunica incidono direttamente sul benessere delle persone. Una comunicazione davvero chiara non può essere accentrata in poche mani: tutti devono sapere, almeno in modo essenziale, cosa accade e perché. Quando le informazioni circolano, l’ascolto è reale e le relazioni si basano sul rispetto reciproco, crescono fiducia, collaborazione e senso di appartenenza. Al contrario, l’opacità e l’eccessiva centralizzazione delle decisioni alimentano confusione e passività, fino a far sentire le persone spettatrici più che protagoniste del proprio lavoro. Condividere conoscenze e dare senso alle scelte è quindi una condizione fondamentale per mantenere viva la partecipazione e la responsabilità di ciascuno. Le persone non agiscono solo per dovere, ma sono guidate dal bisogno di sentirsi al sicuro, riconosciute e parte di qualcosa che abbia senso. Quando questi bisogni non vengono considerati, il legame con il lavoro tende ad affievolirsi e aumentano incomprensioni e distanze relazionali. Perché, come insegna la psicologia del profondo e ricorda anche la saggezza zen, ciò che non trova senso dentro di noi non può reggere a lungo fuori di noi.

Apatia adolescenziale: il disagio che non fa rumore

“Non sono triste. Non piango. Non è che sto male… è che non sento niente”“Non so perchè, ma il pomeriggio ho solo voglia di restare chiuso a casa sul letto”Sono frasi che sempre più adolescenti pronunciano con una certa difficoltà, come se fosse strano anche per loro. Non c’è una crisi evidente, non ci sono scenate o rotture improvvise. C’è piuttosto una sensazione di vuoto, una perdita di interesse, una fatica ad attivarsi.Non è sempre depressione nel senso classico del termine. E non è semplicemente pigrizia. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più difficile da riconoscere. Cosa sta succedendo davvero? Durante l’adolescenza il sistema motivazionale ed emotivo attraversa una profonda riorganizzazione. Il cervello è in una fase di riassetto: cambiano le priorità, aumenta la sensibilità al giudizio sociale, si ridefinisce il modo in cui si prova piacere e si cercano stimoli.In questo passaggio delicato, possono verificarsi periodi di anedonia, cioè una riduzione della capacità di provare piacere per attività che prima risultavano coinvolgenti. Non significa che tutto sia perduto o che ci sia un disturbo strutturato. Può essere una fase di transizione, una risposta a stress prolungato o a un sovraccarico emotivo.Molti adolescenti oggi vivono una pressione costante tra rendimento scolastico, aspettative familiari e confronto sociale continuo. Quando il sistema è troppo sollecitato, a volte non reagisce con l’esplosione emotiva ma con lo spegnimento. È una forma di protezione. Non è svogliatezza Dall’esterno l’apatia appare come disinteresse: “non ho voglia di uscire”, “non mi interessa studiare”, “non mi entusiasma niente”. Ma internamente spesso c’è una sensazione diversa: stanchezza mentale, difficoltà a sentire qualcosa di autentico e un senso di distacco. Alcuni ragazzi raccontano di sentirsi “spettatori” della propria vita.Questo stato può essere legato a diversi fattori: stress cronico, difficoltà relazionali, delusioni non elaborate o pressione a dover essere sempre performanti. In alcuni casi può rappresentare un segnale iniziale di un disagio depressivo; in altri è una forma di disconnessione temporanea.Ridurre tutto a “non ha voglia” rischia di aumentare il senso di incomprensione. Un disagio silenzioso A differenza di altre forme di sofferenza adolescenziale, l’apatia non fa rumore. Non allarma immediatamente. Non crea conflitti evidenti.È un ritiro lento, una riduzione dell’energia, una sospensione dell’interesse.E proprio perché silenziosa, può passare inosservata o essere letta come indifferenza. Ma per molti adolescenti è un’esperienza confusa e spaventante: “Se non mi interessa più nulla, cosa c’è che non va in me?” Cosa si può fare La prima cosa da evitare è la pressione motivazionale. Dire a un ragazzo che affronta questa fase “devi impegnarti di più” raramente produce attivazione; più spesso aumenta la distanza.Invece può essere più utile ridurre temporaneamente il sovraccarico di richieste, ricostruire piccole esperienze di attivazione, senza pretendere entusiasmo immediato, favorire attività corporee o relazionali che non richiedano performance, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, dove il ragazzo possa descrivere cosa sta vivendo senza sentirsi etichettato. Spesso l’energia non ritorna attraverso l’obbligo, ma attraverso micro-esperienze di senso. Bibliografia Forbes, E. E., & Dahl, R. E. (2012). Altered reward function in adolescent depression: what, when and how? Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(1), 3–15.Watson, R., Harvey, K., McCabe, C., & Reynolds, S. (2020). Understanding anhedonia: a qualitative study exploring loss of interest and pleasure in adolescent depression. European Child & Adolescent Psychiatry, 29, 489–499.Walburg, V. (2014). Burnout among high school students: A literature review. Children and Youth Services Review, 42, 28–33.

Il Linguaggio come strumento di benessere organizzativo

Il Linguaggio come strumento di benessere organizzativo perchè ogni organizzazione è un ecosistema regolato da un proprio codice linguistico. Attraverso la parola, il silenzio e la comunicazione non verbale, vanno in scena le sfumature organizzative. Spesso,infatti,proprio attraverso il linguaggio sotterraneo, (fatto di parole non dette), che si determina la presenza del singolo nel gruppo. Bisogna tener presente che l’organizzazione non è un’entità astratta, ma un sistema che “custodisce” gli individui con tutte le loro strutture emotive,percettive,sociali e personalogiche che,inevitabilmente,determinano l’identità dell’organizzazione. Varcare la soglia dell’ufficio non è mai solo un gesto fisico. È un risveglio dei sensi, un’attivazione neurocognitiva. In particolare il sistema limbico (e in particolare l’amigdala) agisce come un radar. Se il codice linguistico dell’organizzazione è inclusivo, il cervello rilascia ossitocina, favorendo la collaborazione e l’apertura mentale. Se si percepisce un linguaggio aggressivo, l’amigdala attiva una risposta di stress che induce ad attaccare o a scappare. Le parole e la sicurezza pisicologica Il linguaggio chiaro e trasparente è una leva strategica per costruire e mantenere il contratto psicologico anche tra datore di lavoro e dipendente.Le parole che usiamo definiscono aspettative, segnali di affidabilità e la percezione di equità, tutti elementi che Rousseau identifica come centrali per la fiducia e il comportamento organizzativo. Ciò che è sconosciuto per una persona all’interno di una organizzazione è vissuta come un’incognita che genera diffidenza e disagio di aprirsi all’altro. Per questo motivo è fondamentale che all’interno di una organizzazione vi sia un’accettazione incondizionata basata sulla comprensione empatica anche stabilendo limiti e confini,che sono necessari per la fluidità dei processi organizzativi.L’abilità linguistica sta nel rimanere in contatto con i vari membri dell’organizzazione,affidando sempre al linguaggio il ruolo di occasione da condividere. Ricordiamo che all’interno di una organizzazione i bisogni e le esigenze dei membri del gruppo sono alla base dell’organizzazione aziendale .La partecipazione organizzativa avverrà,infatti, in maniera proporzionale al grado di soddisfazione linguistica dei vari attori.

Quiet quitting: il lavoro senza coinvolgimento

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, si parla sempre più spesso di “quiet quitting”, letteralmente “abbandono silenzioso”.Ma non si tratta di licenziarsi, bensì di qualcosa di più sottile: rinunciare al coinvolgimento emotivo nel lavoro, svolgendo solo le mansioni minime necessarie, senza slancio o investimento personale. Un fenomeno sempre più comune tra giovani adulti, ma che riguarda anche professionisti esperti, manager, insegnanti, operatori sanitari.  Cosa spinge verso il quiet quitting? Molti fattori psicologici contribuiscono:• Senso di sfruttamento o mancanza di riconoscimento• Stanchezza emotiva cronica (spesso vicina al burnout)• Valori disallineati con quelli dell’organizzazione• Percezione che “dare di più non serva a nulla”• Ricerca di un equilibrio vita-lavoro che finora è mancato Non è sempre un segno di svogliatezza: può essere una forma di auto-protezione, un tentativo (più o meno consapevole) di preservare il proprio benessere mentale.  Quali rischi comporta? • Sul piano individuale: frustrazione, apatia, demotivazione profonda.• Sul piano organizzativo: perdita di creatività, spirito d’iniziativa, collaborazione.• Sul piano relazionale: calo della qualità delle interazioni tra colleghi e con i superiori.  Cosa può fare la psicologia? 1. Ascoltare il disagio senza giudizio: il quiet quitting è un sintomo, non il problema.2. Promuovere ambienti di lavoro sani, in cui il benessere psicologico sia un obiettivo e non un lusso.3. Lavorare sull’identità professionale: aiutare le persone a ritrovare un senso nel lavoro che fanno.4. Favorire la comunicazione interna tra lavoratori e datori di lavoro per prevenire il disimpegno.  Il quiet quitting è un segnale forte: ci dice che molte persone non vogliono più sacrificare la propria salute mentale per il lavoro.Ma ci ricorda anche che serve un nuovo patto tra persone e organizzazioni, fondato su rispetto, ascolto e reciprocità. Se senti che stai vivendo qualcosa di simile, parlarne con uno psicologo può aiutarti a capire se è solo stanchezza passeggera o il segnale di un malessere più profondo da affrontare.

Burnout genitoriale: quando prendersi cura diventa troppo

Essere genitori oggi significa spesso vivere una contraddizione: da un lato l’amore profondo e la gioia di crescere i propri figli, dall’altro un carico emotivo, organizzativo e mentale che può diventare schiacciante. In molti casi, la fatica quotidiana si trasforma in esaurimento emotivo vero e proprio: parliamo di burnout genitoriale, una condizione che sta emergendo con sempre maggiore frequenza nei contesti psicologici e familiari. Cos’è il burnout genitoriale? È uno stato di stress cronico legato al ruolo genitoriale, che si manifesta con tre elementi principali:• Esaurimento fisico ed emotivo: ci si sente svuotati, sopraffatti.• Distanziamento affettivo dai figli: non si riesce più a provare coinvolgimento o pazienza.• Percezione di inefficacia: ci si sente costantemente inadeguati come genitori. È importante sapere che non è una colpa, ma un campanello d’allarme che segnala un bisogno urgente di aiuto e riorganizzazione. Perché succede sempre più spesso? Viviamo in una società che:• Chiede ai genitori di essere presenti, preparati, perfetti, sempre.• Offre poca rete sociale e ancora meno supporti pratici (asili insufficienti, mancanza di tempo libero, carichi familiari diseguali).• Ha “privatizzato” l’educazione, rendendola un compito esclusivo delle famiglie. In particolare, le madri sono ancora oggi le più esposte al burnout, soprattutto quando lavorano a tempo pieno e si fanno carico della gestione domestica e dei figli quasi da sole. Come riconoscerlo? Alcuni segnali tipici:• Irritabilità e nervosismo costanti• Senso di colpa per non essere “abbastanza”• Perdita di piacere nelle attività familiari• Tendenza all’isolamento• Difficoltà nel sonno e nella concentrazione Come affrontarlo? 1. Parla del tuo malessere: non tenerlo dentro, non aspettare il crollo.2. Chiedi aiuto concreto: amici, familiari, servizi. Non è segno di debolezza, ma di consapevolezza.3. Condividi il carico: il lavoro genitoriale deve essere condiviso, non “eroico”.4. Ritaglia tempo per te: anche 10 minuti di pausa vera fanno la differenza.5. Valuta un supporto psicologico: il burnout genitoriale si può prevenire e trattare. Essere un buon genitore non significa annullarsi. Al contrario: un genitore che si ascolta, che riconosce i propri limiti, che chiede aiuto, offre ai figli un modello sano di autoregolazione e rispetto di sé.

Solitudine: l’epidemia silenziosa del nostro tempo

Viviamo nell’epoca della connessione continua: social network, chat, call e notifiche ci tengono costantemente in contatto con gli altri. Eppure, non siamo mai stati così soli. La solitudine non è solo un’emozione spiacevole: è diventata una vera e propria condizione di disagio psicosociale, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di una “crisi globale della salute mentale” in cui la solitudine gioca un ruolo chiave. Cos’è davvero la solitudine? La solitudine non è semplicemente essere soli: è sentirsi non visti, non ascoltati, non appartenenti. Può colpire chiunque, anche chi è circondato da persone. Ne esistono varie forme:• Solitudine sociale: mancanza di relazioni significative.• Solitudine emotiva: assenza di intimità o connessione profonda.• Solitudine esistenziale: senso di vuoto e di isolamento anche in mezzo agli altri. Chi ne soffre di più? Le ricerche mostrano che la solitudine colpisce trasversalmente, ma è in aumento soprattutto tra:• Adolescenti e giovani adulti, sempre più connessi ma sempre meno legati.• Anziani, spesso esclusi dai ritmi e dai linguaggi della società digitale.• Neogenitori, che vivono un isolamento spesso invisibile.• Persone con disabilità o condizioni croniche, per cui la solitudine è anche una barriera pratica. Quali effetti ha sulla salute? La solitudine cronica è associata a:• Aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno• Peggioramento della salute fisica (infiammazione, ipertensione, sistema immunitario indebolito)• Comportamenti a rischio (abuso di sostanze, dipendenze, ritiro sociale)• Una riduzione dell’aspettativa di vita paragonabile a quella di fumo e obesità. Cosa possiamo fare, come individui e come comunità? 1. Ricostruire relazioni significative: meglio pochi legami autentici che tanti superficiali.2. Chiedere e offrire ascolto vero: senza fretta, senza giudizio.3. Creare spazi di appartenenza: gruppi, associazioni, iniziative locali che mettano in relazione persone con storie diverse.4. Chiedere aiuto: la psicoterapia è uno spazio sicuro dove esplorare anche il senso di vuoto relazionale. La solitudine è una delle grandi sfide del nostro tempo, ma non è una condanna. Possiamo riconoscerla, nominarla, affrontarla. E, soprattutto, possiamo ricominciare a costruire connessioni autentiche, lente, nutrienti.

Stimoli in eccesso: come i nuovi cartoni animati possono influire negativamente sullo sviluppo dei bambini

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’animazione. I cartoni animati, da sempre fonte di intrattenimento e immaginazione per i bambini, si sono trasformati in prodotti audiovisivi estremamente dinamici, dai colori accesi, ritmi frenetici e cambi di scena continui. Se da un lato questo cambiamento rispecchia una tecnologia sempre più avanzata e una volontà di attrarre l’attenzione, dall’altro solleva interrogativi fondamentali sugli effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei bambini. io stessa, da studentessa di psicologia ed occupandomi talvolta di accudire bambini, mi ritrovo sempre più spesso a discutere con genitori preoccupati per la crescente difficoltà dei loro figli a mantenere l’attenzione, a tollerare la noia o a giocare in modo spontaneo e creativo. Una delle cause principali di queste difficoltà, è proprio il tipo di stimolazione continua e intensa a cui i bambini sono esposti, anche – e soprattutto – tramite l’intrattenimento. I cartoni animati oggi: un bombardamento sensoriale I cartoni moderni sono radicalmente diversi da quelli che le generazioni precedenti ricordano con affetto. Dove un tempo le animazioni si sviluppavano in modo lineare, con scene più lente e dialoghi semplici, oggi il ritmo è vorticoso. I cambi di inquadratura avvengono spesso ogni pochi secondi, i suoni sono intensi e costanti, i colori sempre saturi e brillanti, spesso con effetti visivi lampeggianti o iperrealistici. Studi di neuropsicologia dello sviluppo hanno evidenziato che la mente infantile è particolarmente sensibile agli stimoli visivi e uditivi. L’eccessiva esposizione a questo tipo di contenuti, soprattutto nei primi anni di vita, può interferire con la maturazione dei circuiti dell’attenzione sostenuta, una delle funzioni esecutive fondamentali per l’apprendimento scolastico e la regolazione emotiva. Un lavoro pubblicato sul Journal of Pediatrics da Christakis et al. (2004) ha mostrato una correlazione significativa tra la quantità di tempo trascorso dai bambini davanti a programmi televisivi ad alto contenuto di stimoli rapidi prima dei tre anni e un aumento di sintomi di disattenzione e impulsività in età scolare. Sovrastimolazione e autoregolazione Uno dei problemi principali è che il cervello dei bambini in età prescolare non è ancora capace di filtrare in modo efficiente gli stimoli in entrata. Quando la stimolazione sensoriale è eccessiva, il sistema nervoso entra in una condizione simile all’iperattivazione: il bambino può diventare irrequieto, facilmente irritabile, oppure – paradossalmente – mostrare un’apparente dipendenza da questi stimoli. Molti genitori osservano che i propri figli sembrano “incollati” allo schermo, ma diventano nervosi o apatici appena finisce il programma. Questo comportamento è il risultato di una regolazione disfunzionale del sistema dopaminergico: lo stesso meccanismo che si osserva nei circuiti della ricompensa coinvolti nelle dipendenze. La continua esposizione a cartoni “iperstimolanti” crea quindi una tolleranza sempre maggiore: il bambino ha bisogno di contenuti sempre più rapidi e intensi per mantenere lo stesso livello di interesse. Questo rende estremamente difficile per loro accettare attività meno stimolanti ma fondamentali per lo sviluppo, come il gioco simbolico, la lettura o semplicemente l’interazione sociale reale. Effetti sulla creatività e sulla capacità di concentrazione Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda la creatività. L’immaginazione nei bambini si sviluppa attraverso esperienze che richiedono uno spazio di elaborazione interna: il “tempo morto” tra un input e l’altro è cruciale perché consente di pensare, riflettere, inventare. I cartoni animati moderni, al contrario, tendono a riempire ogni secondo con stimoli precostituiti, privando il bambino della possibilità di completare con la propria mente ciò che manca. Anche la velocità delle scene ha un impatto significativo. Un celebre esperimento condotto da Lillard e Peterson (2011) ha dimostrato che solo nove minuti di visione di un cartone animato estremamente rapido, possono avere un impatto negativo temporaneo sulla capacità di problem-solving e sull’autoregolazione nei bambini di 4 anni. Sebbene l’effetto sia momentaneo, l’esposizione quotidiana e ripetuta può produrre un’influenza cronica sullo sviluppo cognitivo. Un confronto con i cartoni “di una volta” Non si tratta di nostalgia, ma di evidenze stilistiche e funzionali. Cartoni come Heidi, Il Mondo di David Gnomo o La Pimpa erano costruiti con una narrativa lineare, tempi lenti, pause tra un evento e l’altro, e una grafica semplice ma espressiva. Questi elementi permettevano al bambino di seguire la storia, immedesimarsi nei personaggi, anticipare le azioni e, soprattutto, riflettere. La semplicità visiva aiutava lo sviluppo del pensiero simbolico, mentre le pause nella narrazione favorivano la comprensione e l’elaborazione emotiva. Oggi, invece, l’estetica ipermoderna rischia di sovrastare il contenuto, privilegiando l’effetto shock alla profondità narrativa. Cosa possiamo fare: consigli per i genitori Non si tratta di demonizzare i cartoni animati in sé, ma di scegliere con consapevolezza. Ecco alcune raccomandazioni basate sulle evidenze scientifiche più recenti: Limitare la durata dell’esposizione: per i bambini sotto i 2 anni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’assenza totale di schermi. Dai 2 ai 5 anni, si consiglia di non superare un’ora al giorno, sempre accompagnata da un adulto. Preferire cartoni a ritmo lento: scegliere contenuti con narrazioni semplici, scene lunghe e poco dinamismo visivo. Ottimi esempi sono Daniel Tiger’s Neighborhood, Peppa Pig o le vecchie puntate de Il Mondo di Elmer. Guardare insieme ai figli: la co-visione permette al genitore di spiegare, commentare e rallentare mentalmente il ritmo, aiutando il bambino a elaborare ciò che vede. Alternare con attività “lente”: incentivare giochi creativi, attività manuali, letture condivise e momenti di noia costruttiva. Osservare le reazioni del bambino: se mostra irritabilità, difficoltà a concentrarsi o richieste ossessive di visione, è importante rivedere l’uso dei media e, se necessario, consultare uno psicologo. Conclusione I cartoni animati non sono tutti uguali. Mentre alcuni possono essere strumenti educativi e fonte di gioia condivisa, altri, troppo veloci e carichi di stimoli, possono contribuire a difficoltà cognitive e comportamentali nei bambini. In un’epoca in cui la tecnologia evolve rapidamente, è fondamentale accompagnare i più piccoli verso un uso sano e consapevole degli strumenti digitali. Solo così potremo preservare il loro diritto a un’infanzia fatta di gioco, scoperta e pensiero libero. Bibliografia Christakis, D. A., Zimmerman, F. J., DiGiuseppe, D. L., & McCarty, C. A. (2004). Early television exposure and subsequent attentional problems in children. Pediatrics, 113(4), 708-713. Lillard, A. S., & Peterson, J. (2011). The

Concentrazione: come aiutare bambini e ragazzi a svilupparla?

Strategie per aumentare le capacità di concentrazione in bambini e ragazzi. Molto spesso giungono in terapia genitori che sono in difficoltà per come aiutare i propri figli a concentrarsi ed essere più attenti davanti ad un compito scolastico e non. Le difficoltà di concentrazione più comuni possono riguardare: perdere dettagli importanti in una conversazione, non riuscire a rimanere concentrati nello svolgimento di un’attività, lasciarsi distrarre, non essere attenti dinanzi a delle istruzioni. Ma a cosa è legata la capacità di concentrazione? La capacità di concentrazione è legata alle capacità di apprendimento, all’intelligenza, allo sviluppo del linguaggio e ai risultati scolastici. I bambini e i ragazzi con difficoltà nelle funzioni esecutive possono, ad esempio, sentirsi affaticati in vari aspetti della concentrazione, tra cui l’attenzione sostenuta e l’attenzione divisa. L’attenzione sostenuta può essere considerata come la durata dell’attenzione, il tempo necessario per completare un’attività. L’attenzione divisa, invece, è la capacità di suddividere l’attenzione e fare cose diverse contemporaneamente. Quali strategie possono essere utilizzate? L’automonitoraggio. Si può aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere quando è concentrato e quando non lo è. Può essere utile avviare una riflessione per dare al ragazzo un’immagine di riferimento su cosa è la concentrazione e come appare dall’esterno. Ad esempio, l’immagine potrebbe essere, durante i compiti, il ragazzo seduto alla scrivania, con i dispositivi spenti, il corpo fermo, lo sguardo sui compiti. Successivamente, lo stesso, dovrà imparare a notare quando è concentrato e quando non lo è, con un timer ad intervalli casuali. Quando suona, dovrà segnare da solo su una tabella se è concentrato o meno in quel momento. Offrire loro il potere di scelta. E’ più facile concentrarsi su qualcosa che piace rispetto a ciò che non piace o è difficile. Dunque, si potrebbe lasciare il ragazzo libero di scegliere a chi chiedere aiuto in caso di difficoltà oppure mettergli davanti delle strategie di organizzazione dello studio, consentendogli comunque di scegliere quella che ritiene più utile.

Quando il parto lascia cicatrici invisibili: Violenza Ostetrica e impatti psicologici

La “violenza ostetrica” è un fenomeno molto complesso sia da definire che da analizzare. Con questo termine si intende l’insieme degli atti e dei comportamenti dei professionisti sanitari nei confronti delle donne durante il travaglio e il parto che possono essere identificati come forme di violenza fisica, verbale o psicologica. Il fenomeno della violenza ostetrica viene identificato come “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna” (Venezuela, 2007). Inoltre, viene adottata una spiegazione psico sociale al fenomeno grazie al costrutto di “violenza strutturale”, col quale si intende un particolare tipo di violenza che viene esercitata in modo indiretto; essa non ha bisogno di un attore per essere eseguita, è prodotta dall’organizzazione sociale stessa ed è agita da singoli e da gruppi nel quotidiano (Galtung, 1990). La violenza ostetrica viene presa in considerazione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la prima volta nel 2015 e, nel 2016 viene identificata come una pratica che lede il diritto delle donne al diritto alla salute (OMS, 2015). Da un punto di vista psicologico si riferisce a una serie di atteggiamenti e pratiche spesso caratterizzate da abuso di potere che possono manifestarsi durante la gravidanza, il parto o il post-parto. Una serie di ricerche hanno rilevato che il 76% delle donne riferisce di aver subito almeno una forma di violenza ostetrica legata al parto, esperienza che nel tempo tende ad associarsi a difficoltà psicologiche nonché sociali. La svalutazione del vissuto Spesso, quando si ha a che fare con tali vissuti si manifesta da parte degli operatori sanitari un mancato riconoscimento, o ancora un approccio teso a salvaguardare delle “procedure di sistema” anche a scapito del benessere delle pazienti. In questo senso, dunque, si potrebbe far luce sull’accezione più propriamente “sessista” nei confronti di donne che manifestano in assoluta libertà il proprio disagio e che tendenzialmente pongono domande rispetto al proprio dolore fisico. Dagli studi emerge, infatti, che le pazienti spesso menzionano una inadeguatezza delle pratiche da parte degli operatori soffermandosi su temi quali: abbandono, incuria, maltrattamento, mancanza di supporto. Tali sensazioni sembrano altresì avere numerose correlazioni con lo sviluppo della Depressione Post-Partum. Quando si sviluppa tale patologia, la madre percepisce una realtà intrisa in modo costante di sentimenti negativi e di una sintomatologia fisica caratterizzata da spossatezza e mancanza di energie. Per tale ragione la donna sente ulteriormente di non essere in grado di assumere il “ruolo di madre ideale”, ovvero quella che ha introiettato nella sua mente (Pellizzaro, 2024). Conclusioni La violenza ostetrica persiste nel tempo e nelle maggior parte dei casi si identifica nella carenza del personale, negli eccessivi carichi di lavoro e nella mancanza di materiali e attrezzature. A tal proposito quindi il processo del parto andrebbe ripensato e riformulato permettendo alle donne di riacquisire il “controllo” sul proprio corpo. Bibliografia Galtung J., Florio S.(2014) Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare. University Press:Pisa Pelizzari, E. (2024) “Violenza reale e ideologia di genere. Le cause di morte in Italia. Uno sguardo ai dati.”

L’abuso infantile: una chiave di lettura

Definizione Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’abuso infantile è “qualsiasi forma di maltrattamento fisico, emotivo, sessuale o di trascuratezza che si traduce in un danno reale o potenziale alla salute, allo sviluppo o alla dignità del bambino“. Stiamo quindi parlando di qualsiasi azione, o mancanza di azione, da parte di un adulto o di un’altra persona in una posizione di potere o fiducia, che causa danni fisici, psicologici o emotivi a un bambino. I dati più aggiornati ci informano che circa 1 bambino su 5 potrebbe subire una qualche forma di abuso sessuale prima dei 18 anni. Si stima che circa 1 ragazza su 8 a livello globale abbia subito violenze prima dei 18 anni. Tra i ragazzi, circa 1 su 11 ha subito abusi nella sua infanzia. Rispetto allo scorso anno, l’ansa ci dice che nei soli primi sei mesi del 2024 abbiamo assistito ad un aumento del 10% di abusi sui minori rispetto al biennio 2022-2023. Gli autori delle violenze sono principalmente uomini, italiani, di età compresa tra i 35 ed i 64 anni (60%). La difficoltà di parlarne L’abuso infantile resta spesso silente in quanto costernato di vissuti di vergogna e colpa da parte delle vittime di abuso. Lo spunto di riflessione che vorrei lasciare in questo articolo riguarda la comprensione di come “noi altri”, professionisti della salute mentale, istituzioni, educatori e genitori contribuiamo a rendere il fenomeno ancora più silente e non individuabile. In primis la lettura degli abusi come episodi sensazionalistici, ovvero perpetrati da individui “pazzi, malati, cattivi, poco vicini a noi persone per bene”, crea l’immagine rassicurante di un fenomeno non così diffuso e soprattutto lontano da noi. Crea inoltre l’aspettativa stereotipata di una vittima e un abusante che sono estremamente lontani dalla realtà e che ci permettono di cadere nella minimizzazione del fenomeno. I media contribuiscono moltissimo a questo tipo di descrizione del fenomeno, utilizzando termini come “tragedia”, “nessuno poteva immaginarlo”, o anche ricalcando aspetti culturali come l’immigrazione, quando i dati riportano che più del 60% di chi commette reato di abusi su minori in Italia è di nazionalità italiana. L’inefficacia degli interventi Questo tipo di visione orienta anche gli interventi sul contrasto al fenomeno in una direzione inefficace, che predilige la messa in guardia delle vittime, piuttosto che l’educazione di tutti coloro che potrebbero diventare perpetratori di violenza. Ne deriva che è colpa della vittima, che non è stata troppo attenta, pensiamo ad esempio agli stupri di gruppo a carico di adolescenti minorenni di cui siamo stati spettatori negli ultimi fatti di cronaca; o anche allontanano dal riconoscimento precoce del fenomeno, con la focalizzazione verso stereotipi sbagliati, ad esempio quello dell’immigrazione, o dello status socio-economico dell’abusante. Infatti studi dimostrano che lo status socio-economico è un fattore poco correlato all’abuso di minori, rispetto a fattori psicologici differenti come: l’esposizione stessa ad abusi durante l’infanzia, la presenza di violenza familiare e lo stesso accesso alla pedopornografia. Tutti questi meccanismi di matrice culturale e non immediatamente visibile contribuiscono a silenziare il fenomeno, a renderlo taciuto. Contribuiscono anche a ciò che viene chiamata vittimizzazione secondaria del minore abusato, ovvero quel fenomeno per cui la vittima di abuso sessuale, dopo aver denunciato, sperimenta ulteriore sofferenza a causa delle reazioni inadeguate o dannose da parte di istituzioni, famiglie, comunità o operatori coinvolti nel suo supporto. E nelle procedure altamente poco empatiche che vengono effettuate dagli operatori che lavorano in tale ambito, la visione culturale del fenomeno fa tanto nell’orientare il tipo di domande e i dettagli a cui si presta attenzione per sancire la veridicità dell’abuso. Una possibile lettura dell’abuso infantile Ieri una persona a me cara, discutendo di questo articolo e ben conoscendo le mie attività di sensibilizzazione. mi fa “ma dai Gaia, ma è possibile che è sempre tutta colpa del patriarcato?”. Fa sorridere anche me detta così. Ma comprendere questo tipo di forme di abuso come la punta visibile dell’iceberg di una cultura basata su alcune specifiche caratteristiche, come la predominanza di un mondo centrato sull’adulto, maschile, è l’unico modo per orientare correttamente gli interventi in tal senso. Maschile non in un’ottica colpevolizzante e non maschile come genere, ma come simbolico, come predominanza dell’aggressività e del potere, in cui l’altro è assoggettato come prolungamento di sé e dei propri desideri, in cui prevale l’aggressività per raggiungere tutto e subito. E questo porta da un lato, a non investire su quelle forme preventive come l’educazione su temi relazionali, come l’educazione sessuale e al rispetto delle libertà dell’altro; e dall’altro lato porta alla normalizzazione e minimizzazione a protezione dell’abusatore, a non credere alla vittima, a non riconoscere il fenomeno precocemente perché nella nostra mente prevale uno stereotipo di vittima e uno stereotipo di abusatore.

Stati d’Animo durante le Festività: Tra Gioia, Nostalgia e Ansia

Le festività sono per molti un periodo ricco di emozioni contrastanti. Se da un lato evocano immagini di gioia, calore e celebrazione, dall’altro possono rappresentare un terreno fertile per sentimenti di malinconia, ansia e, talvolta, solitudine. La psicologia delle emozioni ci insegna che le festività agiscono come un potente catalizzatore emotivo, portando alla luce esperienze vissute, aspettative presenti e paure future. In questo articolo, esploreremo i vari stati d’animo che emergono durante le festività e come possono essere affrontati. La Gioia della Connessione e l’Importanza del Rituale In molte culture, le festività sono momenti di condivisione e connessione. La gioia che deriva dalle riunioni con la famiglia e con gli amici, dallo scambio di doni, dai pasti condivisi e dai rituali comuni ha una profonda base psicologica. I rituali, infatti, creano un senso di appartenenza e identità sociale, fattori cruciali per il benessere emotivo. Attraverso i rituali festivi, si rinnova il legame con la propria comunità e si rinforzano i rapporti affettivi. La psicologia sociale ha osservato come la celebrazione collettiva contribuisca a rafforzare i legami affettivi e l’autostima individuale. Inoltre, il valore simbolico dei rituali aumenta la consapevolezza del significato della festa stessa, rendendola un’occasione per riflettere su cosa sia veramente importante per noi. I rituali, come decorare l’albero di Natale, accendere candele o preparare piatti tradizionali, non solo ci avvicinano agli altri, ma ci aiutano anche a sentirci parte di una tradizione più ampia. Questa dimensione temporale, che lega passato, presente e futuro, contribuisce a dare alla vita un senso di continuità e stabilità. Nostalgia e Malinconia: Il Passato che Riaffiora Per molti, le festività portano alla luce ricordi del passato, innescando una forte nostalgia. Ricordi di momenti felici, di persone che non ci sono più, di luoghi e tempi che non possiamo più rivivere, tornano spesso alla mente. Questa “nostalgia delle festività” può generare una profonda malinconia, amplificata dal contrasto tra il desiderio di felicità associato alle feste e il ricordo di ciò che si è perso. La nostalgia, in realtà, può essere interpretata come una risposta adattiva: ci permette di riconnetterci a momenti positivi e può persino aiutare a rafforzare il senso di sé, ma al tempo stesso può far emergere un senso di perdita difficile da elaborare. Alcuni studi suggeriscono che la nostalgia ha una funzione protettiva per la salute mentale, ma che può anche innescare stati depressivi, specialmente quando accompagnata da rimpianti o sentimenti di solitudine. Le persone che hanno perso recentemente una persona cara o che attraversano cambiamenti significativi nella loro vita sono particolarmente suscettibili a questi sentimenti. È importante, quindi, essere consapevoli che la malinconia durante le festività è un’esperienza comune e naturale. Pressione delle Aspettative e Stress Festivo Il carico di aspettative legato alle festività è spesso elevato. Le aspettative personali e sociali riguardano la felicità, l’armonia familiare e la perfezione nella celebrazione. Tutti dovrebbero sentirsi sereni, tutti dovrebbero divertirsi, ogni riunione dovrebbe essere speciale. Questo “imperativo della felicità” può diventare una fonte di pressione e stress, particolarmente per chi si sente incapace di soddisfare queste aspettative. La psicologia del confronto sociale ha dimostrato come l’essere esposti a immagini idealizzate, spesso amplificate dai social media, possa portare a sentimenti di inadeguatezza. Lo stress durante le festività può anche essere aggravato dalla necessità di dover organizzare, gestire spese extra o mantenere relazioni interpersonali in equilibrio. Per alcuni, il carico mentale delle festività è tale da trasformarsi in un periodo stressante anziché in uno di sollievo. Diventa quindi importante adottare delle strategie di gestione dello stress, come il limitare le aspettative e concedersi il permesso di dire “no” alle richieste che risultano eccessive. Ansia e Tensioni nelle Riunioni Familiari Le festività, oltre a portare gioia, rappresentano per molte persone un terreno fertile per ansia e tensioni. Le dinamiche familiari, talvolta complicate e conflittuali, possono riemergere durante le riunioni festive, esacerbando vecchi dissapori o amplificando divergenze mai del tutto risolte. Alcune persone possono sentirsi in dovere di partecipare a riunioni familiari nonostante le tensioni e, in questi contesti, l’ansia può facilmente manifestarsi come reazione a conflitti latenti o a sensazioni di inadeguatezza. Questa ansia è particolarmente comune tra coloro che non si sentono completamente accettati dai propri familiari o che hanno avuto esperienze di conflitto con loro. La psicologia della famiglia ci insegna che la vicinanza emotiva prolungata può rendere le interazioni familiari una fonte di stress piuttosto che di supporto, soprattutto se i membri della famiglia presentano diversi sistemi di valori o visioni della vita. Un metodo per affrontare queste situazioni può essere quello di prepararsi mentalmente, imparando a gestire i propri limiti emotivi e fissando confini che possano tutelare il proprio benessere psicologico. Solitudine e Festività: Una Realtà Diffusa Per alcune persone, le festività accentuano la solitudine. La percezione dell’isolamento può essere amplificata dal vedere altri celebrare in compagnia. La solitudine durante le feste può colpire persone di tutte le età e situazioni: individui anziani che hanno perso il loro coniuge, giovani lontani da casa, persone che hanno terminato una relazione o che vivono difficoltà sociali. La solitudine durante le festività è un fenomeno che la psicologia riconosce come diffuso, e spesso ignorato dalle narrative comuni. Le strategie di coping per la solitudine possono includere l’impegno in attività che diano significato al periodo festivo, come il volontariato o l’organizzazione di piccoli momenti di convivialità con amici e conoscenti. Per molti, queste attività possono rappresentare un’opportunità per trasformare la solitudine in un’occasione di connessione e solidarietà. Strategie di Gestione Emotiva durante le Festività Esistono molte strategie di coping che possono aiutare ad affrontare gli stati d’animo legati alle festività. Una delle tecniche più utili è la pratica della mindfulness, che aiuta a rimanere presenti nel momento senza essere travolti da pensieri del passato o ansie sul futuro. La mindfulness è particolarmente efficace nel ridurre l’ansia e migliorare l’umore, aumentando la consapevolezza e l’accettazione delle proprie emozioni. Anche la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può rivelarsi utile, in quanto permette di identificare e correggere i pensieri negativi che influenzano il nostro stato d’animo. Ad esempio,

IL WORK LIFE INTEGRATION NELLE AZIENDE

il work-life integration

Nella società moderna, il confine tra lavoro e vita personale è diventato sempre più sfumato. Per decenni, l’idea che le persone dovessero trovare un equilibrio tra le loro responsabilità professionali e la loro vita privata è stata dominante. Tuttavia, con l’evolversi delle tecnologie digitali e dei modelli di lavoro flessibili è emersa una nuova prospettiva: il work life integration. Il work life integration riconosce che la vita e il lavoro non sono compartimenti stagni, ma dimensioni interconnesse della nostra esistenza. Il work life balance si basa sull’idea che la vita lavorativa e personale siano due sfere separate e che l’equilibrio tra queste sia essenziale per il benessere. Tuttavia, il bilanciamento perfetto è spesso difficile da raggiungere e la costante ricerca di questo equilibrio può diventare una fonte di stress. In risposta alle sfide del work life balance, è emerso il concetto di work life integration. Questo approccio riconosce che la vita e il lavoro sono intrinsecamente collegati e propone di integrarli in modo armonioso piuttosto che cercare di bilanciarli rigidamente. In questo modo, l’attenzione si sposta dalla separazione tra lavoro e vita personale alla creazione di una vita che permetta una maggiore flessibilità e sinergia tra le due sfere. Il work life integration porta con sè una serie di vantaggi: Riduzione dello Stress e del Conflitto tra le sfere lavorativa e personale poiché non c’è più una netta separazione che richiede costante negoziazione. Maggiore Flessibilità e Autonomia nella gestione del proprio tempo, favorendo una migliore adattabilità alle diverse circostanze della vita. Integrazione dei Valori Personali con il Lavoro consente di allineare più facilmente i valori personali con il lavoro. Questo crea un senso di continuità tra ciò che si fa nel lavoro e ciò che si è come individui. Aumento della Creatività e della Produttività in quanto la flessibilità mentale può portare a nuove idee e soluzioni innovative. Nonostante i vantaggi, il work life integration presenta anche delle sfide. Una delle principali è il rischio di sovrapposizione tra vita lavorativa e personale. Questo può portare a una mancanza di distinzione tra i due e, di conseguenza, a un potenziale esaurimento emotivo. È importante, quindi, stabilire dei limiti e delle routine che permettano di evitare che il lavoro invada completamente la sfera personale. Inoltre, il successo del work life integration dipende anche dal contesto organizzativo. Le aziende devono supportare attivamente questo approccio. Ad esempio potrebbero offrire flessibilità, strumenti tecnologici adeguati, e una cultura che valorizzi l’integrazione anziché premiare esclusivamente la separazione netta tra lavoro e vita privata. ln conclusione, il passaggio dal work life balance al work life integration rappresenta un’evoluzione significativa nel modo in cui pensiamo alla gestione della vita e del lavoro. Dal punto di vista psicologico, l’integrazione work life offre una prospettiva più realistica e flessibile. Tuttavia, per sfruttare appieno i benefici di questo approccio, è essenziale che le persone e le organizzazioni lavorino insieme per creare un ambiente che supporti davvero l’integrazione e promuova il benessere complessivo. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Novara: De Agostini Scuola SpA

IL TALENT MANAGEMENT NELLE ORGANIZZAZIONI

Il talent management è un concetto centrale nel contesto delle risorse umane, ma lo trattano con un focus prevalentemente operativo o strategico, trascurando così l’importanza degli aspetti psicologici che lo caratterizzano. Dunque, la comprensione psicologica dei talenti e del loro sviluppo è fondamentale per implementare delle pratiche efficaci e sostenibili. Non è facile definire il talento. E’ corretto individuare il talento come il “miglior cervello“? O forse è meglio identificarlo come la capacità delle persone di realizzare gli obiettivi a loro assegnati? Il talento non si limita a un insieme di competenze tecniche o abilità specifiche. In psicologia, il talento è visto come una combinazione di potenziale innato, motivazione, e capacità di apprendimento Questo implica che, per gestire efficacemente i talenti, le organizzazioni devono andare oltre la semplice valutazione delle competenze attuali e considerare il potenziale di crescita e sviluppo degli individui. La motivazione è un fattore chiave nella gestione del talento. Secondo la teoria dell’autodeterminazione, le persone sono maggiormente motivate e performanti quando le loro esigenze psicologiche di autonomia, competenza e relazione sono soddisfatte. Le organizzazioni che desiderano trattenere i migliori talenti devono creare un ambiente di lavoro che favorisca: autonomia, permettendo ai dipendenti di prendere decisioni e gestire le proprie responsabilità competenza, offrendo opportunità di formazione e sviluppo continua relazione, promuovendo un clima di collaborazione e supporto reciproco. L’intelligenza emotiva è un altro aspetto cruciale del talent management. Le persone con elevata intelligenza emotiva tendono a essere più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle altrui, sono in grado di gestire meglio lo stress e di costruire relazioni interpersonali più forti. Dunque, riconoscere e sviluppare l’intelligenza emotiva all’interno del proprio team può portare a una gestione dei talenti più efficace. Questi individui, infatti, sono spesso più resilienti, capaci di affrontare le sfide con calma e adattabilità e di influenzare positivamente il clima organizzativo. Proseguendo, la cultura organizzativa ha un impatto significativo sulla gestione del talento.  Una cultura aziendale che valorizza la diversità, l’inclusione e la crescita continua favorisce lo sviluppo dei talenti. Da un punto di vista psicologico, una cultura del genere sostiene il senso di appartenenza dei dipendenti e il loro impegno verso l’organizzazione. Infine, il feedback è uno strumento essenziale nel talent management, ma deve essere gestito con attenzione. Feedback costruttivo, orientato alla crescita e comunicato in modo empatico può motivare i dipendenti a migliorare le proprie performance e a sviluppare nuove competenze. Dal punto di vista psicologico, il feedback deve essere percepito come equo e utile, piuttosto che come un giudizio. In conclusione, il talent management, visto attraverso una lente psicologica, si rivela molto più che una semplice questione di identificare e trattenere i migliori talenti. Si tratta di comprendere e coltivare il potenziale umano in tutte le sue dimensioni, valorizzando non solo le competenze tecniche, ma anche le qualità psicologiche e relazionali degli individui. Le aziende che adottano un approccio psicologico al talent management possono creare ambienti di lavoro più motivanti, inclusivi e sostenibili, in cui i talenti possono davvero prosperare e contribuire al successo organizzativo a lungo termine. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. De Agostini Scuola SpA: Novara

Il soggetto Psicopatico:
psicomicrotraumi e psicotraumi nella sequenza delle dinamiche interne.

di Elisabetta Forte L’autrice intende presentare un’ipotesi progettuale basata sull’individuazione delle sequenze di fenomeni e di eventi psicomicrotraumatici e delle sequenze di fenomeni ed eventi psicotraumatici riscontrabili nel vissuto soggettivo dell’individuo psicopatico e su come queste sequenze si associno e s’intersechino, dando vita ad un terreno fertile in cui si sviluppa l’eziopsicopatogenesi del disturbo. La visuale teorico-metodologica ha una caratterizzazione psicodinamica psicoevoluzionista, che si riflette nell’individuazione di fenomeni ed eventi specifici, quali quelli psicotraumatici e quelli psicomicrotraumatici (Frateschi M., 2021). Interesse particolare tematico è dato dal riconoscere la dinamica, gli stadi e i processi evolutivi per comporre una valutazione del vissuto e delle esperienze soggettive. Gli strumenti utilizzati nella definizione del quadro metodologico comprendono il DSM-5, il PDM-2, la PCL-R, il test proiettivi del carta e matita e infine i criteri di valutazione con i parametri della sequenza dei fenomeni e degli eventi psicomicrotraumatici e psicotraumatici. Nella presente ipotesi progettuale, che si colloca all’interno dell’ambito della prevenzione primaria, si utilizzano come strumenti conoscitivi-informativi e di intervento per la formazione, lezioni frontali di stampo teorico, unite a dinamiche di gruppo nelle quali verranno effettuate esercitazioni, come il role-playing, il role-taking, e le simulazioni. La finalità dell’ipotesi è di produrre un contributo tematico scientifico e tecnico che possa fornire conoscenze sulla natura di alcuni disturbi, nello specifico sui disturbi di personalità che causano devianza comportamentale e conducono all’ acting out criminoso e anche riconoscere tratti clinicamente significativi in soggetti che potrebbero essere affetti da tale disturbo della personalità. Inoltre, quanto posto come ipotesi ha carattere preventivo, anche nell’ottica di delineare le dinamiche e i processi interni del soggetto psicopatico attraverso un metodo psicodinamico psicoevoluzionista (Frateschi M., 1988-2021). Parole chiave Psicomicrotrauma, psicotrauma, psicoevoluzione, psicopatia, psicodinamica psicoevoluzionista. Un particolare tema sulla prevenzione primaria psicologica riguarda il riconoscimento della dinamica, degli stadi e dei processi evolutivi normali differentemente da quelli patologici per gli individui e per le comunità. Un quadro di riferimento psicodinamico iniziale è fornito da quanto sostenuto da Gabbard (2015) che, in Psichiatria Psicodinamica, afferma: «I pazienti antisociali sono forse i più studiati tra gli individui con disturbi di personalità, ma sono anche quelli che i clinici tendono a evitare di più. Nella situazione terapeutica questi pazienti possono mentire, ingannare, rubare, minacciare e mettere in atto qualsiasi altro comportamento irresponsabile. Sono stati definiti come “psicopatici”, “sociopatici” affetti da “disturbi del carattere”, termini che in psichiatria sono associati all’incurabilità. Qualcuno potrebbe persino affermare che tali pazienti dovrebbero essere considerati criminali e non essere inclusi nell’ambito della psichiatria. L’esperienza clinica, tuttavia, suggerisce che l’etichetta asociale è applicata a un ampio spettro di pazienti, da quelli totalmente trattabili a quelli che sono curabili in determinate condizioni. L’esistenza di quest’ultimo gruppo rende necessaria un’approfondita comprensione di questi pazienti, tale da garantire il miglior trattamento possibile agli individui che possono essere aiutati. Nel suo classico lavoro del 1941, The Mask of Sanity, Hervey Cleckley ha fornito la prima descrizione clinica esauriente di questi pazienti. Come suggerisce il titolo, Cleckley considerava lo psicopatico come un individuo non palesemente psicotico, ma con comportamenti così caotici e cosi scarsamente in sintonia con le richieste della realtà e della società, da indicare la presenza di una psicosi sottostante. Anche se gli psicopatici sembravano capaci di stabilire rapporti interpersonali superficiali, erano completamente irresponsabili in tutte le loro relazioni e non avevano nessun rispetto per i sentimenti o le preoccupazioni degli altri. Nei decenni successivi alla pubblicazione del pionieristico lavoro di Cleckley il termine ” psicopatico ” è caduto progressivamente in disuso.  Per un certo periodo è stato usato il termine ” sociopatico”, che sottolineava le origini sociali piuttosto che psicologiche di alcune delle difficoltà presentate da questi individui. Dalla pubblicazione, nel 1968, del secondo Manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association (DSM-II), l’espressione “personalità antisociale” è diventata la denominazione preferita. Con la pubblicazione del DSM-III (American Psychiatric Association, 1980) il disturbo antisociale di personalità è stato significativamente modificato rispetto alla descrizione originale di Cleckley. I criteri del DSM –III hanno fornito maggiori particolari diagnostici rispetto a quelli di qualunque altro disturbo di personalità, ma hanno ristretto il punto focale del disturbo a una popolazione criminale verosimilmente connessa con ceti sociali inferiori oppressi ed economicamente svantaggiati. Alcuni ricercatori hanno rilevato che quando i criteri del DSM- III venivano applicati a criminali in carcere, nella maggior parte dei casi (50-80 %) era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità. Risultati nettamente diversi si ottenevano invece utilizzando criteri diagnostici più strettamente in accordo con la descrizione tradizionale di Cleckley, in cui erano enfatizzati gli aspetti psicopatologici . Per esempio, se veniva usata la Psychopathy Checklist-Revised di Hare (PCL – R) , soltanto nel 15-25 % dei casi i detenuti esaminati risultavano classificabili come psicopatici. In uno studio su 137 donne dipendenti da cocaina che avevano richiesto un trattamento era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità secondo i criteri del DSM in oltre il 25 % dei casi , ma soltanto nell’1,5 % di queste donne poteva essere diagnosticato un moderato livello di psicopatia secondo la PCL – R . Questo strumento si basa su valutazioni cliniche esperte piuttosto che su informazioni autoriportate, e include aspetti come irresponsabilità, impulsività, mancanza di obiettivi realistici a lungo termine, comportamenti sessuali promiscui, precoci problemi di comportamento, stile di vita parassitico, durezza e mancanza di empatia, affettività superficiale, assenza di rimorso o di colpa, bisogno di stimolazioni e tendenza alla noia, senso grandioso di autostima, spigliatezza associata a un fascino superficiale. Nel corso degli ultimi anni il termine psicopatico è tornato ad avere una certa popolarità come definizione diagnostica che implica particolari caratteristiche psicodinamiche e biologiche, che non trovano riscontro nei criteri del DSM-5 per il disturbo antisociale di personalità. Il termine psicopatia, come definito da Hare, pone enfasi sui tratti elencati in precedenza, che comprendono caratteristiche interpersonali/psicodinamiche da un lato e comportamenti antisociali dall’altro. Sebbene queste due componenti siano ovviamente correlate, in alcuni individui possono presentarsi separatamente. Certi individui possono manifestare mancanza di empatia e grandiosità ed essere duri e manipolatori, ma non avere i problemi comportamentali delineati

LE FUNZIONI ESECUTIVE

Definizione delle funzioni esecutive e perché é cosi importante conoscere cosa sono. Nel precedente articolo abbiamo parlato di adolescenti e procrastinazione. Spesso i bambini e gli adolescenti che presentano difficoltà nelle funzioni esecutive sono etichettati come pigri, distratti, incostanti. Ma è davvero cosi? Cosa sono le funzioni esecutive? Le funzioni esecutive sono tutte le abilità cognitive che servono ad adattare i propri pensieri, comportamenti ed emozioni per raggiungere un obiettivo. Sono dunque necessarie per tutti gli altri processi cognitivi, come la memoria, l’attenzione, le abilità motorie, la verbalizzazione, la visualizzazione e il completamento di attività di apprendimento. Servono anche a regolare le emozioni. Potremmo, in generale, parlare di alcune funzioni di base che sono: Avvio delle attività: interrompere ciò che si sta facendo per iniziare un’altra attività; Inibizione delle reazioni istintuali: non compiere azioni impulsive, in vista di un obiettivo; Concentrazione: mantenere l’attenzione mentre si svolge un’attività; Gestione del tempo: pianificare il proprio tempo ed evitare di procrastinare; Memoria di lavoro: trattenere in mente informazioni e poi utilizzarle; Flessibilità: modificare le proprie idee quando le condizioni lo richiedono; Autoregolazione: riflettere sulle proprie azioni e modificarle, se occorre; Autocontrollo emotivo: evitare di abbandonarsi a comportamenti impulsivi, in preda a determinate emozioni; Completamento delle attività: mantenere livelli di attenzione ed energia fino al completamento di un compito; Organizzazione: mantenere in ordine il proprio spazio e aver cura delle proprie cose. La regione del cervello associata alle funzioni esecutive è la corteccia prefrontale o il lobo frontale. E’ importante sottolineare che la corteccia prefrontale continua a svilupparsi fino ai primi anni dell’età adulta. Per questo motivo, non bisogna aspettarsi dai propri figli adolescenti che siano già in grado di mettere in atto tutte le capacità appena menzionate. Il supporto dell’adulto, del genitore o di qualsiasi caregiver è comunque imprescindibile, anche perchè tutti i bambini crescono con ritmi diversi. Quando tuttavia alcune difficoltà si manifestano in più contesti e hanno ripercussioni anche sociali, potrebbe essere utile effettuare una valutazione psicologica per poter essere sicuri di rispondere interamente alle esigenze del bambino.

Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?

Quando l’amore finisce: sostegno psicologico al termine di una relazione

La fine di una relazione d’amore rappresenta per le persone un momento di profonda crisi soprattutto quando la scelta non è propria ma del partner. La fine di una relazione, che sia un fidanzamento, una convivenza, un matrimonio e che ci siano figli o meno richiede una profonda riorganizzazione. Le persone che si costituiscono come coppia in modo naturale perdono o acquistano ‘parti’ che si strutturano e sedimentano nel tempo. Quando una relazione finisce ci si trova a fare i conti con un processo di ‘ristrutturazione e di ridefinizione’ di se stessi in termini di ruoli e funzioni. In alcuni momenti questo processo può diventare particolarmente faticoso e ci può essere la necessità di un contenimento e di una guida, contemporaneamente può diventare un’occasione per conoscersi un più profondamente. La persona che ha un cosiddetto ‘attaccamento insicuro’ può avere maggiori difficoltà. Cosa significa avere un attaccamento insicuro? L’iniziatore e il principale teorico di riferimento in tale ambito è stato John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico. Questi, interessandosi particolarmente alla natura del rapporto madre-figlio e alle possibili conseguenze sulla personalità dei bambini di un’eventuale separazione precoce dalla madre in età infantile, ha elaborato la teoria dell’attaccamento. I bambini con questo stile sono insicuri nell’esplorazione del mondo, hanno la convinzione di non essere amati, tendono ad evitare la relazione per la convinzione del rifiuto e hanno un’apparente esclusiva fiducia in se stessi. Il sé è visto come positivo e affidabile mentre l’altro come negativo e inaffidabile. Solitamente la madre non è riuscita a rispondere alle richieste del bambino in modo affidabile e ciò non ha permesso di sperimentare di nutrire una fiducia piena. Quando poi quel bambino cresce nella relazione di coppia potrebbe ‘ricercare’ in maniera inconsapevole una ‘conferma’ all’inaffidabilità dell’altro ‘scegliendo’ un partner che ne ricordi le caratteristiche. Il fallimento della relazione ‘svela’ talvolta questo tipo di dinamiche. La fine di una relazione può essere il momento per poter ritirare su se stessi i propri investimenti emotivi e conoscersi profondamente per uscire da dinamiche disfunzionali che si ripetono e che portano a sofferenza.

Si fa presto ad “agire” violenza: il fenomeno delle baby gang…

Con il termine “baby gang”si intende un fenomeno di microcriminalità organizzata. Si tratta di una forma di devianza che negli ultimi mesi è oggetto di una crescente attenzione mediatica. Il concetto di devianza, introdotto negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, si inscrive all’interno della tradizione culturale del funzionalismo che, assumendo un consenso su un sistema normativo e valoriale riconosciuto come fondante in uno specificomomento storico-culturale, indica le condotte che violano tali norme. Con delinquenza ci si riferisce invece, nello specifico, alla messa in atto di condotte penalmente rilevanti, in cui ad essere infrante sono norme giuridiche.Lo studio delle relazioni tra comunità e delinquenza minorile ha conosciuto un notevole incremento in questi anni, con particolare interesse per l’influenza delle caratteristiche del vicinato o quartiere, inteso come neighbourhood, sullo sviluppo degli adolescenti (Leventhal& Brooks-Gunn, 2004). Come si misurano gli effetti? Per studiare gli effetti del funzionamento del vicinato sul coinvolgimento degli adolescenti in attività devianti o criminose, numerosi sono i ricercatori che operano una distinzione tra struttura del vicinato e processi sociali del vicinato. La struttura del vicinato fa riferimento a caratteristiche sociodemografiche o compositive delle comunità (ad esempio, tasso di occupazione, disponibilità di parchi e aree ricreative, densità di negozi, etc.); i processi sociali di vicinato si riferiscono, invece, all’organizzazione sociale della comunità (es. connessioni sociali tra vicini) evengono generalmente valutati sulla base della percezione dei residenti del funzionamento delle comunità. Negli ultimi anni, molti studi hanno iniziato ad indagare i potenziali meccanismi attraverso i quali le comunità influirebbero sulla delinquenza giovanile. Tali studi sono stati condotti allo scopo di colmare il gap presente in letteratura in ragione di ricerche che hanno mostrato che le caratteristiche del quartiere sono in grado di spiegare solo una piccola parte della varianza complessiva dei comportamenti delinquenziali in adolescenza. Due sono i set di modelli che nell’ultimo periodo hanno ricevuto un’attenzione significativa: il primo, tributario delle teorie dello stress familiare (Conger, Ge, Elder, Lorenz, &Simons, 1994; McLoyd, 1990),suggerisce che il legame tra caratteristiche svantaggiose del vicinato ed esiti delinquenziali nei giovani è mediato dai comportamenti dei genitori (es. supervisione) e dalle caratteristiche dell’ambiente familiare (es. difficoltà economiche); il secondo ipotizza che la relazione è ampiamente mediata da norme e attività del gruppo dei pari (es.livello di atteggiamenti e attività devianti). Il fenomeno nell’hinterland napoletano Il fenomeno delle “baby gang” a Napoli rappresenta negli ultimi tempi un argomento ampiamente dibattuto ma per poterlo affrontare in maniera corretta è opportuno considerare il fatto che non sia così recente tanto quanto così il dibattito sulle misure da adottare per prevenirlo e contrastarlo. L’elemento che potremmo definire in aumento è quello delle aggressioni compiute senza un apparente motivo ed è proprio l’imprevedibilità che ne rende difficile la circoscrizione. Inoltre, attualmente non esiste una zona o un quartiere particolarmente a rischio rispetto ad altri e non esiste un disegno criminale organizzato alle spalle. Infatti, per affrontare il tema delle baby gang è di fondamentale importanza, distinguere tra gruppi di ragazzini autonomi e quelli che invece fanno capo alla criminalità organizzata. Volendo analizzare quelli che potrebbero essere i retroscena, il terreno fertile in cui nascono e si sviluppano questi gruppi di “violenti ragazzini”, indubbiamente bisogna considerare l’ambiente familiare e scolastico. Si tratta quasi sempre di giovanissimi con particolari vissuti o carenze affettive, con condotta deviante che quindi godono di maggiori libertà e minori restrizioni; parliamo perciò di inadeguatezza della vita familiare, ovvero la noncuranza e di fallimento dei valori. La causa non è mai unica, ma una base comune è sicuramente rappresentatadall’assenza delle funzioni genitoriali. Non è necessario appartenere ad una famiglia “malavitosa”, basta essere esposti ad altre forme di violenza o di deprivazione precoce. A ciò va aggiunta l’aggravante della dispersione scolastica, dell’abbandono in giovanissima età della scuola da parte di questi ragazzi. Bibliografia Beyers JM, Bates JE, Petit GS, Dodge KA. Neighborhood structure, parenting processes, and the development of youths’ externalizing behaviors: A multilevel analysis. American Journal of Community Psychology2003;31:33–53. Brown, B. Adolescents’ relationships with peers. In: Lerner, R.; Steinberg, L., editors. Handbook of Adolescent psychology. Neighborhood influences. In: Lerner, RM.; Steinberg, L., editors. Handbook of adolescent psychology. Vol. 2. Hoboken, NJ: Wiley; 2004. Palmonari A, Psicologia dell’Adolescenza, 2011. Sitografia https://www.vice.com/it/article/j5v9dy/baby-gang-di-napoli

Soft Skills: cosa sono le competenze trasversali

Per Soft skills o Competenze trasversali si intende una combinazione di abilità sociali, competenze comunicative, emotive e relazionali. Attraversano i vari campi di vita dell’individuo, come quello familiare, sociale, relazionale. Vengono apprese principalmente attraverso il vissuto e le esperienze personali, sebbene, recentemente, la crescente attenzione rivolta alle competenze trasversali abbia portato a integrarle anche nel contesto scolastico e formativo. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le ha definite come “competenze di vita” ovvero ciò che serve per affrontare la vita in maniera efficace. Sono suddivise in 10 punti: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress, comunicazione efficace, relazioni efficaci, empatia, pensiero creativo, pensiero critico, prendere decisioni, risolvere problemi.  Possono, inoltre, essere raggruppate in 3 aree:  emotive (consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress); relazionali (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci); cognitive (risolvere i problemi, prendere decisioni, pensiero critico, pensiero creativo). Le soft skills ricoprono un ruolo sempre più centrale all’interno del bagaglio di competenze richieste in vari ambiti, in particolare nel mondo del lavoro. Esse hanno a che fare con il “saper essere”, con il cosiddetto “fattore umano”, riguardano ciò che ci rende efficaci ed efficienti nel lavoro e anche in altri contesti della nostra vita. Riguardano le nostre capacità e competenze relazionali, gestionali, cognitive e di efficacia personale. Ultimamente, particolare attenzione viene posta alle “competenze emotive”, che sono alla base della nostra capacità di gestire efficacemente le relazioni interpersonali. Il termine competenze emotive racchiude al suo interno la consapevolezza di sé, ovvero la conoscenza di noi stessi, delle nostre emozioni, del nostro corpo e dei nostri pensieri, gestione delle emozioni e gestione dello stress. Non è semplice acquisire o sviluppare le soft skills, alcune volte sono capacità innate, ma si accrescono e si affinano nell’ambiente di vita. Sicuramente la scuola, e in generale ambienti di formazione, è un laboratorio privilegiato per far emergere e sviluppare le competenze trasversali. Nonostante questo anche le esperienze quotidiane sono fondamentali per acquisire e sviluppare le soft skills. Può essere utile identificare le soft skills che fanno già parte del nostro bagaglio personale, diverso per ognuno di noi, così da poter implementare quello che già c’è e riflettere su come spenderle nella vita quotidiana e non solo. Fatto questo, si potrà iniziare ad agire per colmare eventuali lacune e allenare nuove abilità utili per vivere meglio.

Diniego e violenza di genere: la sfida comunitaria della psicologia clinica

di Angelo Capasso, Psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale e Manager Clinico del servizio di psicologia online Unobravo È difficile parlare di violenza, e in particolar modo di violenza di genere, senza usare parole violente, senza correre il rischio di essere violenti verso una delle parti coinvolte, tanto il perpetrator quanto la vittima, la quale spesso finisce con l’essere nuovamente schiacciata ed esposta a processi di vittimizzazione secondaria ad opera di chi dovrebbe tutelarla. Ne sono testimonianza le cronache dei media negli ultimi mesi che hanno raccontato gli stupri di gruppo a Palermo e Caivano e numerosi femminicidi: il dossier Viminale del 15 agosto 2023 contava 71 omicidi di donne dal 1 gennaio al 31 luglio 2023, numero ampiamente superato tra Agosto e Novembre, purtroppo con l’aggiunta di più di trenta ulteriori femminicidi, ultimi dei quali quelli di Francesca Romeo e Giulia Cecchettin. Senza contare le oltre 8.600 denunce per stalking e tutte le situazioni non mappate, in quanto sfuggono ai radar di servizi socio-sanitari e autorità.  Siamo stati bombardati da narrazioni, che spesso avevano toni da thriller, tinte di un horror, intrise di commenti agli episodi talvolta forieri di pregiudizi e stereotipi. Quando questi episodi non sono inquadrati all’interno di una cornice che tiene conto della complessità del fenomeno, si corre il rischio di fare una lettura, e conseguentemente una narrazione, appiattita.  Avere cura delle parole per descrivere queste storie violente, che sono storie di grave disagio e sofferenza, ma anche di asimmetria di potere e di disparità di genere, è importante quanto avere cura dei processi di pensiero messi in moto per leggere, decodificare e scegliere strategie per contrastare il fenomeno. A soli quattro anni dalla sua entrata in vigore, in Italia si è sentita la necessità di ripensare e modificare la legge n. 69 del 19 luglio 2019, ribattezzata “codice rosso”, che era stata istituita per rafforzare la tutela di coloro che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti con procedure più snelle e repentine mirate alla messa in sicurezza delle vittime. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la Legge 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Occorre tuttavia che i tavoli di discussione – politici, accademici, operativi – predisposti per contrastare il fenomeno siano sempre aperti in modo da agire su più fronti, non soltanto sul piano giudiziario con azione repressive o rieducative, ma anche su quello sociale, culturale, educativo affinché siano continui e incessanti il lavoro e il dialogo sulle matrici culturali della violenza di genere.  Nel saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, pubblicato di recente dai tipi di Minimum Fax, Marco Novelli indaga ed esplora le forme di disagio psichico con il più elevato tasso di diffusione nel XXI secolo. Dal confronto dell’autore con psichiatri, psicologi e psicoterapeuti non solo emerge che i più diffusi sono depressione, attacchi di panico, disturbi di personalità borderline, disturbi dell’alimentazione, fenomeni di ritiro sociale – psicopatologie che non erano altrettanto rilevanti nel Novecento – ma anche che sussiste un aspetto comune a questa costellazione di disagi psichici, ovvero  la connessione tra le forme di malessere psicologico  e quella che Novelli definisce “società degli individui” permeata dal’imperativo della prestazione e della competizione. Uno spunto molto interessante dell’autore è il focus sull’influenza che la dimensione psicosociale ha sulla sofferenza mentale, ma che ha anche sulle possibilità di cura. Il titolo, che riprende e amplia il concetto cartesiano del “Cogito Ergo Sum”, rimarca che la sofferenza psichica non è mai una questione meramente individuale, ma che è sempre implicata anche una dimensione collettiva. Da questa prospettiva la lettura che Novelli fa della dimensione collettiva della sofferenza è perfettamente applicabile, oltre che alle psicopatologie, anche a tutte le forme di violenza (non solo quella fisica, ma anche quella sessuale, psicologica, economica, assistita). Sembra che le cose inizino ad esistere in quanto tali quando iniziano ad avere un nome e, nonostante sia un fenomeno antico quanto la cultura patriarcale in cui affonda le radici, solo da alcuni anni la violenza di genere è stata riconosciuta come tale e inquadrata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come problema sistemico, la cui eziopatogenesi è multidimensionale. Tale intreccio di fattori rende il fenomeno di difficile misurazione e collocazione, sia perché sono implicati più livelli (psicologico, relazionale, familiare, culturale, sociale), sia perché in larga parte sommerso. Il parziale sommergimento diventa un disconoscimento del fenomeno agito in forma inconsapevole a opera di tutte le parti in gioco, dal perpetrator alla vittima, dai media alle istituzioni coinvolte, ed è il risultato di uno dei meccanismi psichici maggiormente implicati nel negare, camuffare, mistificare la violenza. Intuito e teorizzato già da Freud, poi ripreso da vari psicoanalisti, il concetto di diniego è uno dei meccanismi difensivi più potenti e arcaici. Melanie Klein lo descrive come un tentativo della psiche di difendersi dall’angoscia più abissale e soffocante dei propri persecutori interiorizzati, suggerendo che la prima forma di diniego coinvolge la propria realtà psichica e, solo a seguire, anche aspetti della realtà esterna vengono denegati dalla persona. Tali operazioni inconsce non sono semplicemente menzogne o dissimulazioni, bensì il risultato di una reale angoscia che spinge il perpetrator a rimaneggiare, selezionare, ricostruire, totalmente o in parte, i ricordi degli eventi in cui ha commesso violenza. È un modo di rinarrarsi per preservare l’immagine di sé perché riconoscere e ammettere la violenza delle proprie azioni implicherebbe per il perpetrator di mettere in discussione il proprio costrutto identitario; in poche parole è un modo per restare integri, agli occhi di sé stessi prima ancora di quelli altrui. Da anni impegnato nella ricerca sulla violenza di genere, che diventa strumento di conoscenza per comprendere il fenomeno e quindi meglio contrastarlo, Marco Deriu riprende la teorizzazione kleiniana di diniego osservando che c’è una relazione reciproca e circolare tra la realtà esterna e quella interna che si influenzano reciprocamente: “si negano realtà esterne per non affrontare le emozioni

Lausanne Trilogue Play: il dietro le quinte del gioco

In passato, la psicologia dello sviluppo concentrava la sua attenzione principalmente sulla relazione diadica madre-bambino. Tuttavia, oggi è evidente che la diade padre-bambino, la relazione triadica tra entrambi i genitori e il figlio, così come il contesto più ampio delle relazioni familiari e delle relative dinamiche, rivestono un’importanza paritaria. Un metodo efficace per esplorare lo stato di salute delle relazioni familiari consiste nell’utilizzare il gioco come indicatore, e a tale scopo si rivela utile il Lausanne Trilogue Play (LTP). Il contesto del Lausanne Trilogue Play L’uso dell’LTP può estendersi a diversi contesti, tra cui quello clinico, integrandolo in terapie familiari e interventi per sostenere la genitorialità. Tuttavia, non è insolito che questo strumento venga adottato in situazioni di conflitto tra genitori, che possono culminare in separazioni o divorzi. In alcune circostanze, infatti, il Giudice può incaricare un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per valutare diverse aree legate alle capacità genitoriali. Il percorso del CTU per rispondere alle domande del Giudice è complesso e coinvolge molteplici strumenti e procedure di valutazione. Tuttavia, nell’indagare le interazioni legate alle relazioni familiari, il CTU può anche avvalersi dell’LTP. In questi casi, il gioco può rivelare aspetti significativi sulle capacità delle figure coinvolte di riorganizzarsi in modo funzionale dopo l’evento separativo. In che cosa consiste? Le diverse versioni dell’LTP presentano variazioni, ma condividono tutte l’elemento centrale in cui il bambino interagisce con i genitori, e viceversa, attraverso un’attività piacevole, ossia il gioco. Le modifiche si manifestano in base alla fase di sviluppo del bambino e coinvolgono principalmente la disposizione del mobilio e il compito da svolgere. Ad esempio, si potrebbero utilizzare i Lego per i più piccoli, incoraggiandoli a costruire insieme, mentre per i più grandi potrebbe essere assegnato un compito di narrativa, chiedendo loro di inventare una storia. La famiglia partecipa al gioco seguendo regole specifiche, chiaramente spiegate durante l’introduzione del compito. Questa interazione ludica viene registrata su video e successivamente analizzata. La struttura del Lausanne Trilogue Play L’organizzazione strutturata delle attività familiari si sviluppa attraverso diverse fasi, offrendo un quadro dinamico per la partecipazione di genitori e figli:  Nella fase iniziale, denominata “due + uno”, un genitore coinvolge attivamente il figlio nel gioco, mentre l’altro assume il ruolo di osservatore partecipante. Questo approccio consente al genitore attivo di stabilire un legame diretto con il bambino, mentre l’osservatore partecipante può osservare gli elementi della dinamica familiare in modo più distante ma coinvolto; Successivamente, nella seconda fase, i ruoli dei genitori si invertono, promuovendo una variazione nell’interazione e consentendo ad entrambi di sperimentare il coinvolgimento attivo e l’osservazione partecipante; La terza fase, chiamata “tre insieme”, vede entrambi i genitori collaborare attivamente con il figlio nella costruzione del gioco, sottolineando l’importanza della cooperazione familiare; Infine, nella quarta fase, di nuovo in modalità “due + uno”, entrambi i genitori discutono dell’attività svolta mentre, questa volta, è il figlio a svolgere il ruolo di osservatore. Questa struttura ben definita permette di esplorare varie dinamiche relazionali, offrendo un’opportunità completa per il coinvolgimento attivo e la riflessione all’interno del contesto familiare. Cosa si osserva La valutazione della dinamica familiare durante l’attività ludica è suddivisa in quattro componenti chiave, ciascuna essenziale per comprendere le relazioni all’interno del nucleo familiare: La partecipazione: si concentra sull’inclusione di tutti i membri, enfatizzando il coinvolgimento attivo nell’attività; L’organizzazione: esamina la chiarezza dei ruoli familiari; L’attenzione focale: valuta il grado di concentrazione sul gioco e sugli altri partecipanti;  Il contatto affettivo: esamina il clima emotivo, valutando le connessioni tra i membri. Questi elementi offrono un quadro per analizzare le dinamiche relazionali durante l’attività ludica, considerando inclusività, organizzazione, attenzione e contatto affettivo. Conclusione Il compito proposto, centrato sul gioco, è basato sulla competenza naturale del minore in questa attività. La dimensione ludica assume un significato simbolico, agevolando la transizione tra mondi fantastici e realtà. In questo contesto giocoso, il minore acquisisce un senso di controllo sulla situazione, permettendo la discesa delle barriere difensive e l’emersione dei suoi vissuti. La natura non stressante dell’ambiente sperimentale crea uno spazio sicuro, consentendo al minore di esplorare e comunicare liberamente, senza sentirsi obbligato a esprimere pareri o opinioni. Questo approccio si dimostra altamente efficace nel rivelare le dinamiche delle relazioni familiari attraverso l’osservazione delle interazioni durante il gioco, fornendo un’opportunità unica per comprendere in modo approfondito il modo in cui il minore si relaziona con i genitori. In sintesi, l’utilizzo di questa metodologia ludica si configura come un valido strumento per esplorare e analizzare le dinamiche familiari in modo approfondito. Bibliografia Fivaz-Depeursinge, E., Corboz-Warnery, A., & Riva Crugnola, C. (2000). Il triangolo primario: le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino. R. Cortina. Malagoli Togliatti, M., & Mazzoni, S. (2006). Osservare, valutare e sostenere la relazione genitori-figli. Margolin, G., Gordis, E. B., & John, R. S. (2001). Coparenting: a link between marital conflict and parenting in two-parent families. Journal of family Psychology, 15(1), 3. McHale, J. P. (2007). When infants grow up in multiperson relationship systems. Infant mental health journal, 28(4), 370-392.

Oltre il giocattolo: la Doll Therapy nella demenza

La demenza, considerata una priorità di salute pubblica dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da Alzheimer Disease International, continua a crescere in modo preoccupante nella popolazione globale. Secondo il rapporto dell’OMS “Global status report on the public health response to dementia 2017-2025”, attualmente oltre 55 milioni di persone vivono con la demenza, con previsioni che stimano 75 milioni entro il 2030 e 132 milioni entro il 2050 affetti da Alzheimer o altre forme di demenza. Poiché non esiste una cura per la demenza, diventa cruciale concentrarsi su interventi personalizzati per ridurre i disturbi comportamentali e migliorare il benessere generale degli anziani. Tra le terapie che stimolano funzioni emotive e cognitive, la Doll Therapy emerge come un approccio notevole. Cos’è la Doll Therapy? La Doll Therapy, o terapia della bambola, è un approccio non farmacologico utilizzato nel trattamento dei pazienti affetti da demenza. Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta svedese ideatrice della terapia, sviluppò la prima bambola negli anni ’90 per il figlio autistico. Questa pratica prevede l’uso di bambole dalle caratteristiche antropomorfe per gestire e attenuare i disturbi comportamentali, nonché per migliorare l’umore nelle persone affette da gravi problemi cognitivi. Questo intervento personalizzato riattiva emozioni positive e comportamenti legati alla cura materna nelle persone anziane affette da demenza grave, contribuendo a tranquillizzarle e a promuovere il benessere psicofisico. Questa metodologia si inserisce nel quadro del Modello di Cura Centrato sulla Persona (PCC) di Tom Kitwood. Egli teorizza la demenza ed i suoi sintomi non solo come risultato di danni neuropatologici, ma come espressione di varie variabili interconnesse, tra cui la storia di vita, la personalità e l’ambiente circostante. L’approccio sotteso a questa filosofia ritiene che un ambiente di vita positivo, arricchito da stimoli adatti alle capacità residue e in grado di recuperare memorie sensoriali, possa influenzare positivamente il comportamento, andando così a soddisfare i bisogni primari. La bambola terapeutica può contribuire a tale obiettivo evocando dinamiche relazionali tipiche dell’infanzia e diventando, specialmente nel caso di persone con demenza grave, uno strumento simbolico, un bambino a cui manifestare affetto.  La teoria alla base della Doll Therapy La Doll Therapy si basa sui principi della teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psicologo infantile inglese John Bowlby. Egli sostenne per la prima volta che la ricerca di un legame continuo tra genitore e bambino è una diretta espressione di un istinto primordiale. Il genitore sperimenta infatti un impulso fisiologico a prendersi cura del proprio figlio. A sua volta il bambino, nei primi anni di vita, è naturalmente incline a cercare protezione e cure da parte del genitore. L’attaccamento rappresenta dunque il complesso di dinamiche attraverso le quali genitori e figli stabiliscono un legame istintivo, fondamentale per la crescita stabile e sicura. Nel contesto della Doll Therapy, la bambola assume la funzione di oggetto transazionale, in grado di richiamare profondamente la dinamica primordiale di cura, offrendo un senso di protezione e, di conseguenza, tranquillità agli anziani, soprattutto quando si trovano in situazioni di stress. La bambola consente così di riproporre la dinamica della cura, andando a soddisfare il bisogno di vicinanza, conforto e rassicurazione. La Doll Therapy può essere adottata per pazienti di entrambi i sessi, in quanto le dinamiche sottese sono universali. Le caratteristiche della bambola Le bambole impiegate in questa forma di terapia sono caratterizzate da una consistenza morbida e gradevole al tatto. Sebbene replichino le dimensioni e il peso di un bambino piccolo, le fattezze del viso e i dettagli anatomici sono quelli di un giocattolo. Questa scelta mira a favorire l’identificazione senza suscitare reazioni di spavento o respingimento da parte degli anziani. Il peso della bambola è distribuito in modo tale che, quando viene cullata, ricordi la sensazione di tenere tra le braccia un vero neonato. È possibile poi posizionare la bambola in modo seduto, consentendo di simulare diverse modalità di cura e ampliare le opportunità di interazione. Le braccia e le gambe, inoltre, sono progettate in modo aperto per agevolare l’abbraccio. Gli obiettivi della Doll Therapy All’interno di questo approccio terapeutico, lo scopo primario è offrire agli anziani un’esperienza fondata sul rilassamento e sulla stimolazione sensoriale ed emotiva. Al tempo stesso, la terapia della bambola, vuole focalizzarsi anche sul miglioramento della capacità di relazionarsi con l’ambiente circostante. Andando ad indagare gli obiettivi più specifici che la terapia cerca di ottenere, si possono citare i seguenti: La diminuzione dei disturbi comportamentali associati alla demenza con un incremento del rilassamento e della tranquillità, contribuendo al controllo del fenomeno del wandering (vagabondaggio); Il miglioramento del tono dell’umore e una riduzione gli stati di isolamento sociale, puntando alla creazione di un contesto emotivamente ricco e socialmente coinvolgente; La stimolazione delle abilità cognitive, incentrando il lavoro sull’incremento delle capacità attentive e sulla memoria procedurale; L’infondere esperienze emotive e sensoriali positive, rispondendo ai bisogni affettivi dell’anziano attraverso l’attivazione dei sistemi di accudimento e di esplorazione; La stimolazione della comunicazione puntando a mantenere e potenziare il contatto visivo, incentivare il linguaggio corporeo e favorire l’iniziativa verbale spontanea. Conclusioni In conclusione, la Doll Therapy è un approccio unico che ha dimostrato di avere benefici emotivi e comportamentali per le persone affette da demenza. Tuttavia, è fondamentale considerare le preferenze individuali del paziente e rispettare la loro dignità durante l’implementazione di questa terapia. Nonostante la Doll Therapy potrebbe non essere adatta a tutti, per alcuni potrebbe rappresentare un modo significativo di affrontare le sfide della demenza, migliorando la qualità della vita e promuovendo un benessere emotivo duraturo. Come con qualsiasi intervento terapeutico, la chiave del successo sta nell’approccio personalizzato e nell’attenzione alle esigenze specifiche di ogni individuo. Bibliografia Ellingford, J., Mackenzie, L., & Marsland, L. (2007). Using dolls to alter behaviour in patients with dementia. Nursing times, 103(5), 36-37. Kitwood, T. M. (1997). Dementia reconsidered: The person comes first. (No Title). Miesen, B. (2014). Attachment theory and dementia. In Care-giving in Dementia (pp. 38-56). Routledge. Moyle, W., Murfield, J., Jones, C., Beattie, E., Draper, B., & Ownsworth, T. (2019). Can lifelike baby dolls reduce symptoms of anxiety, agitation, or aggression for people with dementia in long-term care? Findings from a pilot randomised controlled trial. Aging & mental health, 23(10),

Christmas Blues: cos’è e come affrontarlo al meglio

Christmas Blues: cos’è e come affrontarlo al meglio. Che le feste natalizie siano un periodo stressante ormai lo riconosciamo tutti. Ne sono testimoni i numerosi video sui social, che propongono divertenti “kit di sopravvivenza” al tanto agognato incontro con i parenti. <<E il fidanzatino?>> – chiede la nonna – <<e la laurea?>> – rincalza la zia puntigliosa. Il vissuto più o meno ironicamente condiviso, è quello di una condizione di stress e ansia che accomuna un certo numero di persone, al punto che si è coniato, da qualche anno, un nuovo termine: Christmas Blues. Il Christmas Blues, o Sindrome del Natale, è un termine recentemente apparso in rete per descrivere una condizione emotiva diffusa, caratterizzata da ansia, frustrazione e tristezza. Ciò che definisce questo fenomeno è la sua temporalità limitata. Esso, infatti, inizia in prospettiva delle feste natalizie, per alleviarsi e scomparire al termine delle vacanze e con la ripresa delle attività lavorative o scolastiche. Sebbene non rientri affatto tra i disturbi mentali riconosciuti e classificati dal DSM-V (parliamo, infatti, di una condizione emotiva e non patologica), non serve scomodare il manuale per ricordare, da parte di ognuno di noi, un episodio in cui ci siamo sentiti sopraffatti, tristi o preoccupati in procinto del Natale.   Se la comparsa di questo carico di emozioni negative ci sembra strana, in quello che dovrebbe essere il periodo più bello e felice dell’anno, non siamo affatto soli. Anzi, la pressione di una collettività che ci “costringe” ad essere felici, contribuisce ad aumentare il vissuto negativo, facendoci sentire ancor più inadeguati. Ci sentiamo, cioè, ancor più soli, sbagliati e fuori dal coro. Le cause del Christmas Blues Le cause di questo vissuto sono molteplici. La già citata pressione delle aspettative familiari è certamente un fattore di frustrazione, in una corsa alla performance che misura continuamente la tua vita con delle canoniche fasi da rispettare, con ciò che “dovrebbe essere”, o con il cugino/fratello di turno. Non dimentichiamo, inoltre, che questo periodo coincide anche con la comunissima lista dei propositi del nuovo anno, fattore che ci spinge a misurarci con come vorremmo essere, e la nostra posizione attuale. L’organizzazione di banchetti infiniti è un forte fattore di stress, che richiede una progettazione e lavoro per giorni, che di per sé contribuisce ad attribuire un’elevata aspettativa alla giornata (spesso destinata inevitabilmente a fallire). Tutto ciò avviene per il semplice fatto che abbiamo speso molte energie e risorse nella sua preparazione, attraverso un errore cognitivo che abbiamo già descritto come fenomeno del sunk cost. Ma questo periodo è particolarmente difficile soprattutto per chi ha vissuto un lutto familiare, in un momento in cui la famiglia si riunisce e le sedie vuote diventano più visibili. È, inoltre, un momento di racconti, riti e memorie familiari, attraverso cui si ripercorrono i momenti più belli con la persona persa. Ma si ripensa anche, a prescindere dal lutto, al proprio ruolo in famiglia, alla propria identità, ai conflitti che serpeggiano spesso silenti tra una portata e l’altra delle obbligate riunioni familiari. Insomma, il Natale ci stimola inevitabilmente al ripensamento della nostra storia, di ciò che è stato, e di ciò che vorremmo essere. Consigli pratici Quindi, come possiamo sopravvivere alle feste? Innanzitutto accettando e sostando in quello che è il vissuto di tristezza, senza respingerlo. Ricordiamo infatti che, come ogni emozione, anche quelle negative ci stanno comunicando delle informazioni che vanno ascoltate, per poter essere elaborate. Costruire una routine basata su piccole e semplici azioni e rituali che ci fanno star bene (ad esempio, ritagliarci del tempo per prenderci cura di noi stessi, per le attività che ci appassionano, per incontrare le persone a noi care) può aiutarci a godere dei momenti belli, dandoci la carica di affrontare quelli più duri. La costruzione di nuovi riti familiari, che onorino la persona perduta ma che nascano da una vita familiare successiva al lutto, potrebbe contribuire a creare nuovi momenti di profonda connessione tra i membri. Infine, non dimentichiamo il potere di una dieta equilibrata e dell’attività fisico.

Educazione socio-affettiva

L’ educazione sessuale dovrebbe includere l’educazione emotiva ed affettiva, per un’aspetto, quello della sessualità, che è parte integrante della salute e del benessere di ogni individuo. In Italia è consigliata ma non obbligatoria come altre materie scolastiche. Quando si vuole educare alla sessualità quindi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non ci si deve confondere con l’educazione riguardante il solo “comportamento sessuale”, ma si devono comprendere molte aree (Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA, 2010). L’educazione affettiva ed emotiva dovrebbe accompagnare e completare l’educazione sessuale. Le molteplici emozioni che esperiamo quotidianamente sono rappresentate dai desideri, dalle simpatie/antipatie, dagli innamoramenti e dagli amori che ci mettono in gioco.  Educare individui nella loro interezza, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo, è un compito difficile ma fondamentale che spetta alla famiglia, alla scuola e alla società intera. Il primo gruppo sociale del bambino è la famiglia; poi ci sarà l’asilo nido e/o la scuola dell’infanzia. I fatti di cronaca sempre troppo frequenti legati ad amori violenti, femminicidi, aggressioni da parte di persone fidate o sconosciute danno l’idea di quanto l’educazione all’affettività sia centrale nello sviluppo dell’essere umano fin dalla sua infanzia. Piaget, uno dei più importanti psicologi dell’età infantile, considera essenziale ai fini dell’apprendimento l’interazione fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali già dal periodo preverbale.  L’apprendimento avviene sempre all’interno di una relazione significativa: il bambino, in quanto “essere sociale”, già dai primi mesi di vita inizia a svilupparecompetenze interpersonali: decifrare segnali sociali ed emozionali, ascoltare, mettersi dal punto di vista dell’altro, capire quale comportamento sia accettabile in una situazione. Se pensiamo all’organizzazione del nostro sistema scolastico, l’apprendimento avviene all’interno delle classi, composte dall’insegnante e dagli studenti pari d’età, ognuno portatore della propria unicità.Lavorare con il gruppo e sul gruppo per sviluppare e apprendere un “alfabeto emotivo” è la grande sfida della scuola italiana che non riguarda una disciplina specifica, ma le interessa tutte. Prevedere momenti in cui bambini e ragazzi possono condividere emozioni e stati d’animo crea rispetto e fiducia nell’altro che accoglie; diventano occasioni importanti per de-costruire vecchi e nuovi stereotipi e conoscere e valorizzare le differenze.  Educare all’affettività vuol dire anche educare alle differenze di genere. Il genere è un particolare costrutto sociale in cui si intersecano elementi biologici (i corpi sono differenti), psicologici (le identità, le personalità), culturali e storici (la peculiare declinazione di femminilità e mascolinità che ciascuno apprende e la sua evoluzione nel tempo). Il riconoscimento delle differenze di genere può produrre un’apertura sulle differenze e sulla capacità relazionale che è anche capacità di convivenza..

Sull’importanza del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza sulle donne è un problema di salute di proporzioni globali. È un fenomeno in crescita che ha numerose conseguenze non solo sulle donne, a livello psicologico, sociale e relazionale, ma sulla società tutta. È un fenomeno pervasivo, per cui sono necessari interventi decisi ed efficaci a livello sociale e culturale, insieme ad una presa in carico globale delle donne. In questo quadro, gli psicologi possono svolgere un ruolo fondamentale. Il 25 novembre appena trascorso è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ufficializzata dalle Nazioni Unite nel 1999. È una giornata di riflessione, confronto, rabbia, dolore, forza e coraggio. I dati condivisi sono sempre più allarmanti e disegnano una situazione che sottolinea l’importanza di giornate come il 25 novembre. Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Tra il 1° gennaio e il 19 novembre 2023 in Italia sono stati commessi 106 femminicidi. Sono state uccise 106 donne, una ogni tre giorni. 87 donne sono state uccise in ambito familiare o affettivo, di cui 55 per mano del partner o dell’ex. Sono 30.581 le chiamate registrate al numero antiviolenza 1522 nei primi 9 mesi del 2023 (dati Istat). Circa i due terzi delle chiamate viene poi indirizzata ai servizi più idonei, che in oltre 9 casi su 10 sono centri e servizi antiviolenza, case protette e di accoglienza. Nel 2023, il 47,6 per cento dei casi ha chiesto aiuto poiché vittima di violenza fisica, a seguire c’è la violenza psicologica. La maggior parte delle vittime riporta un lungo vissuto di violenze e in quasi 8 casi su 10 si tratta di violenza in ambito domestico. In oltre la metà dei casi i figli hanno assistito alla violenza. Le vittime hanno dichiarato di aver paura di morire, di temere per la propria incolumità e dei propri cari, di provare ansia e di essere in grave stato di soggezione. Emerge una persistente resistenza a denunciare: solo il 15,8% ha denunciato la violenza subita a causa della vittimizzazione secondaria da parte del sistema giudiziario e dei media. Nonostante tutto questo, si investe ancora troppo poco in prevenzione. Se ne parla ancora poco, spesso in modo confuso. Il ruolo degli psicologi, tra i tanti, è proprio quello di aiutare a sensibilizzare sul tema: conoscerne gli aspetti psicologici, ma anche sociali e culturali, imparare a riconoscere i primi segnali di violenza, sviluppare sensibilità ed empatia, aiutare ad assumere un atteggiamento non giudicante ma accogliente del dolore altrui, riflettere su come si parla di violenza e perché spesso si innalzano difese consce o meno nelle discussioni sul tema. Sono tante le modalità di condivisione e prevenzione del problema della violenza contro le donne, ma qualcosa deve muoversi. Deve avvenire un cambiamento radicale a livello sociale e culturale, dobbiamo comprendere che tutti ne facciamo parte e assumerci, come individui e come società, la responsabilità di dover intervenire, adesso.

“SEX EDUCATION” E IL RUOLO DELLA TERAPIA

di Paola Papini La serie televisiva britannica “Sex Education” è essenziale in un mondo che fa fatica a considerare lapluralità identitaria che caratterizza gli adolescenti dell’ultimo ventennio.La serie teen parla di Otis, un ragazzo di 13 anni, dei suoi compagni di scuola e ha come parola d’ordinel’inclusione. La stagione di chiusura, uscita a settembre del 2023, non ha deluso le aspettative. Infatti, èstata in grado di sfatare miti e tabù sul sesso in modo schietto e semplice, ci ha regalato una visione di unascuola progressista che fa attenzione al benessere della persona e dell’ambiente che viviamo e ha dato lapossibilità di riconoscere quelle che sono le tante condizioni in cui viene vissuta la sessualità e l’intimità adun’età tanto critica come l’adolescenza ma anche a chi, invece, questa fase l’ha già superata.“Sex education” non è solo questo, durante le quattro stagioni si parla di dubbi e paure che si affrontanoalle scuole media, bullismo, genitorialità prendendo in considerazione il contesto e un vissuto di cui si caricaogni attore. Le scene vengono scandite dai diversi personaggi che affrontano i vari compiti evolutivirappresentati come delle sfide e che comportano la messa in gioco delle emozioni così come l’emergere dideterminati tratti di personalità. La fase più comune che è stata rappresentata è quella della formazione diidentità, più nello specifico si parla di diffusione dell’identità.Blos sostiene che obiettivo dell’adolescenza sia l’elaborazione delle esperienze da parte di ragazze e ragazziper arrivare ad un’organizzazione stabile dell’Io. Nel raggiungimento di tale obiettivo l’autore sottolinea daun lato lo sviluppo sessuale e la conseguente lotta che l’Io ingaggia per non essere sopraffatto dall’ondatapulsionale ad esso collegata e, dall’altro, introduce, mutuando il concetto dalla Malher (1975) che avevadefinito l’adolescenza il “secondo processo d’individuazione”, l’attivazione da parte dell’adolescente deiprocessi di separazione e individuazione, che lo porteranno alla costituzione del senso d’identità.Centrale nella serie è, inoltre, il ruolo che riveste la terapia. Emblema di quest’ultima è la mamma di OtisMilburne, che diventa dapprima la terapeuta della scuola per poi passare il testimone al figlio e alla suaamica Maeve che si convincono che possono essere terapeuti dei loro stessi compagni organizzandosi in unprimo momento in dei bagni abbandonati per poi ritagliarsi uno spazio all’interno della scuola.La serie sembra voler, da una parte, normalizzare in modo da far sembrare affrontabili, umane, gestibili e,soprattutto, reali quelle che oggi vengono ancora da molti viste come diversità (omogenitorialità,bisessualità, transessualità…). Viene affrontata, in maniera indiretta, la mancanza di personaleadeguatamente formato all’interno delle scuole che siano in grado di affrontare determinati temi. D’altraparte c’è il rischio di ridurre a dei clichè il ruolo del terapeuta, di confondere quest’ultimo come qualcunoche dispensa consigli piuttosto che occuparsi della sofferenza psicologica, dell’empatizzazione con leemozioni degli altri, dell’ascolto dei pensieri, delle paure, delle gioie e delle delusioni attraverso delletecniche acquisite con la formazione e l’esperienza.Il mondo in cui è ambientato “Sex education” è fondamentale per aprire un dialogo ma allo stesso tempopotrebbe risultare eccessivamente utopico e difficilmente comprensibile a chi ancora mostra delleresistenze alla società contemporanea. Bibliografia Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica trad. it., Franco Angeli, Milano, 1980.Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975) La nascita psicologica del bambino trad. it., Boringhieri, Torino,1978.Erik H. Erikson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando editore

La relazione cogenitoriale e coniugale

L’importanza di studiare le transizioni familiari è stata ampiamente enfatizzata dalla teoria familiare, in quanto i cambiamenti che avvengono nel sistema familiare richiedono un adattamento e una riorganizzazione dell’intera unità. Il passaggio alla genitorialità viene riconosciuto come impegnativo, in quanto richiede ai nuovi genitori degli adattamenti. Cowan et al. (1985) hanno individuato cinque aree che subiscono profondi cambiamenti nel momento della transizione alla genitorialità che sono: l’identità e la vita interiore; i ruoli e la relazione coniugale, che comportano un adattamento alle diverse divisioni del lavoro intra ed extrafamiliare con una nuova suddivisione dei ruoli; i ruoli e le relazioni esterne; i ruoli e le relazioni intergenerazionali; e infine, la modalità di assunzione del ruolo genitoriale. Per questo motivo, la soddisfazione coniugale tende a diminuire durante questo periodo, mentre aumenta il conflitto coniugale (Gottman, 1994; Doss, et al., 2009; Lawrence, et al., 2008; Mitnick, et al., 2009). Alcuni ricercatori sottolineano che i coniugi che sperimentano fiducia e affetto durevoli l’uno verso l’altro possono essere più predisposti a lavorare in modo cooperativo nel dominio della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015; McHale e Fivaz-Depeursinge 1999; Schoppe Sullivan & Mangelsdorf, 2013). Inoltre, la ricerca evidenzia che i matrimoni caratterizzati da sostegno e amore, quando hanno un bambino piccolo, hanno un’influenza positiva sulla cogenitorialità (Cox et al. 1999, b; Schoppe-Sullivan et al. 2004); al contrario il conflitto coniugale è stato associato al coparenting competitivo (Krishnakumar e Buehler 2000). La ricerca nell’ambito della cogenitorialità si è, quindi, domandata su quale fosse il rapporto tra i processi coniugali e cogenitoriali (Ardone & Chiarolanza, 2007). È importante considerare che la cogenitorialità è teorizzata ad un livello triadico o dell’intera famiglia, mentre la relazione coniugale si struttura ad un livello diadico. La teoria sistemico familiare considera la relazione coniugale e la relazione coparentale come due sottosistemi diversi, ma interconnessi e interdipendenti tra di loro. L’analisi della letteratura fornisce un supporto empirico parziale ma rilevante rispetto a questa ipotesi, in quanto evidenzia una connessione tra la relazione coniugale e cogenitoriale. Da un punto di vista coniugale le coppie che si definiscono soddisfatte mostrano più calore, cooperazione, supporto reciproco e meno conflittualità quando interagiscono di fronte ai figli, rispetto alle coppie insoddisfatte (Lewis, Tresch-Owen & Cox, 1988). Altri ricercatori (Erel & Burman, 1995) hanno sostenuto che la cogenitorialità può essere influenzata dal conflitto coniugale. Inoltre, come riportato dalle autrici R. Ardone e C. Chiarolanza (2007, pag. 166): «la presenza di uno squilibrio di potere nella relazione coniugale si legherebbe a una maggiore discrepanza tra padre e madre nel coinvolgimento parentale», con le madri maggiormente coinvolte nelle relazioni triadiche. La discrepanza di potere nella coppia e nella relazione con bambini può portare a varie situazioni familiari: un partner ha potere in entrambe le aree; oppure un partner ha più potere nell’area coniugale e l’altro nell’area genitoriale in modo compensatorio. La relazione coparentale è una componente dinamica che in parte è distinta sia dalla relazione coniugale e da quella genitore-figlio. La letteratura ha evidenziato che il comportamento coparentale esercita sullo sviluppo infantile un’influenza maggiore di quella esercitata dal comportamento coniugale (McHale & Rasmussen, 1998). Margolin, Gordis e John (2001) sottolineano che la cogenitorialità può essere considerata un fattore che media l’associazione tra relazione coniugale e genitorialità. Una cogenitorialità funzionale può supportare anche la relazione genitoriale diadica, permettendo così che si rimettano in equilibrio il peso e l’ansia delle responsabilità parentali, prevenendo percorsi depressivi da parte di ciascun genitore che si può trovare a vivere una condizione emotiva di solitudine (Ardone & Chiarolanza, 2007). Per comprendere come i cambiamenti nella qualità coniugale possono avere effetti sul processo cogenitoriale esistono tre ipotesi: l’ipotesi dello Spillover, l’ipotesi Compensatoria e l’ipotesi del Fattore Comune. L’ipotesi dello Spillover o ipotesi del riversamento (Easterbrooks & Emde, 1988) sostiene che, se i genitori sperimentano delle relazioni matrimoniali soddisfacenti saranno più disponibili e sensibili nei confronti dei bisogni del figlio e nel caso di relazioni insoddisfacenti possono essere meno disponibili e sensibili verso i figli; questa ipotesi è la più studiata e confermata in letteratura. L’ipotesi Compensatoria (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984) sostiene, invece, una relazione inversa tra soddisfazione coniugale e qualità della relazione genitoriale. Ciò implica che un livello elevato di stress coniugale può incrementare l’attenzione dei genitori nei confronti dei bisogni dei figli, per compensare la soddisfazione carente nell’altro sottosistema (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984). Infine, l’ipotesi del Fattore Comune propone che le caratteristiche di personalità dei genitori potrebbero essere ritenute come variabili esplicative alla base sia della relazione instaurata con il figlio che di quella fra i partner (Binda, 1996). Tra i pochi studi longitudinali che esaminano le relazioni familiari e il loro impatto sulla genitorialità e sullo sviluppo del bambino, vi è la ricerca di Christopher, et al., (2015); i risultati di questa ricerca insieme agli studi recenti suggeriscono che il modo in cui la qualità coniugale si collega e influenza la genitorialità può essere diverso per madri e padri. Questo perché esistono ruoli diversi tra i genitori nel sistema familiare. Pertanto, sebbene sia le madri che i padri sperimentino emozioni negative in seguito a una qualità coniugale compromessa, la ricerca ci porta a pensare che la genitorialità dei padri può essere maggiormente influenzata negativamente dal conflitto interparentale rispetto alla genitorialità delle madri (Christopher, et al., 2015; Harold et al. 2012; Coiro & Emery, 1998; Levenson & Gottman, 1985; Wang & Crane, 2001). Ad oggi, nonostante alcuni dati empirici, la comprensione del rapporto tra il sottosistema coniugale e quello cogenitoriale non è completa (Margolin, Gordis & John, 2001). Complice di questa poca chiarezza è sicuramente la mancanza di ricerche longitudinali, ma anche ricerche che hanno utilizzato misure pre-natali della coniugalità, valutazioni dei genitori sulle aspettative della genitorialità prima della nascita del figlio o una singola misura della coniugalità nello stesso momento della valutazione della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015). La letteratura sulle dinamiche di coparenting per quanto sia ancora in evoluzione, sottolinea l’importanza di creare interventi che sostengano la transizione alla genitorialità per i coniugi e che promuovano la qualità coniugale durante questa

Il punto sulla Fibromialgia.

di Grazzini Emanuela e Mahony Alessandro Questo articolo vuole essere un breve ma il più chiaro possibile riassunto su cosa riteniamo sia la cosiddetta Fibromialgia in modo da permetterne una comprensione maggiore possibile per i pazienti, per i colleghi, e per gli operatori sanitari. Sia sulla base della letteratura scientifica che della nostra lunga esperienza clinica è necessario, a nostro parere, fare il punto sullo stato attuale di quella che viene attualmente chiamata “Sindrome Fibromialgica”. Ci sono infatti diverse cose da evidenziare che troppo spesso “sfuggono” per la comprensione della malattia e quindi per una corretta impostazione di una cura. La prima cosa da ricordare è che si tratta tuttora di una “non-diagnosi”; o meglio, si tratta ad oggi di una diagnosi per esclusione. Non esistono infatti marcatori biologici affidabili per tale diagnosi. Si va quindi semplicemente per esclusione. In più di vent’anni che vediamo pazienti con la “Fibromialgia” abbiamo visto molte diagnosi palesemente errate. Pazienti con insufficienti indagini diagnostiche hanno ricevuto una diagnosi di Fibromialgia pur non avendone le caratteristiche necessarie. Ma anche parallelamente pazienti che hanno ricevuto diagnosi organica con terapie inutili perché comunque non correlate ad essa. A volte la diagnosi è una diagnosi “di comodo”, nel senso che il medico non trova nulla ma alla fine, dato che il paziente porta una variegata serie di dolori e di sintomi – soprattutto porta un carico di dolore fisico molto pesante- bisogna fare una diagnosi accettabile. Non è quindi facile fare una corretta diagnosi di Fibromialgia. Diversi specialisti pur con la stessa preparazione la possono pensare in modo diametralmente opposto e confutarsi a vicenda la diagnosi nello stesso paziente. Rendendolo sempre più confuso. Abbiamo quindi da diversi anni una malattia che “non esiste”, in quanto non è tuttora organicamente dimostrabile, ma che porta notevoli dolori ovunque, non ti fa più vivere, a volte risulta invalidante e spesso nessuno ci crede. Chi non crede nell’esistenza di questa malattia dice che i pazienti soffrono di isteria, di conversione, oppure che si lamentano per attirare attenzione, o sono depressi o quant’altro. Per molti medici ancora oggi la Fibromialgia appunto “non esiste”. Chi “ci crede” invece si vorrebbe rifare a ricerche di reumatologia, di immunologia, di terapia del dolore, e perpetua tutta una serie di credenze e di opinioni dure a morire e tuttora da dimostrare, per le quali si afferma ancora che è una malattia gravissima, che non si può guarirne perché non hanno mai visto nessuno guarire, e che la si dovrà tenere per tutta la vita, alimentando un’ipotesi catastrofica sulla prognosi della malattia, non sostenuta però dalle evidenze cliniche.  Riferendoci puramente alla letteratura scientifica sull’argomento, abbiamo una serie di ricerche che si smentiscono e si contraddicono tra di loro. Dobbiamo chiederci se sono state effettuate su campioni attendibili con una diagnosi – su una malattia non dimostrabile – corretta, con metodologie adeguate, con campionatura adeguata e con gruppi di controllo adeguati. Ma soprattutto chiediamoci se i pazienti sono stati ascoltati correttamente. Il modello medico purtroppo prevede un ascolto del paziente di alcuni minuti, e ulteriori controlli periodici sempre di pochi minuti forse anche non con lo stesso specialista. Il modello e il percorso psicologico/psicoterapeutico prevede invece un ascolto costante e continuativo dei sintomi e dei vissuti del paziente, con monitoraggi e follow-up mirati, per un periodo di tempo significativamente idoneo. E’ proprio la modalità psicologica che ha permesso di evidenziare le caratteristiche del paziente fibromialgico che assai difficilmente potrebbero essere rilevabili in un modello medico non esaustivo dei vissuti emotivi del paziente, e quindi non sufficientemente valutati ai fini di una comprensione eziopatologicamente significativa della malattia. Le caratteristiche fondamentali più volte evidenziate e sottolineate per una diagnosi che si rivela maggiormente utile ad un percorso terapeutico sono:  1) La presenza di dolori costanti o periodici di vario tipo con una particolare asimmetria a livello sagittale. Ad una accurata visita medica vi può anche essere asimmetricità dei riflessi, come ad esempio il riflesso patellare. 2) La presenza di una serie di sintomi legati ad una ipersensibilità ed ipereccitabilità sensoriale del Sistema Nervoso Centrale, spesso sottovalutati, che riguardano i sensi: la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto, con tutta una serie di sensazioni fisiche e psicologiche modificate e il loro impatto disregolato. 3) La presenza di problematiche psicologiche che sono effetto e non causa della sindrome fibromialgica: il fibromialgico ad esempio è spesso depresso a causa di tutto ciò che deve sopportare ogni giorno, manifesta ansia, sperimenta uno stato di continua allerta, presenta problemi di memoria, di stabilità fisica (es. vertigini), disregolazione emotiva e neurofisiologica e tanto altro. I sintomi nella loro totalità sono moltissimi, e purtroppo ci si concentra ancora troppo spesso sul sintomo “dolore”, che l’esperienza ci ha più insegnato essere soltanto la punta dell’iceberg di tutta quanta la sindrome, ed il motivo per il quale il paziente chiede aiuto.               Ecco, l’errore più grande nella diagnosi e nella terapia è il considerare l’equazione fibromialgia = dolore. La fibromialgia è molto di più, e senza questa comprensione non può esistere una terapia medica. E’ a pieno titolo una Sindrome di Ipersensibilità Centrale.  4) La presenza sine qua non per la diagnosi di uno o più eventi psicotraumatici alla base è da considerarsi la causa principalmente scatenante di tutta la sintomatologia. La Sindrome Fibromialgica sembra in alcuni casi manifestare sintomi sovrapponibili alla Sindrome Post- Traumatica da Stress (PTSD), e molto di più ad eventi post-traumatici a partire dall’età evolutiva. I pazienti trattati a partire da questa fondamentale consapevolezza ottengono infatti risultati concreti nella terapia, contrariamente a molti altri approcci che non portano a dati di migliramento significativo. I traumi possono essere di diverso tipo: o unico e scatenante, generalmente molto forte ed intollerabile per chiunque (esempio il subire una guerra, il subire uno stupro, la morte di una persona cara e tanti altri), oppure una complessità di eventi emotivamente traumatici di diverso genere prolungati nel tempo (es. subire mobbing lavorativo, subire minacce continue, maltrattamenti indiretti, disorganizzazione dei ruoli in età evolutiva, vivere in

Migrazione e nostalgia di casa: quali effetti sulla salute mentale dei rifugiati?

Esseri umani in cerca di una vita migliore. Questa è l’essenza del fenomeno migratorio.  Come sottolineato da Renos Papadopoulos (2007), essere un migrante o un rifugiato non è una condizione psicologica di per sé, bensì una condizione politico-sociale che può avere implicazioni psicologiche. Alcune persone diventano migranti perché sono forzate, in maniera diretta o indiretta, ad abbandonare la propria casa a causa di politiche estreme o azioni militari messe in atto da gruppi di persone o dallo stesso Stato; per tali ragioni, sono costrette a spostarsi in un altro posto nel mondo. Alcune persone diventano, quindi, migranti o rifugiati come conseguenza di avverse circostanze socio-politiche, nel tentativo di iniziare una nuova vita. La vita del migrante è spesso caratterizzata da perdita, sofferenza, rottura dei legami con la famiglia ed il luogo d’origine, violenza, disorganizzazione dell’identità, potenziali esperienze traumatiche che comportano la perdita di parti sane del Sé e, con esse, la speranza e la fiducia nel futuro. Diverse meta-analisi attestano il carico di salute mentale vissuto dai rifugiati legato alle esperienze traumatiche prima e durante la migrazione forzata, moderato da fattori di stress post-migrazione. Uno di questi fattori di stress è il semplice fatto di aver lasciato la propria casa, in caso di sfollamento forzato o persecuzione politica, spesso senza sapere quando o se mai sarà possibile un ritorno. Bhugra et al. (2011) descrivono come la migrazione porti universalmente alla “perdita di ciò che è familiare” e che il lutto per questa perdita può causare un disagio significativo, un fenomeno che Eisenbruch (1991) chiamava “lutto culturale”. Nostalgia di casa, salute mentale e rifugiati La nostalgia di casa nei rifugiati dovrebbe essere considerata come un fattore di rischio che aggrava problematiche relative alla salute mentale e/o come conseguenza di uno scarso adattamento psicologico. La nostalgia di casa sembra essere un’esperienza piuttosto universale che si manifesta su diversi livelli: emotivo (ad esempio, desiderio di casa, sensazione di solitudine, umore abbattuto), cognitivo (ad esempio, pensieri preoccupanti su ciò che è mancato), comportamentale (ad esempio, comportamento introverso o aggressivo) e somatici (ad esempio perdita di peso, disturbi del sonno). Esiste una sostanziale sovrapposizione con i sintomi depressivi e, inoltre, è stato riscontrato che la nostalgia di casa è correlata all’ansia e alla rabbia. Un desiderio eccessivo di casa potrebbe interferire con l’adattamento a un nuovo posto e, viceversa, i problemi di adattamento potrebbero esacerbare la nostalgia di per sé. La separazione dalla famiglia e lo stress generato dall’entrare in contatto con nuovi posti e nuove culture sono stati identificati nei rifugiati come importanti fattori che contribuiscono allo scarso adattamento post-migrazione e a problematiche di salute mentale (Rosner et al, 2022). La ricerca di Rosner et al. (2022) Rosner et al. (2022) hanno esplorato l’associazione tra nostalgia di casa e salute mentale in una popolazione di rifugiati. Individui provenienti da diversi paesi (N = 99) richiedenti asilo in Germania sono stati valutati per la nostalgia di casa, le variabili legate alla migrazione (ad esempio, numero di perdite e fase della procedura di asilo) e i sintomi di salute mentale (sintomi di depressione, stress post-traumatico e dolore prolungato). Il campione era formato da 99 individui che avevano presentato domanda di asilo in Germania. I tassi di una probabile diagnosi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) erano alti (45%) così come di depressione (42%). Inoltre, quasi tutti i partecipanti (92%) hanno riferito la perdita di almeno una persona cara e il 20% ha soddisfatto la diagnosi di disturbo da lutto prolungato (PGD). I partecipanti hanno mostrato livelli sostanziali di nostalgia di casa. Nel complesso, la segnalazione di una maggiore nostalgia di casa è stata associata a problemi di salute mentale più gravi, in particolare a sintomi depressivi e a sintomi di stress post-traumatico. Tuttavia, nel campione, l’associazione con i sintomi di salute mentale era principalmente guidata da quegli elementi che facevano emergere problemi di adattamento rispetto alla nuova situazione o da quelli che facevano leva su sentimenti di isolamento. Sono stati individuati tre fattori che influivano sulla salute mentale dei rifugiati: (1) difficoltà di adattamento e solitudine, (2) ruminazioni sulla casa e (3) famiglia e/o amici scomparsi. Mentre le difficoltà di adattamento e la solitudine – oltre al tempo trascorso dall’arrivo in Germania – erano associate a problemi di salute mentale (sintomi depressivi e di stress post-traumatico), il rimuginare sulla casa era correlato a variabili legate alla migrazione (numero di perdite e status di asilo). I problemi di adattamento alla nuova situazione sembrano promuovere l’associazione con più gravi problemi di salute mentale nei rifugiati (Rosner et al, 2022). Il campione ha mostrato una forte nostalgia di casa, che potrebbe essere spiegata da diverse ragioni: di regola, non hanno scelto di essere separati dalla propria casa, ma circostanze terribili li hanno costretti a lasciare casa e i propri cari. Inoltre, la separazione momentanea spesso si trasforma in perdita definitiva, sia essa la perdita della casa o dei propri cari. Infine, i rifugiati si trovano spesso ad affrontare fattori di stress legati al “nuovo posto” molto impegnativi, ad esempio un reddito molto basso o nullo, restrizioni riguardanti l’alloggio o l’occupazione e uno status di asilo incerto; questi sono tutti determinanti sociali della salute mentale, di cui si dovrebbe essere consapevoli (Rosner et al, 2022).  In conclusione La valutazione della nostalgia di casa nelle popolazioni di rifugiati ha anche una grande importanza clinica. La nostalgia di casa è un tema ricorrente che viene spesso sollevato durante il trattamento da pazienti costretti a lasciare il proprio paese e che sono in cura per disturbo da stress post-traumatico e/o altri problemi di salute mentale. Ad esempio, Stroebe et al. (20) hanno proposto un modello a doppio processo per affrontare la nostalgia di casa (DPM-HS) che potrebbe informare anche i professionisti della salute mentale che lavorano con i rifugiati: soffrendo di nostalgia, gli individui oscillano tra l’intrusione e l’evitamento riguardo sia ai sintomi legati alla perdita che ai problemi di adattamento; hanno bisogno di acquisire strategie di regolazione delle emozioni più funzionali che consentano loro di affrontare il dolore e il desiderio,

Lo psicologo militare: molto più di “ti piacciono i fiori?”

di Eleonora Barzan Definita dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) come “disciplina volta a comprendere, sviluppare e facilitare i processi organizzativi peculiari della realtà militare, allo scopo di potenziare l’efficacia e l’efficienza operativa delle Unità, mediante l’ottimizzazione del rapporto tra organizzazione ed individuo”, la Psicologia Militare rappresenta un campo specialistico della psicologia molto articolato, che va ben oltre la somministrazione del singolo test psicologico con domande apparentemente non inerenti (come “ti piacciono i fiori?” appunto). Questa sua caratteristica multidimensionale si concretizza attraverso molteplici aree di intervento interne ai contesti delle quattro Forze Armate, composte da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri. Una prima area in cui opera lo psicologo militare che può essere citata è inerente alla selezione e alla valutazione del personale. Il primo momento in cui il singolo individuo verrà a contatto con lo psicologo militare sarà, infatti, proprio durante i concorsi dove, in seguito alle ulteriori prove di natura fisica e culturale, verrà svolto anche un processo di selezione volto ad individuare i candidati aventi una struttura di personalità ed un funzionamento maggiormente compatibili con le richieste della singola Forza Armata. I processi di valutazione, va sottolineato, non terminano una volta conclusa la selezione, bensì si ripresentano durante i vari anni di servizio qualora fosse necessario esprimere un parere professionale riguardo all’idoneità di un determinato militare per specifiche missioni, specialmente per quelle categorizzate come ad alto rischio. Le valutazioni degli psicologi militari possono, inoltre, essere richieste anche per eventuali avanzamenti di carriera. Per ciò che concerne del Forze Armate del nostro Paese, le varie valutazioni volte ad individuare il personale che più si ritiene adeguato ad un determinato ruolo e contesto per prevenire situazioni di disadattamento, si svolgono principalmente attraverso:● Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 (MMPI-2), test composto da 567 item a risposta dicotomica volto ad indagare e valutare il profilo psicologico del soggetto;● Il test autobiografico, composto da domande aperte inerenti a differenti contesti di vita;● Il simulatore di plasticità cerebrale, strumento attraverso cui viene valutata la velocità di pensiero e l’attenzione visiva mediante l’utilizzo di varie situazioni ipotetiche e test;● Il colloquio con lo psicologo e/o lo psichiatra, dove verranno approfonditi diversi contesti di vita personale e professionale del candidato o del militare. Gli psicologi militari hanno un ruolo importante nella promozione del benessere psicofisico del militare e nella prevenzione o nell’eventuale trattamento di stress, disagio psicologico o psicopatologia dell’individuo. Le malattie mentali che potrebbero presentarsi davanti ad uno psicologo militare, va sottolineato, non sono proprie di questo particolare contesto; tuttavia, le situazioni a cui si espone chi è arruolato in una Forza Armata sono certamente differenti da quelli della vita quotidiana di un civile e la grande quantità di stress a cui devono far fronte non funge da fattore di protezione per un eventuale sviluppo di un quadro psicopatologico. Le situazioni che si presentano nella vita di questi individui sono, infatti, composte da un’alta potenzialità traumatica, dove la loro sicurezza è messa costantemente in dubbio. Tra i principali problemi che i militari delle varie Forze Armate si trovano a dover affrontare possono essere citati il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), l’emergere di sensi di colpa, varie difficoltà di coppia o con la propria famiglia, disturbi del sonno causati da incubi e presenza di flashback. Restando all’interno dell’ambito clinico, lo psicologo militare non deve intervenire solamente laddove i sintomi di una sofferenza siano già presenti, ma anche in contesti preventivi, specialmente in riferimento alla prevenzione di condotte a rischio o di devianza, quali autolesionismo e suicidio o tossicodipendenza, e mediante il supporto psicologico laddove si fosse verificato un evento potenzialmente traumatico. Infine, gli psicologi militari risultano avere ruoli importanti anche nel fornire formazione ai militari su tecniche di gestione dello stress derivante dalla loro vita professionale. Si occupano, inoltre, di analizzare periodicamente il clima organizzativo e psicologico derivante dall’organizzazione per poter promuovere efficacemente il benessere psicofisico.Ciò che è necessario sottolineare per le varie figure professionali, psicologi compresi, che intendono approcciarsi al contesto lavorativo militare, è l’importanza di non sottovalutare le sfide etiche che potrebbero presentarsi.Oltre al codice deontologico di riferimento, è fondamentale sviluppare un’approfondita conoscenza delle istituzioni militari e del diritto militare del Paese in cui si sta operando. Uno tra gli ostacoli che potrebbe presentarsi nel tentativo di bilanciare nel modo più etico possibile le esigenze della Forza Armata e i bisogni del singolo militare, può essere rappresentato dalla necessità di prendere una decisione in relazione al riportare o meno quest’ultimo sul campo, qualora dovesse avere un disturbo mentale. Ulteriore ostacolo per gli psicologi militari è rappresentato dal concetto di riservatezza, che acquisisce un’accezione differente rispetto a quella inerente alla pratica in un ambiente civile. All’interno del contesto militare, gli psicologi devono mantenere il miglior equilibrio possibile tra il benessere del singolo individuo e della Forza Armata di riferimento, informando i militari della possibilità di dover divulgare alcune informazioni per la protezione della missione militare, generalmente riguardanti giudizi di idoneità. All’interno di questo breve articolo, sono quindi state citate alcune aree di intervento degli psicologi che decidono di operare all’interno di un contesto così delicato. Oltre a quelli qui affrontati, i compiti di uno psicologo militare vanno a comprendere numerose altre attività, inerenti alla singola persona e alla sua vita professionale, all’organismo militare e all’individuo all’interno di specifici contesti di operazioni militari. Ciò che è importante sottolineare è, quindi, l’interdipendenza di queste aree di lavoro e la conseguente necessità di integrare numerose attività che coprano ognuna di queste aree, per poter permettere ai militari di preservare il loro benessere psicofisico e alle Forze Armate di essere il più efficaci possibile. Bibliografia ● Camp, N. M. (1993). The Vietnam War and the ethics of combat psychiatry. American Journal of Psychiatry, 150, 1000–1010.● CNOP (n.d:) Lo Psicologo Militare● Howe, E. G., & Jones, F. D. (1994). Ethical issues in combat psychiatry. In R. Zajtchuk, R. F. Bellamy, & D. P. Jenkins (Eds.), Textbook of military medicine: War psychiatry (pp. 115–131). Falls Church, VA: Office of the Surgeon General, U.S. Department of the Army.● Isaeva Muhabbat

La Scuola Campana di Neuropsicologia “ L. Witmer” (2008-oggi)

Francesca Cimmino, Psicologa, P s i c o t e r a p e u t a s i s t e m i c o – relazionale, Studio Medico Petrarca, Napoli Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania L a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia Clinica, Riabilitativa e Forense “Lightner Witmer” (SCNp), nasce il 18 dicembre 2008 come Associazione Culturale Nazionale, d a l l a p a s s i o n e p e r l a neuropsicologia che accomuna un gruppo di psicologi campani. Gli stessi che hanno intrapreso, in momenti diversi, una formazione specifica nel corso del loro tirocinio professionale sotto la guida di Michele Lepore. La Scuola ha lo scopo di riunire gli psicologi e quanti o p e r a n o n e l l ’ a m b i t o d e l l a Neuropsicologia clinica, riabilitativa e forense attraverso una serie di attività. Tra queste, lo studio e la r i c e r c a n e l l ’ a m b i t o d e l l a neuropsicologia; la valorizzazione delle professionalità in questo ambito; l’organizzazione di riunioni e convegni, attività di informazione, formazione, aggiornamento e ricerca; la concessione di patrocini e riconoscimenti ad associazioni, istituzioni e centri clinici pubblici e privati; la pubblicazione di periodici e di prodotti editoriali, multimediali e non, anche sul WEB. Omaggio a Lightner Witmer, fondatore, nel 1896, della prima clinica psicologica presso l’Università di Pennsylvania ( d o v e i n a u g u r ò i l p r i m o insegnamento di Psicologia Clinica) e della prima rivista di Psicologia Clinica, Psychological Clinic. Questa apre il primo numero con un articolo introduttivo che riporta due interventi c l i n i c i che oggi definiremmo “neuropsicologici” (diagnostici e riabilitativi). Ciò sottolinea, a distanza di un secolo, lo stretto rapporto tra neuropsicologia e psicologia clinica, già cento anni fa così strettamente interconnesse. Nel corso degli anni la SCNp è riuscita a realizzare numerose iniziative. A partire dal ciclo di nove seminari aperti a tutti (tenutisi nella cornice di Villa Savonarola a Portici, nel 2009) con la finalità di divulgare la neuropsicologia agli addetti ai lavori, ma anche a chi fosse interessato a latere agli argomenti proposti (es. familiari di pazienti affetti da disturbi cognitivi, insegnanti di istituti scolastici, o semplici curiosi). Per passare poi al Corso Teorico-Pratico, nato con lo scopo di valorizzare i test neuropsicologici come strumenti clinici, ausili importanti del processo diagnostico in neuropsicologica che, seppur considerati come un’abilità di base dello psicologo clinico, non possono prescindere da un’elevata abilità psicologico-clinica, da conoscenze s p e c i fi c h e d e i d i s t u r b i neuropsicologici, da capacità di osservazione clinica e da un adeguato ragionamento diagnostico. L’iniziativa sicuramente tra le più rilevanti è stata quella del Master biennale, che si è svolto per due e d i z i o n i consecutive ed ha rappresentato la base formativa per svolgere l’attività di Esperto in N e u r o p s i c o l o g i a C l i n i c a e Riabilitativa in molti contesti, compresi quello libero professionale e l’ospedalità pubblica e privata; Centri di riabilitazione; unità di valutazione Alzheimer (u.v.a.); enti assistenziali e scuola. Rivolto esclusivamente agli iscritti all’albo A degli psicologi, volto soprattutto all’acquisizione di competenze cliniche (oltre che tecniche) per consentire all’allievo di integrare la pratica neuropsicologica con i modelli teorici e operativi della psicologia clinica, secondo un modello biopsicosociale di presa in carico del paziente. Durante le edizioni del Master, la Scuola ha annoverato tra i suoi docenti i maggiori esperti di Neuropsicologia del panorama italiano, ma anche s t r a n i e r o (come Anna L i s e Christensen, allieva di Alexandr R. Luria) ed ha distribuito numerose di borse di studio. Grazie alla multi-disciplinarietà ed alla varietà degli ambiti di applicazione della materia, è stato possibile aprire un dialogo importante anche con gli Avvocati, attraverso Seminari e Tavole Rotonde in cui è stato messo in risalto il contributo che le due m a t e r i e ( n e u r o p s i c o l o g i a e giurisprudenza) possono darsi vicendevolmente, in particolare in alcuni settori (es. risarcimento del danno). Durante questi anni, la Scuola è riuscita ad avere un rilievo anche in ambito politico-professionale, con l’elezione per due mandati del Direttore Scientifico Michele Lepore a consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Campania, ed a vincere il progetto MMT (Mind Management Training), cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile nell’ambito del Bando “Giovani per il Sociale”, attuato dalla Scuola da ottobre 2015 ad aprile 2018, che si è posto come obiettivo principale il potenziamento, attraverso un training abilitativo, delle “funzioni esecutive”, un insieme di capacità c o g n i t i v e c r u c i a l i p e r l’organizzazione, l’ottimizzazione ed il monitoraggio del funzionamento mentale, allo scopo di compensare lo svantaggio culturale di alcuni studenti a rischio di abbandono scolastico e di comportamenti antisociali, coinvolgendo attivamente le famiglie ed il corpo scolastico.

La nascita dell’A.It.Ri.N.P. (Ass. It. Terapisti Riabilitazione Neuropsicologica) e l’ipotesi di un modello operativo in riabilitazione cognitiva

Anna De Filippo, Logopedista, Stazione Climatica Bianchi, Portici (Na) Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ho iniziato ad occuparmi di riabilitazione cognitiva sin dai tempi degli studi universitari, ero iscritta al corso di laurea in Logopedia presso il II Policlinico e, durante l’ultimo anno, per la stesura della tesi, ho frequentato il laboratorio di Neuropsicologia, dove ho avuto il privilegio di lavorare con il Prof. Dario Grossi, di cui ancora oggi ricordo con a f f e t t o g l i insegnamenti e l’umanità. La mia tesi di laurea divenne poi il capitolo 10 del libro che stiamo ricordando. All’epoca non erano molti i logopedisti che si occupavano di riabilitazione cognitiva, che era un ambito che si basava su modelli e ricerche relativamente recenti, ed il lavoro del logopedista era, all’epoca, p r i n c i p a l m e n t e , s e n o n esclusivamente, indirizzato alla comunicazione verbale. Di seguito ho iniziato a lavorare presso una clinica di Riabilitazione (Stazione Climatica Bianchi) dove, sotto la guida del prof Grossi, e al resto dell’equipe riabilitativa, ci si dedicava con entusiasmo e creatività alla ricerca di nuovi metodi e tecniche di riabilitazione seguendo i principi d e l l a n e u r o p s i c o l o g i a e dell’approccio razionale e cognitivo. Il continuo e appassionato confronto tra le varie figure professionali coinvolte nella riabilitazione dei pazienti (logopedisti, fisioterapisti, psicologi, neurologi, fisiatri) ha contribuito alla nascita di idee, materiali e tecniche realizzate ad hoc per ogni caso da riabilitare. Mi è difficile evitare un taglio troppo autobiografico e non avere un velo di malinconia, ma ancora adesso mi capita di rivivere i momenti dove t a n t e i d e e s o n o n a t e t r a ragionamenti, passione, ironia e un fondamentale spirito di gruppo. Ed è in questa a atmosfera che nacque l ’ idea di creare un associazione, che potesse essere punto di riferimento per quelle professioni che, implicate nel mondo riabilitativo, si sentissero vicine ad un approccio neuropsicologico scientifico, secondo le moderne teorie cognitive. Nacque così l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), che partecipò attivamente all’organizzazione ed alla realizzazione dell’Itinerario della Riabilitazione in Campania, un viaggio scientifico-culturale che si propose, attraverso l’integrazione dei vari saperi e modelli di riferimento, italiani e non, di sensibilizzare gli utenti e gli operatori del vasto mondo della riabilitazione, focalizzando l’attenzione sui modelli cognitivi funzionali efficaci al recupero della salute del paziente, l o n t a n o d a l l e s o l e l o g i c h e economiche e burocratiche. Ripenso all’opportunità che ho avuto di prendere parte attivamente a tutto questo fermento, e nei venti anni che sono seguiti da allora ho conservato nel mio lavoro la passione, l’entusiasmo e gli insegnamenti di allora, i l più i m p o r t a n t e d e i q u a l i è l a condivisione, l’integrazione e il confronto continuo tra tutti i professionisti coinvolti nella cura del paziente.

L’APPLICAZIONE DEI NUDGE NEL CONTESTO ORGANIZZATIVO

di Beatrice Brambilla 1 – IntroduzioneSe è noto l’utilizzo dei pungoli nel campo d e l l a p o l i t i c a , d e g l i investimenti, dei risparmi e della salute pubblica (Hallsworth et al., 2016; Halpern, 2015; Halpern & Sanders, 2016; OECD, 2017), l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è u n ’ a r e a a n c o r a mo l t o p o c o sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici (Ilieva & Drakulevski, 2018; Wong- Parodi, Krishnamurti, Gluck & Agarwal, 2019). L’idea che la principale motivazione dei lavoratori sia la remunerazione è emersa nel famoso libro “La ricchezza delle Nazioni” pubblicato da Smith nel 1776 e si è continuato a diffondere prima con Taylor e successivamente con Ford. In realtà, il legame tra prestazioni e retribuzioni non è così ovvio come sembra: se da una parte l’Econe risponde solo a stimoli monetari, quest’ultimi nell’Umano, invece, possono causare anche dei peggioramenti delle prestazioni, soprattutto nei compiti di natura intellettuale (Singler, Ariely, Gneezy, Lowenstein & Mazar 2009). I nudge riguardano la progettazione delle scelte delle persone, sono molto convenienti perché semplici ed economici, ma con un’efficacia di risultati molto alta: essi, infatti, aiutano gli individui a trasformare le loro intenzioni personali in azioni, preservando sempre la libertà di scelta (Service et al., 2014; Ilieva & Drakulevski, 2018). Questo risulta f o n d a m e n t a l e n e l c o n t e s t o organizzativo perché spesso quando si cerca di implementare un cambiamento nascono d e l l e resistenze da parte dei lavoratori perché è d i f fi c i l e modificare comportamenti e abitudini radicate. Grazie agli studi della psicologia economica si può comprendere meglio il funzionamento dell’uomo e, quindi, trovare le strategie migliori per diminuire tali resistenze e raggiungere importanti risultati. Nonostante sia provata l’efficacia di t a l i i n t e r v e n t i n e l c o n t e s t o organizzativo, oggigiorno ci sono pochi studi empirici che hanno indagato gli effetti a lungo termine di queste strategie e forse per questo motivo i dirigenti d’azienda tendono ad assumere un atteggiamento scettico nei loro confronti (Venema, Kroese, & De Ridder, 2018; Ilieva & Drakulevski, 2018). Per colmare le lacune nelle applicazioni delle intuizioni della psicologia economica sul luogo di lavoro, Ilieva e Drakulevski (2018) hanno fatto una selezione di dominio generale di alcuni studi, che ha permesso loro di individuare le quattro strategie di nudging maggiormente utilizzate: in primo luogo, i promemoria sono risultati essere molto utili per affrontare la limitata attenzione e le capacità cognitive degli uomini; essi, infatti, modificano la salienza e la facilità di accesso di alcune informazioni, indirizzando i lavoratori verso decisioni migliori (Haugh, 2017; Szaszi, Palinkas, Plalfi, Szollosi & Aczel, 2018). Tra gli altri nudge maggiormente implementati si ritrovano le opzioni predefinite, che risultano efficaci in quanto sfruttano l’inerzia delle persone e l’avversione alle perdite, lasciando comunque al decisore la libertà di selezionare un’impostazione diversa (Münscher, Vetter & Scheuerle, 2015). Inoltre, dal presupposto che ci sia un divario tra le intenzioni dell’individuo a comportarsi in un determinato modo e il suo comportamento effettivo sono nate un insieme di strategie c h e s i f o c a l i z z a n o s u l raggiungimento degli obiettivi: questi tipi di interventi aiutano a definire quali sono le condizioni che attivano determinati comportamenti nelle persone (Service et., 2014). In particolare, è stato scoperto che quando alle persone viene chiesto quali siano le loro intenzioni, diventano più propensi a comportarsi in maniera conforme alla risposta data (Thaler & Sustein, 2008). Infine, Shantz e Latham (2011) hanno s c o p e r t o c h e s i c r e a n o inconsciamente dei legami tra una determinata situazione futura e il c o m p o r t a m e n t o fi n a l i z z a t o all’obiettivo. Analogamente a quanto descritto sopra, il priming attiva una condotta inconsciamente: si è scoperto che è possibile influenzare il comportamento delle persone rendendo certi elementi visibili e rilevanti. Ad esempio, oggetti tipici del contesto lavorativo come valigette e tavoli delle sale riunioni rendono i lavoratori più competitivi e meno propensi a collaborare tra di loro (Thaler & Sustein, 2008). È importante sottolineare come tali strategie non siano solo vantaggiose a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale (Thaler & Sustein, 2008) . Nei paragrafi successivi, vengono analizzate diverse politiche di nudging applicate sia a variabili non organizzative sia a quelle organizzative. 2 – Variabili non organizzative: impatto sull’ambienteAl giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse (Allcott & Mullainathan, 2010) . I n passato, l a teor i a economica standard riteneva che gli incentivi monetari fossero la mo d a l i t à p i ù e f fi c i e n t e p e r determinare cambiamenti ambientali soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi della psicologia economica hanno permesso di individuare alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci in questa area. Tra questi sono stati individuati meccanismi di feedback, confronti sociali e cambiamento delle opzioni predefinite (Brown, Johnstone, Hascic, Vong & Barascud, 2013). Fisher (2008) ha esaminato la let teratura sui meccanismi di f e e d b a c k e d è g i u n t o a l l a conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico, in p

Disturbi specifici dell’apprendimento: una panoramica sull’evoluzione e il mondo dell’università alla luce della nuova Linea Guida

di Roberto Ghiaccio Quando si parla di DSA il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente complesso per quanto “specifico” e “specificato” nelle definizioni nosografiche. Affacciandosi “nell’universo dell’apprendimento” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche, antropologiche e didattiche. Lo scopo di questo lavoro è comprendere le possibili evoluzioni del disturbo di lettura nel corso della scolarità, capire come il disturbo cambia e si trasforma, osservando la sua modalità espressiva ed evolutiva, con la consapevolezza che il disturbo cambia, si compensa, si trasforma, fino all’istruzione universitaria e al mondo del lavoro. Nel gennaio 2022 l’Istituto Superiore di Sanità pubblica la nuova Linea Guida sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, questa contiene tra le tante novità, una particolarmente importante per il nostro contributo: al quesito n. 8 (pag 268- 284) si parla di DSA nell’adulto! Anche la precedente Consensus Conference del 2011 trattava dei DSA negli adulti ai quesiti: “B4 “Qual è l’evoluzione in età adolescenziale e adulta dei DSA (cambiamenti dei processi di lettura, ortografia/compitazione, calcolo; associazione con disturbi mentali; ? (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.22)2 “B5 “Esistono evidenze che la presenza di altri disturbi specifici dell’apprendimento o altri disturbi evolutivi in comorbidità con i DSA modifichi la storia naturale della malattia, rispetto ai DSA isolati? con attenzione al quesitoB5.2 Dislessia e disturbo specifico del linguaggio sono disturbi distinti e possono essere co-occorrenti (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.26)” Tuttavia, non ne affrontava le complessità del l ’ indagine diagnostica non fornendo raccomandazioni cliniche per la diagnosi in età adulta. È ormai noto che i disturbi specifici di apprendimento hanno un carattere di persistenza dovuto anche alle basi neurobiologiche, oggi sempre meglio note, pertanto è lecito attendersi che, anche in età adulta, vi sia una vasta popolazione di soggetti con difficoltà di funzionamento in alcuni compiti e attività della vita quotidiana, in ambito scolastico/universitario, o professionale, in parte anche, purtroppo, non diagnosticati in età evolutiva. Gli studi inclusi evidence based sui quali gli esperti della LG si sono usati per la stesura delle raccomandazioni hanno arruolato prevalentemente studenti che frequentano l’università o l’ultimo biennio della scuola secondaria di secondo grado (N = 5725, range di età 16-55 anni). Gli studi sono stati condotti principalmente in lingua inglese (N = 15: Stati Uniti 4, Regno Unito 9, Canada 1, Nuova Zelanda 1), Italia (N = 7), Olanda (N = 7), Francia (N = 4), Finlandia (N = 2), Israele (N = 2), Polonia, Brasile, Norvegia, Svezia, Danimarca (un solo studio per ciascuna area). La maggiore parte degli s t u d i prende i n esame esclusivamente il disturbo specifico di lettura. Infatti, solo due studi analizzano il disturbo specifico del calcolo e tre studi esaminano le prestazioni di soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento in comorbidità. Solo due studi hanno esaminato la sfera emotivo-comportamentale, con particolare attenzione alla sintomatologia ansioso-depressiva. Infine, 7 studi hanno utilizzato anche questionari per il self report di sintomi di DSA o ADHD. La pratica clinica prevede che un’adeguata valutazione diagnostica dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) nell’adulto debba comprendere un’accurata raccolta di informazioni anamnestiche, quali storia scolastica, familiarità del disturbo specifico, pregresse valutazioni neuropsicologiche o eventuali accessi a servizi specialistici, eventuali trattamenti, funzionamento adattivo e difficoltà percepite nella vita quotidiana. Tali dati clinici possono assumere un valore rilevante nel caso di prestazioni con punteggi nell’area di norma ma ai limiti inferiori alla valutazione neuropsicologica (per es. tra -1.5 e -2 deviazioni standard rispetto alla media, oppure tra il 5° e il 15° centile), come riportato anche nel DSM5. Le seguenti raccomandazioni si riferiscono a percorsi diagnostici di soggetti adulti sia con sospetto DSA sia con disturbi specifico già diagnosticato, ossia sia per prime diagnosi sia per valutazioni di aggiornamento del profilo funzionale in presenza di diagnosi di DSA preesistenti. In generale, la formulazione di diagnosi prevede la valutazione delle abilità strumentali di lettura, scrittura e calcolo, eventualmente qualificate da altri strumenti neuropsicologici per l’esame delle funzioni cognitive correlate. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di lettura Raccomandazione 8.1 Si raccomanda la somministrazione di prove standardizzate per l’età adulta di lettura ad alta voce di brano, parole e non-parole. Sono da misurare sia la rapidità sia l’accuratezza. Raccomandazione 8.2 Si raccomanda la valutazione della capacità di comprensione del testo scritto considerando l’accuratezza, con prove adeguate all’età ed alla scolarità e di dimostrata validità clinica. Raccomandazione 8.3 Per qualificare la diagnosi ed il profilo, si raccomanda di somministrare prove che valutino le abilità di denominazione rapida automatizzata, memoria fonologica e di lavoro verbale, e velocità di elaborazione delle informazioni. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di scrittura Raccomandazione 8.4 Per la valutazione dell’ortografia, si raccomanda di misurare l’accuratezza in prove di dettato di parole e di brani, con adeguata standardizzazione e validazione clinica. Nei casi in cui la compromissione della abilità ortografica è meno chiara, può risultare utile somministrare il dettato di parole sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio la soppressione articolatoria). Raccomandazione 8.5 Per la valutazione della fluenza grafemica, si raccomanda l’uso di prove di produzione di grafemi (ad esempio, scrittura di numeri in parola) sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio, la soppressione articolatoria), misurando il numero di grafemi prodotti in un intervallo di tempo definito. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di calcolo Raccomandazione 8.6 Si raccomanda l’uso di strumenti psicometrici la cui standardizzazione sia quanto più possibile adeguata alla scolarità e all’età del soggetto esaminato, che valutino accuratezza e rapidità mediante prove di calcolo a mente, calcolo scritto, recupero dei fatti aritmetici e transcodifica (lettura e scrittura di numeri). È, inoltre, opportuna una valutazione qualitativa degli errori procedurali. Acquisire una lingua, parlata o scritta è un fenomeno complesso, che coinvolge gran parte della vita di un bambino. Seppure con difficoltà e grande variabilità interindividuale i

L’Educazione Emotiva

di Veronica Lombardi L’educazione emotiva degli individui rappresenta oggi un fertile terreno di dibattito con cui si confrontano tanto la politica quanto la scienza (Elias & Harrett, 2003). Sul piano strettamente politico si va componendo un generale consenso sulla centralità di un’educazione alle emozioni, necessaria per il benessere individuale e sociale, che deve essere inserita all’interno dei piani d’istruzione e formazione come una componente importante delle strategie educative. A livello per così dire applicativo, l’educazione socio-emotiva e le progettualità a essa connesse trovano uno spazio sempre maggiore all’interno della programmazione didattica, innescando anche un dibattito interessante su quale debba essere il terreno di azione di un insegnante rispetto a un tema fortemente connesso con la dimensione intima della persona e non facilmente riconducibile all’interno delle prassi didattiche abituali (Mariani & Schiralli, 2012; Pellai, 2016).Più in generale la salute emotiva è un tema sempre più presente all’interno delle agende politiche di molti Paesi (Watt Smith, 2018), diventando trasversale a molte sfere della vita sociale. Il lavoro, la scuola, la famiglia, ecc. sono ambiti della vita individuale in cui sempre maggiore attenzione viene posta su come possa essere garantito e tutelato il benessere emotivo. Dal punto di vista delle performance lavorative, ad esempio, è data enfasi al benessere emotivo poiché è stato correlato con migliori prestazioni, maggiori capacità di presa di decisione, rapporti più stabili all’interno dello staff, ecc. (Watt Smith, 2018; Goleman, 2005). Che cos’è un’emozione? Definire in maniera chiara e univoca che cos’è un’emozione è piuttosto complesso, e questo per una serie di ragioni che verranno di seguito brevemente argomentate. L’emozione può essere analizzata da diversi punti di vista, e letta ed interpretata con metodi differenti. Secondo la prospettiva di un neuro-scienziato essa è rappresentata dall’attivazione dell’amigdala, centro di comando di tutto il sistema emotivo, che manda segnali che sono poi processati nell’ambito del cosiddetto cervello limbico, da cui dipende un’elaborazione emozionale (Odgen & Fisher, 2016). In questa prospettiva l’è un fatto essenzialmente biologico che innesca una varietà di reazioni: aumento del battito cardiaco, rilascio di ormoni, contrazione dei muscoli, ecc. Ma come apprendiamo fin dai primissimi mesi di vita le emozioni non sono solo un fatto biologico, ma anche e soprattutto un fatto sociale. La contrazione dei muscoli, l’allargamento delle palpebre, il rossore sulle gote, da eventi spiccatamente fisiologici si trasformano in messaggi e simboli che trasmettono delle informazioni sui nostri stati d’animo e che comportano delle reazioni in chi riceve tali messaggi. La biologia delle emozioni si incontra presto con i processi evolutivi, culturali e sociali che modellano il modo in cui le emozioni possono e debbono essere manifestate e che, di pari passo, influenzano il modo in cui l’individuo percepisce le proprie emozioni. In questo intreccio tra biologia, società e cultura viene a formarsi una rappresentazione individuale e collettiva di emozione che incide sul benessere della persona. In una società in cui, ad esempio, le emozioni legate alla paura o all’ansia tendono a essere sottodimensionate, se non addirittura represse è possibile che gli individui vivano degli stati d’animo conflittuali che incidono in maniera fortemente negativa sul benessere individuale (Srivastava et al., 2014). Le emozioni sono, dunque, oggetto di un processo di socializzazione e sono influenzate dalle idee portanti, dalle aspettative e dai valori dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte. Si parla in tal senso di culture emotive proprio a voler sottolineare come l’emozione sia a tutti gli effetti un fatto culturale che va a caratterizzare determinati gruppi sociali soprattutto nei modi in cui esprimono, giudicano e rappresentano specifiche emozioni (Watt Smith, 2018). E la pressione culturale influenza enormemente il modo in cui gli individui sentono le emozioni nella misura in cui richiedono di rispettare delle convenzioni sociali (Srivastava et al., 2014). Abbandonando per un momento la dimensione sociale delle emozioni e concentrandosi su quella individuale è interessante fare riferimento al modello differenziale proposto da Izard (1977) nel quale viene sviluppato un set di emozioni di base innate, che sono consustanziali alla natura umana e che vengono vissute dall’individuo in maniera spontanea, come risposta a degli stimoli esterni ben precisi. Con il tempo e l’esperienza, l’individuo impara a gestire queste emozioni, provando a governarle, attribuendone un nome e veicolandole verso l’esterno, attraverso una serie di comportamenti e di messaggi verbali e non verbali. Le Breton (2007) fa notare come pur avendo una capacità innata d i provare delle emozioni, ciò che percepiamo – e il modo in cui reagiamo a queste percezioni – è modellato dall’educazione e dalla storia emotiva personale. In effetti ogni gruppo sociale elabora e trasmette un modello sensoriale, che contraddistingue l’appartenenza al gruppo stesso e che a sua volta plasma un modello emotivo. In questo quadro, l’esperienza, la pratica delle emozioni e il modo in cui sono percepite, espresse e lette permettono all’individuo di sviluppare delle competenze specifiche, portando allo sviluppo di una sorta d’intelligenza dedicata alla conoscenza, gestione ed espressione delle emozioni. Il termine meta-emozione riassume una non meglio precisata capacità – o insieme di capacità – di avere consapevolezza delle proprie emozioni (Goleman, 2005). In questo modello, poi ché appunto considerata come una capacità, è possibile che essa possa essere sviluppata, migliorata, plasmata ed educata. Può esistere, dunque, un’educazione emotiva che passa attraverso lo sviluppo della meta-emozione, fatto attraverso proposte didattiche mirate, in cui la scuola si presenta come un terreno di coltura ideale. Un siffatto intervento educativo deve sviluppare una serie di competenze, tra di loro intrecciate. Occorre sviluppare la competenza nel saper dare un nome alle emozioni, capendo in che modo ognuna di esse vada ad agire sull’equilibrio individuale, e imparando a esprimerle in forma socializzata. È poi necessario sviluppare una competenza di lettura delle emozioni altrui cui si assomma quella di comprensione del modo in cui le emozioni dell’altro interagiscono con le emozioni individuali. C’è infine la componente relazionale fondata sulla competenza di comprensione del ruolo delle emozioni nei rapporti sociali, che procede in stretta cooperazione con la competenza nel saper socializzare un’emozione secondo le modalità che sono proprie del gruppo sociale di appartenenza. La psicologia

Vincere il gioco!

Così come ufficialmente riconosciuto dall’American Psychiatric Association (APA) fin dal 1980, il gioco d’azzardo può connotarsi come un vero e proprio disturbo sfociando in forme di dipendenza (gioco d’azzardo patologico) o comportamenti a rischio (gioco d’azzardo problematico). Negli anni si sono susseguite varie definizioni di ludopatia, fino ad arrivare alla denominazione di “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, che viene ad essere collocato nella categoria delle dipendenze (APA – DSM V 2013). L’ICD-10 (International Classification Disease) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”. La sua diffusione negli anni è cresciuta a dismisura. I soggetti prevalentemente a rischio sono gli adolescenti. Per quel che riguarda il coinvolgimento degli adolescenti nel gioco d’azzardo, dallo studio ESPAD®2014 risulta che in Italia poco meno della metà (46,7%) degli studenti di 15-19 anni ha giocato almeno una volta somme di denaro e secondo il dipartimento delle Politiche antidroga, nella fascia d’età dai 15 ai 19 anni, circa il 10% delle ragazze e più del 20% dei ragazzi mostra comportamenti problematici nell’ambito della dipendenza da gioco. Una piccola distinzione Una connotazione a livello semantico va a differenziare i termini di “ludopatia” e “Gioco d’Azzardo Patologico”. Ludopatia è un termine inventato dall’industria del gioco, non riconosciuto a livello internazionale perché l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e le organizzazioni internazionali sanitarie che si occupano di questo fenomeno, utilizzano il termine Gioco d’Azzardo Patologico (GAP). Quindi sarebbe bene parlare di GAP perché avremmo lo stesso linguaggio riconosciuto dagli altri Paesi, oltre a poter definire con più chiarezza il fatto che il gioco d’azzardo è quello patologico, non è il gioco in sè. Il gioco, infatti, è libera espressione della creatività e delle emozioni, è un’oasi di gioia, è lo strumento di crescita per eccellenza. Non si smette mai davvero di “giocare”, per tutto l’arco della vita. All’interno del termine ludopatia questa distinzione scompare, a vantaggio delle industrie del gioco perché in qualche modo rende meno stigmatizzabile il disturbo. In linea di massima il contesto scolastico è “spettatore” di tali comportamenti e di conseguenza le figure di riferimento hanno il dovere di contrastare la potenza del fenomeno. Come ridurre questi comportamenti? Agire sulla conoscenza e sulla consapevolezza rispetto al gioco d’azzardo e ai rischi ad esso connessi, è uno degli obiettivi principali da porsi. Come farlo? attraverso l’utilizzo di una metodologia che prevede il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli studenti in un apprendimento dall’esperienza che si fa attivatore e veicolo di processi trasformativi. Spesso, infatti, capita che il ludopatico si illuda di cambiare abitudini che ha mantenuto per tutta la vita al fine di convincersi che potrebbe risolvere il proprio problema, attivando quindi un locus of control esterno. In tal senso, dunque, può capitare che lo studente tenda a cambiare spesso scuola, o addirittura classe, di cambiare le sue abitudini sportive, di costringere addirittura la famiglia a trasferirsi altrove. Come non farsi vincere dal gioco L’idea di fondo è quella di portare il “gioco responsabile” nelle scuole promuovendo il messaggio che “la misura è il modo migliore per giocare divertendosi”. Si potrebbe innanzitutto pensare di sensibilizzare i ragazzi non ancora maggiorenni sui rischi del Gioco Patologico, in particolar modo facendo “rete” con le istituzioni scolastiche ed i centri sportivi per generare in ognuno una “coscienza” del gioco legale e responsabile, facendo sì che ciascuno possa diventare un adulto in grado di comprendere che la misura è la migliore soluzione per giocare divertendosi ed evitare pericolose conseguenze. Bibliografia Battistelli F., “Sicurezza, sicurezze”, in Battistelli F., La fabbrica della sicurezza, Angeli, Milano, 2008 Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999. Beck U., La società globale del rischio, Asterios Editore, Trieste 2001 Douglas M., Risk Acceptability According to the Social Sciences, New York, Russel Sage Foundation; trad. it. Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio, Feltrinelli, Milano, 1991 Lavanco G., Varveri L., Psicologia del gioco d’azzardo e della scommessa : prevenzione, diagnosi, metodi di lavoro nei servizi, Carocci Faber, Roma, 2006 Lavanco G. (a cura di), GAP: il Gioco d’Azzardo Patologico. Orientamenti per la prevenzione e la cura, Pacini Editore, Pisa, 2013

LA GESTIONE DELLE RISORSE ALL’ESTERO

la gestione delle risorse

La globalizzazione ha creato molte opportunità di sviluppo, ma anche molte sfide. Uno dei compiti che la direzione HR deve assolvere riguarda la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale. Al giorno d’oggi, tutte le organizzazioni si ritrovano a definire il loro posizionamento strategico rispetto a due approcci tra loro opposti. Differenziazione locale: che spinge a usare politiche diverse in ogni Paese per adattarsi il più possibile alle specificità locali Integrazione globale: che, al contrario, porta a uniformare le politiche nelle diverse aree geografiche per avere una strategia globale Il compito delle HR è quello di trovare un equilibrio tra le due prospettive. È fondamentale valutare sia gli elementi di similarità sia quelli di specificità di ogni Paese sia dal punto di vista istituzionale sia di quello culturale.  Bisogna cercare di diffondere una cultura organizzativa meta-nazionale formata da tutti gli aspetti “migliori” delle diverse culture e in cui tutti i soggetti coinvolti possono riconoscersi.  Uno dei compiti della direzione HR riguarda la selezione delle risorse per la copertura dei ruoli nei diversi Paesi, o anche chiamato global staffing.  Un HR può scegliere se reclutare le risorse direttamente all’estero per ricoprire tali ruoli oppure scegliere percorsi di mobilità interna. Spesso le due strategie coesistono. In questo articolo, ci occuperemo soprattutto della gestione delle persone all’interno dei programmi di mobilità internazionale. Parleremo della cosiddetta gestione degli espatriati, cioè di coloro che per motivi di lavoro vengono trasferiti in un altro Paese per un periodo medio-lungo. È molto importante per un HR considerare tutte le fasi che prevede un’esperienza internazionale: da quella di preparazione prima della partenza a quella conclusiva al rientro. 1. PRIMA FASE: selezionare e formare i candidati da assegnare a incarichi internazionali.  Spesso si commette l’errore di scegliere le risorse solo sulla base dell’expertise tecnica, senza considerare altre competenze come quelle interculturali (come, ad esempio, la capacità di costruire relazioni efficaci con le persone di un’altra cultura). Inoltre, bisogna valutare quanto una persona sia motivata a intraprendere un’esperienza internazionale per valutate fin dall’inizio se ci può essere una convergenza tra le motivazioni individuali e quelle organizzative. Nella fase di preparazione, è importante fornire tutte le informazioni e conoscenze necessarie per permettere alle risorse di valutare in modo realistico l’incarico internazionale in termini di opportunità e/o difficoltà professionali, sociali e famigliari. Ad esempio, alcune imprese offrono programmi di supporto alle famiglie come corsi di formazione linguistica e culturale o assistenza nel trasferimento. 2. SECONDA FASE: trasferimento all’estero e inserimento nel nuovo ruolo.  La difficoltà più critica da affrontare è il cosiddetto shock culturale, cioè un senso di disorientamento che la risorsa prova quando vengono a mancare i punti di riferimento culturali ai quali è ancorato inconsapevolmente. Esiste anche lo shock da ruolo, che si manifesta quando c’è una discrepanza tra le proprie aspettative riguardo al ruolo professionale e a quelli che nella realtà sono le mansioni assegnate. 3. TERZA FASE: è importante preparare anche il momento del rientro, in quanto la risorsa può aver sviluppato nuove aspettative e ambizioni di carriera durante il periodo all’estero. È meglio parlare di tutto ciò prima del rientro effettivo. 4. QUARTA FASE: rientro vero e proprio.  In questo caso, la risorsa può andare incontro a un vero e proprio shock da rientro, che porta a una sensazione di disorientamento e stress rispetto alla diversa realtà professionale/sociale/individuale che ritrova al suo rientro rispetto al passato e alle aspettative che ha maturato. Si possono adottare diverse misure per facilitare il rientro, come percorsi di mentoring e in generale di supporto… In conclusione, oggi la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale è tema molto delicato. È importante dunque avere dei sistemi di gestione delle carriere internazionali articolati che sappiano tenere in considerazione tutte le quattro fasi precedentemente spiegate. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Novara: De Agostini Scuola SpA

I test psicodiagnostici come sollievo dal dolore psichico

La valutazione psicodiagnostica è un aspetto molto dibattuto in psicologia, talvolta considerata come un incasellamento della persona in una diagnosi. E se vi dicessi che i test possono essere, per alcuni pazienti, un primo sollievo dal dolore psichico? L’ho scoperto grazie ad A., una ragazza di 17 anni, sveglia e dolce, che mi viene inviata in studio dalla sua terapeuta individuale per una valutazione. A arriva entusiasta agli incontri, afferma di aver intrapreso altri percorsi in passato, con un counselor prima, con uno psicologo poi. Entrambi i percorsi miravano ad offrire un breve supporto ai timori di A. La ragazza lamenta infatti la presenza di una forte ansia, che si presenta con continui pensieri intrusivi che assorbono la sua attività cognitiva, interferendo con lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Nonostante A. lamenti tale sintomatologia da almeno tre anni, afferma di non essersi sentita capita a pieno dalla famiglia, che ha chiesto aiuto a professionisti amici per un breve conforto. Se infatti ad A. piace avere un punto di ascolto settimanale, uno spazio dedicato solo a lei, non nota grossi miglioramenti, e sente che non sia l’aiuto di cui ha bisogno. Questa situazione, racconta, non fa altro che aumentare la sensazione di non sentirsi capita fino in fondo. Quando arriva allo studio della terapeuta le cose però cambiano! Questa, infatti, dopo i primi colloqui clinici, decide di fare un approfondimento testologico per comprendere a pieno la sintomatologia e l’organizzazione di personalità. <<Finalmente!>> mi dice A. ansiosa ma soddisfatta, che si sente finalmente considerata nel suo disagio, cercando di valutarne la natura e la pervasività. In particolare, durante un incontro le somministro l’MMPI-A. Quando rientro nella stanza per monitorarne la compilazione, la trovo serena e soddisfatta :<<Ho letto cose che credevo di pensare solo io! Per essere scritte qui vuol dire che anche altri le pensano e le vivono, no?!>>. Nel caso di A., dare innanzitutto una legittimazione alla propria sintomatologia fa parte di un processo terapeutico che pone fine ad anni di confusione e inadeguatezza. Ciò che prova esiste e ha un nome. I test, in questo caso, sono stati un primo sollievo dal dolore psichico di A.

DIVERSITY MANAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

Le politiche di Diversity Management sono sempre più diffuse al giorno d’oggi in quanto permettono di valorizzare le diversità (di genere, orientamento sessuale, etnia, religione…) all’interno delle organizzazioni.  Il processo di globalizzazione ha avvicinato culture molto distanti tra loro. Di pari passo l’evoluzione tecnologica ha modificato le modalità di comunicazione abbattendo confini invalicabili.  La diversità può avere effetti positivi, come arricchire la conoscenza, le prospettive di analisi e le idee disponibili per attivare creatività e innovazione. Ma anche effetti negativi, come accrescere la conflittualità e ridurre il grado di coesione. Inizialmente le iniziative di Diversity Management erano dirette ad aumentare la presenza di donne e minoranze etniche nei luoghi di lavoro attraverso le azioni positive, che sancivano l’obbligo di assumere quote di lavoratori appartenenti a minoranze. Oggi con Diversity Management si intendono quelle pratiche di gestione HR per aumentare la diversità del capitale umano rispetto a determinate dimensioni e per garantire che questa varietà non ostacoli il raggiungimento degli obiettivi individuali e organizzativi, ma che li faciliti. L’efficacia di tali iniziative dipende dal grado in cui l’organizzazione riesce a rimuovere gli stereotipi e i pregiudizi presenti nel contesto di lavoro. Le HR devono innescare un cambiamento culturale, che trasformi i contesti di lavoro in luoghi inclusivi dove anche le minoranze possono avere le stesse opportunità di sviluppo e di partecipazione. Vediamo ora alcuni esempi…  Per quanto riguarda le diversità di genere, l’esclusione delle donne ha radici economiche e sociali lontane. Il riconoscimento della meticolosità, della pazienza, della cura e della capacità di ascolto come caratteristiche prettamente femminili ha fatto sì che si siano cristallizzati dei ruoli rosa che racchiudono queste competenze. Questo ha incrementato lo sviluppo della segregazione occupazionale, che porta a concentrare le donne in determinate attività e gli uomini in altre. Ci sono due forme: Segregazione orizzontale: che porta le donne a ricoprire pochi ruoli organizzativi Segregazione verticale: che porta un’elevata concentrazione femminile ai livelli più bassi della gerarchia. Questo causa la creazione di un soffitto di cristallo che ostacola il percorso di carriera delle donne e le esclude dal ricoprire posizioni di responsabilità Tutto ciò accade a causa dei pregiudizi e del timore che gli impegni famigliari possano rendere discontinue le prestazioni.  In generale, da questo punto di vista è fondamentale avviare un profondo cambiamento culturale di politiche di people management, come quelle che riguardano l’attenzione al work-life balance. Creare delle condizioni che favoriscano la conciliazione tra impegni personali e lavorativi è un segnale di inclusione. Esistono poi degli stereotipi e dei pregiudizi legati all’età. Di fronte all’invecchiamento della popolazione, le organizzazioni devono ripensare il concetto di invecchiamento e di età. L’organizzazione deve eliminare tutte le politiche discriminatorie e valorizzare i lavoratori in tutte le età. È fondamentale introdurre pratiche age inclusive, che riconoscono tali differenze, ascoltando i bisogni e le aspettative delle diverse generazioni.  Ad esempio, per i lavoratori più maturi diventano più importanti i fattori di motivazione intrinseca, mentre per i giovani sono più efficaci quelle estrinseche. Dunque, in prospettiva futura, sicuramente per le HR sarà fondamentale lavorare in termini di: Ampliamento della diversità: cambiare la cultura organizzativa, reclutando lavoratori con background diversi Sensibilizzazione sulla diversità: promuovere la collaborazione con iniziative di formazione per aumentare la sensibilità e la comunicazione Identificare gli ostacoli che le persone delle minoranze devono affrontare attraverso survey e focus group e cambiare le pratiche aziendali Integrare il Diversity Management con i sistemi HR e le altre scelte strategiche per raggiungere tutti gli obiettivi organizzativi BIBLIOGRAFIA: Gabrielli, G., & Profili, S. (2020). Organizzazione e gestione delle risorse umane. La Feltrinelli

ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.

Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

lavoro 2022 record dimissioni volontarie

Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.

C’è bisogno di AMORES

In questo articolo così come anche nei prossimi vi presenterò AMORES (Attivatore Armonizzatore Modulatore Ritmico Relazionale dello Schema Corporeo), un dispositivo tecnologico messo a punto dal gruppo di lavoro della Scuola di Arteterapia Poliscreativa di cui faccio parte e che mi vede assai innamorata! Cupido permettendo, questa tecnologia è figlia di un percorso intenso di 25 anni nell’ambito dell’arteterapia e non solo. Amores viene alla luce proprio adesso non a caso, in un perido storico in cui l’uso delle nuove tecnologie, fermo restando la necessità di forme di controllo da parte della comunità, è diventato ormai praticamente indispensabile per concepire progetti di promozione umana di lunga durata ed efficacia stabile, soprattutto in grado di coinvolgere adeguatamente le nuove generazioni. Amores è un acronimo che indica in breve un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhoutte. Lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Con concetto di Schema Corporeo intendiamo la rappresentazione cognitiva ed emotiva, consapevole ma anche inconsapevole, che abbiamo del nostro corpo e delle sue possibilità di movimento nello spazio. Questo concetto nasce all’inizio del secolo scorso e si basava fondamentalmente su aspetti neurologici identificati grazie alla correlazione tra dati anatomici e deficit funzionali. Da allora questo concetto si è molto arricchito per le ricerche neurofisiologiche, per le tecniche di neuroimaging, per i dati emersi dalla baby observation ed è stata confermata una sua connotazione particolarmente dinamica e relazionale anche grazie alla scoperta dei neuroni specchio. Questa scoperta fatta dal gruppo coordinato dal prof. Rizzolatti è stata fondamentale nel percorso che ha portato ad Amores perchè conferma la possibilità di attivare la percezione di un rispecchiamento nel movimento altrui anche soltanto grazie alla vista e all’udito. Infatti le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici. Il dispositivo Amores si basa tra l’altro, sulla possibilità di ripercorrere le fasi precocissime dello sviluppo della persona quando il proprio schema corporeo era fortemente sincronizzato con quello dei suoi caregiver, grazie all’interazione strutturata con la corporeità dell’operatore, del professionista adeguatamente formato e in costante supervisione, ma senza un diretto contatto fisico. Amores non viene mai utilizzato in maniera da essere particolarmente attivante per il soggetto, in un clima invece sempre gentile e rispettoso della necessaria gradualità. Queste ed altre caratteristiche fanno del dispositivo un volano praticamente utilizzabile in ogni contesto preposto alla promozione umana e quindi ambiti clinici, formativi a qualunque livello e luoghi di socializzazione di ogni tipo. Le sue caratteristiche nello specifico si mostrano particolarmente congeniali al suo utilizo con i bambini autistici. Un modello che sta dimostrando una particolare efficacia nel descrivere l’organizzazione della mente del bambino affetto da autismo si basa sul concetto di teoria della mente che approfondiremo nei prossimi articoli. Il dispositivo infatti stimola i bambini, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine straordinari per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse “teorie della mente” altrui.

L’insicurezza del lavoratore

di Veronica Sarno Le organizzazioni mostrano un interesse crescente verso forme di contratto a termine (Hellgren, 2000). La globalizzazione ha indotto le aziende a doversi rendere sempre più flessibili, a causa della forte competizione e dei costi del lavoro, che l’azienda tenta di ridurre, attuando processi di rimpicciolimento dei diritti dei lavoratori e/o deterioramento delle condizioni lavorative (Nixon, 1994); questo cambia la natura del lavoro anche per chi ha mantenuto il posto, in quanto aumenta il carico di lavoro pro capite, ed una conseguente incertezza del lavoratore relativa alla propria performance (Nelson, 1998); i cambiamenti organizzativi introducono quindi nei lavoratori un senso di insicurezza, che si esprime nella preoccupazione riguardo l’esistenza futura del proprio lavoro (Ruvio, 1996), nella percezione di una potenziale minaccia alla continuità della propria attività professionale (House, 1994), nelle aspettative professionali di continuità della propria mansione (Davy, 1997); a cui si aggiunge un mercato del lavoro poco attivo che non consente facili transizioni lavorative. L’incertezza del lavoratore è in continuo aumento, si genera in sicurezza lavorativa, espressione usata da Hellgren (2002), per indicare le reazione negative dei lavoratori a tutti questi cambiamenti che investono il loro lavoro, al senso di impotenza nel mantenere la continuità in una situazione lavorativa, sino ad arrivare alla paura della perdita totale del lavoro. Rosenblatt (1984) considera l’insicurezza lavorativa un costrutto complesso multidimensionale, che include la combinazione di minacce al lavoro in sé, le minacce alle caratteristiche reputate importanti del lavoro, il senso di impotenza nel contrastare tali minacce e l’importanza complessiva del lavoro. Rubio (1999) reputa che gli effetti dell’insicurezza lavorativa, varino in base al genere, gli uomini avvertono il senso di minaccia soprattutto sul versante economico e mostrano effetti negativi riguardo al coinvolgimento organizzativo e sviluppano piuttosto velocemente l’intenzione di abbandonare quel lavoro; le donne manifestano maggiormente la propria insofferenza con una diminuzione della propria performance e sentono meno supporto organizzativo. Tuttavia, le differenze individuali possono cambiare la percezione di insicurezza lavorativa. Secondo Hartley (1991) i fattori che incidono sulla diversa percezione di insicurezza lavorativa sono i seguenti: a) Differenze individuali; b) Equità; c) Sostegno. Fournier (1993) invece reputa che ad incidere sulla percezione di insicurezza lavorativa siano il: Locus of control; Bisogno di sicurezza; Centralità lavoro. Secondo Pozner (1980) la possibilità di partecipare alle decisioni modera inoltre l’effetto dello stress legato al ruolo lavorativo, in quanto i lavoratori esperiscono un senso di controllo sulle proprie condizioni.  Tuttavia, è stato riscontrato che le reti di sostegno sociale non lavorative (come famiglia e amici) hanno un effetto positivo nella relazione tra insicurezza e insoddisfazione per la propria vita, mentre le reti lavorative fungono da cuscinetto contro gli effetti negativi dell’insoddisfazione per il proprio lavoro, della ricerca proattiva di impiego e dei comportamenti lavorativi non conformi alle norme (Lim, 1996).  Hartley (1991) ha definito l’insicurezza lavorativa come la discrepanza tra il livello di sicurezza esperito dal lavoratore e il livello che invece preferirebbe. Un senso continuo e minaccioso di insicurezza logora psicologicamente un lavoratore e parallelamente subentrano malesseri fisici, si può assistere ad una sintomatologia simile e a quella identificata per lo stress da lavoro correlato ed al burn-out, il fattore più significativo risiede nella diminuzione della soddisfazione per il proprio lavoro Moore e Greenberg (1998), e nel conseguente desiderio di cambiare lavoro e trovarne uno dalle caratteristiche migliori. La crescente ed attuale dinamicità del mondo del lavoro esige dalle persone coinvolte di mostrarsi sempre più malleabili ed adattabili alle esigenze della situazione. Hall (2002) ha coniato a questo proposito il concetto di carriera proteiforme, che consiste in una forte elasticità e capacità da par te del lavoratore di gestire molteplici identità e ruoli lavorativi, in contrasto con la concezione tradizionale di carriera che risponde a un contratto di tipo paternalistico tra datore di lavoro e lavoratore, la realtà del lavoro attuale mette l’ individuo di fronte ad un’esperienza di carriera autogestita e senza confini precisi, composta da differenti posizioni all’interno di più organizzazioni entra in gioco la necessità di negoziare un numero sempre più ampio di transizioni di ruolo. La capacità di tollerare i cambiamenti e di adattarsi è indispensabile, e se presente rende l’individuo proattivo di riuscire a migliorare la propria vita, cercando continuamente nuovi e migliori lavori, che però sono molto difficili da trovare. Fugate (2004) conia il costrutto di impiegabilità, che sposta la responsabilità per lo sviluppo di carriera dal datore di lavoro al lavoratore. L’impiegabilità è considerata una forma di adattabilità lavorativa attiva che consenta ai lavoratori di concretizzare le opportunità di carriera che si possano loro presentare, facilitando la mobilità all’interno di un’organizzazione e tra più organizzazioni e di conseguenza aumentando le probabilità di impiego di un individuo. Il costrutto di impiegabilità si fonda principalmente sui concetti di adattabilità attiva e proattività. Per il lavoratore che intende cambiare azienda devono affrontare una transizione, confrontandosi attivamente col proprio ambiente di lavoro, mentre ricerca informazioni adeguate sull’ambiente  lavorativo, sullo status del lavoratore e sulle sue relazioni al l’interno del l’ambiente stesso, ma devono anche possedere una disposizione adeguata all’adattamento, ottimismo e senso di autoefficacia e schemi cognitivi che consentano di affrontare la sfida di un cambiamento, soprattutto i lavoratori devono mostrarsi flessibili e in grado di modificare cognizioni, affetti e comportamenti qualora se ne presentasse la necessità. Fugate (2004) parla di identità di carriera: la definizione di sé in un contesto lavorativo in termini di “chi sono/chi voglio essere” che può motivare l’individuo ad adattarsi per raggiungere o creare le opportunità che coincidono con le proprie aspirazioni; le informazioni raccolte sull’ambiente lavorativo devono essere infatti rilevanti per un’identità saliente. Gli individui proattivi hanno minori difficoltà ad adattare la situazione lavorativa ai propri bisogni, mostrandosi inclini ad apprendere e a sfruttare attivamente ogni elemento in grado di modificare la situazione in modo da raggiungere l’identità desiderata sul piano lavorativo; sono avvantaggiati anche perché sono più flessibili nel modificare cognizioni e comportamenti al fine di ottimizzare sia la situazione che gli outcome prevedibili (Fugate et al., 2004). Inoltre, l’orientamento proattivo ha un effetto positivo anche sul senso di incertezza,

Autismo a scuola…prospettive per favorire l’inclusione

Quando siamo di fronte ad una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ci troviamo contemporaneamente di fronte alla necessità di promuovere l’integrazione dell’allievo autistico nella scuola di tutti, e a dover individuare  gli importanti contributi che possono derivare dal progetto educativo e dai programmi di intervento specifico. Bisognerebbe prendere in considerazione alcune metodologie di lavoro estremamente utili ai fini della promozione di una reale integrazione scolastica. La possibilità di trascorrere parte del tempo in classe risulta facilitata se si riescono ad adattare gli obiettivi individualizzati e quelli curricolari. Questa operazione è assai complessa e, di fatto, applicabile solo ai primi livelli di scolarizzazione e su alcune competenze che fanno riferimento ai punti di forza dei bambini autistici dette “isole di abilità”. Il riferimento è alle prospettive di lavoro comune su obiettivi di tipo visuo-spaziale o visuo-motorio (copia, incastri, collage, ecc.), sulle abilità di calcolo, sulle competenze di memoria meccanica, ecc. Per il bambino autistico, comunque, il semplice stare in classe può rappresentare di per sé un importante obiettivo relazionale, anche se impiega gran parte del suo tempo in attività individuali e ripetitive. Oltre ciò, anche se le attività che la classe mette in atto non sono adatte al livello dell’allievo, può essere utile per alcuni periodi farlo “partecipare alla cultura del compito” favorendo in qualche modo l’inclusione (Moretti, 1982; Rollero, 1997, Tortello, 1999). Su questo aspetto, poi, la letteratura testimonia alcune situazioni sorprendenti. Il caso più eclatante è quello di Donna Williams (1996), la quale nella sua autobiografia riferisce che l’essere stata inserita in una scuola normale le aveva permesso di accumulare moltissime informazioni sulle persone e sulle situazioni. La risorsa compagni in autismo Ci sono obiettivi che da parte dell’insegnante di sostegno non possono essere condivisi con la classe, per cui il bambino con autismo si ritrova spesso una modalità di rilevanza la possibilità di un insegnamento uno a uno, da svolgersi anche all’esterno della classe quando il tipo di lavoro da effettuare non è conciliabile con l’organizzazione dell’ambiente comune (ad esempio per la presenza di troppi stimoli distraenti). Tali momenti di uscita dalla classe dovrebbero però essere temporalmente limitati  e programmati in maniera che possano ridursi con il progredire dell’azione educativa e dell’adattamento del bambino. Lo spazio per l’attività individuale dovrebbe essere organizzato secondo i principi dell’insegnamento strutturato tipici dell’approccio TEACCH. Una delle principali chiavi di successo del processo di integrazione scolastica risieda nello stimolare rapporti di amicizia e aiuto da parte dei compagni. Certamente, come sostengono Stainback e Stainback (1990), i rapporti di amicizia e di sostegno sono estremamente individuali, fluidi e dinamici, diversi a seconda dell’età e basati per lo più su una libera scelta derivante da preferenze del tutto personali. Tuttavia, questo non significa che essi non possano essere facilitati e sostenuti da azioni messe in atto da insegnanti e genitori e da un clima favorevole all’interno della classe. La caratteristiche comportamentali e cognitive del bambino autistico rendono molto complesso l’instaurarsi di rapporti interattivi di spessore significativo. Sono state messe in evidenza possibilità offerte alla didattica dall’analisi applicata al comportamento (ABA). Le strategie di valutazione ed intervento di derivazione cognitivo-comportamentale, i sistemi di insegnamento strutturato, la facilitazione di varie forme di comunicazione, l’educazione alla percezione degli stati mentali propri ed altrui, l’adattamento degli obiettivi individualizzati e di quelli di classe, l’utilizzo adeguato della risorsa compagni rientrano fra tali opportunità. Quali difficoltà si possono incontrare rispetto all’inclusione a scuola? A causa del deficit della comunicazione e dell’interazione sociale il bambino potrebbe avere problemi ad esprimere i propri bisogni, a sostenere una conversazione con i pari, a stabilire una relazione con i compagni di classe e con gli insegnanti. Anche la difficoltà nel condividere interessi, emozioni e giochi può rendere difficile l’inclusione del bambino nel gruppo classe. Spesso, il bambino autistico sembra assorbito dall’interesse per un oggetto o parte di esso. Per esempio, potrebbe utilizzare la penna per mettere in atto stereotipie motorie piuttosto che per scrivere e dare poca attenzione agli scambi sociali. Infatti, un’altra peculiarità dell’autismo riguarda comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Il bambino o il ragazzo può mettere in atto dei movimenti ripetitivi o basati su routine molto rigide e fare fatica ad adattare il comportamento all’ambiente in cui si trova. Inoltre, la rigidità comportamentale e di pensiero può essere causa di disagio di fronte a piccoli cambiamenti, a cui può reagire in modo inadeguato al contesto, anche a causa delle limitate abilità comunicative. Abbiamo visto che la scuola può essere fonte di stress e difficoltà per i bambini con autismo. Esistono però interventi mirati per aiutarli nella gestione dell’ambiente e delle peculiari attività scolastiche. Nell’articolo del 25 novembre vedremo quali sono e in che modo possono rivelarsi utili.

La Coppia

Perché si forma la coppia Nella coppia il singolo porta se stesso ed i suoi vissuti infantili. La crescita ed il formarsi delle funzioni psichiche dipendono dal tipo e dalla qualità d’incontro intersoggettivo che contribuiscono allo stile personale di gestione delle dinamiche affettive. Stern sostiene che le relazioni umane possono essere un tentativo di autoregolare lo stato interno per mezzo del rapporto con l’altro. La rappresentazione dell’altro ossia le immagini interne, formano relazioni con persone importanti. Cioè gli scambi con gli altri lasciano il segno, sono internalizzate e quindi modellano i successivi atteggiamenti e percezioni delle relazioni successive. Le persone vedono nella relazione affettiva duratura e significativa di coppia una sorta di “relazione terapeutica naturale” dove si mettono in atto relazioni oggettuali irrisolte. Il partner funge da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono affidati aspetti del proprio Sé.  Avviene, quindi, un’identificazione proiettiva. Secondo Zavattini le identificazioni proiettive incrociate rappresentano il tentativo di ripristinare l’integrità del Sé che è andata incontro a esperienze di rottura interne che portano forti angosce. L’altro diventa quindi la via di scarico di aspetti indesiderati, rifiutati. L’incastro di due mondi interni L’altro può essere usato in modo propulsivo per conoscersi e per crescere, ma può anche essere usato in modo delirante, spesso collusivo.  Aspetti scissi, perversi e superegoici di entrambi si potenziano determinando un contesto frustrante ma corrispondente a esigenze difensive per ciascun partner. Quando una coppia si forma, vi è un ingaggio reciproco che può essere sia all’insegna di un compito evolutivo legato a processi di separazione individuazione e di monitoraggio affettivo reciproco, sia la creazione di una relazione interna regressiva e frustrante. Le aspettative che si hanno sull’altro e le fantasie idealizzanti distruggono il legame poiché appare deludente e non corrispondente all’idea iniziale.  Dovrebbe nascere la capacità di elaborare l’uso che si può fare delle risorse affettive dell’altro e di Sé, tollerando quello che non ci si può aspettare. L’interesse per il partner può rappresentare un modo di sbarazzarsi proiettivamente di parti di Sé indesiderate. In questo modo, l’altro diventa l’oggetto disprezzato da dominare oppure l’oggetto danneggiato da riparare. Come cambia la coppia con i figli Il contesto affettivo che regola la coppia richiede una riorganizzazione quando arriva un figlio. Il bisogno di attaccamento del nuovo nato, riporta in primo piano le rappresentazioni interne di figure genitoriali in relazione alle prime esperienze affettive e la tendenza a ripetere i modelli interiorizzati. L’assunzione del ruolo di genitore costituisce un periodo di riassetto della personalità che può comportare momenti di grande confusione e insicurezza che investono l’individuo nel suo senso d’identità. L’importanza della progettualità della coppia è fondamentale come momento di confronto e allineamento di motivazioni ed impegno.

10 Ottobre Giornata Mondiale della Salute Mentale

La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day) si celebra oggi, 10 ottobre. Ogni anno, da 30 anni, questa data è dedicata alla promozione, prevenzione e promulgazione della salute mentale e del benessere psicologico. La Federazione Mondiale per la Salute Mentale (World Federation for Mental Health) ha istituito questa giornata nel 1992, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); il suo obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, attraverso campagne e attività di promozione e sensibilizzazione. La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere. Questo viene sottolineato dalla definizione di salute della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. Ogni anno si porta il focus della giornata su un argomento diverso legato alla salute mentale e al benessere psicologico. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022 è stato scelto il tema “Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale” (Make Mental Helath & Well-Being For All a Global Priority). Con questo tema si cerca di sottolineare l’importanza di incentivare e attivare politiche che portino la salute mentale al centro del dibattito politico, sociale e collettivo. Stigma e discriminazione continuano a rappresentare una barriera all’inclusione sociale e all’accesso alle cure adeguate. Obiettivo del 10 ottobre 2022 è quello di sviluppare e rafforzare le conoscenze, le competenze, i processi e le risorse di cui i servizi di salute mentale e le comunità necessitano, così da poter dare una risposta rapida ed efficace ai bisogni di salute mentale delle persone. Proprio in questo periodo storico, scosso da guerre, emergenza climatica ed effetti a lungo termine della pandemia, risulta di grande importanza sottolineare la necessità di promuovere benessere psicologico e salute mentale, che deve diventare una priorità alla portata di tutti. Anche se la consapevolezza dell’importanza della salute mentale è sempre più diffusa, è necessario lavorare sempre più affinché la prevenzione dei disturbi mentali e il benessere di ogni cittadino sia possibile. “Il tema della Giornata mondiale della salute mentale del 2022 Rendere la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale ci offre l’opportunità di riaccendere i nostri sforzi per rendere il mondo un posto migliore.Siamo ad un bivio. È imperativo prendere la strada giusta.” (Professor Gabriel Ivbijaro MBE JP) #WorldMentalHealthDay #WMHD2022 Per approfondire: https://wmhdofficial.com/ https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6019 https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/08/news/psicologo_giovani-10368888/

TURISMO SOSTENIBILE E PSICOLOGIA

turismo sostenibile

La psicologia può dare un importante contributo all’analisi dell’impatto dei flussi turistici sulle comunità locali e a diffondere il fenomeno del turismo sostenibile. Essa diventa sempre più indispensabile per realizzare delle politiche di sviluppo capaci di prevenire gli impatti negativi dell’attività turistica sul territorio e sulle popolazioni ospitanti. Inoltre, può dare un apporto fondamentale nella realizzazione di strategie comunicative al fine di far conoscere la destinazione e attrarre così nuovi turisti. Oggi, infatti, il turista può scegliere tra numerose mete nelle quali trascorrere le proprie vacanze. Per le destinazioni diventa, quindi, essenziale avere una strategia di marketing condivisa e sviluppata. Questo permette di collegare la propria offerta turistica ai bisogni dei visitatori (la domanda).  Dunque, una località turistica deve sempre essere considerata all’interno di una rete che crea valore grazie alla collaborazione di numerosi partner. Tra questi ci sono le comunità locali, le imprese pubbliche/private, le organizzazioni no-profit, i residenti, gli amministratori locali, ma anche gli stessi turisti.  Una destinazione turistica dovrebbe costruirsi un’identità territoriale forte e riconoscibile. A partire, però, sia dai tratti considerati distintivi dagli operatori che vi lavorano sia dalla percezione esterna derivante dal punto di vista dei turisti. Il Place Branding si occupa proprio di questo. Creare, rafforzare e migliorare l’identità territoriale di una meta turistica considerando sia le percezioni degli operatori sia dei turisti.  Di fronte alla sempre maggiore attenzione nei confronti della sostenibilità, oggi una destinazione turistica dovrebbe includere pratiche sostenibili tra i tratti identitari e distintivi della propria offerta.  Al giorno d’oggi, una programmazione turistica consapevole si pone l’obiettivo di uno sviluppo equilibrato, che preservi le risorse ambientali (fisiche, culturali e sociali) e che coinvolga positivamente la comunità ospitante.  Sostenibilità, però, è un termine molto ampio e complesso, che non si esaurisce nella salvaguardia dell’ambiente, ma comprende al suo interno anche aspetti legati alla sfera sociale e a quella economica.  Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, il turismo sostenibile è quel tipo di viaggio che minimizza gli impatti sull’ambiente, sulla cultura e sulla società, ma al contempo genera reddito, occupazione e conservazione degli ecosistemi locali. Il turismo sostenibile ha al suo interno una serie di sfaccettature, tra cui la dimensione responsabile e comunitaria del turismo. Il turismo responsabile si identifica come una forma di viaggio che implica sia un atteggiamento responsabile e consapevole da parte del turista sia un coinvolgimento attivo della comunità locale stessa. Con turismo comunitario si intende l’insieme delle proposte turistiche promosse e gestite dalle comunità locali. In questa prospettiva, la popolazione locale si occupa sia di gestire i servizi ricettivi di accoglienza turistica sia di condividere conoscenze sulle risorse naturali e culturali di un luogo. Dal punto di vista del turista è da considerarsi anche un’opportunità di avvicinamento e di apprendimento di nuove culture, valori e prospettive. Se la strategia è far diventare la sostenibilità un tratto cardine sulla quale costruire l’identità di un luogo, è necessario capire meglio come attivare le emozioni dei turisti e coinvolgerli in questo processo già dal momento della scelta iniziale. In questo caso la psicologia gioca un ruolo fondamentale. La comunicazione di marketing di una destinazione turistica dovrebbe generare una risposta cognitiva, affettiva e comportamentale.  In primo luogo, le attività comunicative dovrebbero diffondere informazioni sugli elementi tangibili e intangibili di un’offerta territoriale in modo tale da accrescere la sua notorietà e il suo riconoscimento da parte dei turisti.  Il passaggio successivo dovrebbe essere quello di far sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del luogo da parte dei turisti. Tutto questo avviene se vi è un’identità ben definita, ma soprattutto se viene effettivamente percepita e riconosciuta dal target.  Infine, dopo aver accresciuto l’adesione nei confronti del luogo, l’obiettivo diventa quello di far sì che il turista scelga effettivamente quella determinata destinazione turistica. Chi si occupa di far conoscere una destinazione turistica può usare diversi tipi di comunicazione, utilizzando un focus più razionale oppure uno più emotivo. Alcuni studiosi hanno mostrato che i messaggi a contenuto emotivo creano una relazione maggiormente positiva con l’atteggiamento e l’intenzione di acquisto del turista. Inoltre, sembrano anche catturare in modo più efficace l’attenzione e l’interesse dello stesso. Tuttavia, costruire messaggi comunicativi con l’ausilio di emozioni negative, quali ansia e preoccupazione, potrebbe indurre ad atteggiamenti anti-ambientalisti. Altri studi hanno dimostrato l’importanza di tenere in considerazione il livello di consapevolezza ecologica dei turisti, cioè quanto i visitatori sanno circa la sostenibilità nelle sue diverse connotazioni.   I turisti con una bassa consapevolezza ecologica tendono ad avere delle intenzioni di scelta di una meta maggiori di fronte ad appelli emotivi. Mentre, i consumatori con una consapevolezza ecologica elevata sono più attratti da stimoli razionali. In generale, tutti questi risultati indicano che la psicologia è da considerare come una nuova prospettiva di analisi del turismo sostenibile in quanto può aiutare a una migliore pianificazione delle strategie di programmazione e di comunicazione turistica. In particolare, questo risulta vero soprattutto quando l’obiettivo è quello di coinvolgere i consumatori meno consapevoli nelle pratiche sostenibili per tutelare e valorizzare la destinazione durante la visita. BIBLIOGRAFIA Ahn, Y. (2022). City branding and sustainable destination management. Sustainability, 12(9) El Sakka, S. (2016). Sustainability as an effective tool for place branding: an application on El Gouna City, Egypt. International Journal of Environmental Science and Development, 7(11)

La coscienza

di Veronica Sarno Uno stato di coscienza è caratterizzato da un’attività corticale rappresentata da s p e c i fi c i i n d i c i elettroencefalografici, onde i r r e g o l a r i , veloci ed ad a m p i e z z a r i d o t t a ; i n corrispondenza di queste attività elettriche, l’organismo sperimenta esperienze consce come l’ascolto di suoni, visione di colori ed immagini, la produzione di pensieri; si tratta dunque di esperienze di natura cognitiva o percettiva. La coscienza ha funzione di accesso e di selezione delle informazioni che debbano g i u n g e r e a d u n a rappresentazione conscia. La percezione visiva è molto rappresentativa del rapporto fra i meccanismi di base fisiologi ed i correlati consci. Tuttavia il maggior grado della coscienza si verifica a livello cognitivo superiore: nei processi di memoria, nei m e c c a n i s m i a t t e n t i v i , nell’apprendimento, nella comprensione del linguaggio. La percezione visiva è basata su meccanismi fisiologici sottostanti l’accesso delle informazioni alla coscienza rispetto alla visione, vi sono d u e d i v e r s i s i s t e m i rappresentazionali: il primo è relativo all’elaborazione delle caratteristiche di un oggetto esterno, mentre il secondo è riferito alle sue relazioni spaziali, questi due sistemi coinvolgono due aree corticali differenti, nella corteccia visiva, che include le aree corticali visive primarie finalizzate alla ricezione degli input ottici (Sheinberg & Logothet is, 2003), la parte destra del cervello si occupa della metà sinistra del campo visivo, la parte sinistra del cervello organizza invece la visione della parte controlaterale (destra) del campo visivo. Le cortecce visive di entrambi gli emisferi hanno un numero di aree topografiche diverse e s p e c i fi c h e p e r f u n z i o n i specifiche rispetto agli input visivi e tra loro collegate; tuttavia, non tutte le mappe percettive prodotte dalle varie component i cerebral i s i t r a s f o r m a n o i n rappresentazioni coscienti, i n f a t t i , a l c u n e d i esse rimangono in un formato non conscio, come ad esempio, il riconoscimento implicito delle forme o dei volti. Anche in caso di lesioni cerebrali come la Sindrome da Negligenza Spaziale Unilaterale (Neglect) in cui il soggetto è incapace di percepire degli stimoli visivi e come nel caso del Blindsight, fenomeno della visione cieca. S t u d i s c i e n t i fi c i hanno dimostrato che in alcuni deficit la visione cosciente degli stimoli è compromessa, ma non la loro elaborazione inconsapevole. L’elaborazione delle caratteristiche più complesse dello stimolo visivo segue due percorsi distinti, che sono fra loro indipendenti, ma collegati; si tratta della via occipito-temporale-frontale o via ventrale che attraversa il lobo temporale ventrale con proiezioni al lobo frontale e della via occipito-parieto-frontale o via dorsale, che attraversa il lobo parietale con proiezioni all’area frontale; l’area parietale costituisce la sede principale per la ricezione d e l l e i n f o r m a z i o n i propriocettive e riguarda i movimenti saccadici, che sono i n d i s p e n s a b i l i p e r l a rappresentazione interna delle relazioni spaziali nel campo visivo. La via dorsale è coinvolta direttamente nella localizzazione degli stimoli. Il sistema percettivo ed i l sistema di azione avvengono m e d i a n t e c o m p o n e n t i s o t t o c o r t i c a l i , come ad esempio il talamo, che funge da trasmettitore di input alla corteccia sensoriale. Mediante strumentazione PET è stato d i m o s t r a t o c h e l a visualizzazione mentale si organizza retinotopicamente attraverso il sistema delle aree visive. Kosslyn (2001) ha creato un modello che tiene conto della Mental Imagery e che è c o s t i t u i t o da sei componenti principali: la prima è costituita dal Buffer visivo definito da un insieme di aree topograficamente organizzate della corteccia, tali strutture corticali sono rappresentabili come un’unica struttura funzionale, localizzata nel lobo occipitale, queste aree si interconnettono con aree visive sia di basso livello e sia di alto l i v e l l o . L e p e c u l i a r i t à neuroanatomiche delle aree implicate sono compatibili con l’ipotesi che la Mental Imagery visiva sia costituita da un pattern di attivazione del buffer visivo indotto da informazioni c h e s o n o s t a t e p r e c e d e n t e m e n t e immagazzinate e che però non arrivano dal mondo esterno, come di solito accade nella visione. La finestra attentiva è la seconda componente e si occupa d selezionare le informazioni rilevanti, infatti fra le informazioni rese disponibili dal buffer solo alcune saranno selezionate in funzione degli o b i e t t i v i d e l s i s t e m a rappresentazionale. La terza componente è costituita dalla decodifica delle proprietà dell’oggetto mediante un congiungimento fra lobo temporale inferiore e lobo occipitale. Nel mentre si verifica la percezione visiva, l ’ i n p u t i n a r r i v o v i e n e confrontato con quelli già presenti in memoria e poi lo stimolo viene individuato. Le immagini mentali relative alla proprietà della forma si f o r m a n o a p a r t i r e dall’attivazione delle memorie visive mediante un processo top-down (dall’alto verso il b a s s

Fobia Scolare in Adolescenza

di Cinzia Saponara Con il termine: “Fobia scolastica” coniato nel 1941 dalla psichiatra americana Adelaide Johnson, intendiamo un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o restare a scuola. La fobia scolastica denominata anche “rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin & Strass, 1987) riguarda tra l’1% e il 5%( Burke & Silverman, 1987) dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere socio-economico. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano frequentemente una risposta fobica sul piano fisiologico (tachicardia, nausea, dolori addominali, cefalee, disturbi del sonno) e sul piano comportamentale ed emotivo (condotte di evitamento, somatizzazioni), tali da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di alunni intelligenti e studiosi con buona resa didattica, che riducono la propria frequenza a scuola, fino al ritiro, non tanto per disinteresse o per insuccesso negli studi, quanto per la paura della propria inadeguatezza ad abitare la scuola intesa come “contesto sociale”. La sua insorgenza sembra spesso immotivata e il manifestarsi di tale fobia rappresenta solitamente un segnale d’allarme particolarmente rilevante, che non va mai sottovalutato, perché può essere il sintomo di una sottostante struttura psicopatologica in procinto di scompensarsi. Tale disturbo non ha una sua categoria nosologica specifica all’interno del DSM 5 dove viene inclusa tra le molteplici fenomenologie delle fobie sociali, privandolo di una sua specificità. Non esistono pertanto direttive specifiche che possano tutelare sufficientemente gli studenti che soffrono di fobia scolare e che hanno assenze di frequenza scolastica spesso molto prolungate. La dispersione scolastica è un fenomeno di per sé complesso e multiforme, l’Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento in media, (i ragazzi il 15,6% e le ragazze il 10,4%), in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). I divari tra le regioni risultano molto ampi. Questi i dati contenuti nell’ultima pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, dal titolo “La dispersione scolastica”. La Comunità di Sant’ Egidio, in un lavoro dove è stato preso in considerazione il primo periodo dell’anno scolastico 2020/21, Settembre Dicembre, ha certificato che a Settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Un’indagine Ipsos per conto di Save the Children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, da marzo 2020 a gennaio 2021, almeno un alunno aveva abbandonato la scuola. Qui, i ragazzi ritirati, sono circa 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore, in quest’ultimo periodo. Sono ben note le problematiche collegate al ricorso prolungato alla DAD e/o all’alternanza di DAD e didattica in presenza, questa incertezza, ha colpito duramente i ragazzi che erano già predisposti a un isolamento, infatti per alcuni, la DAD ha rappresentato una situazione di comodo: sono a casa mia, non ho contatti con i miei coetanei, non devo sforzarmi di avere delle relazioni, perché avere relazioni mi costa fatica. Nella maggior parte dei casi si è trattato di una regressione temporanea e reversibile, in altri al contrario questa situazione ha slatentizzato, di fatto, vissuti di forte ansia e rifiuto di ritornare a scuola in presenza. Occorre fare un doveroso distinguo tra rifiuto scolastico e assenteismo ingiustificato, quest’ultimo spesso è associato a comportamenti antisociali, atteggiamento oppositivo e/o alla mancanza di interesse per la propria formazione scolastica; è un comportamento in cui è assente l’ansia e la paura intensa e irrazionale di frequentare la scuola. Nel caso dei ragazzi con fobia scolare il quadro è molto più complesso, il meccanismo scolastico, basato su regole, verifiche e confronti, sottopone questi ragazzi ad una costante frustrazione delle proprie aspettative, cioè ad una ferita narcisistica; quando ciò accade, sono pervasi da un’angoscia catastrofica, che impedisce loro di pensare e di agire. Per l’adolescente di solito il terrore è tale e non è possibile alcuna spiegazione. Abbandonata la scuola, alcuni tra loro arrivano a chiudersi per giorni interi nella loro camera, dove stazionano “attaccati” al computer e si rifiutano di uscire di casa anche per le incombenze che li riguardano. La rivoluzione digitale ha creato ambienti espressivi nei quali gli adolescenti non solo sperimentano nuove possibilità di realizzazione ma si rifugiano in occasione di gravi crisi evolutive, in una forma di autoricovero che esprime sia il dolore sia un tentativo di risolverlo, come avviene nel ritiro sociale, la più significativa manifestazione del disagio giovanile odierno, assimilabile alla cosiddetta sindrome di Hikikomori 1 (auto-isolamento prolungato) in preadolescenti e adolescenti. Spesso i genitori sono allo stremo sia per l’insuccesso degli sforzi inutilmente fatti sia perché i figli possono diventare dei despoti all’interno della famiglia, appropriandosi di ogni spazio della casa e interferendo continuamente con la libertà degli altri membri. René Diatkine ed Eric Valentin (“Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”, 1985), descrivono quattro possibili evoluzioni focalizzando l’attenzione sul fatto che non si tratta mai di un sintomo “fugace o benigno”. Il primo tipo di evoluzione, quella più grave ma fortunatamente numericamente poco consistente, evolve verso la schizofrenia, manifestando dissociazione e delirio paranoide. Il secondo tipo di evoluzione analizza degli adolescenti che sembrano essere incapaci di qualsiasi compromesso con i propri desideri: tali ragazzi vengono considerati come psicotici (“caso limite”, “borderline”), ma non presentano dissociazioni o deliri. Gli autori mettono in evidenza una relazione familiare estremamente problematica, preesistente alla comparsa della fobia scolare e da questa esacerbata, caratterizzata da ambivalenza e da messaggi contraddittori sia da parte dei genitori che dei figli; viene evidenziato il fatto che l’adolescente non più capace di andare a scuola, in precedenza aveva solo apparentemente uno sviluppo armonico, ma che ad un esame più attento l’adattamento alla realtà era solo apparente ed erano già presenti angosce importanti. Concludendo il secondo tipo di evoluzione gli autori rimarcano che il ragazzo resta a casa, trovando una nuova organizzazione che non gli crea alcuna inquietudine, ma che diventa un nuovo modo di vivere in funzione del principio di piacere. Il terzo tipo di evoluzione,

Stress e Fattori di Rischio Psicosociali

di Martino Daniela scientific 3 2022 Lo stress è una reazione relativamente aspecifica alle sollecitazioni ( stressors o stimoli) dell’ambiente esterno e/o interno. E’ dunque un meccanismo di risposta alle richieste ambientali che ha natura del tutto fisiologica e non patologica(eustress): Senza stress c’è la morte(Hans Selye) Tuttavia, gli studi, l’esperienza clinica e la ricerca, dimostrano che in alcune condizioni la risposta di stress può divenire disfunzionale, ovvero, nei seguenti casi specifici: 1 – per inadeguata intensità degli stimoli (sovra o sottostimolazione) 2 – per eccessiva durata degli stessi 3 – per caratteristiche di personalità del soggetto. In questi casi la reazione di stress può diventare patologica e trasformarsi in una sindrome da stress negativo (distress), che è caratterizzato da: a – disturbi cogni t ivi (perdi ta di concentrazione, difficoltà ad assumere decisioni, persistenti pensieri negativi, diminuita abilità dei managers, ecc.) b – disturbi emozionali (perdita di entusiasmo, i r r i t a b i l i t à , a n s i a , depressione, ecc.) c – disturbi fisici (palpitazioni, mal di schiena, mal d i t e s t a , d i s t u r b i gastrici,ecc.) d – disturbi comportamentali (decremento d e l l a p e r f o r m a n c e , d i s t u r b i dell’alimentazione, aumento di errori e infortuni, abuso di alcool e tabacco, stato di sovra o sotto eccitazione, ecc.). Uno dei maggiori fattori di stress sul lavoro è rappresentato dalle relazioni interpersonali. A tal proposito L. Levi ha messo a punto il modello dello stress cosiddetto “psicosociale”,secondo cui le i n t e r a z i o n i s o c i a l i e i r a p p o r t i interpersonali possono rappresentare per le persone una fonte stressogena, in grado di produrre tutti i disturbi psicosomatici alla pari dei altri stimoli ambientali, fisici o organici. Le interazioni lavorative, se non gestite correttamente possono esporre a danni alla salute fisica e psicologica, insieme ad a l t r i f a t t o r i . Proprio questa consapevolezza ha spinto molti ricercatori a circoscrivere e definire il campo dei f a t t o r i che incidono maggiormente sullo stress da lavoro. I fattori meglio individuati dalle ricerche sono i seguenti: -il carico di lavoro, -i ritmi, – i turni lunghi o mal pianificati in successione -rumore Secondo un’ indagine (1999/2000) dell’European Agency for Safety and Health at work nei paesi industrializzati e post industriali le malattie professionali di carattere fisico, organico o con forte correlazione causa/effetto, sono in continua diminuzione, di contro, sono invece in aumento le patologie stress correlate, aspecifiche e multifattoriali. E’ probabile che in larga parte ciò sia dovuto alla forte precarizzazione del mercato del lavoro, alle difficoltà di ricollocazione,agli obiettivi organizzativi sempre più pretenziosi, alla scarsa valorizzazione delle risorse umane, alla mancanza di una visone etica del lavoro; fattori questi che impattano in maniera pesante sul senso di autoefficacia dell’individuo, oltre a determinare tutti quei disturbi connessi alla sfera ansiosa e depressiva. Quanto non appena accennato ci dà il senso del perché nel mondo del lavoro si consumino tanti drammi di umana sof ferenza. Uno studio di Hans Leymann, stima che l’8% dei suicidi avvenuti in Svezia in un anno, trovi nel lavoro un rapporto diretto di causa-effetto. Un malessere con cui gli operatori della prevenzione dovranno confrontarsi nel tempo a venire,sia lavorando a livello individuale, sia a livello organizzativo, spingendo i contesti di lavoro a occuparsi sempre di più dei fattori che ormai notoriamente possono intervenire sul miglioramento del benessere lavorativo, ovvero : -Funzione e Cultura organizzativa Comunicazione, sostegno nella risoluzione di problemi e sviluppo personale; definizione degli obiettivi organizzativi -Ruolo nell’organizzazione Coerenza di ruolo, ripartizione equa delle responsabilità per i dipendenti —-Evoluzione della carriera Evoluzione di carriera, promozione del capitale umano, retribuzione, sicurezza dell’impiego, sensibilizzazione rispetto al valore sociale attribuito al lavoro –Autonomia decisionale/Controllo P a r t e c i p a z i o n e a l p r o c e s s o decisionale,controllo sul lavoro   -Rapporti interpersonali sul lavoro Riduzione dell’ isolamento fisico o sociale, rapporti funzionali con i s u p e r i o r i , cura d e l l e r e l a z i o n i interpersonali, supporto sociale. –Interfaccia famiglia-lavoro Conciliazione tra casa e lavoro. Riepilogando lo stress non è una malattia, ma piuttosto una disfunzione di sistema che può arrecare danni se non adeguatamente controllato nei contesti lavorativi. In questo senso, non vi è una ricetta magica per la gestione dei fattori stress lavoro-correlato, tuttavia vi sono diverse indicazioni di ricerca che indicano come il clima organizzativo in un’azienda/realtà lavorativa possa essere migliorato, anche in modo significativo, con interventi tempestivi e mirati che coinvolgono in modo coordinato l’ambito relazionale, organizzativo, gestionale e sanitario. Bibliografia -Eu-Osha. Calculating the costs of work-related stress and psychosocial risks – A literature review. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2014. -Eu-Osha. ESEnER – European Survey of Enterprises on new and Emerging Risks 2- preliminary findings. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2015. -Inail. Indagine nazionale sulla salute e sicurezza sul Lavoro. Milano: Inail; 2014. -Cox T. Stress. London: Macmillan; 1978. -Cox T, Griffiths AJ. The assessment of psychosocial hazards at work. In: Shabracq MJ, Winnubst JAM, Cooper CL. Handbook of Work and Health Psychology. Clichester: Wiley & Sons; 1995. -Coordinamento Tecnico Interregionale della Prevenzione nei Luoghi di Lavoro. Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro-correlato: guida operativa; 2010. -Leka S, Cox T. The European Framework for Psychosocial Risk Management: PRIMA-EF. UK: I-WHO; 2 0 0 8 . p p 8 0 – 9 5 ( I S B n 978-0-9554365-2-9). -PRIMA-EF network. PRIMA-EF. Guida al contesto europeo per la gestione del rischio psicosociale. Una risorsa per i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori. Protecting Workers’ Health

Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne. Un progetto, un libro

di Claudia Corbari Violenza sulle donne. Una tematica di cui si parla moltissimo e che impegna i professionisti e la cittadinanza in una lotta sempre più presente nel nostro territorio. Il 25 novembre è senza dubbio una giornata sentita da tutta la popolazione che si impegna in manifestazioni e convegni a sostegno della donna finalizzati a trattare questa tematica da molteplici punti di vista. Ma allora perché parlare di una tematica così delicata attraverso l’arte? Perché Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne? Come nasce questo progetto e la conseguente pubblicazione del libro?  Prima di essere libro, Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne è un progetto che ha creato attorno a sé una vera e propria comunità. Nel 2014 avviene quindi l’incontro tra me e Valentina Gueci, storico e critico d’arte, durante un percorso formativo come operatori antiviolenza. La nostra scelta è stata quella di fare incontrare le mie esper ienze sul campo in ambi to emergenziale anche in contesti violenti, all’estro e alle competenze artistiche di Valentina. L’organizzazione di eventi quali: la mostra-evento “Artisti contro la violenza sulle donne” a Palazzo Cefalà nel 2015, quella a Palazzo Palagonia alla Gancia nel 2015 dal titolo “Artisti per la prevenzione ed il rispetto della donna” e la mostra collettiva polimaterica contro il femminicidio Artisti per Rosalia al Country Time Club nel 2017 ci hanno condotte a pensare alla possibilità di mettere nero su bianco i frutti dell’impegno dei 200 artisti che fino a quel momento avevano contribuito attraverso le loro opere a sensibilizzare la cittadinanza e ci avevano aiutate a parlare di violenza sulle donne attraverso il linguaggio dell’arte. Nasce così “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne”. Un progetto finalizzato ad approfondire la tematica della violenza sulle donne e a sensibilizzare e coinvolgere la collettività attraverso l’organizzazione di eventi artistici e culturali durante i quali risulta pregnante l’ascolto attivo ed i l coinvolgimento personale di tutti i partecipanti. Se da un lato l’artista può far emergere il proprio vissuto emotivo ed il messaggio sociale che desidera comunicare attraverso l’opera d’arte, dall’altro il fruitore può rivedersi in quell’opera ed avviare un processo introspettivo. Nell’ottica di un progetto finalizzato alla prevenzione della violenza sulle donne anche attraverso la sensibilizzazione d e l l a c o m u n i t à , s i è r i t e n u t o fondamentale fornire uno strumento facilmente consultabile da tutti. Su queste basi nasce il libro “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne”. Il libro, scritto con un linguaggio molto semplice, si pone quale frutto di un progetto più ampio e quale strumento che consente ad ognuno di informarsi e conoscere le svariate forme di violenza e le dinamiche che possono caratterizzare le relazioni disfunzionali. La presenza nel testo di poesie, fotografie ed immagini di opere d’arte, alcune delle quali create ad hoc per il progetto, consente di avviare proprio dall’arte il discorso psicologico sulla violenza sulle donne. Arte e Psicologia si muovono dunque insieme verso la direzione della possibilità del riscatto da p a r t e d e l l a d o n n a , n e l l ’ o t t i c a dell’individuazione delle risorse, individuali e contestuali, necessarie per reagire e chiedere aiuto. La pubblicazione del testo ha consentito di avviare processi di sensibilizzazione all’interno delle scuole dal momento che esso è stato adottato e studiato dagli studenti ed ha consentito loro di avvicinarsi al mondo dell’arte e della psicologia avviando riflessioni di gruppo, ponendo domande ed approfondendo la tematica da entrambi gli aspetti nel corso di incontri tenuti all’interno delle scuole; incontri che hanno anche in qualche caso condotto alla realizzazione di murales sulla tematica all’interno di Istituti Scolastici. I molteplici eventi organizzati nel territorio hanno consentito alle autrici e agli artisti di veicolare il messaggio contro la violenza sulle donne e ai fruitori del progetto di informarsi, individuare le svariate tipologie di violenza e le dinamiche relazionali sottostanti, di porre domande di natura psicologica e in taluni casi, di chiedere un supporto concreto mediante la presa in carico da parte di svariati professionisti. Dagli incontri che hanno coinvolto un numero elevato di persone, quali, ad esempio, “Artisti per Rosalia” 2017 e 2018, a quelli più specifici ed effettuati in contesti più riservati, è stato possibile creare una vera e propria comunità di persone determinate a portare il loro contributo contro ogni forma di violenza sulla donna attraverso l’unione dei due linguaggi: l’arte e la psicologia. Il filo conduttore di molte opere presenti nel testo “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne” è la violenza psicologica; tipologia di violenza che talvolta è meno considerata ma non per ques to meno impor tante e devastante di quella fisica. Gli artisti la rappresentano attraverso i colori, gli abiti, gli spazi e i volti delle protagoniste delle loro opere riuscendo magistralmente a far arrivare al fruitore intense emozioni. «La violenza psicologica, trasversale a tutte le altre, indica nello specifico una serie di atteggiamenti e comportamenti volti ad offendere, intimorire, e mortificare la vittima ed a ferirne profondamente l’autostima» (Bell e Naugle, 2008; Goodlin e Dunn, 2010 cit. in Salerno, 2010). Essa può manifestarsi attraverso comportamenti che sono purtroppo molto diffusi ed avere conseguenze che la vittima porterà con sé a lungo, specialmente se reiterata nel tempo e da soggetti con i quali ha costruito un legame affettivo. La v i o l e n z a p s i c o l o g i c a può manifestarsi mediante insulti verbali, svalutazioni, umiliazioni, ricatti e nell’incutere paura o terrore alla vittima che, colpevolizzata e denigrata privatamente, pubblicamente e talvolta dinanzi ai figli, sentirà attaccata la sua autostima. Questi comportamenti sono spesso accompagnati da attacchi alla femminilità e alla maternità della donna che, all’interno della relazione di coppia impediscono qualunque t i p o d i comunicazione con il partner e causano il completo isolamento della vittima, la quale non potrà più frequentare la propria famiglia

Il Carattere: Predisposizioni Innate e Interazioni Ambientali

Di Veronica Lombardi Non esistono sulla terra due persone identiche, nessuno che abbia le stesse impronte digitali; neppure due fili d’erba o due fiocchi di neve sono uguali. Tutti gli individui sono diversi l’uno dall’altro; ognuno è dotato di punti di forza e debolezza differenti. Abstract Teofrasto, filosofo peripatetico, succedendo al maestro Aristotele, guidò la sua scuola di filosofia fino a 288 A.C. Nell’opera I caratteri, egli descrive quelle varianti comportamentali della personalità, che mettono in discussione le definizioni di stabilità per il carattere. In quel tempo definire il carattere di una persona voleva dire individuare il suo tratto più stabile e costante di comportamento: infatti il termine carattere deriva dal greco Charakter che significa impronta. Termini come pazzia, morale, prolissità, avarizia, bugiardaggine, scontentezza, loquacità, accompagnano una sorta di classificazione nell’ambito dell’esposizione filosofica di Teofrastro, che abbina, alle sue categorie di caratteri, l’orientamento di un destino (Teofrasto 1994, I caratteri, Garzanti, Milano). Da questa dimensione di pensiero che segue una modalità di ragionamento non logica, ma analogica, si giunge alle riflessioni etiche di Aristotele, dove le ricerche sul carattere delle persone vengono stigmatizzate per il loro essere inadeguate alla situazione comportamentale di tenuta normale. Infatti, l’osservazione condotta dai filosofi mette in risalto sui comportamenti difformi, viziosi o ridicoli, in tempi in cui la filosofia era scienza di vita. I tentativi di risposta agli interventi sul destino che determinava i comportamenti umani furono ampiamente descritti oltre che da Aristotele anche da Platone entrambi sostenevano che solo in una vita impostata su un corretto equilibrio tra virtù e piacere fosse possibile trovare il baluardo salvifico della salute dello spirito e del corpo. Il consiglio degli esseri umani era quello di mantenersi in equilibrio ideale di relazione, tra ambiente e Cosmo, scandendo il tempo e gli umori. Al combinarsi multiforme di questi elementi venivano ricondotte l’organizzazione la stabilità del carattere degli individui (Aristotele, Poetica, La terza, Roma,1983). Più tardi, i concetti filosofici della costituzionalità del carattere furono ripresi e ampliati dal medico Galeno con la teoria dei quattro umori che pare non debba essere attribuito allo stesso Galeno in quanto, chiari radici di questo pensiero, sono identificabili nella storia della filosofia antica. In uno scritto anonimo, De mundi constitutione, si trovano concetti in tal senso, fra cui quello preso in prestito da Galeno che afferma “esistono quattro umori nell’uomo che imitano i diversi elementi aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano. Ognuno in diverse età, il sangue imita l’aria aumenta in primavera e domina d’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate e domina nell’adolescenza. La bile nera, ovvero la malinconoia, imita la terra ed aumenta in autunno e domina nella maturità. Il flegma imita l’acqua aumenta in inverno e domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l’uomo prospera”. Ancora oggi nello studio del temperamento, l’eredità genetica del carattere e della personalità degli individui, filosofi, psicologi, Biologi, si pongono interrogativi che appaiono perlopiù irrisolti. Oltre alla determinazione del temperamento ereditato geneticamente e alla formazione del carattere come tratto stabile dominante, la personalità di un individuo, si studiano le eventuali modificazioni di comportamento per scoprire se queste siano frutto di un’educazione sbagliata o di predisposizioni sconosciute come il destino o il DNA. Due studiosi moderni Pazzagli e Pallanti, dimostrano come l’antica filosofia galeniana sia così forte da riuscire a influenzare ogni riflessione in tema di personalità fino ai giorni nostri (Pazzagli A. e Pallanti S., Natura e carattere, Kos Rivista di psichiatria,1995). Basti, ad esempio, pensare che la psicoanalisi junghiana fonda la psicologia della personalità sui quattro elementi. La costruzione del carattere e l’interazione educativa Per affrontare un argomento così complesso come quello dei temperamenti della struttura del carattere e dell’organizzazione della personalità è importante partire da una funzione psichica embrionale di predisposizione psicologica naturale che è la percezione di sé stessi. Uno dei molti termini collegati alla percezione di noi stessi viene chiarito per esempio dagli studi di G.W. Allport che nel suo psicologia della personalità afferma “Supponiamo che dobbiate affrontare un esame difficile e critico senza   dubbio sentirete un alterazione del battito cardiaco e dei disturbi dello stomaco (io corporeo). Inoltre, sarete consapevoli del significato di quell’esame rispetto al vostro passato e al vostro futuro (identità personale), della vostra orgogliosa partecipazione (stima di sé), di ciò che il successo o il fallimento significherebbe per la vostra famiglia (estensione dell’io), delle vostre speranze o aspirazioni (immagine di sé), del vostro ruolo di risolutore dei problemi in esame (agente razionale) della pertinenza dell’intera situazione per i vostri fini a lunga scadenza (tendenza del proprium)” (Allport G.W.,Psicologia della Personalità, LAS, Roma,1976). L’individuo possiede una serie di percezioni cognitive e affettive che riguardano sé stesso in quanto oggetto e derivano in parte da predisposizioni innate e in parte dalle interazioni educative, ovvero dei rapporti con geni. Alla nascita, il bambino entra a far parte di un mondo di azioni socialmente interpretata e valutate e manifesta un’innata propensione al passaggio dal biologico al sociale al simbolico. Nel suo comportamento, è impegnato in una complessa mescolanza di azioni istintive, dirette allo sviluppo dei propri confini fisici sociali e psicologici, al di là della semplice sopravvivenza. Durante la costruzione del carattere, il bambino presta attenzione selettiva i propri simili, alle caratteristiche comportamentali e del linguaggio umano: non è semplicemente un osservatore, ma è coinvolto attivamente. Per esempio, durante una sequenza di gesti impara ad aspettare il proprio turno e, mentre partecipa al gioco a prendere la base logica e pratica della comunicazione e il riconoscimento dei ruoli. Il bambino si pone nel ruolo di agente o iniziatore, con un’innata propensione per i tempi legati alla socialità, che in seguito lo porranno nel ruolo di ricevente del carattere che comincia a formarsi. L’interazione sociale, tramite il dialogo, rende possibile il passaggio dal riconoscimento dei reciproci ruoli alla consapevolezza della propria identità e, successivamente del proprio carattere. Egli percepisce la formazione del suo carattere con modalità primitive che si esplicano innanzitutto attraverso i simboli espressivi del gesto e del gioco, per

A sua…Immagina: L’utilizzo delle fantasie guidate in psicoterapia

di Valeria Bassolino Joseph Zinker in “Processi creativi in psicoterapia della Gestalt” sottolinea come la psicoterapia possa essere un processo in cui sia il paziente che il terapeuta si riscoprono creatori del cambiamento. Il tema della creatività appare, già ad una prima analisi, strettamente legato alla questione riguardante la fantasia e, specificamente, il suo utilizzo ai fini terapeutici. D’altro canto, ciò sembra confermato anche da alcuni rilevanti costrutti teorici. Secondo le teorie della mente attiva, che fanno capo al presupposto epistemologico del Costruttivismo, la mente non sarebbe soltanto produttrice di output ma anche di input. Sarebbe la mente stessa dell’individuo a ricercare e costruire attivamente i propri dati sensoriali. In una visione integrata del mondo emozionale e del pensiero, si crea uno spazio di riflessione circa l’immaginazione come attività specifica della mente. Secondo alcuni autori, la percezione e l’immaginazione condividono essenzialmente le stesse vie neurologiche. In questa prospettiva, dunque, l’esperienza di immaginare un oggetto vuol dire porsi in uno stato psicofisiologico simile alla percezione reale di quell’oggetto o situazione. Ad ulteriore conferma, studi recenti hanno evidenziato come il processo di immaginazione si correli a cambiamenti somatici, in particolare: tensione muscolare, respiro, attività elettrica della pelle, pressione arteriosa e frequenza cardiaca, onde cerebrali, attività oculare (dilatazione pupillare, attività del cristallino). È quindi evidente come tecniche di visualizzazione (Meditazione, Training Autogeno, Fantasia guidata, ecc.) possano condizionare la fisiologia del corpo elicitando emozioni e risposte somatiche. Particolarmente significativi gli studi encefalografici (1961-65) compiuti da Virel presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Parigi, che dimostrano come il rilassamento profondo, che comporta la comparsa spontanea di immagini, sia caratterizzato dal ritmo cerebrale “alfa”. Il ritmo “alfa”, studiato da H. Berger nel 1929, è l’attività elettrica delle regioni posteriori dell’encefalo che è caratteristica di alcuni stati di coscienza esclusivi della specie umana, nell’auto-ipnosi, nello yoga, nella meditazione zen. D’altro canto, la fantasia è considerata uno strumento terapeutico in quasi tutto il mondo ed è parte integrante di molte religioni. Già gli antichi Egizi e Greci credevano che le immagini liberassero nel cervello l’energia che stimola il cuore ed altre parti del corpo e che un’immagine molto vivida di una malattia fosse in grado di provocarne i sintomi. L’immaginazione è un modo normale del funzionamento del pensiero, probabilmente tutto il pensiero poggia sulle immagini mentali. D’altro canto, le immagini mentali non sono concepibili senza un corpo, esse non sono un “contenuto mentale” ma un evento psicofisiologico integrato. Per cui le immagini mentali non contribuiscono solamente alla costruzione del pensiero, ma dell’intera esperienza intesa come vissuto soggettivo integrato. Ovviamente per “corpo” si intende non il corpo anatomico, ma il vissuto corporeo, cioè “il mio corpo come io lo sento”. Si tratta della nozione, utilizzata anche dalla fenomenologia, di corpo vissuto, distinta dalla nozione di corpo oggetto, organico, anatomico. Allora ogni vissuto soggettivo sembra originarsi dal “corpo”: sensazioni, percezione, emozioni, immagini. Per la Psicoterapia della Gestalt il pensiero per immagini, come tipo di coscienza-esperienza, ha in sé la componente dell’azione, del pensiero e dell’emozione. Da qui, la sua importanza per qualsiasi progetto di cambiamento terapeutico. L’azione del pensare modifica generalmente i pensieri, ma solo il sentire può modificare le emozioni; vale a dire che solo l’affiorare di nuove esperienze emotive, aggiungendo nuove tonalità alla configurazione affettiva di base, può incidere sulla loro autoregolazione e modificare l’esperienza, facilitando così un riordinamento dei pattern di significato personale. L. Rigo spiega che “l’attività immaginativa, nel suo stretto rapporto con l’attività sensoriale, precede geneticamente le rappresentazioni astratte del pensiero […] così l’Immaginazione, prodotto più immediato del linguaggio, precede geneticamente quest’ultimo e ne è una condizione”. Ancora Rigo sottolinea come “l’immaginare è legato e quasi identificabile alle immagini visive e queste sono collegate a situazioni concrete con tutte le loro implicazioni emotive e sentimentali, mentre il pensare è sempre legato al linguaggio, che può anche non essere accompagnato da immagini ed è in ogni caso corrispondente ad un modo di essere molto più distanziato dalla situazione e meno carico di elementi emotivi”. Anche se il modo in cui la fantasia agisce sull’organismo rimane tuttora poco chiaro, si pensa che essa funzioni secondo un meccanismo che riproduce, a livello neurale, meccanismi e reazioni che somigliano alla realtà: se osserviamo l’attività del cervello nel momento in cui si immagina qualcosa, la sua attività è del tutto simile a quella di quando ciò che percepisce è reale. Sulla base di ciò il sistema nervoso non può, quindi, valutare la differenza tra una esperienza reale e una immaginata: in entrambi i casi reagisce ai dati comunicatigli dal cervello, ossia reagisce in conformità a quanto si pensa o si immagina. Perciò, il sistema nervoso non distingue se una cosa è vera o solo immaginata. In conclusione, è possibile verosimilmente sostenere che immaginare porta a una attivazione cerebrale identica a quella dell’agire. Da un punto di vista strettamente tecnico, l’attuazione di una fantasia guidata richiede la strutturazione di un setting piuttosto rigoroso. In particolare, il terapeuta chiede al paziente di assumere una posizione comoda, seduta oppure sdraiata e di chiudere gli occhi. A suo agio nello scenario preferito, il paziente dirige i pensieri verso il problema. Le immagini mentali non sono necessariamente visive: può trattarsi di suoni, sapori odori o di una combinazione di sensazioni. Il Sogno guidato è una tecnica molto utilizzata che permette di accedere alle risorse che i soggetti hanno acquisito nel corso della loro esperienza di vita. Lo stato mentale attivato dal Sogno guidato è uno stato che sta a metà fra la veglia ed il sonno. Possiamo definirlo come uno stato ipnoide caratterizzato, a livello comportamentale, da: rilassamento psicomotorio, battito delle palpebre, chiusura degli occhi, piacevole sensazione di benessere globale. Lo stato mentale del Sogno guidato è ben più vicino allo stato di veglia che allo stato di sonno. L’obiettivo generale che ci si pone con questa tecnica è quello di modificare l’atteggiamento della persona durante il suo sogno e trasferire questo nuovo schema mentale durante lo stato di veglia. In questo modo, ci si aspetta che emerga ciò che è presente nelle

Gestione del personale in contesti organizzativi

di Daniela Di Martino La gestione del personale comprende processi di organizzazione delle mansioni, ma presuppone modalità di coinvolgimento del personale che possono favorire il miglioramento del clima aziendale. Idealmente l’organizzazione del lavoro dovrebbe tener conto delle persone. Gli studi dimostrano che quanto più l’assegnazione di compiti è commisurata alle competenze, agli studi, alle condizioni psico-fisiche del lavoratore e al livello di carriera raggiunto, tanto più aumentano i livelli di benessere sul lavoro in termini individuali e collettivi. Un altro aspetto poco considerato nella gestione del personale è la definizione delle modalità di svolgimento dei compiti (tempi, modi, strumenti) e del le responsabilità. Spesso è la carente o assente definizione dei carichi di lavoro a determinare forme di sovraccarico lavorativo; aspetto che crea anche problemi all’interno dell’organigramma dei contesti produttivi. Un contesto che punta all’adeguamento delle competenze interne nel tempo dovrebbe investire sulla formazione permanente, un fattore questo che consente quella adattabilità ad un mondo del lavoro in costante evoluzione, che rende necessario attrezzarsi avendo la capacità di inglobare nuove funzioni, allargare o arricchire i compiti in maniera flessibile. Sono molte oramai le aziende che prevedono già sul nascere un piano formativo per la crescita professionale dei lavoratori, coerente con il fabbisogno organizzativo. Ciò accade soprattutto in quelle realtà lavorative in cui le funzioni dirigenziali sono competenti rispetto ad una corretta gestione delle risorse umane. Accanto agli aspetti più puramente gestionali, sono di fondamentale importanza anche quegli elementi più squisitamente relazionali e sociali, che alla stregua degli aspetti organizzativi diventano fondamentali nel rendere un’azienda allo stesso tempo produttiva e accogliente. In tal senso la letteratura nazionale e internazionale concorda nel definire quali elementi essenziali: la partecipazione; la comunicazione; la qualità dei rapporti interpersonali; la presenza di feedback. Il ruolo manageriale assume in quest’ambito una parte privilegiata. Il D.L. ha, infatti, il potere di indirizzare, promuovere e coordinare le attività, curando gli aspetti relazionali sul lavoro. Per partecipazione s ’intende i l mantenimento di spazi di decisionalità dei dipendenti, che possono essere sostenuti da momenti di coinvolgimento nelle scelte del gruppo di lavoro/settore. Incontrare periodicamente il personale o definire modalità di ascolto in team, sono attività che migliorano i livelli di inclusione e la condivisione delle scelte; tali modalità mostrano in generale la loro efficacia nel consolidamento del gruppo di lavoro, ma risultano ancor più efficaci ogni qual volta subentri la necessità di modifiche strutturali, organizzative o gestionali. L’esclusione del lavoratore rispetto ai cambiamenti che possono riguardare ambienti e/o funzioni (cambiamenti gerarchici, riadeguamenti strutturali, ecc), è spesso un elemento che mina il senso di appartenenza all’azienda inducendo disaffezione. In alcune realtà organizzative, a carattere maggiormente gerarchico, non è sempre possibile il coinvolgimento del personale nelle decisioni aziendali, in alternativa potrebbe essere utile potenziare la partecipazione sostenendo quantomeno i momenti d’ informazione rispetto alle scelte organizzative. L’informazione dei dipendenti è un altro punto cardine degli interventi organizzativi che migliorano la qualità di vita sul lavoro: ai lavoratori dev’essere garantito un adeguato accesso a tutte le informazioni che riguardano lo svolgimento del lavoro che interessano l’azienda (nuove assunzione; trasferimenti; segnalazione di pericoli; integrazioni o spostamenti di persone, locali, funzioni, e altro). È utile ricordare che maggiore è il coinvolgimento di un singolo in un gruppo, maggiore diventa la condivisione del le regole che lo disciplinano; viceversa, più l’individuo si sente escluso, più tenderà a mettere in atto dinamiche di contrasto o di rottura. Altro elemento proprio di una buona gestione del personale è la cura della qualità dei rapporti interpersonali, che è una condizione di rilievo nell’arginare conflittualità o violenze sul luogo lavoro. Al fine di garantire una tutela del lavoratore dal rischio che deriva da quest’ambito è necessario stabilire a monte una netta definizione dei ruoli, in grado di creare dei referenti precisi a cui rivolgersi in caso di incertezze o contenziosi. Altri elementi in grado di arginare i contrasti sono: la presenza di una buona comunicazione aziendale e la gestione immediata di comportamenti prevaricatori o illeciti. Al verificarsi di questi ultimi sarebbe opportuno prevedere spazi di confronto tra le parti in conflitto, che siano gestiti da un responsabile neutrale, in grado di acquisire per conto della dirigenza i motivi del contrasto per l’attuazione di strategie risolutive. Molte aziende hanno optato per la creazione di un ufficio per recepimento di casi di disagio lavorativo, al fine di intervenire e contenere il contenzioso interno. Infine, è importante la valorizzazione del lavoro svolto, che ha una funzione di conferma del lavoratore rispetto a prestazioni/competenze. Le conferme, verbali, scritte o sottoforma d’ incentivi o riconoscimenti, svolgono un importante ruolo catalizzante per il lavoratore, motivandone l’attività e il senso di efficacia (ovvero la sensazione di essere “bravo” nel proprio lavoro). Uno strumento efficace per prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome e per conto dell’azienda/ente pubblico è anche il Codice Etico, una sorta di “Carta costituzionale” del l’azienda che introduce una definizione chiara ed esplicita delle responsabilità etiche e sociali di tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nell’attività dell’azienda/ente pubblico. La strutturazione di un Codice Etico permette inoltre di arginare fenomeni di disequità organizzativa, che possono essere dovuti all’ utilizzo improprio del potere derivante dalla posizione lavorativa occupata per benefici personali. La rispondenza di un’azienda ad un modello organizzativo per la strutturazione del lavoro permette un contenimento di situazioni di disagio individuale o collettivo nei lavoratori, ma ne migliora anche la produttività e i livelli di performance. Pertanto, aver cura dei lavoratori non è solo un costo, ma diventa un investimento per la crescita delle realtà organizzative. Bibliografia Psicologia manageriale. La gestione psicologica delle risorse umane di Maurizio Agnesa Ed. LibreriaUniversitaria. Autonomia e salute sul lavoro di Robert Karasek. Ed. FS

Tutta colpa di Gauss: la perversione del tutti uguali. Bambini persi tra un quoziente intellettivo compreso tra 71 e 84

di Roberto Ghiaccio Nell’ormai rimpianto 2014 usciva un film, Tutta colpa di Freud, nel 2021 vorrei scrivere è tutta colpa di Gauss. Si capirà non sono certo di ispirazione freudiana, anzi, sono guassiano, psicometrista accanito, incallito, su ranghi percentili, distribuzioni, curve…però a tutto c’è un limite, e non è il limite di una funzione, ma il limite di una umanità, una biodiversità, una neuro varietà che non può annullarsi in un paradigma assimilazionista, dove chi si discosta dalla media, chi è un po’ ai limiti dei margini della campana deve rientrare all’interno della campana. Una nuova patologia bussa alle porte: la sindrome normotica. In un tempo in cui i bambini non vanno a scuola col grembiule ma col camice una WISC non si nega a nessuno, ovviamente una Wechsler Intelligence Scale for Children- IV. Eppure, il buon vecchio Gauss diceva, la più grande soddisfazione non è la conoscenza, ma il processo dell’apprendimento, non il possesso del sapere, ma il processo per raggiungerlo, oggi parliamo di quei bambini i cui processi o prodotti ricadono in una zona limite, proprio sulla parabola discendente della curva di Gauss. Il Funzionamento Intellettivo Limite (FIL) è definibile come una meta-condizione di salute che richiede specifiche cure pubbliche, educative ed anche attenzione legale. È caratterizzato da disturbi cognitivi che possono essere eterogenei e che sono tuttavia accumunati dalla presenza di un Quoziente Intellettivo (QI) totale il cui punteggio è compreso tra 71 e 84 e da un deficit nel funzionamento personale, che limita le attività e la partecipazione sociale (Salvador-Carullaa et al., 2013). I bambini FIL possono presentare deficit cognitivi, impaccio motorio e difficoltà nel costruire relazioni affettive soddisfacenti, in un quadro che aumenta sensibilmente la probabilità di sviluppare patologie psichiche durante l’adolescenza e l’età adulta, ponendo questi soggetti ai margini dell’attività sociale (Emerson, Einfeld, e Stancliffe, 2010; Hassiotis, Tanzarella, Bebbington, e Cooper. 2011). Ad oggi, anche dopo l’introduzione del DSM5, il FIL rimane una categoria clinica scarsamente definita ed anche marginale. Molto scarsa è la ricerca sul funzionamento intellettivo limite, si tratta di una specie di “limbo diagnostico” tra normalità e disabilità intellettiva. Nel 2000 il DSM IV-TR gli dedicava poche righe a pag. 783, nel 2013 il DSM 5 7 righe a pag.845. I l cosiddetto FIL, funzionamento intellettivo limite, non è presente come entità diagnostica all’interno dell’ICD 10, alle volte è forzato in nella categoria R41.8, «Altri sintomi e segni non specificati associati alle funzioni cognitive e alla coscienza». Il codice R41.83, che talora si riscontra in alcune diagnosi, non è un codice ICD ufficiale dell’OMS. Questo è un codice presente nella modifica statunitense dell’ICD-10-CM, utilizzato prevalentemente per scopi forensi e assicurativi. A dover di corona va ricordato che nel DSM IV i l Funzionamento Intellettivo Limi te (V62.89 e R 41.8) veniva collocato in «Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica», e venivano fornite specifiche indicazioni, in particolare sull’uso delle deviazioni standard, per porre la diagnosi: «Questa categoria può essere usata quando l’oggetto dell’attenzione clinica è associato con un funzionamento intellettivo limite, cioè, un QI di 71-84. I notevoli cambiamenti introdotti dal DSM- 5, e quelli che verrano introni dall’IDC -11 non sono solo terminologici e relativi ai criteri diagnostici, ma suggeriscono un cambiamento di rotta: minore ricorso ai punteggi di QI e una maggiore importanza ai processi di adattamento. Tuttavia, bisogna evitare di rendere il FIL un cestino psichiatrico, dall’alto rischio tassogeno moltiplicando etichette come ‘borderline cognitivo’, ‘funzionamento intellettivo borderline’, ‘slow learner’ che rendono la definizione ancora più ambigua. Il Fil si configura come una metasindrome, una meta-condizione per meglio dire, ancora non ben definita, in cui ricade tra il 14 ed il 7% della popolazione dove possiamo trovare gli esiti di sindromi genetiche e dismetaboliche, i residui di un ritardo dello sviluppo, gli effetti di altri disturbi del neruosviluppo, ADHD, autismo ad alto funzionamento, disturbi d’ansia e dell’umore, o anche, gravi disturbi dell’apprendimento reduci l’effetto San Matteo, ma anche forme di svantaggio socio-economico e scarsa stimolazione. Questa fascia “non normale ma neppure con ritardo” necessita di particolare attenzione, non solo dal punto di vista psicometrico, ma dal punto di vista potenziale, come il bambino risponde alle richieste socio-ambientali, alle richieste di apprendimento, ma soprattutto quali punti di forza trainanti del soggetto su cui fare leva ed ampliare l’area di sviluppo prossimale. Certo è che il Fil è una risultante, una condizione eterogenea, per cause e per profili di funzionamento, dove una debolezza cognitiva può portare a non rispondere in modo atteso e tipico alle richieste dell’ambiente esterno. Presentano una lentezza esecutiva, una fatica, che prescinde dall’impegno profuso. Son bambini che necessitano di più spiegazioni, di esempi più concreti, che sfruttano stili cinestetici. Necessitano di tempi più lunghi di pause più frequenti. Possiamo ritrovare un funzionamento neuropsicologico caratterizzato da: lentezza nell’ acquisizione delle informazioni, viscosità cognitiva nella ricerca-elaborazione di soluzioni, opacità nell’integrazione di informazioni, difficoltà nel generalizzare gli apprendimenti, difficoltà di planning e sequencing, difficoltà nella memoria di lavoro, labilità attentiva con facile distraibilità. La categoria Fil, terra di mezzo la confine tra normalità e patologia, vede in una chiara delimitazione psicometrica una vasta gamma di manifestazioni comportamentali. È un condizione complessa, caratterizzata da una grande variabilità, il QI nel range borderline deve associarsi a necessità di supporto per poter rispondere adeguatamente alle richieste del contesto di vita per poter definire una condizione clinica di FIL, la valutazione multidimensionale deve estendersi anche oltre che alle funzioni adattive anche alle funzioni di parenting. Il FIL è una condizione pervasiva che può influenzare i l funzionamento generale della persona (e.g. Nouwens et al., 2017). Gli individui con FIL incontrano molti ostacoli nel corso della vita e presentano più elevati rischi di manifestare problemi educativi, di salute mentale e sociali (e.g. Salvador-Carulla et al., 2013). Prestazioni scolastiche carenti aumentano i l rischio di abbandono scolastico (e.g. Karande et al., 2008) e difficoltà generalizzate negli apprendimenti (e.g. Ninivaggi, 2009). La letteratura ci segnala: Compromissioni a carico della memoria di lavoro (e.g. Alloway, 2010; Schuchardt et al., 2011), sia nella componente verbale che

Autismo ad alto funzionamento: caratteristiche e difficoltà

Introduzione al fenomeno Per autismo ad alto funzionamento si intende un disturbo dello spettro autistico che non impedisce di parlare, leggere, scrivere e gestire le azioni quotidiane della vita come mangiare e vestirsi. Tendenzialmente le persone con autismo ad alto funzionamento presentano un quoziente intellettivo di almeno 70 e sono in grado di svolgere diverse attività in modo autonomo. Tale condizione solitamente prevede una diagnosi tardiva sebbene i primi sintomi del Disturbo dello Spettro Autistico insorgono dai primi 3 anni di vita. Le risorse cognitive del bambino con autismo ad alto funzionamento compensano, infatti, le altre difficoltà, rendendo i primi segnali di disagio poco visibili e difficilmente riconducibili alla diagnosi corretta.Infatti, spesso il linguaggio segue uno sviluppo nella norma, ma risulta a volte bizzarro. L’interesse nelle relazioni sociali può essere presente, ma emergono diverse difficoltà nelle interazioni: la scarsa empatia, ossia la fatica a connettersi con le emozioni e i vissuti dell’altro, e la scarsa mentalizzazione, ovvero la difficoltà a rappresentarsi nella mente i pensieri e gli scopi dell’altro. Difficoltà verbali e non verbali nell’autismo Spesso in tali soggetti è presente anche la fatica a riconoscere e rispettare i turni di interazione. La difficoltà a sincronizzare il proprio linguaggio verbale e non verbale a seconda della situazione e delle regole sociali: ad esempio, può esserci la difficoltà ad adattare il registro linguistico, il tono di voce, il contatto visivo, la prossemica (cioè la vicinanza fisica all’interlocutore) e la gestualità a seconda della persona con cui si sta parlando, che può essere uno sconosciuto, il familiare o il migliore amico.A questi aspetti si aggiunge una scarsa consapevolezza emotiva ed una conseguente difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può provocare frequenti incomprensioni e reazioni emotive eccessive in diversi contesti relazionali. Caratteristiche e sensibilità Il funzionamento percettivo, cognitivo e di apprendimento di una persona con autismo ad alto funzionamento sono peculiari: oltre alla presenza di risorse cognitive medio-alte, vi è una predilezione per il canale sensoriale visivo, un’attenzione maggiore ai dettagli, una possibile preferenza per i compiti ripetitivi.Possono esserci interessi rigidi e stereotipati, spesso affini al loro sistema di funzionamento (ad esempio interessi legati ai numeri, date, collezionismo, etc.). La loro particolare sensibilità al cambiamento può rendere particolarmente complessa l’organizzazione e la gestione della giornata, in età evolutiva e in età adulta.Tali caratteristiche, unite alla diagnosi spesso molto tardiva, rendono più difficile l’adattamento ad alcuni contesti di vita, sempre caratterizzati da situazioni sociali per loro complesse. Questo comporta un fattore di rischio maggiore di sviluppo di disturbi dell’umore ed altri disturbi psicologici, di dispersione scolastica e di disoccupazione. Sostegno psicologico per soggetti con autismo E’ utile e raccomandato un percorso di sostegno psicologico, individuale e di gruppo, che abbia come obiettivo lo sviluppo delle capacità di consapevolezza e gestione delle proprie emozioni. Ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali e di strategie di problem-solving nella gestione della pianificazione e della routine quotidiana.Queste tipologie di intervento, unito ad altri interventi educativi e sociali, possono favorire un adattamento migliore al contesto di vita ed accompagnare l’individuo nelle varie tappe evolutive, nella direzione di una vita soddisfacente e vissuta in autonomia.

L’attaccamento della personalità borderline

Le caratteristiche del disturbo borderline I disturbi di personalità ed in particolare il disturbo borderline di personalità (DBP) si caratterizzano per pattern stabili di pensiero, di regolazione emotiva e degli impulsi e di funzionamento interpersonale, ambiti collegati all’attaccamento. Persone con DBP presentano un disturbo mentale complesso e grave che implica instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé. Inoltre disturbi della regolazione affettiva che si manifesta in affetti disforici intensi, spesso caratterizzati da tensione oppositiva, con rabbia e violenza reattiva emotiva ed anche cronici sentimenti di vuoto e di solitudine. I processi cognitivi sono spesso rappresentati da un pensiero dicotomico con immagini contrastanti di sé e degli altri. In molto casi, persiste una paranoia che fa vedere il mondo come pericoloso e cattivo e se stessi invece come vulnerabili e impotenti. Si associano molto frequentemente casi di abuso di sostanze legati alla mancanza di controllo e all’impulsività. Queste persone hanno grandi difficoltà a mantenere un solido rapporto interpersonale poiché è spesso caratterizzato da litigi e rotture ripetute e ricorso a strategie disadattive come risposte imprevedibili oppure emotivamente intense. Il fallimento emotivo di base implica un’incapacità ad affrontare la separatezza dalle proprie figure di accudimento (Modell). L’infanzia dei pazienti borderline, infatti, è gravemente disturbata dalle separazioni da figure genitoriali e da gravi esperienze traumatiche. Secondo Kernberg si verifica una mancata integrazione del concetto di sé e degli altri significativi, sostenuta dalla prevalenza di meccanismi di difesa primitivi incentrati sul meccanismo della scissione. Che attaccamento hanno le personalità borderline? Le personalità borderline hanno molto spesso attaccamenti irrisolti o preoccupati associati ad esperienze traumatiche irrisolte ed importanti riduzioni delle capacità riflessiva (Fonagy). La comprensione ridotta e distorta della propria mente e di quella degli altri potrebbe essere l’esito di esperienze negative traumatiche con le figure di attaccamento durante l’infanzia. Le figure di attaccamento non saranno state in grado di rispecchiare e rispondere al distress del bambino, manifestando un atteggiamento ostile ed impotente, comportamenti dissociati o disorganizzati, terrorizzati o terrorizzanti. Questi bambini sperimentano il loro distress come un segnale di pericolo per l’abbandono in quanto i loro genitori tendono a ritirarsi difronte all’ansia o alla rabbia e di conseguenza rispondono con una risposta dissociativa complementare (Liotti). Le esperienze soggettive del bambino non sono contenute ed organizzate e vengono incorporate nella struttura del Sé, cosi la rappresentazione degli altri assume una qualità non riflessiva, trascurante o abusiva. Questo può creare una disorganizzazione dell’attaccamento che favorisce reazioni negative ai traumi, alle separazioni e alle perdite. Quando un bambino sperimenta situazioni terrificanti e travolgenti si sente terribilmente impotente e perde la capacità di riflessione e di efficacia personale e le memorie traumatiche possono permanere come parte del Sé.  Si possono osservare reazioni automatiche che nascono dalla memoria del passato e dall’identificazione con la figura di attaccamento ostile. Il comportamento della figura abusante viene imitato perché non può essere compreso a causa del deficit della funzione riflessiva.

SMARTWORKING: Opportunità e Sfide

Smartworking

Lo smartworking è ormai diventato un tema molto caldo, soprattutto a seguito della pandemia dove le organizzazioni sono state forzate ad adattarsi all’ambiente esterno in pieno lockdown. Lo smartworking può essere inteso come una nuova filosofia manageriale fondata sul dare alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti a fronte di una responsabilizzazione dei risultati. La sua introduzione richiede un percorso piuttosto articolato se si vogliono evitare fenomeni di rifiuto. Nonostante i giovani siano i nuovi nativi digitali, essi non accolgono favorevolmente lo smartworking perché preferiscono lavorare in presenza. Al contrario, chi ha una carriera già avanzata lo preferisce e lo apprezza di più.  Inoltre, sembra che le resistenze all’introduzione dello smartworking provengano soprattutto dai capi intermedi. Questo accade perché temono la perdita del controllo fisico e non si sentono pronti a un nuovo modello gestionale fondato su uno scambio di fiducia capo-dipendente. Esistono anche una serie di vincoli strutturali da affrontare. Tra questi ci sono quelli informatici e di telecomunicazione in quanto è necessario possedere un device portatile. Si aggiungono anche quelli logistici e quelli comunicativi poiché sono necessari sistemi informatici che permettono di condividere i documenti. Se dall’analisi interna emerge un quadro culturale non ancora pronto, è meglio rimandare e ripartire con il progetto in un secondo momento. Dal punto di vista culturale, infatti, cambia totalmente l’assunto dell’unità tempo-spazio secondo cui è necessario lavorare nello stesso luogo e negli stessi orari per avere un’efficienza aziendale. Lo smartworking permette di riorganizzare gli spazi e il layout degli uffici in modo nuovo. Inoltre, ha degli impatti positivi anche sull’ambiente perché riduce il traffico, il consumo di illuminazione e di emissioni inquinanti. Lo smart working ha sicuramente delle ricadute importanti anche in termini di efficacia organizzativa. La motivazione e il benessere delle persone viene incrementato e allo stesso tempo questo porta delle ricadute positive sulla produttività. In generale, adottare lo smartworking pone al contempo sfide e opportunità per le organizzazioni. Le principali motivazioni che dovrebbero spingere le aziende ad adottarlo sono diverse: è una modalità di lavoro innovativa che garantisce una certa competitività offre ai collaboratori una maggiore flessibilità e la possibilità di valorizzare la propria identità professionale e personale porta a un miglioramento della qualità del lavoro, con l’uso di ambienti di lavoro moderni e di strumenti IT evoluti. Infatti, il lavoro flessibile porta una forte capacità di concentrazione e di organizzazione. La maggior produttività è legata alla possibilità di distribuire il lavoro in base ai momenti della giornata in cui si è fisicamente e mentalmente disponibili.  Questo aspetto può produrre, nel lungo periodo, a una difficoltà di separare il lavoro dal resto della vita. Allo stesso tempo, però, permette di realizzare effettivamente il work-life balance con un effettivo recupero di spazi da dedicare alla vita sociale. BIBLIOGRAFIA Donadio, A. (2017). Hrevolution: HR nell’epoca della social e digital transformation. Franco Angeli

Passo dopo passo per diventare sempre più autonomi

Tutte le autonomie sono il risultato di un processo lento e graduale che inizia sin dall’infanzia. Riuscire a vivere in un regime di semi indipendenza non è una conquista che si raggiunge in un mese. Bisogna far convergere pazienza e conoscenze per riuscire ad usare gli strumenti giusti. Autonomie di base vs abilità integranti Le abilità di autonomia vengono generalmente distinte in “autonomie di base” e “abilità integranti”. Le prime riguardano comportamenti quotidiani semplici, come l’igiene personale, l’alimentazione, l’addormentamento e il sonno, il raggiungimento del controllo sfinterico, ecc… Le abilità integranti sono considerate autonomie di ordine superiore e comprendono la cura del luogo di vita e preparazione dei pasti, la mobilità nel territorio, la capacità di fare acquisti, l’uso dei servizi pubblici. Il bambino con autismo va specificamente aiutato a diventare autonomo, massimizzando i vantaggi derivanti dal non dipendere dall’adulto e contenendo i disagi. Per intervenire sulle abilità di autonomia occorre partire da una osservazione e valutazione della persona. Si devono osservare: il comportamento spontaneo emesso in relazione del tipo di osservazione, il tipo di aiuto fornito dall’adulto, e il tipo di collaborazione e la motivazione. Esistono diversi tipi di valutazione: l’osservazione indiretta, costituita essenzialmente da colloqui con caregiver ed insegnanti e interviste semi strutturate come quelle presenti in alcuni test; l’osservazione diretta non strutturata (o “informale”) che avviene in condizioni naturali, e quella condotta attraverso specifici strumenti. Inoltre è indispensabile eseguire una specifica analisi del compito (o “task analysis”) di ogni singola abilità di autonomia, ovvero una suddivisione del compito nelle sue sottocomponenti. L’analisi del compito permette agli operatori di individuare in quale punto della sequenza è necessario fornire aiuto durante l’intervento psicoeducativo. Come per qualsiasi area dello sviluppo, anche per l’insegnamento delle abilità di autonomia è necessario valutare se la persona possiede i prerequisiti. I prerequisiti ad un’abilità si distinguono in “vicini” e “lontani” a seconda della prossimità logica all’obiettivo stesso. I prerequisiti generali all’apprendimento sono numerosi e sono validi per tutte le aree dello sviluppo. Fondamentali sono i prerequisiti attentivi, ovvero l’orientamento agli stimoli, l’orientamento alle persone, l’attenzione sostenuta, l’attenzione congiunta. Vi sono poi i prerequisiti motori, ovvero le abilità grosso – motorie, quelle fino – motorie e di coordinazione. Alcuni prerequisiti possono essere insegnati attraverso la tecnica del lavoro indipendente. Dopo la valutazione, il primo passo per la programmazione è la definizione degli obiettivi. A questo deve seguire un’organizzazione dello spazio in modo che vengano minimizzati i disturbi sensoriali e massimizzate le possibilità di successo. Tecniche di intervento e tipologie di “aiuti” Rispetto alle tecniche di intervento è possibile utilizzare il concatenamento sia anterogrado che retrogrado, mentre rispetto agli aiuti vanno distinti quelli ambientali, come i supporti visivi, da quelli relazionali. L’aiuto relazionale più “massiccio” è rappresentato dalla guida fisica, mentre con il modellamento, l’operatore esegue l’azione contemporaneamente o subito prima che la svolga la persona. Inoltre si può utilizzare l’indicazione gestuale o il suggerimento verbale, fino a fornire solo una supervisione. Ciascun aiuto può e deve essere attenuato, e l’operatore dovrà passare in modo graduale da un tipo di auto più massiccio ad uno più blando. In qualunque fase dell’intervento sulle autonomie si possono presentare comportamenti problematici, che vanno analizzati ed affrontati specificamente. Numerose difficoltà possono insorgere durante l’insegnamento di ogni specifica abilità. Esistono tuttavia delle aree critiche, per le quali occorre attenersi a procedure specifiche. É il caso del raggiungimento del controllo sfinterico, dell’alimentazione o della stabilizzazione del ciclo sonno- veglia. Si possono inoltre verificare problemi nell’apprendimento delle autonomie a causa delle particolarità sensoriali. È efficace ricorrere alla metodologia del prompting, o istruzione (prompt), quando si vuole supportare la prima fase di un’attività con aiuti gestuali, esempi e modelli, e stimoli aggiuntivi (simboli e immagini). L’aiuto può essere fornito attraverso guida fisica, indicazione visiva o verbale, input simbolico, ecc., e deve motivare a intraprendere l’emissione della risposta desiderata in modo efficace, quindi produrre l’effetto di risposta. Progressivamente il prompt viene ridotto fino a scomparire con un passaggio di attenuazione e riduzione dello stimolo (chiamato fading). La metodologia dello shaping consiste, invece, in un aiuto e rinforzo sistematico per approssimazioni sempre più vicine al comportamento finale attraverso un monitoraggio continuo anche dei minimi progressi, e può essere utilizzata per il raggiungimento di comportamenti complessi. Il rinforzo positivo, che può esprimersi secondo modalità differenziate, come rinforzi tangibili, simbolici, dinamici e sociali, costituisce una strategia che va concordata e pianificata, in quanto vanno rilevati i rinforzi adeguati e individuata la possibilità di rinforzare con immediatezza e coerenza, sistematicità e costanza.  Le abilità motorie, la percezione del proprio saper fare a livello corporeo e l’interpretazione che il soggetto ne ricava strutturano il modo in cui l’individuo vive se stesso, i rapporti con l’immagine di sé e, di conseguenza, il processo di costruzione del senso di autoefficacia e autostima, fattori determinanti per la motivazione e l’impegno negli apprendimenti e per lo sviluppo delle relazioni sociali. Il corpo ha potenzialità espressive e comunicative, utilizza diversi linguaggi ed è supporto essenziale della vita di relazione. I giochi di movimento libero e le attività psicomotorie maggiormente guidate in spazi dedicati e appositamente predisposti hanno grande formativa nello sviluppo del bambino, stimolano la capacità di orientarsi nello spazio, di acquisire un adeguato schema corporeo, di muoversi e comunicare con immaginazione e creatività, di saper leggere i messaggi corporei e d’interagire efficacemente con l’altro quindi a maturare le competenze sociali.

Infodemia: cos’è e quali conseguenze psicologiche comporta

L’era moderna e il massiccio e costante utilizzo di internet permette a tutti di accedere a numerose informazioni in ogni momento della giornata. Tuttavia non tutte le informazioni sono accurate e imparare a navigare tra di esse e scegliere quelle più attendibili non è sempre semplice. Inoltre, soprattutto in momenti di crisi storica e sociale, questa costante valanga di fatti e parole può avere conseguenze significative a livello psicologico, sociale e comportamentale. Che cos’è l’infodemia? Durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ripreso il termine infodemia, definendola come una “sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili e una guida affidabile quando ne hanno bisogno”[1]. In generale, secondo il Vocabolario Treccani, l’infodemia può essere definita come la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Infodemia e pandemia La pandemia ha portato con sé anche un’ondata di informazioni e di fake news, rendendo difficile orientarsi tra le notizie e scegliere quelle attendibili e ufficiali. In effetti, durante una pandemia, tutti siamo più vulnerabili ai deepfake, come la disinformazione deliberata, e ai rischi per la salute mentale pubblica che coinvolgono paura, panico, atteggiamenti xenofobi e pregiudizi. Inoltre, le risposte della società dimostrano che i danni causati dall’infodemia superano anche l’impatto biomedico della pandemia. Il sovraccarico di informazioni e la disinformazione in relazione al Covid-19 hanno suscitato una notevole ansia nell’opinione pubblica e creato ulteriori minacce per la salute. Ad esempio, la paura e l’ansia di massa instillate dalla confusione e dalla sfiducia nella capacità di far fronte a una crisi a livello individuale e di gruppo hanno un impatto negativo sulla salute mentale. Infodemia e guerra Un simile trend si sta sviluppando anche nei confronti dell’attuale guerra in Ucraina, dove la grande quantità di informazioni non vagliate aumenta la confusione e l’incertezza. È necessario che in situazioni di emergenza, le informazioni e le indicazioni siano chiare e accurate. Sotto la valanga di informazioni che internet ci propone, diventa sempre più difficile orientarsi, distinguere il falso dal vero. Come conseguenza, è semplice sentirsi sopraffatti e affidarsi, senza approfondire, ai primi articoli che incontriamo o alle notizie che maggiormente collidono con i nostri pensieri, le nostre credenze o la nostra emotività. Quale reazione generale all’ondata di informazioni? Di fronte a questa montagna insormontabile di informazioni, che possono riguardare la pandemia, la guerra o altri eventi emergenziali o crisi globali, l’essere umano può reagire in diversi modi e attuare diversi meccanismi di coping. Si è visto che, durante la pandemia, nella grande maggioranza dei casi, il meccanismi messo in atto per far fronte all’ansia, alla paura e alla mancanza di controllo è la ricerca spasmodica di informazioni su ciò che sta avvenendo[2]. L’incertezza generale dovuta alla criticità di determinati momenti storici spinge le persone verso una ricerca spasmodica di informazioni, ovvero verso il fenomeno dell’infodemia. La sovraesposizione di notizie spesso contrastanti da una parte facilita la diffusione di false notizie, dall’altra non fa altro che confondere le idee. Tale incertezza, a sua volta, può far aumentare i livelli di stress ed ansia della popolazione, mostrando una maggiore propensione alla distrazione e un peggioramento dei sintomi ansiosi. I tentativi di ottenere il controllo attraverso la ricerca di informazioni durante un’infodemia non mitigano i livelli di ansia ma anzi possono persino aggravare i problemi di salute mentale [2]. Dinamiche della ricerca di informazioni La ricerca di informazioni durante momenti critici sociali gode, inoltre, dell’opzionalità, ovvero ognuno può decidere se accogliere o meno un’informazione. Per comprendere tale fenomeno, quindi, è necessario capire che la ricerca di informazioni sottende delle dinamiche specifiche che vengono messe in atto quando processiamo le informazioni. In estrema sintesi, tali dinamiche sono: confirmation bias, ovvero la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre convinzioni e ad ignorare informazioni contrastanti; echo chamber, ovvero la creazione di gruppi che condividono una stessa visione, rinforzandola; polarizzazione, ovvero la tendenza a generalizzare e includere le diverse realtà in una stessa categoria. Come contrastare l’infodemia? L’infodemia porta con sé una spasmodica ricerca di informazioni che potrebbe causare ripercussioni negative sul benessere psicologico della popolazione. Per contrastare l’infodemia, è necessario mettere in campo misure a livello sia pubblico sia comunitario sia individuale. Affrontare in modo intelligente tale minaccia significa intervenire su più livelli, utilizzando in modo efficiente competenze professionali e pensiero critico. A tale scopo, anche i social media, riconosciuti come il principale mezzo attraverso cui naviga la disinformazione, possono essere utilizzati come uno strumento utile per affrontare l’infodemia[2]. Le organizzazioni di sanità pubblica possono utilizzare i social media per prevenire o ridurre al minimo la diffusione di notizie false e sensibilizzare l’opinione pubblica diffondendo informazioni affidabili e comunicando attivamente con i gruppi target nella comunità. Inoltre, possono essere utilizzati come strumento educativo, aiutando a frenare la diffusione di informazioni false, insegnando alle persone come valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità di tali informazioni e incoraggiandole a interrompere la condivisione di messaggi che contengono informazioni discutibili o non verificate. Conclusione È necessario promuovere una cultura della consapevolezza e della conoscenza. Occorre intensificare le azioni di formazione e sensibilizzazione, aiutando le persone ad acquisire strumenti per orientarsi tra informazioni e notizie. L’impatto a lungo termine delle conseguenze psicosociali dell’infodemia e dei suoi correlati a livello psicologico e sociale dipenderà dagli sforzi collettivi per costruire competenze personali e sociali adeguate basate sull’intelligenza e sulla resilienza per affrontare le sfide future. Fonti [1] World Health Organization (2020). Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13. [2] Ying W and Cheng C (2021). Public Emotional and Coping Responses to the COVID-19 Infodemic: A Review and Recommendations. Front. Psychiatry 12:755938. doi: 10.3389/fpsyt.2021.755938 https://www.treccani.it/vocabolario/infodemia_(Neologismi)

Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

brain dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.

Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

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Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?

La psicologia che cura

di Claudio Russo Il legame tra teoria e pratica Affrontare il divario tra mente e corpo è stato da lungo tempo oggetto di contatto e sovrapposizione in medicina e psicologia. In un certo qual modo, l’attuale espressione del “bisogno di salute” ritrova origine nell’evoluzione della specie, in quella interazione dell’individuo con l’ambiente e nella continua lotta per il superamento di un agente patogeno. Il bisogno di appartenenza spiega, in parte, la ricerca di risposte adeguate per le tradizionali sfide alla morbilità dell’essere umano. In accordo ad una ormai consolidata prospettiva (Hendry & Kloep, 2002), lo sviluppo e il deterioramento di struttura e funzioni comportano nuove possibilità in essere per la salute umana e richiedono un riassetto dei modelli di cura tradizionali. L’assenza di salute non è sinonimo di patologia e la presenza di segni prodromici implica la potenziale compromissione degli stati di salute dell’individuo. Nel corso degli ultimi decenni, la tutela si è contrapposta genericamente alla cura della malattia, ovvero alla sua remissione dai sintomi. In particolare, l’attuazione di programmi di promozione e prevenzione della salute hanno rinnovato quelle istanze di cambiamento che derivano per lo più dai modelli teorici di riferimento, oppure da evidenze scientifiche spesso non allineate con il bisogno individuale di assistenza. Questo non ha comportato necessariamente l’adozione di interventi finalizzati alla cura della patologia e spesso la teoria non ha accompagnato la pratica clinica. Lo psicologo clinico, in qualità di professionista sanitario, ha bisogno di ritrovare soluzioni individualizzate per la patologia mentale e fisica, alimentando il comune interesse per una comunità in salute. L’adozione di un modello di cura psicologica per l’individuo può certamente predisporre l’organizzazione di protocolli di trattamento innovativi per i disturbi mentali, le malattie neurologiche, i disturbi da uso di sostanze, le malattie non trasmissibili (Stein et al., 2019) e le nuove malattie infettive. Nel suo complesso, l’assistenza psicologica tende a declinarsi come un elemento di cura, caratterizzato dal sovrapporsi di meccanismi biologici e influenze ambientali coinvolte nell’eziopatogenesi, ovvero alla comparsa di un evento patologico o disfunzione che compromette lo stato di salute dell’individuo. La regolazione dell’arousal come elemento di salute L’American Psychological Association (APA) definisce l’arousal come “uno stato di attivazione fisiologica o reattività corticale associato a stimolazione sensoriale e attivazione del sistema reticolare”. Secondo la corrente definizione, l’arousal è “uno stato di eccitazione o dispendio di energia collegato ad un’emozione” (APA, 2020). La memoria stessa è influenzata dal concorrere di arousal emozionale e stress fisiologico. Lo stato esperienziale di un’emozione influenza il modo in cui l’individuo presta attenzione ed elabora le informazioni, coinvolgendo la memoria associata ad un evento appreso, attraverso la sperimentazione di un ricordo in un particolare stato emotivo (Lane, Ryan, Nadel, & Greenberg, 2015). Psicologia e Salute L’arousal è un elemento terapeutico di base che percorre, in maniera implicita ed esplicita, numerose tecniche e protocolli di intervento psicologico e psicoterapia. L’interazione sociale stessa è fonte di arousal. Ciascuna persona può collocarsi in un dato momento ad un dato livello di arousal. Segue che l’individuo necessita di maggiore consapevolezza e accettazione dell’arousal. In sanità, la “psicologia che cura” può contribuire ad accrescere l’esperienza delle emozioni, facilitando la regolazione del livello di arousal, l’apprendimento e la meta-cognizione dei processi di auto-regolazione, stimolando una maggiore comprensione delle distorsioni cognitive associate al pensiero disadattivo. Il principio di codifica emotiva e l’esame obiettivo di verifica del suo valore adattivo possono contribuire a rafforzare la relazione di cura dell’operatore sanitario con il paziente. Questo principio è da ritenersi valido nella più ampia prospettiva di una sua estensione ai rapporti di lavoro con altri professionisti ed operatori e all’interno dell’organizzazione sanitaria in cui si opera. La “psicologia che cura” è pertanto funzione di uno o più sintomi di espressività emotiva impliciti nella relazione con il cliente/paziente e declinabili nel proprio ambiente di vita, in un dato momento nel tempo e all’interno del setting di “cura”. L’arousal stesso è parte della relazione e gioca un ruolo chiave nella regolazione dell’interazione con l’altro. Il valore terapeutico dell’arousal nella relazione con il cliente/paziente ha implicazioni pratiche e necessità di misure urgenti per il lavoro dello psicologo clinico. Riferimenti American Psychological Association (2020). Arousal. Retrieved December 10, 2021 from https://dictionary.apa.org/arousal Hendry, L. B., & Kloep, M. (2002). Lifespan development: Resources, challenges and risks. London: Thomson Learning. Lane, R., Ryan, L., Nadel, L., & Greenberg, L. (2015). Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science. Behavioral and Brain Sciences, 38, E1. doi: 10.1017/S0140525X14000041 Stein, D.J., Benjet, C., Gureje, O., Lund, C., Scott, K.M., Poznyak, V., & van Ommeren, M. (2019). Integrating mental health with other non-communicable diseases, BMJ, 364, l295. doi: 10.1136/bmj.l295

PERFORMANCE MANAGEMENT

Performance Management

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management.  Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno.  Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo.  Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo.  Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri.  Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità.  Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive.  Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo.  BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara

Vita privata e professionale ai tempi dello smartworking: un possibile connubio o una malinconica fusione?

di Rita Tancredi Il protrarsi dell’attuale stato di emergenza sanitaria causato dalla pandemia COVID-19 non soltanto ha implicato una vertiginosa accelerazione del processo di trasformazione digitale e dei luoghi di lavoro – diffondendo la configurazione di nuove modalità, tra cui lo “smartworking” (anche definito “lavoro agile”) – ma ha anche reso maggiormente sfumati i confini fra vita professionale e vita privata. Se da un lato per aziende e dipendenti il sistema di smartworking si mostra particolarmente vantaggioso in termini economici e produttivi per le prime e in termini di equilibrio psico-fisico per i secondi, d’altra parte si delineano i confini di un efficace rendimento organizzativo e di una spiccata autonomia e gestione individuale.  Perseguire il work-life-balance, al giorno d’oggi, costituisce una delle più grandi sfide a cui organizzazione e professionisti sono sottoposti, poiché con la facilità di accesso a dispositivi aziendali (quali pc, cellulari e tablet) e ai software e agli applicativi di lavoro (quali e-mail, Skype, Zoom e Webex, per citarne solo alcuni) diviene maggiormente complicato “disconnettersi”, circoscrivere i compiti professionali entro il perimetro dell’orario di lavoro stabilito ed evitare che uno squillo telefonico o un messaggio di posta elettronica possano invadere quegli spazi dedicati al tempo libero. Alla luce di questa prospettiva, è chiaro che il lavoro “flessibile” sta abbandonando le connotazioni tipiche degli obiettivi primari con cui è stato concepito anche pre-pandemia: non più come benefit di una specifica job position, capace di garantire una schedulazione lavorativa di carattere personale, bensì come stato in cui l’individuo è ostacolato nel raggiungimento di obiettivi personali e professionali con una combinazione straordinariamente soddisfacente; e ciò poiché, unitamente ad una flessibilità lavorativa spazio-temporale, spesso da parte di aziende e dipendenti si accompagna il verificarsi di una scorretta gestione dei necessari tempi di riposo. In tal senso, nell’era della quarta rivoluzione industriale e del Coronavirus piuttosto che parlare di work-life-balance sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di work-life-fusion: il connubio degli aspetti legati alla sfera lavorativa e a quella privata sembra assumere carattere illusorio e tradursi in una dilagante e malinconica fusione i cui effetti nel tempo vengono molto frequentemente sottovalutati. La gestione “da remoto” delle risorse umane, se non adeguatamente condotta, potrebbe evidenziare serie e critiche ripercussioni sul benessere psico-fisico dei lavoratori, dal momento che se non si considerano, ad esempio, il prolungato tempo trascorso al pc, il pensiero di dover essere potenzialmente sempre reperibili, l’assenza di una immediata condivisione con i colleghi e di una diretta supervisione da parte del responsabile, etc., nel lungo periodo potrebbero svilupparsi sintomi o disturbi da stress-lavoro-correlato. Di conseguenza potrebbero presentarsi contraccolpi aziendali poiché, piuttosto che configurarsi come la chiave per il successo organizzativo e per il welfare individuale, lo smartworking potrebbe rivelarsi in qualità di potenziale causa scatenante patologie, con eventi come l’elevato turn-over, l’incremento di assenteismo, la diminuzione della produttività, il mancato completamento degli obiettivi d’impresa. In sintesi, dunque, ciò che sicuramente emerge è: in primo luogo, una seria volontà da parte delle aziende di promuovere la salute e il successo organizzativo nonché la sostenibilità ambientale attraverso approcci quali il “lavoro agile”; in secondo luogo, una necessità sociale da parte dei dipendenti di bilanciare la propria vita, costellata dal lavoro, dalla famiglia e dagli impegni personali. Tuttavia, sebbene la rapida evoluzione digitale abbia di gran lunga agevolato il manifestarsi di condizioni favorevoli per entrambi gli attori, in realtà siamo ancora ben lontani dal panorama tanto atteso. Pervenire al desiderato traguardo di conciliazione individuale tra vita professionale e privata, senza cadere nella trappola della fusione, con il riflesso di performance organizzative ottimali, significa abbracciare il cambiamento culturale, affrontare concretamente la nuova modalità emergente di percepire l’azienda. In particolare, con riferimento allo scenario descritto, rivolgersi a professionisti del settore, esperti nella gestione delle risorse umane, si profila come possibile e significativa soluzionevolta afronteggiare le vulnerabili dinamiche che la modalità agile porta con sériversando reazioni sull’esperienza emotiva umana. Più precisamente, nella prospettiva di una mirata ed efficace formazione nei confronti dei manager in riferimento alla gestione dei team da remoto (rispettando tempi e pause) e dei dipendenti in merito alla predisposizione di un mindset focalizzato sulla responsabilizzazione e il networking, è più forte l’idea di uno smartworking che offra concreti e reciproci vantaggi: non bisogna dimenticare, infatti, che soltanto attraversando il benessere dei propri collaboratori sarà possibile giungere ad un’effettiva produttività, e dunque al successo economico dell’impresa. BIBLIOGRAFIA: Ricci F. (2012). Conciliazione vita lavorativa e vita privata. Pratiche di work life balance nelle organizzazioni. A.U.P.I WordPress. Higginbottom K.(2014). Workplace stress leads to less productive employees.Available online:https://www.forbes.com/sites/karenhigginbottom/2014/09/11/workplace-stress-leads-to-less-productiveemployees/#3b9b276931d. Messina P. (2020). Quali vantaggi dello smart working per le aziende? Scenari e opportunità di business. Palmieri G. (2021). Smart working e work-life balance: un connubio perfetto.

ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale.  È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa.  Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia.  Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze.  Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa.  La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza  creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali  facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.

Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale

La scuola è  un vero e proprio laboratorio di ricerca e di sperimentazione didattica. Gli istituti professionali, che fanno parte della scuola secondaria di secondo grado, permettono di “imparare un vero e proprio mestiere”. In primis lo studente può “sperimentare” il lavoro che pensa di svolgere in futuro. L’istruzione professionale, attraverso la sperimentazione lavorativa, permette allo studente di apprendere non solo il sapere, ma anche il saper fare. Proprio per queste ragioni bisogna capire le motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a scegliere l’istruzione professionale. Si comprende bene, dunque, che lo scopo è dare ai ragazzi la possibilità di costruire liberamente il proprio successo lavorativo. Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale La nuova organizzazione degli istituti professionali si ispira al Decreto Legislativo n. 61/2017.L’istruzione professionale dura cinque anni; vi è un biennio unitario e undici indirizzi di studio: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche (di nuova introduzione); Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale (di nuova introduzione); Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo (di nuova introduzione); Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico. In pratica, l’istruzione professionale offre allo studente l’opportunità di scelta dell’ indirizzo a lui più adatto. Inoltre, lo studente può passare da un percorso all’altro,nel caso la prima scelta non soddisfi le sue aspettative. In questo caso le scuole coinvolte progettano e attuano delle vere e proprie misure di accompagnamento per gli studenti e per le studentesse. Solo a titolo di esempio, dare importanza agli istituti professionali, significa anche valorizzare la prospettiva psicologica dell’apprendimento significato dello psicologo D.P. Ausubel. Naturalmente in questo caso l’insegnamento diventa “combinatorio”, i nuovi concetti si aggiungono a quelli già posseduti. La pratica si intreccia con la teoria e viceversa. E come diceva Aristotele: ciò che dobbiamo  imparare a fare,lo impariamo facendo.

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO: UN MONDO IN COSTANTE SCOPERTA

L’autismo è un disturbo dello sviluppo descritto per la prima volta da Leo Kanner nel 1943. A partire dagli anni ’80, non viene più definito come psicosi, bensì come disturbo pervasivo dello sviluppo. Da quel momento i criteri diagnostici si sono evoluti sulla base di osservazioni e ricerche. Al momento attuale, il disturbo dello spettro autistico è definito in termini di menomazioni qualitative nell’interazione sociale e nella comunicazione, ma anche in schemi e comportamenti ripetitivi e stereotipati. Esistono 4 diagnosi specifiche incluse nella categoria dei disturbi dello spettro autistico (ASD). Tra questi sono inclusi due disturbi definiti da una regressione delle abilità quali la sindrome di Rett e il disturbo disintegrativo dell’infanzia. Le altre due diagnosi ASD sono il disturbo di Asperger e il disturbo pervasivo dello sviluppo. A differenza del disturbo dello spettro autistico, quello di Asperger, richiede che non ci sia un ritardo linguistico significativo nei primi 3 anni. La diagnosi del disturbo di Asperger è spesso utilizzata per i casi più lievi di autismo ad alto funzionamento. È questo il motivo per cui c’è ancora una polemica tra chi definisce questo disturbo “quasi autismo” e chi invece parla di “autismo atipico”. Recenti studi hanno riportato che l’identificazione precoce è aumentata di importanza dal momento che è stato verificato che i bambini con ASD che ricevono servizi di assistenza e riabilitazione prima dei 48 mesi di età riportano miglioramenti maggiori rispetto a quelli che entrano in programmi specifici di trattamento dopo i 48 mesi di età. Sono state esaminate le questioni rilevanti per l’intervento precoce, seguite da una revisione dei programmi e il supporto empirico ai prossimi passi in merito all’intervento con bambini molto piccoli. Questi studi generalmente raggruppano bambini di età superiore ai 4-5 anni confrontandoli con quelli di età inferiore. Sono diversi gli approcci a questi studi e, nonostante tutti seguano una linea comune, ognuno di essi dà enfasi a caratteristiche diverse. Il programma TEACH è un programma di intervento che enfatizza l’organizzazione ambientale. Le strategie didattiche vengono insegnate in ambiente naturale. Dà enfasi alle competenze importanti pe la futura indipendenza.  INTERVENTI DI SVILUPPO L’intervento sullo sviluppo è un termine specifico per descrivere strategie per lavorare con i bambini autistici. In questi interventi l’ambiente è organizzato per incoraggiare le interazioni comunicative/sociali. Lewy e Dawson (1992) hanno dimostrato miglioramenti anche nello sguardo, nella presa di mira, e nell’imitazione. E’ necessario che il bambino si impegni in comportamenti a cui l’adulto può rispondere. Molti bambini con ASD non esplorano l’ambiente, possono non giocare con gli oggetti presenti nella stanza e rimanere bloccati in certe attività in maniera stereotipata. I metodi di sviluppo richiedono un’abilità considerevole da parte del terapeuta. Il modello di Greenspan è uno degli approcci di sviluppo più noti ed è anche noto come modello “differenza individuale evolutiva” (DIR). E’ descritto come un modello basato sulla relazione, in cui l’obiettivo è quello di aiutare il bambino a sviluppare connessioni interpersonali che porteranno alla padronanza delle abilità cognitive e di sviluppo. All’interno del modello si raccomanda che il bambino trascorraalmeno 4 ore al giorno di interazione spontanea con un adulto, almeno 2 ore al giorno in abilità semistrutturate, almeno un’ora al giorno in attività di gioco sensoriale-motoria. Il metodo DIR è fortemente dipendente dalle competenze del genitore o del professionista che implementa il programma. Il progetto UCLA Young Autism utilizza il metodo di intervento di Lovaas, un intervento di prova discreto, implementato in un ambiente one-to-one da terapisti ABA addestrati, supervisionati da professionisti qualificati. Il focus del primo anno è sull’imitazione, l’interazione, il gioco e la risposta alle richieste di base. Nel secondo anno, l’attenzione si sposta per continuare il lavoro sul linguaggio, la descrizione delle emozioni e le abilità preaccademiche. Per insegnare la generalizzazione, i bambini praticano le abilità in altre situazioni e con altre persone, dopo averle padroneggiate in un ambiente uno a uno. Uno dei tipi di intervento più noti resta però l’Applied Behaviour Analysis (ABA) che fornisce resoconti di notevoli miglioramenti, tanto da divenire metodo di intervento elettivo per i disturbi dello spettro autistico. Il presupposto utilizzato dall’ABA, è spostare il focus dell’intervento dalla persona al suo ambiente di vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di chiedere al bambino di comportarsi diversamente né di cambiare quelle che sono le sue caratteristiche naturali, ma possiamo modificare le condizioni ambientali affinché possa ottenere le migliori opportunità di apprendimento, che altrimenti sarebbero a lui negate. L’ABA, attraverso un’organizzazione scientifica nell’uso di “rinforzatori“, riesce a contrastare la tendenza della perdita di interesse da parte del bambino e  a ridare senso all’esplorazione, al piacere di conoscere, di sperimentarsi, di entrare in relazione con l’altro. C’è una cosa ancora più sorprendente che riesce a fare l’ABA: insegnare abilità complesse scomponendole in piccoli passi, rendere possibili apprendimenti che in altro modo sarebbero inaccessibili e rendere gli stessi molto più gradevoli. Inoltre, insegna a chi la utilizza ad usare un linguaggio descrittivo al posto di quello interpretativo, ad osservare piuttosto che a dare giudizi, a porsi obiettivi concreti, a prestare attenzione ai comportamenti positivi, ignorando quelli negativi, a imparare ad apprezzare i progressi e, soprattutto, a trasformare le situazioni “problematiche”. Le prove disponibili da una varietà di programmi e studi suggeriscono, dunque, che un intervento precoce conduce a risultati migliori. I bambini sembrano ottenere grandi progressi quando entrano in un programma di riabilitazione fin dai primi anni di vita. E’ dimostrato che certe strategie possono essere efficaci per insegnare competenze specifiche a bambini con autismo, ma non ci sono prove che un programma sia “migliore” di un altro. Inoltre, la maggior parte dei programmi sono sviluppati per bambini di età pari o superiori a 2 anni. E’ importante che genitori e professionisti siano informati sui progressi che possono aspettarsi dal bambino, oltre a rimanere consapevoli che la maggior parte delle ricerche non supporta l’esistenza di  una “cura” o “recupero” dall’autismo.

LA RELAZIONE MADRE-BAMBINO: la base della propria conoscenza e della formazione del sé

di Cinzia Iole Gemma L’importanza del legame che si instaura, fin dalla nascita, tra il bambino e chi si occupa di lui con continuità e amore è ormai riconosciuta. Il rapporto genitore-figlio, e più nello specifico madre-bambino, costituisce una delle premesse essenziali per tutte le relazioni che l’individuo andrà a stringere da bambino e da adulto con i membri della propria famiglia e con altri significativi nella sua vita. Attraverso la relazione con i genitori, e in particolare modo con la madre, il bambino impara a riconoscersi come individuo unico e a dare significato ai propri comportamenti, a quelli degli altri e in generale al mondo che lo circonda. Se il bambino avrà una base sicura a cui appoggiarsi allora sarà più stimolato a sperimentare ed esprimere le sue possibilità creative. Così anche per la stessa intelligenza, che appare sin dall’inizio legata alla vita affettiva; ogni bambino nasce dotato di un patrimonio genetico: lo sviluppo, però, delle sue potenzialità fisiche, intellettuali ed affettive dipendono dal rapporto che il bambino stesso stabilisce con le persone che si prendono cura di lui. Dopo la nascita, per almeno i primi sei mesi, il bambino continua a non percepire la madre come un’entità separata, ma piuttosto come un insieme di sensazioni prodotte da sé. E’ possibile quindi che le sensazioni corporee e i mutamenti fisiologici possano costituire una modalità attraverso la quale il bambino ristabilisce la presenza della madre quando questa è assente (Trombini, 1994). Una presenza materna adeguata è pertanto indispensabile per il conseguimento di un sano sviluppo della percezione di sé come corpo, oltre al raggiungimento di un valido equilibrio psicosomatico (Winnicott, 1989). Perciò non possiamo considerare il bambino a prescindere dalla madre, senza l’intimità e le cure costanti della figura parentale. A partire dagli anni Settanta, gli studi sullo sviluppo del bambino hanno focalizzato la loro attenzione all’interno degli scambi interattivi della diade, dove si sviluppano le abilità sociali, cognitive e linguistiche del bambino stesso. Alla nascita il bambino, possiede una predisposizione innata al comportamento sociale che può essere:– Strutturale: l’insieme di meccanismi di origine endogena con cui entrare in rapporto con la persona che si prende cura del bambino (es: apparato orale per la suzione).– Funzionale: comporta la presenza di un comportamento spontaneo e attivo, pre-programmato secondo una struttura ritmica endogena che si modula su eventi esterni (organizzazione temporale dei ritmi di suzione). La madre compie una serie di gesti e attività che costituiscono una “cornice” in cui il piccolo sviluppa le sue abilità e competenze, passando così da uno stato di apparente passività ad un ruolo sempre più attivo nella relazione. Il comportamento materno con il suo fluire continuo, con il rispetto dei ritmi attività- pausa, con l’alternanza del turno nella vocalizzazione fornisce la prima esperienza della struttura di base della comunicazione e attraverso questi primi dialoghi il bambino acquisisce in modo graduale le nozioni di intenzionalità e reciprocità. Nei primi mesi è la madre che dà significato ai comportamenti del bambino considerandoli come “segnali” del suo stato di bisogno (es. il pianto, il riso, smorfie); la madre tratta il bambino “come se” fosse in grado di comunicare intenzionalmente. Successivamente il bambino si renderà conto che il suo comportamento ha un valore comunicativo e può essere usato per influenzare gli altri in questo modo viene a crearsi una reciprocità, intesa come il ruolo degli interlocutori in una sequenza interattiva, ed è acquisita quando il bambino è in grado di sostenere all’interno della comunicazione un ruolo pari a quello dell’adulto, inizialmente, infatti, i dialoghi sono unidirezionali ma alla fine del primo anno, quando il bambino assume un ruolo attivo, diventano bidirezionali (Camaioni, Di Blasio, 2007). Intenzionalità e reciprocità sono i pre-requisiti della comunicazione linguistica che per essere tale deve risultare intenzionale e deve avvenire sotto forma di dialogo e di scambio tra due interlocutori. Il bambino comunica intenzionalmente quando inizia ad utilizzare il gesto dell’indicare ed è in grado di attribuire all’altro la capacità di comprendere la sua intenzione e la volontà di soddisfarla, inoltre le esperienze di interazione devono avere infatti, regolarità, stabilità, e continuità. Il bambino, per sviluppare le sue abilità mentali, necessita della mente della madre (o di un altro adulto che si prende cura) in modo che condivida con lui le esperienze, attribuendo significati e ordine. Se le esperienze di interazione risultano discontinue, frettolose, e la madre è poco disponibile, queste impediscono al bambino di sperimentare il piacere del contatto fisico, vocale e visivo; il bambino entra in contatto con stimolazioni improvvise, non organizzate, troppo differenti e ha difficoltà ad organizzarle, a dare un senso e a costruirsi una trama di esperienze piacevoli da cui partire per stabilire un contatto positivo con il mondo. Questo concetto viene definito con il termine di responsiveness (comprensività, sensibilità, empatia) e comprende le risposte contingenti e pronte dei genitori ai comportamenti del bambino, influenzandone lo sviluppo mentale e sociale (Genta, 2000). Tutto questo percorso di costruzione del sé in un contesto interattivo, dalle prime regolazioni corporee fino agli stili relazionali adulti, è chiamato “processo di attaccamento” (Siegel, 2001). Tra madre e bambino si instaura un “allineamento di stati emotivi”, una sintonizzazione che rispetta i tempi con il sé e con gli altri (Trevarthen, 1993). Genitori invece non responsivi e inadeguati nei tempi e nelle risposte rispetto ai bisogni del bambino, contribuiscono alla formazione di un attaccamento insicuro/ambivalente. Infine i genitori che incutono paura o che sono loro stessi spaventati possono produrre uno stile di attaccamento disorientato/disorganizzato. La relazione fa dunque da cornice allo sviluppo mentale e ciò che attiva e regola sono le interazioni affettive. Se si verificano delle alterazioni alle predisposizioni del bambino e a quelle del genitore, lo scambio interattivo può subire notevoli modificazioni che porteranno ad alterazioni nella relazione e nell’attivazione della reciprocità, dell’intenzionalità e, quindi, nelle acquisizioni mentali e cerebrali ad esse connesse. BibliografiaAttili, G., Vermigli, P. (2002). Attaccamento insicuro della madre, temperamento difficile del bambino e costruzione della relazione madre-figlio. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, (pp. 29-41).Camaioni, L. (1996). La prima infanzia. Bologna: Il Mulino.Camaioni,

Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

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Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi.  Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di

Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.

Media Digitali: tenere fuori dalla portata dei bambini

di Angela Atzori Introduzione In seguito allo sviluppo tecnologico degli ultimi anni, in Italia, come del resto, nel mondo intero, si assiste ad un incremento della diffusione di tablet, smartphone, pc, tv dallo schermo digitale e altro.Considerando i dati forniti dall’ISTAT (2018) grazie alla ricerca effettuata da un Gruppo di lavoro congiunto Istat-FUB (Fondazione Ugo Bordoni), si osserva che se nel 1997, la percentuale di italiani che possedeva un cellulare era piuttosto esigua, pari al 27,3% , nel 2016 era notevolmente incrementata raggiungendo il valore del 95% . In base ai dati forniti da una ricerca pubblicata in PEW RESEARCH CENTER (2018) si ha la conferma che la tecnologia mobile si è diffusa rapidamente in tutto il mondo e si stima che oggi più di 5 miliardi di persone dispongano di dispositivi mobili e oltre la metà di queste connessioni sono smartphone. Nello specifico in 18 economie avanzate intervistate, dispone di smartphone una mediana del 76%, rispetto a una mediana di solo il 45% nelle economie emergenti.Come sostiene la pediatra Jenny Radesky (2016) l’innovazione tecnologica ha trasformato i media ed il loro ruolo anche nella vita dei neonati e dei bambini piccoli tanto che sono sempre di più quelli che utilizzano quotidianamente le nuove tecnologie, persino nelle famiglie economicamente svantaggiate. I bambini di oggi di conseguenza hanno un accesso ai media digitali che è sicuramente maggiore rispetto a qualsiasi generazione precedente. Nella ricerca condotta da Dominigues e Montanari nel 2017, la maggior parte dei bambini aveva iniziato ad utilizzare i media digitali prima di un anno di età e a due anni di età la maggior parte dei bambini utilizzava quotidianamente un dispositivo mobile. Dallo studio condotto da Kabali HK e colleghi (citati inBeena Johnson, 2020) che includeva 422 genitori di bambini di età compresa tra 1 e 60 mesi, è emerso che il più giovane ad utilizzare un dispositivo mobile, aveva addirittura 6 mesi.L’uso pervasivo di questi media coinvolge dunque tutti i bambini, anche quelli in età precocissime, inferiori ai due anni di vita. Questo aspetto della realtà che sta diventando una normalità, quasi o ormai consolidata, è sotto gli occhi di tutti: quanti di noi infatti possono affermare di non aver mai visto un bimbo, magari di due anni o anche meno, intento a fare tap su uno smartphone, su un tablet, oppure completamente concentrato di fronte alla tv mentre i genitori o chi per loro si dedicano ad altro?Secondo Cubelli e Vicari (2016) per molti genitori questi strumenti digitali sono utili per impegnare, distrarre, accudire i loro figli e per dedicarsi al lavoro o agli altri compiti domestici.Ma quali effetti hanno sullo sviluppo cognitivo, linguistico, emotivo-affettivo del bambino? Quali sono le conseguenze per le condizioni di benessere e di salute?Queste domande sono oggetto di interesse da diverso tempo della comunità scientifica. Psicologi, pediatri, neuropsichiatri ed altri esperti dello sviluppo infantile, si interrogano e orientano i loro studi in modo sempre più attento e profondo sull’impatto di tablet, smartphone ed altri dispositivi a schermo digitale ( non solo quindi della tv), sulla salute e sullo sviluppo degli infanti da 0 a 6 anni concentrandosi in alcuni casi nello specifico nella fascia d’età inferiore ai due anni.Già nel 1999 l’American Academy of Pediatrics (AAP) aveva emesso delle raccomandazioni sui media (in quel caso ci si riferiva alla tv) scoraggiandone caldamente l’utilizzo in particolare da 0 a 2 anni e consegnava ai pediatri il compito di discutere con i genitori, durante le visite di mantenimento della salute/benessere dei piccoli, i “media limits”, ossia di stabilire dei limiti proprio sul loro uso in quella fascia di età (Brown, 2011). I motivi sottostanti a tale raccomandazione, risiedevano nel fatto che l’AAP sosteneva che ci fossero potenzialmente più effetti negativi in questa fascia di età, rispetto a quelli positivi. Uno studio longitudinale condotto da Zimmerman e Christakis, (2005) constatava che la visione della tv prima dei 3 anni aveva modesti effetti negativi sullo sviluppo cognitivo e dunque gli autori, suggerivano una maggior aderenza alle linee guida dell’AAP secondo cui i bambini di età inferiore ai 2 anni non dovrebbero guardare la tv.Nelle nuove raccomandazioni dell’AAP (2016) è messo nero su bianco di evitare qualsiasi tipo di media digitali (a parte videochat) nei bambini di età inferiore ai 18 mesi e dai 18 ai 24 mesi si raccomanda un uso limitatissimo selezionando con accuratezza i contenuti da vedere solo in presenza di un adulto, evitando perciò che i bambini utilizzino i media in totale autonomia e solitudine. Mentre dai 2 ai 5 anni si raccomanda di limitare l’uso dello schermo a massimo un’ora al giorno, sempre sotto la supervisione del genitore, purché la scelta ricada su contenuti di alta qualità (Radesky, 2016).Anche l’OMS allo stesso modo, nelle nuove linee guida del 2019 inerenti l’attività fisica, il comportamento sedentario e il sonno per i bambini sotto i 5 anni, raccomanda il divieto assoluto degli schermi per i bambini da zero a due anni e per quelli della fascia di età 2-4 anni raccomanda di non lasciarli mai per più di un’ora al giorno a guardare schermi televisivi o di altro tipo come smartphone o tablet.È evidente che negli ultimi anni si assiste ad un incremento (seppur ancor contenuto) degli studi sugli effetti che seguono ad un’esposizione precoce ai diversi dispositivi digitali. Sebbene la letteratura internazionale si sia concentrata essenzialmente sulla tv, poiché diffusa da più tempo rispetto a tablet, smartphone, computer, ha fornito molte informazioni sull’ impatto di uno schermo sullo sviluppo cognitivo. Alla luce di ciò, e come suggerisce Anderson (2017) poiché l’esperienza di guardare tv è simile a quella degli altri strumenti digitali, è possibile basarsi anche su queste ricerche. Rischi per lo sviluppo e la salute Prima di elencare gli effetti negativi conseguenti all’esposizione ai media digitali, è importante sapere che la comprensione sostanziale della televisione con contenuti diretti ai bambini, non compare prima dei due anni di età e che in questo periodo essi imparano più da presentazioni di vita reale che dal video (Anderson, 2017). I neonati e i

L’Adolescenza

di Marika Porricelli da Psicologinews Scientific L’adolescenza è un periodo particolarmente critico, che si pone all’attenzione di tanti specialisti provenienti da campi anche molto eterogenei tra di loro. Questo articolo indaga la perniciosa trappola dei comportamenti di rischio in cui molti adolescenti si ritrovano spesso, senza e s s e r n e n e a n c h e p i e n ame n t e consapevoli. L’obiettivo è quello di indagare le possibili cause di tale vulnerabilità che possono essere di tipo non solo sociale e psicologico, ma anche e soprattutto di tipo neurofisiologico. L’aspetto fondamentale è la descrizione dell’evoluzione del cervello di un adolescente e le differenze morfologiche e funzionali che esso presenta rispetto a quello di un soggetto adulto. Un altro aspetto che è stato affrontato è la descrizione di tutti i più frequenti comportamenti di rischio tra gli adolescenti con particolare attenzione al disturbo psicopatologico dato dalla dipendenza da internet, che spesso è poco riconosciuto. Infine viene indagata una possibile prassi di intervento specialistico. 1. INTRODUZIONE Dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga è stato stimato che in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (M = 39,5%; F = 27,2%). Questo è dimostrabile anche dagli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni in Italia di minori con imputazioni per reati droga correlati, che solo nel 2017 sono stati 163. La maggior parte degli ingressi riguarda soggetti di età inferiore a 18 anni (71%) e maschi (98%). Più nello specifico dai dati emerge che un terzo della popolazione tra i 15 e i 64 anni riferisce di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (M = 39,1%; F = 26,4%). Anche per quanto riguarda sostanze stimolanti, quali amfetamine ed ecstasy tra i giovani adulti tali prevalenze risultano più elevate: si attesta infatti una stima di circa 350.000 giovani-adulti tra i 15 e i 24 anni. Inoltre il 3,2% dei residenti in Italia ha utilizzato sostanze allucinogene (come LSD, funghi allucinogeni ecc.) almeno una volta nel corso della propria vita, e tra questi si osserva un consumo più elevato tra i più giovani, di quasi 350.000 giovani tra i 15 e i 24 anni. 2. L’ADOLESCENZA 2.1 Il punto di inizio e di fine dell’adolescenza Sappiamo dalla letteratura che l’adolescenza viene descritta come una particolare fase della vita caratterizzata da molteplici cambiamenti e sfide. Essa è una fase di sviluppo il cui range di etá crea ancora oggi crea incompatibilitá tra i ricercatori. Ad esempio all’inizio del 20 ° secolo, G. Stanley Hall definì vagamente l’adolescenza come un periodo di sviluppo periodo che va dai 14 ai 24 anni nel suo trattato sull’adolescenza. Tuttavia, più di 50 anni fa, l’OMS propose l’adolescenza come un periodo che andava dai 10 ai 20 anni, notando che sebbene sia inizi con la pubertà, ha un punto di fine meno ben definito. Per questo motivo in Italia per convenzione spesso si utilizza come punto di fine dell’adolescenza il raggiungimento dell’età legislativa dei 18 anni, ma come espresso precedentemente dal punto di vista fisiologico e psicologico stabilire il punto di fine dell’adolescenza è piuttosto difficile. L’adolescenza comprende sia elementi di crescita biologica che importanti transizioni di ruolo sociale, elementi entrambi cambiati nel secolo scorso. Da un lato la pubertà precoce ha accelerato l’inizio dell’adolescenza in quasi tutte le popolazioni, mentre dall’altro il concetto di “crescita continua” h a i n n a l z a t o i l p u n t o d i fi n e dell’adolescenza fino a ben 20 anni. Allo stesso modo il ritardo nelle transizioni di r u o l o , come i l completamento dell’istruzione, il matrimonio e la genitorialità, continuano a modificare le percezioni popolari di quando inizia l’età adulta. 2.2 Le sfide dell’adolescenza L’adolescenza corrisponde ad un periodo di particolari sfide psicologiche sociali in cui il giovane si ritrova a dover costruire una propria identità personale credibile e che g l i permetta di addentrarsi nel mondo sociale “degli a d u l t i ” . Ma o l t r e a t a l i sfide e c amb i ame n t i p s i c o – s o c i a l i c h e coinvolgono l’adolescente vi sono anche molteplici cambiamenti cerebrali e ormonali che interessano in particolare la maturazione delle regioni cerebrali legate alla percezione delle emozioni e l a g e s t i o n e d e l r i s c h i o d e l l a gratificazione. 3.IL CERVELLO DI UN ADOLESCENTE Il cervello degli adolescenti risulta essere profondamente diverso da quello degli adulti; diversamente da quello di altri organi, infatti, lo sviluppo dell’encefalo si c o s t r u i s c e s o l o g r a d u a l m e n t e modificandosi nel corso dello sviluppo dell’individui. Ed i l processo di connessione delle aree cerebrali non può dirsi completo prima dei 25 anni, per tale motivo la caratteristica centrale del cervello degli adolescenti è il basso livello di connessione nell’area frontale. In altre parole le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni razionali vanno pertanto attribuite all’incompleto e insufficiente sviluppo della connettività dei loro lobi frontali. Oggi, grazie all’utilizzo delle tecniche di brain imaging, è possibile osservare la maturazione del cervello nel corso dell’adolescenza, in particolare il completamento dello sviluppo del lobo frontale, che, dal punto di vista filogenetico, rappresenta quell’aspetto che distingue gli esseri umani da tutte le altre specie animali. Le prime aree del cervello a raggiungere il completo sviluppo sono il tronco cerebrale e il mesencefalo; esse regolano le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza (respirazione, digestione, escrezione, termoregolazione), le cosiddette funzioni autonome. Le aree

MOBBING: Terrore psicologico negli ambienti di lavoro

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Non ci sto. Non ci starei. Non ci vorreistare. Eppure…non posso, non potrei,non vorrei dovere. Qualche tempo fa mi ha molto colpito un articolo, apparso su un quotidiano nazionale, che parlava di un caso di un lavoratore sottoposto a vessazioni da parte del datore di lavoro, in quanto la vittima, convivente con una persona immunodepressa avrebbe voluto ricorrere all’istituto dello smart working, appunto per tutelare la salute della persona convivente vista l’attuale emergenza sanitaria da Covid-19. Il datore di lavoro nel non concedere tale strumento normativo, ha costretto il lavoratore da prima a bruciare tutte le ferie ed in seguito lo ha di fatto costretto ad assentarsi dal lavoro per “finte” malattie che lo hanno portato alla fine all’esclusione dal gruppo di lavoro ed in seguito a perdere il lavoro. Oggi, si identifica questo fenomeno come “Mobbing”. Nel lavoro, si creano alleanze e collaborazioni spesso più basate sulla simpatia, sulle connivenze e talvolta sull’amicizia, piuttosto che sulla vera professionalità. Ma in molti casi, si scatenano antipatie e modalità di reazione decisamente critiche tra colleghi e superiori. Vi sono persone, che a seguito di queste c.d. “ostilità” nell’ambiente lavorativo si sentono afflitte fino al punto di ammalarsi. Questa reazione di disagio, causata da colleghi e superiori, fino a qualche anno fa veniva interpretata considerando l’individuo emotivamente fragile, eccessivamente sensibile alle azioni degli altri, oppure sofferente di una visione paranoica dei fatti. L a p a r o l a “mo b b i n g ” è s t a t a originariamente usata nel campo del l ’etologia, Konrad Lorenz l ’ha impiegata per indicare il comportamento il comportamento aggressivo di alcuni tipi di uccelli nei confronti dei loro simili, finalizzati all’allontanamento dal gruppo. In inglese, infatti, il verbo to mob significa appunto aggredire. In ambito psicologico, il primo ad applicare il termine “mobbing” è stato lo psicologo del lavoro tedesco Heinz Leymann. Con questo termine si vuole definire l’insieme di azioni tendenziose, che hanno per unico scopo quello di distruggere un collega o un sottoposto comprendono allusioni subdole, calunnie, umiliazioni, intimidazioni le continue vessazioni fino ad arrivare, in alcuni casi, alle molestie sessuali. Ovviamente il mobbing non comprende quei conflitti occasionali, propri di tutti gli ambienti di lavoro, i pettegolezzi , le invidie esistono ovunque!! Il mobbing è la messa in atto di una vera e propria attività persecutoria esercitata su un individuo all’interno di un gruppo di lavoro, tesa all’allontanamento dello stesso dal gruppo o dal posto di lavoro. Le persone oggetto di mobbing sono indistintamente umoni e donne e non si fanno notare per avere tratti tipici della vittima. Le vittime non sono responsabili della loro situazione e sarebbe quindi sbagliato attribure loro la colpa. Un cattivo clima di lavoro, un’organizzazione carente nella distribuzione dei compiti e quadri che non dispongono delle giuste qualità dirigenziali necessarie per lo svolgimento corretto della loro funzione , sono le cause che consentono al mobbing di attecchire. Da ricerche condotte nei paesi nord europei, è emerso che chi esercita il mobbing sono per il 44% colleghi e colleghe, il 37% i capi il 10% i capi coalizzati coi colleghi e per il 9% i sottoposti. Ma analizziamo, ora nel dettaglio le fasi del fenomeno in argomento: I° Fase- La futura vi t t ima viene individuata e vista come persona fastidiosa, iniziano i primi attacchi che a poco a poco si moltiplicano. II° Fase – tutti si rifiutano di collaborare con la persona colpita , iniziano a circolare false storie sulla psicologia della persona, voci sul suo stato psichico al punto che la vittima non riesce più a controllarle. III° Fase – La persona colpita diventa un caso, a tal punto che il datore di lavoro deve occuparsene. In questa fase tenta di allontanare la vittima usando ogni mezzo a disposizione, spesso le norme del Diritto del Lavoro. Non è più in discussione né l’origine del conflitto né i possibili responsabili, la colpa viene attribuita esclusivamente alla vittima e le voci si fanno sempre più insistenti. IV° Fase – La vittima, a causa della disperazione dovuta al mobbing di cui è oggetto, è diventata aggressiva oppure depressa e le voci su un’instabilità psichica si moltiplicano. La malattia psichica di una vittima di mobbing viene vista come la causa e non come la conseguenza dei problemi che si presentano nell’ambiente di lavoro. In Italia, recentemente, sono stati aperti degli sportelli di consulenza nell’ambito dei sindacati di categoria , ove sono presenti persone formate ad accogliere informaoni e denunce di mobbing. In ambito normativo, gli art. 2087 del codice civile, l’art.582 del Codice Penale anche se non specifici, vengono comunque applicati in caso di mobbing conclamato, che è tuttavia molto difficile da dimostrare, che determina spesso la difficoltà nel denunciare, addirittura, di essere o essere stati vittime di mobbing. Nell’articolo citato in premessa il lavoratore ha invece avuto la forza di denunciare attraverso una lettera aperta poi pubblicata in stralcio, sul quotidiano. Nelle vittime di mobbing si riscontrano i sintomi psichitici e psicosomatici elencati nelle varie fasi del fenomeno, un senso di disagio psichico nella prima fase, sintomi psicosomatici nella seconda che, nella terza e quarta fase, possono spingersi fino alla depressione, ai comportamenti ossessivi, all’abuso di medicinali, alcol o di sostanze stupefacenti. In queste fasi è alto il pericolo di suicidio. Nella quarta fase, infine, la vittima è esclusa dal mondo del lavoro. BIBLIOGRAFIA Alexsander F. (1951) , Medicina psicosomatica, Giunti Barbera, Firenze; Argyle M. (1974) Il comportamento sociale, Il Mulino, Bologna; Arieti S. e Bemporad J.R. (1981), La depressione Grave e Lieve, Feltrinelli, Milano; Baker E.F. (1973) L’Uomo nel la Trappola, Astrolabio, Roma; Nolfe G. e L. M. Sicca (2020) Mobbing. Narrazioni individuali e organizzative – Editoriale scientifica, Napoli; R. Colantonio (2020) – Storie di Mobbing. 89 sentenze Iemme edizioni, Napoli; Marcello Pedrazzoli (2007) Vessazioni e a n g h e r i e s u l l a v o r o . Tu t e l e , responsabilità e danni nel

Interrogare il corpo obeso e sovrappeso per decifrarne il mistero: un approccio multidisciplinare integrato

di Valentina Carretta da Psicologinews Scientific “Se le formiche si mettono d’accordopossono spostare unelefante” (Proverbio del Burkina Faso) L’obesità(1) e il sovrappeso, come sottolinea la World Health Organizazion, sono oggi uno dei problemi di salute più evidenti, anche se spesso trascurati. Ci troviamo dinnanzi all’intensificazione di un’epidemia globale di sovrappeso e obesità, certamente aggravata dalla situazione creatasi a causa del Covid, che ha visto tante persone rifugiarsi nel cibo per affrontare questo momento. L’obesità è diventata ormai un’emergenza sociale, emergenza che però, solo nel 2019, è stata riconosciuta dal Parlamento italiano come patologia c r o n i c a , c o n i l c o n s e g u e n t e stanziamento di specifiche risorse dedicate alla prevenzione e alla terapia. In Italia contiamo 18 milioni di adulti in sovrappeso e 5 milioni sono invece i soggetti obesi, ovvero una persona su dieci [dati Italian Obesity Barometer Report]. Il dato più allarmante riguarda la popolazione giovanile in quanto siamo il primo paese in Europa per obesi tà infant i le. Mi preme sottolineare questo dato anche in ottica futura atteso che, ben sappiamo, che chi è afflitto da obesità in età giovanile ha maggiori probabilità di soffrirne anche in età adulta. A corollario di ciò, mi permetto di ricordare che un adulto obeso o grandemente obeso è un soggetto generalmente affetto da altre patologie correlate (diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e respiratorie, alcune forme di cancro, problemi articolari, disturbi ginecologici e infertilità, disturbi d’ansia e dell’umore, …) e, unitamente a questo, dobbiamo tenere ben a mente come l’obesità rappresenti ormai la quinta causa di morte più frequente al mondo. Aspetto scomodo da presentare, ma non per questo poco importante, riguarda l’impatto dell’eccesso ponderale sui bilanci nazionali. Sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità possiamo leggere i seguenti dati OCSE: “In Italia, il sovrappeso rappresenta il 9% della spesa sanitaria, riduce il PIL del 2,8% e, per coprire questi costi, ogni cittadino paga 289,00 euro di tasse supplementari all’anno. Non solo, gli italiani vivono in media 2,7 anni in meno a causa del sovrappeso e, nel mercato del lavoro, la produzione risulta essere inferiore di 571 m i l a l a v o r a t o r i a tempo pieno all’anno.” [1]. Risulta quindi quanto mai chiaro p e r c h é s i a n e c e s s a r i o e imprescindibile, per svariate ragioni, occuparsi di obesità e sovrappeso sia sul versante della prevenzione, sia su quello del trattamento. Al di là di sovrappeso e obesità: il disagio psicologico Obesità e sovrappeso spesso n a s c o n d o n o u n d i s t u r b o d e l comportamento alimentare chiamato binge eating disorder (BED) o disturbo da alimentazione incontrollata (DAI), pertanto, occorre effettuare una precisa diagnosi differenziale dinnanzi a queste patologie. Nella maggior parte dei casi è la figura del nutrizionista, del dietologo, del dietista, ad incontrare per primo il soggetto obeso o sovrappeso che si reca da lui alla ricerca di una dieta, di un piano alimentare, di un regime alimentare controllato, che gli consenta di perdere peso. È proprio in questa fase che si rivela preziosa la sensibilità del professionista che può cogliere, nel particolare modo di alimentarsi di quel s o g g e t t o , s e v i s i a ‘ s o l o ’ un’alimentazione eccessiva e ipercalorica o se ci si trovi davanti ad episodi di vere e proprie abbuffate a l i m e n t a r i o d i g r u n g i n g (spizzicamento continuo). È fondamentale questo passaggio perché “esistono nette differenze fra pazienti sovrappeso/obesi con o senza DAI. Questa distinzione è di grandissima importanza perché tutti i trattamenti nutrizionali dell’obesità applicati al paziente con un DAI sono destinati a fallire. E questi fallimenti espongono il paziente, soprattutto se adolescente, a un senso di vergogna e umiliazione ulteriori, alimentando proprio i fattori principali sottostanti i l disturbo: un’alterazione dell’umore in chiave depressiva e un gravissimo deficit dell’autostima.” [2]. Un ulteriore elemento che, in base alla mia esperienza clinica, mi sento di evidenziare come controproducente se non addirittura pericoloso, è quello di proporre a questi pazienti un sistema di alimentazione grammato che si basi sul conteggio delle calorie giornaliere ingerite. In base a quanto riportano i pazienti stessi, questo conteggio, in tantissimi casi, porta ad un aumento dell’ansia e a sviluppare una forma di ossessione per le calorie unitamente ad un controllo ossessivo sui grammi. Una dieta così c o s t r u i t a , anche se perfettamente bilanciata a livello nutrizionale, rischia di essere non solo fallimentare in partenza, anche perché spesso molto restrittiva e poco rispettosa del soggetto, aumentando il senso di inadeguatezza del paziente, ma addirittura in grado di aggravare ulteriormente una situazione già complessa in quanto non viene riconosciuto e rimandato al paziente che forse, in quella modalità che ha di alimentarsi, vi è di più di un semplice mangiare eccessivo. Non si tratta di domandare ai professionisti dell’alimentazione di porre una diagnosi di disturbo alimentare, ma di aiutare il loro assistito a porsi delle domande ulteriori, a vedere al di là, a non ascoltare solamente la domanda esplicita “vorrei dimagrire”, ma aprire sul “perché siamo arrivati a questo punto? Come facciamo a lavorare affinché, finita la dieta, lei possa non tornare più a questo peso?”. Si tratterebbe di lavorare facendo un ulteriore passo, instillando un dubbio, una domanda, un’interrogazione attorno a questo tema, magari suggerendo al paziente di affiancare al percorso alimentare anche una psicoterapia al fine di ottenere un beneficio a lungo termine e scongiurare la ciclica oscillazione del numero sulla bilancia, ovvero fasi di perdita e riacquisto di tutto il peso, se non di più, che caratterizza l’effetto denominato “yo-yo”. Troppo spesso obesità e sovrappeso vengono approcciate e t r a t t a t e

Il processo di affidamento del minore: mediare le molteplici istanze del processo

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Le famiglie separate e in conflitto, spesso, vengono all’attenzione dei giudici in quanto manifestano la loro problematicità attivando processi giudiziari lunghi e distruttivi. “Tutte le situazioni che afferiscono al canale della Legge nell’estrema diversità che le caratterizza, dicono però, a nostro avviso, di un denominatore comune. Che è per l’appunto il loro essersi rivolti alla Legge (e non alle agenzie psicosociali d’aiuto). Il significato che noi cogliamo in questa specificità è che i familiari reclamano ordine e giustizia riguardo alle loro traversie. Se li aspettano però da una norma e da un giudizio definitivo, cioè da qualcosa che è sostanzialmente esterno, proprio come “esterna” risulta a lor, nel senso di rimossa, cieca, la propria vicenda familiare. Si reclama dunque giustizia. Si tratta pertanto di un tema etico; dal giudizio pertanto ci si attende lo “scioglimento” definitivo dal disordine e dall’ingiustizia”. De Bernart, R.,Francini, G., Mazzei, D., Pappalardo L. (1999) Quando la coppia finisce, la famiglia può continuare?. In M. Andolfi (Ed), La crisi della coppia. Roma: Cortina. Lì dove è evidente una grossa conflittualità tra gli ex coniugi ed è in discussione l’affidamento del minore stesso, oppure dove sia evidente una condizione di rischio per il minore stesso, i l giudice richiede l a consulenza tecnica d’ufficio C.T.U. di un esperto, psichiatra o psicologo per effettuare particolari indagini in ambiti di conoscenza a lui estranei. La C.T.U. nei procedimenti di separazione e divorzio si colloca in un’area di intervento in cui si intrecciano categorie giuridiche e psicologiche. È una situazione dove coesistono elementi di controllo e di aiuto e dove non sempre è semplice tutelare gli interessi dei diversi membri coinvolti ed in particolare salvaguardare i legami genitoriali/generazionali. Tutelare la continuità dei legami affettivi e il diritto alla bigenitorialità è comunque il presupposto basilare per tentare di salvaguardare l’interesse del minore nei casi di separazione coniugale. Di fatto, le categorie giuridiche non consentono di spiegare la complessità delle relazioni familiari, per cui la normativa /art.61 c.p.c. prevede che il giudice possa ricorrere ad esperti in dinamiche familiari e dell’età evolutiva ogniqualvolta si renda necessario acquisire informazioni che esulano dalle sue conoscenze e richiedono specifiche competenze. Secondo quanto previsto dalla normativa, il consulente tecnico di ufficio C.T.U. nel suo incarico non ha alcun mandato terapeutico esplicito; egli, infatti, a conclusione delle indagini, è tenuto ad elaborare una relazione finale in cui rispondere ai quesiti posti dal giudice, ovvero, nella pratica indicare il regime di affidamento e regolamentare il diritto di visita del minore con il genitore non affidatario o non collocatario, e la metodologia che ha usato per svolgere il suo lavoro. Stante queste premesse potremmo individuare due livelli di azione per il C.T.U. Il primo, che possiamo definire livello esplicito, è definito dall’insieme dei vincoli procedurali in cui si inscrive l’attività peritale. Esso pone il consulente in uno spazio sospeso tra un contesto valutativo-trasformativo e un contesto giuridico-valutativo rivolto sia al giudice che alla famiglia . Il secondo, il livello implicito, in cui diversamente, il giudice chiede al C.T.U. di “risolvere” il conflitto tra coniugi, attribuendo al consulente il potere di attivare una negoziazione tra le parti. Questo per favorire eventuali accordi utili a salvaguardare i legami tra entrambi i genitori e i figli della famiglia separata. Il C.T.U. si trova nella situazione di dover dare una risposta ai quesiti posti che tenga conto della situazione familiare anche rispetto alla domanda implicita o esplicita d’aiuto. D’altra parte, concependo la diagnosi non come una serie di operazioni semplicemente finalizzate a dare un nome ad una malattia, sembra difficile, nella pratica, operare una netta distinzione tra processo terapeutico e processo diagnostico. Quest’ultimo contiene, infatti, sempre un implicito livello terapeutico esistendo una relazione molto forte tra la metodologia d’intervento utilizzata e il tipo di relazione che si instaura tra i protagonisti del processo in atto. Per cui la consulenza d’ufficio non si pone come intervento puramente diagnostico, ma rappresenta il primo passo per attivare nelle parti in causa le risorse per il superamento della loro conflittualità distruttiva e altamente negativa per i figli, attraverso una presa di coscienza delle proprie difficoltà. Laddove i l consulente riesce ad accogliere le diverse richieste implicite dei protagonisti della vicenda giudiziaria, e a porsi in una posizione meta “Dentro la relazione, fuori dalla famiglia” (De Bernart) -per interesse del minore- può evitare il rischio di colludere con la conflittualità della coppia. Così posizionandosi, non contribuisce al cronicizzarsi della patologia relazione che esporrebbe i figli ad un ulteriore scenario conflittuale. Nello stesso tempo il perito dovrebbe poter creare un tempo sospeso in cui “comprendere” la vicenda familiare. L’obiettivo è riattivare le risorse familiari per favorire la ristrutturazione delle relazioni familiari e l’evoluzione della vicenda separativa. Non si tratta di una mediazione familiare, ma di un intervento che, nell’ambito della valutazione, può cercare di incidere favorendo la riorganizzazione delle relazioni. La complessità del sistema in cui la C.T.U. si colloca pone l’intervento del consulente in una posizione difficile: •lo spazio della C.T.U. è ambiguo, sospeso tra il contesto di giudizio-valutazione e il contesto di supporto al giudice e alla famiglia perché questa possa affrontare il problema relazionale che la prova duramente; •la C.T.U. si risolverebbe o in una indicazione terapeutica, poi disattesa, oppure in un vuoto rituale che lascia le cose invariate; •il C.T.U. può colludere con la conflittualità grave della coppia contribuendo a rendere la consulenza un contesto perverso che alimenta il rancore e l’attacco distruttivo. Il rapporto che il giudice instaura con il consulente può essere difensivo e strumentale, nel senso che il giudice può usare la consulenza sia per contenere le sue ansie, sia per r imandare la responsabilità alle conclusioni emerse dalla consulenza medesima. Il ruolo del C.T.U. è quindi oggetto di ambivalenti proiezioni, nonché di grandi attese sia da parte del giudice che dei familiari. Pur non confondendo la psicoterapia con la consulenza, quest’ultima comunque può divenire uno spazio utile per capire, ma anche per intervenire. Infatti, se è vero che le conseguenze teoriche e applicative del

L’esperienza della dislessia: uno studio longitudinale sulle reazioni ansiose

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Il presente lavoro indaga l’ evoluzione dell’impatto e del vissuto della dislessia sul vissuto psicologico, di 35 dislessici maschi valutati nel 2010 e ri-valutati nel 2019. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi Emerge come la dislessia sia un fattore di vulnerabilità che comporta un elevata ansia situazionale-prestazionale, per cui i trattamenti dovrebbero rivolgersi non solo al miglioramento della prestazione accademica ma anche agli aspetti psicologici. Nel lontano ottobre del 2011 ad un anno dall’uscita della legge 170/ 2010 e a pochi mesi dall’uscita della Consensus Conference muovendo dal quesito B 4.2 della Consensus parte il nostro studio. La riposta dal quesito B4.2 riporta che non ci sono prove di correlazione uni lineare diretta tra tra la presenza di dislessia e un aumento del rischio di sviluppare disturbi psicopatologici. Eppure grand parte dei ragazzi che vedevamo all’epoca mostrano segni di ansia e e riportavano vissuti di inadeguatezza. Quando si parla di Disturbi specifici dell’apprendimento il confronto tra scuole di pensiero è ancora acceso, trattandosi di una caratteristica estremamente complessa per quanto “specifica” e “specificata” in letteratura e nelle varie definizioni-sistemazioni n o s o g r a fi c h e . A f f a c c i a n d o s i “nell’universo dell’infanzia” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche ed antropologiche. Il disturbo della lettura spesso si verifica in concomitanza con altri disturbi dello sviluppo neurologico e questo ha importanti implicazioni sia per la diagnosi c h e p e r g l i i n t e r v e n t i riabilitativi. Comprendere la natura e le cause delle comorbidità è al centro della comprensione dei disturbi dello sviluppo. Ad esempio, se il Disturbo X si manifesta frequentemente con il Disturbo Y, ciò indica il funzionamento dei fattori di rischio condivisi e migliora la comprensione delle cause di ciascuno di questi disturbi. La comorbilità può essere trovata tra disturbi all’interno dello stesso gruppo diagnostico ( comorbilità omotipica : p. Es., Disturbo della lettura e disturbo della matematica), nonché tra disturbi di d i v e r s i g r u p p i d i a g n o s t i c i ( comorbilità eterotipica ), come tra disturbo della lettura e disturbi comportamentali (deficit di attenzione -Disturbo da iperattività (ADHD) e disturbo della condotta) o disturbo della lettura e problemi emotivi (ansia e depressione) (Angold, Costello, & Erkanli, 1999 ). I bambini sanno quanto sia importante la lettura. Lo sentono dai loro genitori e insegnanti fin dalla tenera età. Quindi, quando i bambini difficoltà lottano con quell’abilità vitale, possono crearsi reazioni ansiose. Spesso queste reazioni sono transitorie a situazioni che implicano la lettura. Ma a volte, i bambini con d i fferenti caratteristiche di apprendimento sviluppano un problema più grande con l’ansia, ma attenzione l ’ a n s i a non è connaturata a l l a “deviazione” degli apprendimenti ma all’adattamento dei contesti. I bambini con dislessia hanno spesso paura di ciò che potrebbe accadere quando leggono. Possono avere paura di fallire, o di essere giudicati o di sentirsi. imbarazzati. Potrebbero anche esserci momenti in cui temono che non impareranno mai o non avranno successo in nulla a causa delle loro difficoltà di lettura, che coinvolge non solo l’alunno ma tutta l’identità del bambino. Queste emozioni negative devono essere comprese ed accolte con il giusto supporto, per evitare lo strutturarsi di certe reazioni. L o s c o p o d i q u e s t o l a v o r o è comprendere le possibili evoluzioni e i possibili effetti a cascata del disturbo di lettura nel corso della scolarità e dello sviluppo intercettando le eventuali reazioni disadattamento che possono sfuggire alla semplice valutazione psicometrica. La dislessia evolutiva neurovarietà dell’apprendimento di natura neurobiologica è soggetta ad una “ eterotrofia fenotipica” che può non riguardare solo i parametri diagnostici ma estendersi a estendersi a fattori emotivi-motivazionali. Spesso, purtroppo ancora oggi, le difficoltà scolastiche vengono scambiate per pigr izia, scarso interesse o mancanza di volontà. I frequenti fallimenti e le frustrazioni a cui possono andare incontro i ragazzi con DSA possono dare vaiati di inadeguatezza ed incapacità a soddisfare le aspettative altrui, creando una serie di effetti socio-emotivi. Molti studi hanno riscontrato che i bambini con dislessia presentano alti livelli di ansia e stress correlato alla performance come sintomi secondari al disturbo. Obiettivo: effettuare uno studio longitudinale circa i vissuti della dislessia e la “digestione” delle misure dispensati e degl i st rument i compensat ivi . Campione: 35 soggetti maschi, frequentanti la terza e la quarta primaria, con diagnosi di dislessia. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi. I soggetti sono stati valutati nel 2010 e nel 2019. La selezione e il reclutamento dei pazienti è avvenuta tramite l’ASL BN e la sezione AID BN. Materiali: Nel 2010 Scala di Auto-somminist razione per Fanciul l i e Adolescent i – SAFA (Cianchet t i – Fancello, 2011) lette dall’esaminatore, per indagare la presenza di diverse comorbilità psichiatriche e il Parent Stress Inventory (Laghi et all., 2008), per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino e per definire un profilo di stile genitoriale. Nel 2019: Questionario per la Valutazione della Psicopatologia negli Adolescenti – Q-PAD (Sica et all., 2011) e il Parent Stress Inventory. Dall’analisi dei dati è emerso che l’85% del nostro campione mostra significativi livelli di ansia scolastica e prestazionale, l’80% lamenta somatizzazioni multiple (dolori a d d o m i n a l i , c e f a l e a , d o l o r e aspecifico alla gola) e deflessioni dell’umore con senso di colpa e frustrazione (70%). Il livello di stress totale percepito dai genitori è superiore all’85°percentile (cut – off utilizzato per l’individuazione di profili genitoriali a rischio).

Sostenere la genitorialità nella sua complessità: racconto di un’esperienza di un corso di sostegno alla genitorialità

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific La famiglia è il primo luogo in cui cresce e si sviluppa l’essere umano. Una relazione soddisfacente tra genitori e figli diviene, pertanto, di fondamentale importanza per una crescita armonica dell’individuo. Non è scontato che la relazione genitore-figlio si sviluppi con naturale facilità, in quanto essere genitori ed educare è un compito molto complesso, che si modifica durante tutto l’arco della vita in base allo sviluppo psico-fisico di ogni componente della famiglia ed è influenzato da fattori di diversa natura. La famiglia segue nel corso degli anni un processo evolutivo, passando da una fase all’altra e con una continua ristrutturazione dei rapporti tra i membri. Gli eventi evolutivi che accompagnano ogni f a m i g l i a , comportano d e i cambiamenti nell’organizzazione del sistema familiare e nelle relazioni interpersonali. Quando le vecchie modalità relazionali non sono più idonee, bisogna sperimentarne nuove, più funzionali e adeguate alla fase del ciclo di vita che la famiglia sta attraversando. Nella rappresentazione della famiglia come un sistema vivo in continuo movimento e in evoluzione, si evidenzia la complessità del ruolo genitoriale. Oggi, la famiglia si trova costantemente sottoposta ad un doppio messaggio: da un lato si ribadisce il suo ruolo centrale, vista come pilastro fondamentale della società; dall’altro vede fortemente ridotto lo spazio e l’efficacia della sua azione educativa. I genitori si sentono sempre più messi alla prova, sottoposti alla concorrenzialità dei mass-media e, soprattutto, dei social. Il fascino di stili di vita patinati, l’attrattiva di nuovi modelli culturali e il carente riconoscimento sociale del ruolo genitoriale, favoriscono nei genitori un maggior numero di incertezze e una poca consapevolezza delle proprie capacità educative. Essere genitori è un compito complesso, non esistono linee guida o certezze infallibili, anzi è un ruolo in continuo mutamento tutt’altro che statico, che dovrebbe avere la capacità dinamica di rivedere continuamente i l proprio stile educativo, affrontando in modo funzionale i cambiamenti messi in campo dal sistema familiare. La genitorialità incorpora in sé, sia aspetti individuali relativi alla rappresentazione, più o meno consapevole, di come un genitore debba essere e, sia aspetti di coppia, ossia della modalità relazionale che i partner condividono nell’assolvere questo specifico compito. Questa c o m p l e s s i t à , ben r a p p r e s e n t a l’impossibilità di confinare la genitorialità solo nell’evento biologico della nascita. Diventare genitori comporta significativi cambiamenti individuali e relazionali che evolveranno lungo tutto il ciclo vitale degli individui coinvolti. Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, perché sarà necessario assolvere impegni differenti e adottare modalità comunicative e interattive diverse secondo l’età dei figli. Un approccio relazionale funzionale, o uno stile comunicativo efficace attuato con un bambino di sei anni, non potrà rimanere invariato dinanzi ad un ragazzino di quindici anni. La consapevolezza dell’importanza e della complessità del ruolo genitoriale ha sviluppato e consolidato sempre di più l’idea di sostenere la genitorialità. La formazione dei genitori è ritenuta un prezioso strumento di prevenzione primaria, in quanto il potenziamento delle capacità genitoriali divengono indispensabili per gestire situazioni educative quotidiane. I percorsi di sostegno alla genitorialità non sono d e s t i n a t i a f a m i g l i e d e fi n i t e “problematiche” ma può essere un cammino utile a tutti i genitori per migliorare la relazione con i figli, la consapevolezza del proprio ruolo, le dinamiche familiari e la crescita di ogni membro della famiglia. Da circa quarant’anni gli interventi in educazione parentale si sono moltiplicati nella maggior parte dei paesi occidentali. In Italia, a partire dagli anni sessanta è avvenuta la diffusione delle scuole dei genitori, attuate da varie istituzioni cattoliche. Questa evoluzione si è avuta per un ventennio, con un successivo affievolimento negli anni ottanta. Dopo questo calo d’interesse, negli anni novanta entra nel mondo dei servizi alla persona il concetto di “sostegno alla genitorialità”, che sostituisce quello, ormai obsoleto, di “educazione dei genitori”. Questo nuovo approccio è meno legato alle istituzioni cattoliche ed è più aperto e centrato sulla persona. L’obiet t ivo principale è quel lo di aumentare le abilità educative dei genitori e i l loro sentimento di competenza, al fine di accompagnare la crescita dei propri figli. I percorsi psicologici di sostegno alla genitorialità hanno lo scopo di rafforzare la relazione genitori-figli, puntando sulla consapevolezza del compito di ciascun genitore. E’ importante promuovere in modo parallelo la conoscenza delle competenze g e n i t o r i a l i e i l riconoscimento della singolarità del figlio, identificandolo come parte staccata da sé, separata, differente, fuori dal proprio campo personale. La premessa genitoriale spesso è alterata dalla convinzione che avendo messo al mondo un figlio, lo si conosce meglio di chiunque altro. E’ necessario favorire, invece, una diversa conoscenza del figlio, indirizzando i genitori a non ritenere la prole come un proprio prolungamento ma guardare un figlio come una persona con una propria individualità. Se il riconoscimento dell’altro non avviene, non si dà vita all’incontro e la possibilità di creare uno scambio relazionale è limitata, o può divenire disfunzionale. La curiosità e la conoscenza verso la persona che si ha di fronte, nel suo modo di comunicare, di esprimere bisogni, paure, rende possibile ripensare a nuove modalità di approccio e confronto con i propri figli. Il sostegno alla genitorialità permette di rinforzare le risorse di ciascun genitore, in modo che ognuno impari ad utilizzarle in autonomia nel proprio sistema familiare. Questo lavoro mira ad aiutare le famiglie a gestire autonomamente i problemi che la vita quotidiana comporta e di ottenere una migliore qualità della vita per tutti i suoi membri e, di conseguenza, per tutta la società. Ambienti relazionali positivi e f a c i l i t a n t i lo scambio interpersonale, possono far sentire i soggetti coinvolti maggiormente ascoltati, accolti e guidati in un processo di crescita personale ed interpersonale. Nel sostenere i genitori è importante

Osservare e comunicare per includere in Didattica a Distanza

di Maria Anna Formisano e Maria Cristina Oliva da Psicologinews Scientific Introduzione La Didattica a Distanza – DaD – lanciata con la fase della pandemia da Covid-19 e prevista dal Dpcm dell’8 marzo 2020 per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, si è rivelata uno strumento molto utile, non solo per rispondere alle esigenze psicopedagogiche generali, ma anche per garantire e implementare pratiche inclusive psicoeducative per tutti, nessuno escluso. Già l’Art.3 della Costituzione assicura uguaglianza formale e sostanziale a tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di opinioni politiche, in virtù del fatto che tutti hanno diritto a conseguire esperienze di crescita individuale e sociale, poiché l’uguaglianza è il valore d e l l a d i v e r s i t à . A l l a b a s e del l ’ inclusione vi è l ’ impegno psicopedagogico dell’intera comunità scolastica, che si attiva sinergicamente per garantire la piena partecipazione individuale e collettiva di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali. Ciò suggerisce, dunque, la necessità di progettare learning environments virtuali che permettano a tutti gli alunni, tenendo conto delle loro diverse caratteristiche sociali, biologiche e culturali, non solo di sentirsi parte attiva del gruppo di appartenenza ma anche di raggiungere il massimo livello possibile in materia di apprendimento. In questo ripensamento di pratiche psicopedagogiche inclusive si rende necessario la valorizzazione di una “pedagogia del controllo” o Mastery Learning (Bloom e Carroll,1974), fondata sul presupposto che la maggior parte degli allievi può raggiungere un alto livello di capacità di apprendere, a patto che si affronti l’insegnamento con sistematicità e sensibilità, che si aiutino gli allievi quando presentano difficoltà di apprendimento, che si dia loro il tempo sufficiente a conseguire la padronanza cognitiva e si stabilisca un cr i ter i o chiar o s u cosa s ia la padronanza (Bloom,1974). Per fare questo è necessario che gli insegnanti credano fermamente che la classe virtuale sia una Community of Learners, così come affermano A. Brown e J. Campione (1984), basata sulla condivisione delle risorse didattiche, morali ed intellettuali, sulla natura dialogica e distribuita dell’acquisizione della conoscenza e sul rispetto e la promozione delle d i f f e r e n z e , n e l l ’ o t t i c a dell’”inclusiveness”, dove tutti mostrano un atteggiamento positivo e lavorano fin dall’inizio sulla base di una motivazione intrinseca e una comunicazione efficace. P o i c h é l e p r o f e s s i o n i d i insegnamento devono affrontare richieste in rapida evoluzione, agli educatori sono richieste competenze sempre più ampie e sofisticate rispetto al passato. A livello internazionale sono s tat i svi luppat i numeros i strumenti progettuali e osservativi per aiutare gli insegnanti ad identificare i bisogni formativi degli allievi al fine di prendere in considerazione anche le difficoltà, di vario genere, presenti nelle nostre aule. Ne scaturisce l’esigenza di una progettazione formativa esplicita accurata, efficace ed efficiente, che vada oltre la mera visione strumentale dell’insegnamento. In altri termini, si tratta di predisporre il percorso didattico in piccole unità di studio (microcontents), piccole attività didattiche (microactivities) e porzioni di tempo ridotte (microtimes), al fine di risvegliare la curiosità intellettuale, il senso critico e l’autonomia di giudizio degli allievi. Per sos tenere tale ideologia p r o g e t t u a l e è n e c e s s a r i o c h e l’approccio psicoeducativo tenga conto di tutte le variabili che si inseriscono nel processo di insegnamento-apprendimento e che possono, in alcuni casi, compromettere il buon esito del percorso di formazione (successo formativo). Ogni persona e ancor più quella con bisogni educativi speciali, non può essere presa in considerazione come se fosse una monade ma va considerata all’interno di trame, di relazioni e di contesti comunicativi, che consentono un permanente dispiegarsi di autonomia/dipendenza intersoggettiva. Comprendere questo significa prestare attenzione al mondo dell’allievo, osservando il costruirsi della sua storia personale attraverso le dinamiche familiari, i luoghi di vita e la loro organizzazione, le figure significative, i codici comunicativi, i me d i a t o r i , l e r i s o r s e uma n e , economiche e psicologiche, la qualità di vita, i valori di riferimento, etc. (Pavone, 2014). A tal proposito appare lecito il principio psicopedagogico dell’accomodamento ragionevole, secondo cui le modifiche e gli adattamenti necessari non devono imp o r r e u n c a r i c o d i d a t t i c o sproporzionato o eccessivo, ma il riconoscimento delle potenzialità dell’allievo in quanto entità fisica e psicologica con peculiarità cognitive, affettive e sociali. In questo difficile compito è utile che il docente conosca i l potenziale di apprendimento dell’alunno con bisogni educativi speciali, al fine di definire con chiarezza i contenuti didattici, i traguardi formativi e gli obiettivi di apprendimento, controllando che le informazioni didattiche siano recepite da tutti gli allievi in maniera chiara, nell’ottica del dialogo educativo, della relazione comunicativa e della prospettiva osservativa. Per poter operare in questa direzione è necessario promuovere in DaD discussioni aperte e interattive rispetto alle tradizionali lezioni frontali (Katz e Lazcano Ponce,2008), poiché anche lo spazio virtuale è spazio relazionale, di espressione affettiva ed emozionale che rimanda ai differenti stati d’animo provati. Bisogna rieducare all’attenzione, alla concentrazione e anche alla relazional i t à on l ine perché nell’individuo vi è intrinsecamente la motivazione emotiva di entrare in connessione con gli altri per creare nuove dimensioni psicosociali. Se spostiamo l’attenzione sulla gestione psicodidattica di una classe virtuale è da ritenere che la padronanza degli strumenti culturali di base avviene attraverso una gestione innovativa degli spazi, s e c o n d o i p r i n c i p i d e l l a p o l i f u n z i o n a l

Stress lavoro-correlato e genere: un’immagine sulle lavoratrici

di Di Martino Daniela da Psicologinews Scientific Il D.Lgs n. 81/2008 e le successive disposizioni integrative e correttive del D.Lgs . 3 agos t o 2 0 0 9 n. 1 0 6 introducono l’obbligo di attuare la valutazione dello stress lavoro-correlato, ciò per tutte le aziende (pubbliche e private), secondo quanto previsto da due documenti: – l’Accordo Quadro Europeo sullo stress lavoro-correlato (recepito il 9 Giugno 2008) – le indicazioni della Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza sul Luogo di Lavoro (18 Novembre 2010) Il D. LGS n.81/2008 rappresenta una rivoluzione rispetto all’attenzione posta alle differenze di genere nell’esposizione ai rischi professionali e in particolar modo a quelli specificamente connessi allo “stress lavoro-correlato”. L’ articolo 6, comma 8 let. L afferma che la prevenzione di questo rischio non possa esulare dal riconoscimento delle differenze di genere e cito: La Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha il c o m p i t o d i … . p r o m u o v e r e l a considerazione della differenza di genere in relazione alla valutazione dei rischi e alla predisposizione delle misure di prevenzione. Viene dunque superato il paradigma della prevenzione e protezione della salute sui luoghi di lavoro a carattere “neutro” e si valorizza la specificità di genere nell’interazione con l’ambiente di lavoro. Lo stress lavoro-correlato è un rischio professionale che evidenzia differenze significative tra le lavoratrici e i lavoratori rispetto a cause, effetti e conseguenze. Il principale fattore di stress per il g e n e r e f e m m i n i l e r i g u a r d a l a conciliazione lavoro/famiglia e i l cosiddetto fenomeno del “doppio carico”. Le donne sono sempre più presenti nel mercato del lavoro, tuttavia a ciò non è ancora seguita una piena ed equa rimodulazione dei carichi extralavorativi tra i generi. Ancora oggi le donne si occupano dell’accudimento di figli e familiari anziani, in misura maggiore rispetto agli uomini. La conciliazione lavoro/famiglia si configura, pertanto, come la prima e principale fonte di stress lavoro-correlato per le donne. I l “doppio car ico” rappresenta il problema principale d’accesso ad adeguati meccanismi di recupero psico-fisico: basti pensare che secondo un’indagine ISTAT, i lavoratori maschi dedicano in media 2 ore all’assistenza dei familiari, le donne ne dedicano in media 5 e mezza. Ciò implica che in Italia, mediamente, una donna ha meno tempo libero rispetto ad un uomo. Il fenomeno del “doppio carico” ha effetti anche sulla sfera emotiva, in particolare, il timore della donna di penalizzare la carriera in caso di gravidanza o matrimonio, e viceversa, il timore di penalizzare la famiglia a causa del lavoro, sono due dinamiche mentali estremamente presenti e negative per la salute mentale femminile. A ciò si aggiungono le tensioni che spesso insorgono con i datori di lavoro di fronte a richieste di turnistiche agevolate, permessi, aspettative che nascono dalla necessità di meglio conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari. Altro aspetto intorno al quale più spesso nascono tensioni sono le comprensibili resistenze della donna a svolgere trasferte/distacchi in luoghi lontani dal domicilio e quindi dalla propria famiglia. Questi fenomeni sono annoverati tra le principali cause del maggior disagio delle donne lavoratrici rispetto agli uomini. Secondo alcuni studi il “doppio carico” rappresenterebbe anche una delle cause del minor accesso delle donne a posizioni gerarchiche apicali (fenomeno del “Soffitto di cristallo”). Un altro fenomeno che attanaglia il genere femminile sui luoghi di lavoro riguarda le molestie sessuali. Sembra incredibile ma solo di recente le molestie hanno cominciato ad assumere un valore e un significato giuridico. Alcuni atteggiamenti maschili sono stati a lungo considerati dalle stesse donne come parte della comune convivenza con gli uomini sul luogo di lavoro. Dare a quegli stessi comportamenti il valore di u n a i m p r o p r i a e o l t r a g g i o s a prevaricazione e, quindi, di molestia, è una conquista dei nostri tempi. Definire la molestia non è semplice. Su questo tema ci viene in soccorso la raccomandazione dell’Unione Europea sulla tutela delle donne e degli uomini sul lavoro (1991)che introduce, a tale riguardo, in modo esplicito, il concetto di m o l e s t i a , s p e c i fi c a n d o n e l e caratteristiche: – “reiterazione”, ossia di insistenza; – “ intenzional i tà” , ossia volontà soggettiva di offendere; – “ indesiderabi l i tà” di determinat i comportamenti, da parte di chi li subisce. Questi aspetti sono difficilmente obiettivabili e dimostrabili, in quanto spesso diventa rilevante la percezione soggettiva d i chi subisce quei comportamenti. Ciò che fa veramente la differenza sono: la percezione, il vissuto e le reazioni che carat ter izzano l’esperienza di una donna molestata da un uomo .Questo aspetto, rende ad oggi ancora difficile l’applicazione di sanzioni al fenomeno delle molestie. Analizziamo come ultimo elemento di stress lavoro-correlato il mobbing. A tal proposito è utile riportare uno studio condotto dall’Università degli studi di Pavia (Tonin e coll.). In questo studio sono stati elaborati statisticamente i dati d i p a z i e n t i e s a m i n a t i p r e s s o l’ambulatorio di Medicina del Lavoro istituito presso la suddetta l’Università, tra il 2001 e il 2009. Tra i lavoratori con diagnosticata “sindrome da mobbing” o patologie correlabili, si è riscontrata una netta preponderanza del sesso femminile (65%). Del 65% delle donne vessate: 1. la percentuale più alta appartiene alla fascia d’età compresa tra i 34 e i 45 anni; 2. si tratta di soggetti con scolarità medio -elevata; 3. la professione prevalente è quella impiegatizia. Ad un’analisi dettagliata notiamo che, al punto 1, la fascia di età tra i 34 e i 45 anni risulta essere più esposta ad atteggiamenti “mobbizzanti”. Sarebbe a tal proposito interessante uno studio di correlazione tra mobbing e incremento

ADHD: le mamme pazienti. La declinazione del disturbo al femminile

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Ci sono dei miti da sfatare circa le donne e l’ADHD. Il mito dei miti è che le ragazze non ne possano soffrire. Le donne ADHD sono sotto diagnosticate e sotto-trattate, affrontano rischi diversi dell’ADHD al maschile, presentando anche una gamma sintomatologica diversa. Ci è voluto molto tempo per capire come il disturbo da deficit di attenzione / iperattività si presenti nelle ragazze e nelle donne e quali problemi può creare, scopo di questo articolo e capirne e delinearne le differenze fenomenologiche al fine di evitare il rischio della mancata diagnosi. Ansia. Depressione. Insuccesso scolastico. Autolesionismo. Disoccupazi one. Gravidanze non pianificate. Anche un aumento del rischio di morte prematura. I rischi e il tributo di sofferenza che possono derivare dal disturbo da deficit di attenzione / iperattività, sono enormi, conteggiati ogni anno miliardi di euro o dollari, in perdita di produttività e spesa sanitaria con in indicibili frustrazione da parte delle pazienti. Eppure, nonostante oltre un secolo di ricerche e migliaia di studi pubblicati, l’ ADHD – rimane in gran parte frainteso, ciò è particolarmente peggiore quando si tratta di declinare l’ ADHD al femminile. Nonostante tale disturbo sia stato inizialmente concettualizzato come disturbo elettivo dell’infanzia è ormai chiaro e comprovato il suo essere cronico e persistente. Ormai è evidente la sua prospettiva life-span con un cambio sintomatologico dettato sia dalla gravità del disturbo che dal suo t r a t t a m e n t o . Sappiamo che l e manifestazioni in età adulta sono eterogenee e si distaccano dai tipici p a t t e r n c o m p o r t a m e n t a l i c h e contraddistinguono la fenomenologia evolutiva, con espressioni che virano s u l l a d i s r e g o l a z i o n e emo t i v a – comportamentale e compromissioni funzionali ed adattive. Per molti anni si è creduto che l’ADHD fosse un disturbo ad appannaggio dell’età evolutiva e del sesso maschile, sotto valutandlo in ricerche, descrizioni e trattamenti al femminile. Le variazioni cliniche variano con l ’ e t à e l e caratteristiche possono essere declinate anche in base alle tipicità di genere, con presentazione al femminile di disturbi del sonno, difficoltà di pianificazione ed organizzazione, riduzione o quasi assenza di iper attività, sensazione di instabilità con una certa dose di tensione interna costante. Quando si parla di tale disordine tendiamo a “confinare” le donne nel ruolo dei madri o di mogli che hanno figli o mariti affetti da ADHD, oppure le vediamo come operatrici della sanità a vario titolo o come insegnanti. Tali donne ricoprono un ruolo cruciale e fondamentale nel coacing quotidiano di tali pazienti, ma sottovalutiamo la presenza e l’incidenza dell’ADHD nelle donne e nelle ragazze. La presenza del d i s t u r b o n e l l e d o n n e h a u n a fenomenologia a tratti opposta e quasi contraddittoria a quella che siamo abituati e riscontrare nella popolazione maschile. Tale diversità porta ad un misconoscimento diagnostico e ad una mancata comprensione del disturbo. La conoscenza dell’ADHD nelle donne è ancora limitata in quanto pochi studi sono s t a t i c o n d o t t i su questa popolazione. Le donne hanno iniziato solo di recente a essere diagnosticate e trattate per l’ADHD, ad oggi la maggior parte di ciò che sappiamo su questa popolazione si basa sull’esperienza dedotta dai campioni maschili e gli studi evidence based specifici sono limitati e circoscritti alle aree americane. Vari studi hanno largamente sottostimato il numero di donne ADHD (Walker, 1999). Per molti anni si è pensato che il deficit dell’attenzione e iperattività fosse un problema riguardante solo i maschi. Sono molte le ricerche che hanno individuato una percentuale di bambine con il deficit dell’attenzione molto minore rispetto a quella dei maschi. La ragione di questa differenza relativa al genere è rimasta oscura e inesplorata fino a qualche anno fa. In realtà, sembra che questa difficoltà nella diagnosi sia strettamente collegata ai criteri diagnostici ufficiali. Di solito le donne arrivano a riconoscere il proprio ADHD dopo che uno dei suoi figli ha ricevuto una diagnosi. Man mano che imparano di più sull’ADHD, inizia a ri-vedere alcuni tratti, alcune difficoltà che hanno vissuto da ragazze e che ancora vivono, seppur in modalità diverse. Taluni tratti del disturbo finiscono per creare tendenze alla disistima, stati d’ansia, vissuti di inadeguatezza, fino alla sensazione di “non sentirsi una buona donna”, tali problematiche secondarie adombrano e coprono così l’ADHD. Gli psicologi stanno combattendo i pregiudizi di genere nella ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività. La maggior parte dei pochi studi evidence based si sono limitati però, al confronto fenomenologico tra ragazze e ragazzi, utilizzando i sintomi dell’ADHD dei ragazzi come indicatore rispetto al quale le ragazze dovrebbero essere “misurate”, trascurando il fatto che i bisogni delle donne sono biologicamente differenti e devono tenere in considerazione una moltitudine di fattori anche sociali. Storicamente, la ricerca sull’ADHD si è concentrata quasi esclusivamente sui bambini iperattivi, e solo negli ultimi sei o sette anni si è concentrata sugli adulti. Afferma Nadeau, esperto di disturbo nelle donne e direttore del Chesapeake Psychological Services of Maryland in Silver Spring: “E il riconoscimento delle donne [con il disturbo] è rimasto ancora più indietro”. Secondo l’autore questo ritardo nel riconoscimento del deficit nelle ragazze e delle donne è dovuto agli attuali criteri diagnostici. I criteri diagnostici sia del DSM 5 che dell’ ICD 11 rimangono più appropriati per i maschi rispetto alle femmine, e sono incentrati su modelli di riferimento rivolti alla gestione e all’osservazione che genitori e insegnanti, possono fare di comportamenti più evidenti, più problematici e più overt. Secondo Jane Adelizzi, le donne con ADHD sono state trascurate perché l’iperattività di solito manca nelle ragazze, ed in genere la sintomatologia è più covert e disattenta. “Le ragazze con ADHD rimangono un

I bambini e la tecnologia: effetti sulla salute psicofisica

I bambini, al giorno d’oggi, cominciano presto ad utilizzare la tecnologia: come si può gestirne l’uso nel migliore dei modi? Secondo uno studio americano pubblicato su ‘Jama Pediatrics‘, i bambini sotto i 6 anni passano la maggior parte del tempo davanti ad uno schermo guardando la tv. E in 17 anni questo lasso di tempo è raddoppiato, almeno tra i più piccoli, arrivando a 3 ore al giorno tra i bimbi sotto i 2 anni. E spesso, mamma e papà sono in difficoltà quando devono allontanare i propri figli dai video terminali oppure, a volte, sono proprio i genitori, stremati dalla quotidianità, ad utilizzarli per distrarre o calmare i bambini fin dal primo anno di vita. Ma quali possono essere le conseguenze fisiche e psicologiche di un utilizzo precoce e prolungato dei dispositivi digitali? Un utilizzo prolungato di video terminali fin dalle primissime fasi evolutive può condurre a conseguenze sia su un piano fisico che psicologico. Infatti, aumenta il rischio che, nel corso dello sviluppo, si possano presentare difficoltà emotive e relazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva come “lo schema dell’attività complessiva nelle 24 ore è fondamentale: sostituire il tempo prolungato davanti allo schermo con un gioco più attivo o sedentario, assicurandosi che i bambini piccoli ricevano abbastanza sonno di buona qualità” viene considerato di assoluta importanza per un adeguato sviluppo psicofisico. L’alterazione delle abilità relazionali può provocare l’isolamento sociale, innalzando la possibilità di sviluppare quelle che vengono definite nuove dipendenze. I giovani, in particolare, possono sentirsi più facilitati nella creazione di un’identità digitale in cui non hanno bisogno di mostrarsi per ciò che sono realmente. Tra le nuove dipendenze, nel DSM-5, si annoverano le new technologies addiction (dipendenza da tv, internet, social network, videogiochi). Ma quando è importante contattare un terapeuta affinché si possa approfondire meglio la situazione? Alcuni segnali di allarme che si potrebbero osservare nei ragazzi sono: cambiamenti d’umore improvvisi, la tendenza ad accendere i video terminali in orari non consoni o comunque quando si pensa di non essere visti, irrequietezza o apaticità; possono essere avvertiti anche sintomi fisici quali mal di testa, mal di schiena, disturbi della vista. Ma la punizione serve davvero? Spesso, dopo aver ignorato alcuni comportamenti inadeguati lievi dei propri bambini, i genitori esasperati utilizzano la punizione che sembra riportare immediatamente la situazione sotto controllo. Ed è per questo che poi si continua ad utilizzare nel tempo. Tuttavia, alla lunga, gli svantaggi possono essere superiori dei vantaggi: da un lato cresce la rabbia e il risentimento del bambino, dall’altra il senso di colpa del genitore. L’utilizzo della punizione può modellare, inoltre, risposte aggressive (insegnando, ad esempio, l’uso della forza) e mostra solo ciò che non è adeguato, senza offrire l’occasione di apprendere comportamenti validi. Cosa possono fare davvero i genitori? ⦁ Si potrebbe concordare prima il tempo di utilizzo del video terminale predisponendo, ad esempio, anche una sveglia che indichi che “è finito il tempo”; ⦁ Proporre attività alternative. Si consente al bambino di sperimentare il piacere di trascorrere il tempo in un modo diverso (attività fisica, gioco da tavolo, preparazione di un dolce, etc…); ⦁ Rinforzare i bambini quando trascorrono il tempo in modo qualitativamente differente. Dare attenzione ai comportamenti che si vogliono promuovere: descriverli anche se si avvicinano a quelli desiderati aumenterà la probabilità che il bambino impieghi il tempo in modo funzionale anche nei giorni successivi; ⦁Per i più grandi diventa fondamentale l’ascolto, il dialogo e il confronto. Attenzione a non puntare il dito e accusare o giudicare i propri figli. Soffermarsi e accogliere le emozioni del genitore può essere utile per imparare ad empatizzare con quelle dei propri figli.

LO PSICOLOGO NELLA SCUOLA “INCLUSIVA”

di Monica Gianfico da Psicologinews Scientific Nella scuola italiana gli alunni con Bisogni Educativi Speciali sono in aumento ed emerge la necessità della presenza costante della figura dello Psicologo che promuova l’Inclusione Scolastica. L’Articolo 1 della Legge 18 febbraio 1989 n. 56 definisce la figura dello psicologo come professione che “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”. Inoltre, in base al Codice Deontologico, ha il dovere di accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace” (Art. 3). Pertanto nel contesto scolastico italiano lo psicologo è il professionista specificamente preposto alla tutela della salute psicologica della popolazione, la figura professionale che lavora e agisce con le persone e i gruppi che afferiscono all’organismo scuola e alla sua comunità. La scuola italiana è una scuola “inclusiva”, attenta ai bisogni degli alunni BES. Cosa vuol dire BES? Il significato del termine BES, acronimo di “Bisogni Educativi Speciali”, viene precisato con l’emanazione della Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“ . Le esigenze degli alunni BES, permanenti o temporanee, nascono per una varietà di ragioni diverse: “L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit, in ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”. Tre sono le categorie di alunni con BES identificate dal Miur: 1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92; 2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui: • D.S.A. – disturbi specifici dell’apprendimento (per il cui riconoscimento è necessario presentarldiagnosi di D.S.A); • deficit di linguaggio; • deficit delle abilità non verbali; • deficit della coordinazione motoria; • ADHD – deficit di attenzione e di iperattività; 3 alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico. In che modo lo psicologo si è attivato a scuola? L’istituzione scolastica italiana si è sempre rivolta allo Psicologo prevalentemente attraverso “Lo sportello d’ascolto” che si configura come uno spazio di consulenza gratuito rivolto a tutti gli alunni, alle famiglie e ai docenti in cui l’utenza può riflettere sui propri vissuti e rileggerli in modalità più adeguate promuovendo così i l loro benessere, tuttavia questo servizio è stato realizzato per periodi di tempo limitati. Siamo consapevoli delle esigenze degli alunni? I profondi cambiamenti avvenuti dal punto di vista sociale e culturale hanno influito in maniera significativa contribuendo all’emergere nella scuola di nuove esigenze sia rispetto ai processi di apprendimento che alle componenti emotive e relazionali, inoltre attualmente stiamo assistendo allo sviluppo di un crescente malessere degli alunni dovuto al disagio psicologico provocato dell’emergenza CORONAVIRUS, periodo durante il quale i protagonisti della scuola hanno dovuto ridefinire le relazioni con i compagni di classe, gli insegnanti e il resto del personale scolastico. Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali aumentano. Nelle scuole italiane sono in costante aumento gli alunni con Bisogni educativi speciali (BES). Le motivazioni dell’aumento sono diverse, rispetto al passato è aumentata la sensibilità verso questi nuovi fenomeni e di conseguenza è migliorato l’approccio metodologico diretto alla loro riconoscibilità, inoltre ha contribuito la presenza di studenti provenienti da altri Paesi. Alla luce di tali considerazioni la scuola è chiamata a rispondere ad esigenze diversificate e occorre rinnovare una Psicologia in azione che deve intervenire fino al raggiungimento della presenza costante dello psicologo attraverso un progetto finalizzato ad intervenire nelle aree di disagio degli alunni BES. Il punto di partenza di tale condizione è avvalersi dello psicologo come risorsa e strumento fondamentale nello “spazio personale” del periodo formativo scolastico dell’alunno con il suo Bisogno Educativo Speciale. Di conseguenza, nella prospettiva dell’inclusione, è prioritario consolidare un servizio psicologico in orario scolastico ed extrascolastico che possa offrire delle attività che siano integrate favorendo così la cultura del benessere psicologico nella scuola di ogni ordine e grado. Inoltre, tale azione, deve essere finalizzata a favorire l’analisi dei bisogni di tutti gli alunni BES rispetto alla d i m e n s i o n e d e l l ’ a p p r e n d i m e n t o , coadiuvando in tal modo, i docenti curricolari e di sostegno nelle attività di progettazione didattico – educativa e per i percorsi di orientamento . L’ obiettivo dello psicologo a scuola dovrebbe essere dunque quello di avere la possibilità di contribuire con le sue competenze all’inclusione sociale di ogni alunno all’interno di un progetto che permetta di potenziare le sue abilità relazionali al fine di riconoscere i propri bisogni e gli altri come portatori di bisogni uguali o diversi, in tal modo si andrebbero a valorizzare tutte le differenze individuali e si potrebbero sperimentare le capacità di autoregolazione ed empatia verso l’altro, un intervento che supporterebbe anche l’alunno con disabilità per raggiungere e mantenere un funzionamento ottimale nell’interazione con il suo ambiente di vita. Lavorare in questa direzione vuol dire favorire la costruzione del senso di appartenenza attraverso un lavoro in sinergia anche con tutti i servizi territoriali rivolti alla scuola al fine di costruire l’identità e il percorso scolastico di ogni alunno con il suo “ Bisogno Educativo Speciale “. La collaborazione con la famiglia Sviluppare la collaborazione costante tra psicologo della scuola e famiglia vuol dire offrire contesti di confronto e riflessione tra i genitori circa il ruolo educativo che sono chiamati a svolgere nei confronti dei figli valorizzando

Conseguenze psicologiche e relazionali derivate dal lockdown nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Il presente lavoro è una breve sintesi dell’intervento di sostegno psicologico e presa in carico genitoriale delle famiglie con minori con Disturbo dello Spettro Autistico, che si è svolto durante lo stato di emergenza COVID-19 e si svolge ancora attualmente, mediante colloquio ai genitori da remoto, realizzato dall’equipe multidisciplinare(1) del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE per ogni singolo paziente. Tali genitori risultano maggiormente esposti allo stress gestionale del minore o ad un senso di “abbandono” in una situazione di emergenza come quella del lockdown. Infatti, la rottura della routine quotidiana, dettata dagli impegni scolastici, riabilitativi e abilitativi dei figli, causata dalla chiusura delle scuole e dalla sospensione dei trattamenti o delle attività ricreative-sportive, ha comportato, e comporta, il sorgere di tutta una serie di criticità che vede gli stessi genitori impegnati in prima linea e non sempre del tutto equipaggiati. Introduzione Lockdown è una parola inglese che si può tradurre in italiano con il termine isolamento, ma anche con quello di blocco. In periodi difficili, come in caso di situazioni sanitarie emergenziali, il lockdown è inteso come l’impedimento temporaneo di entrare e uscire da una specifica zona, o come il blocco di tutte le attività considerate di secondaria importanza per la società. Lo stato di “quarantena di massa”, in via precauzionale, è spesso un’esperienza spiacevole per coloro che la subiscono. Diverse ricerche internazionali effettuate su precedenti epidemie, come quelle della SARS in Asia e Canada del 2003 o del virus Ebola in Africa del 2014, hanno evidenziato gli effetti negativi da un punto di vista psicoemotivo sulla popolazione costretta alla quarantena forzata. La separazione dai propri cari, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato della malattia e la noia possono, a volte, creare effetti drammatici. Sono stati riportati casi di suicidio(2), depressione, esplosioni di rabbia e violenza(3). Da uno studio del 2013 Sprang e Silman(4) hanno confrontato i sintomi di stress post-traumatico in genitori e bambini messi in quarantena con un gruppo di controllo non in quarantena. Da tale ricerca è emerso che i punteggi medi di stress post-traumatico erano quattro volte più alti nei bambini che erano stati messi in quarantena rispetto a quelli che non erano in quarantena. Inoltre, il 28% (27 su 98) dei genitori messi in quarantena in questo studio ha riportato sintomi che giustificavano una diagnosi di un disturbo di salute mentale correlato al trauma, rispetto al 6% (17 di 299) dei genitori che non sono stati messi in quarantena. In un recente articolo pubblicato da Brooks e collaboratori (5) del Department of Psychological Medicine del King’s College di Londra è stato sottolineato quanto sia importante una corretta informazione ai cittadini in quarantena per far comprendere b e n e l a s i t u a z i o n e , e v i d e n z i a n d o l’importanza della scelta di autoisolamento al fine di ridurre l’impatto del contagio. Nello stesso lavoro sono stati evidenziati come fattori di stress: la durata della quarantena, la paura di essere contagiati o di contagiare i propri cari, la frustrazione e la noia derivate dalla restrizione coatta, le forniture inadeguate, sia a livello sanitario sia per quanto riguarda i generi alimentari, e una cattiva informazione dovuta ad una mancanza di linee guida precise da seguire. Ancora, diversi studi hanno evidenziato che la perdita finanziaria a causa della quarantena h a c r e a t o u n g r a v e d i s a g i o socioeconomico(6) e che la mancanza di una solida base economica in famiglia ha costituito un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi di disturbi psicologici(7) anche diversi mesi dopo la quarantena stessa. (8)Potenzialmente correlati alla perdita finanziaria, i partecipanti con un reddito familiare annuo combinato inferiore hanno mostrato quantità significativamente più elevate di stress post-traumatico e sintomi d e p r e s s i v i . Qu e s t i s i n t omi s o n o probabilmente dovuti al fatto che quelli con reddi t i più bassi avevano maggior i probabilità di essere colpiti dalla perdita temporanea di reddito rispetto a quelli con redditi più alti.(9) Aspetti psicologici e relazionali Lo stress individuale in stato di quarantena forzata si riflette e viene riflesso sulle relazioni interpersonali, in primis in famiglia. Le famiglie italiane in seguito al DPCM del 9 marzo 2020 hanno dovuto confrontarsi con una riorganizzazione dei propri equilibri r e l a z i o n a l i d a u n p u n t o d i v i s t a psicoemotivo, funzionale e gestionale. Lo stare, all’improvviso, “tutti in casa”, con la conseguente rimodulazione della quotidianità personale e familiare e il non sapere la durata del l ’emergenza COVID 19, con i l conseguente lockdown, genera un forte senso di stress ed ansia, richiedendo ad ogni singolo membro una fase di adattamento al cambiamento dei propri ritmi e dei propri spazi vitali. La sospensione del lavoro, la modalità smart working e in alcuni casi la cassaintegrazione o la perdita del lavoro da un lato, e la chiusura delle scuole, delle attività ludico-ricreative-sportive dall’altro, costringono tutti i componenti della famiglia a dover rinunciare alla propria routine e a dare, soprattutto psicologicamente, un nuovo senso alla propria giornata. Alla coattività consegue un aumento in positivo o in negativo dei vissuti personali, in base alle emozioni provate, ma anche una criticità, intesa come rafforzament o o come inasprimento, delle relazioni interpersonali. Ad esempio, una persona serena può vivere questa “sospensione” come un tempo per dedicarsi ad altro o ai propri cari ma per contro chi è triste può provare maggiore sofferenza o negatività, così come i conflitti coniugali o intergenerazionali, già presenti, si possono esasperare, portando ad escalation simmetriche difficili da disinnescare. Secondo le teorie sistemico-relazionali la famiglia è un sistema aperto ed in continua trasformazione, con una propria evoluzione nel tempo e con un proprio

Crescere con l’ADHD. Come evolve il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività nell’età adulta

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività con o senza impulsività, è un disordine neuro evolutivo, che al contrario di quanto si è erroneamente creduto per decenni, non svanisce con l’età adulta, ma anzi permane con caratteristiche differenti. Il presente articolo ha l’obbiettivo di descrivere la cronicità del disturbo ed il suo evolversi sintomatologico delineando gli aspetti peculiari e ricorrenti nell’età adulta, come le forme Sluggish Cognitive Tempo, il mind wandering, e la disregolazione emotiva rintracciando tali fenomeni nell’adattamento quotidiano. Da una giovane madre: Dottore… mio figlio, mio figlio è terribile, è una peste, e che mi sta facendo passare. La maestra mi chiama ogni giorno, a scuola è sempre distratto, si muove sempre, disturba una continuazione. E non vi dico a casa, si arrampica, cambia gioco una continuazione, non si sta un attimo fermo, a tavola si alza, mangia in posizioni strane….E al supermercato, una tragedia, vuole tutto, salta dal carrello, mette tutto dentro, certe figure…è distratto a fatti suoi, quando c’è qualcosa che gli piace guai a toglierlo, come al padre, si è proprio uguale al padre! Mia suocera mi dice sempre, tuo figlio è uguale al padre! Da bambino che mi ha fatto passare…ma mio marito dottore anche ora è così, sempre distratto, si dimentica tutto a fatti suoi anche lui, fa spese folli, quando si ingrippa ( si fissa) su di una cosa quella è…e guai se non la ottiene, e mo va a a correre, mo va in bici, è irresponsabile, e poi, sempre agitato, ansioso, ed ora, ha cominciato anche a giocare…gioca alle macchinette, ecco anche il figlio gioca sempre alla play. Sono uguali, dottore, il figlio è tal e qual u padr ( è tale e quale al padre). Padre e figlio hanno l’ADHD. Quando si par la della sindrome da iperattività e deficit dell’attenzione il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente controverso sul quale sono stati sparsi fiumi di inchiostro. Il disturbo ADHD è solitamente evidente già in età prescolare e la storia dei bambini portatori di questa neuro-varietà spesso documenta una marcata irrequietezza motoria riconoscibile s i n d a l l e p r ime f a s i d i s v i l u p p o , accompagnata da facile distraibilità ed anche una discreta impulsività. Nei primi anni di vita risulta difficoltoso formulare una diagnosi differenziale con altri disturbi dello sviluppo e soprattutto, d e t e r m i n a r e c o n s i c u r e z z a u n a compromissione funzionale del bambino.Si deve considerare inoltre che, a partire dai sei anni e via via fino all’adolescenza si ha una caratteristica tendenza dei sintomi di iperattività-impulsività ad apparire sempre meno evidenti e a manifestarsi per lo più come un disagio interiore represso, come un senso di irrequietezza e inadeguatezza. L’inattenzione, viceversa, è sempre più evidente, come marcata difficoltà ad organizzare e a completare le attività intraprese, con conseguenti insuccessi scolastici e sociali. La dinamica di apprendimento e adattamento sociale sono fortemente condizionati dai fattori relazionali ed educativi e quindi hanno una grande importanza nell’esperienza del bambino con ADHD (Jansen F, 1992), è da notare come la presenza di ADHD può portare inoltre a deficit nella coerenza centrale (Ghiaccio R., Dragone D. 2019) Non sono molti i dati relativi agli adulti con ADHD e occorre ricordare che fino a pochi anni fa si riteneva che tale disfunzione fosse “un’anomalia benigna” che si risolvesse con l’età. In realtà, soltanto un terzo dei bambini con ADHD da adulti non manifesta più sintomi di disattenzione o di iperattività, indicando in questi casi, che il disturbo era da correlarsi ad un ritardo nello sviluppo dell’attenzione e più in generale delle funzioni esecutive, piuttosto che ad un vero e proprio disturbo. Durante l’adolescenza si osserva una lieve attenuazione della sintomatologia, ma di fronte alle richieste della società e in seguito ai frequenti insuccessi, il soggetto è portato a sviluppare tratti comportamentali quali: scarsa obbedienza alle regole, scarsa tolleranza alla frustrazione, scatti d’ira, ridotta autostima, scarsa fiducia in se stesso, sintomi ansioso – depressivi. Ne consegue c h e l ’ADHD p u ò c omp r ome t t e r e , significativamente, la qualità della vita della persona che ne soff re, minando le componenti di attività e partecipazione. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare estremamente importante fare una diagnosi corretta e in tempi precoci, in modo da poter aiutare il bambino e la famiglia a superare quelle problematiche che, nel tempo, possono interferire negativamente sullo sviluppo equilibrato e armonico della sua personalità. Poiché l’ADHD è un disturbo cronico che espone bambini e adolescenti al rischio di andare incontro a numerosi deficit funzionali, il trattamento deve iniziare molto precocemente ed essere multi-modale Una disabilità che potremmo definire invisibile, ma che come un’ombra cupa segue il soggetto in ogni ambito della propria vita. L’ADHD è un disturbo cronico, che può permanere come tale oppure modificarsi persistendo con altre caratteristiche sintomatologiche ( Faraone et 2006). Appare tuttavia riduttivo identificare l’ADHD con le difficoltà di attenzione, in quanto risulta nella processione dei sintomi e nell’adattamento quotidiano molto più articolato, andando ben oltre la “semplice” descrizione nosografica. I bambini che da piccoli sono agitati, da adulti si renderanno probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite e nei propri lavori una grande quantità di attività (Adler, 2004); potrebbero infatti agitarsi molto se viene loro richiesto di lavorare in situazioni eccessivamente monotone o sedentarie. Per molti individui con ADHD l’agitazione si sposta da quella psicomotoria verso un aumento delle attività finalizzate a un obiettivo, diviene un iperattività cognitiva, un multitasking fisiologico, che porta però al fallimento di tutti i focus accesi. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da alcuni adulti con ADHD può condurre a risultati positivi, consentendo alla persona di svolgere più lavori contemporaneamente o di occuparsi di più progetti, trasmettendo energia a

Il lutto tabù: il lutto perinatale

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific Spesso tendiamo a contrapporre la nascita alla morte ma sono due facce della stessa medaglia, chiamata vita. Il lutto è un sentimento di forte dolore per la morte di una persona cara, che tutti sperimentano nel corso della propria vita. La nostra società propende a nascondere il lutto, a isolarlo, invitando la persona che sta affrontando una perdita ad andare avanti. La pretesa di superare velocemente un cordoglio, può comportare una carenza nell’individuazione del tempo e lo spazio necessario per accogliere il dolore. Ne consegue un accentuato senso di vulnerabilità e solitudine che le persone in lutto tendono a provare, favorendo il lutto complicato. Nel complesso scenario del lutto, il lutto perinatale è ritenuto totalmente anti-natura in quanto, associa alla nascita la morte. Il termine lutto perinatale indica la perdita di un bambino dalla seconda metà della gravidanza al primo mese dopo la nascita. Il termine lutto prenatale intende l’interruzione della gravidanza in qualsiasi epoca gestazionale. Gli eventi che comportano la perdita di un figlio nel periodo perinatale comprendono l’aborto spontaneo, l’interruzione volontaria o terapeutica della gravidanza, la morte intrauterina e la morte dopo il parto. Diversamente da come s i può immaginare, l’interruzione della gravidanza è un’esperienza comune a molte donne, infatti, secondo dati statistici circa una su sei vive questa traumatica esperienza, ma socialmente continua ad esserci poca attenzione sull’argomento. Il lutto perinatale è ritenuto totalmente innaturale, poiché al concetto gioioso di nascita, di vita, bisogna associare quello doloroso di morte. La naturale evoluzione del ciclo di vita è sconvolta: la morte di un figlio aspettato, desiderato, diviene inspiegabile. Il progetto familiare, di coppia, di genitorialità, è bruscamente interrotto; per le donne in attesa il proprio corpo da guscio accogliente e protettivo, diviene un oggetto inaffidabile, inutile. L’idea predominante dei genitori in lutto è di non essere riusciti a proteggere il proprio bambino, di non essersi accorti in tempo cosa stava accadendo, e di avere commesso qualche errore che ha causato la sua morte. La fine inaspettata della gravidanza rappresenta la perdita di una persona cara con cui durante la gestazione i genitori e gli altri familiari hanno stabilito un legame, attraverso il test, ecografie, movimenti fetali e, in genere, la preparazione al nuovo arrivo. Il legame di attaccamento in costruzione è traumaticamente i n t e r r o t t o . La rappresentazione del bambino, le fantasie circa i cambiamenti del proprio corpo, l’organizzazione familiare, della propria casa, tutto è interrotto e si trasforma in un tabù, un argomento di cui non parlare. Un’eclatante dimostrazione dell’indicibilità del lutto perinatale è l’inesistenza di un nome per indicare i genitori che perdono i figli in epoca perinatale. La mancanza di un’attenzione collettiva alla tematica, può contribuire alla costruzione del fossato di solitudine che si crea intorno al genitore in lutto. Quando i genitori ricevono la notizia che il proprio bambino è morto, sono investiti da un tornado di emozioni: incredulità, confusione, paura, rabbia, un dolore fisico e psicologico. In pochi istanti tutto cambia, si è travolti da un sentimento d’impotenza di fronte alla perdita del proprio bambino; tutte le sicurezze cadono, non ci sono appigli. Il dolore diviene accecante e totalizzante, con l’unica certezza che nulla sarà più come prima; il futuro è oscurato da un dolore snaturante e ogni ipotesi di vita sembra irrealizzabile. Indipendentemente dall’epoca gestazionale una tale notizia è devastante, la diversa intensità può essere data dall’investimento affettivo, dal significato che i genitori hanno dato all’attesa e dalla storia personale di ciascuno. La modalità con cui è comunicata la notizia ai genitori e le prime persone con cui entrano in contatto condizionano la conseguente elaborazione. A tal motivo, è di f o n d a m e n t a l e i m p o r t a n z a una comunicazione efficace, sensibile, rispettosa e un buon sostegno fin dai primi attimi. In Italia, di fronte alla morte di un bambino in gravidanza, non ci sono delle linee guida cui fare riferimento, tutto è lasciato alla sensibilità del personale sanitario e a l l ‘ a t t i v a z i o n e d i associazioni che si occupano di lutto perinatale. Spesso si assiste a personale sanitario non preparato nelle procedure e che si mostra distaccato a livello emotivo. Tale atteggiamento può amplificare il senso di disorientamento dei genitori, che hanno appena saputo di aver perso il bambino, e può aggiungere altro dolore, non facilitando così l’inizio del percorso di elaborazione. È noto che gli operatori sanitari siano una categoria professionale ad alto rischio burnout: lavorare ogni giorno con la morte, la malattia e il dolore, può portare al rischio di de-umanizzare le cure, rendendole semplici routine. Tale distacco emotivo può creare una barriera tra il curante e il curato, che da un lato funge da cuscinetto per diminuire l’impatto delle situazioni difficili e dall’altro però impedisce relazioni soddisfacenti, nel qui e ora, e di sintonizzarsi sui reali bisogni personali e altrui. La formazione del personale s a n i t a r i o , q u i n d i , d i v i e n e d i fondamentale importanza per contenere e seguire i genitori in modo efficace ed empatico e, allo stesso tempo, per sostenere gli stessi operatori. La prima reazione dei genitori alla notizia dell’interruzione della gravidanza è solitamente caratterizzata dalla n e g a z i o n e , d a l l o s t o r d ime n t o , dall’incredulità. Molti genitori in lutto nei loro racconti descrivono quel momento come sentirsi trascinati in una vita che non li appartiene, anche se allo stesso momento sono tenuti a dover prendere delle decisioni fondamentali in modo rapido (interruzione, parto, autopsia, sepoltura). In seguito, si inizia a realizzare che è tutto vero, emerge la consapevolezza che il proprio bambino non c’è più. Il ritorno a casa con le braccia vuote e il corpo e la mente stracolme di

Clinical Risk Management (Gestione del rischio clinico)

di Daniela Di Martino da Psicologinews Scientific Il rischio clinico in sanità è un argomento di enorme attualità; ciascuna azienda sanitaria è chiamata ad organizzarne un’attenta analisi e stima nell’ambito della più generale valutazione dell’ outcom (indicazione del ministero della salute del Marzo 2004). Le aziende sanitarie sono organizzazioni complesse e come tali suscettibili alla possibilità di errore, aspetto questo intrinseco alle attività umane, ma necessariamente da sottoporre a controllo in quei contesti dove può arrecare gravi danni. Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che in un’analisi del Centro studi investimenti sociali (CENSIS), realizzata su 21 testate nazionali tra quotidiani e periodici dell’anno 2000, circa 340 articoli pubblicati parlavano di “malasanità”. In particolare, nel 32% degli articoli analizzati, veniva riportato il decesso del malato, nel 26 % venivano riferiti danni gravi al paziente senza decesso. In questo scenario assume senso la figura dello psicologo, che in collaborazione con equipe multidisciplinari, può svolgere un ruolo determinante nell’analisi e gestione del rischio clinico. Come? Integrando lo studio delle variabili ambientali che determinano l’evento avverso, con l’ analisi delle variabili comportamentali/cognitive ed emotive, che concorrono alla determinazione di un danno al paziente. Considerando che 48.2 % degli articoli del suddetto studio contengono l’indicazione di un soggetto responsabile dell’evento clinico avverso; viene dunque chiamato in causa il fattore umano quale elemento da attenzionare rispetto alla problematica in esame. E’ chiaro, a questo punto, che il fattore umano è una variabile su cui la psicologia può garantire il suo apporto scientifico, soprattutto considerando quanto prodotto da settori di ricerca della psicologia del lavoro e della psicologia cognitivo – comportamentale. Quest’ultima aiuta l’inquadramento teorico-scientifico dell’ errore umano, definendone “il quando”, “il come” e “il perché” esso avvenga; la psicologia del lavoro potrebbe invece supportare la ricerca e la gestione delle dinamiche organizzative/gestionali che concorrono alla determinazione del rischio clinico. Quando si verifica l’errore umano? L’errore umano, secondo la psicologia cognitiva, avviene nel corso di quel processo mentale che accompagna lo svolgimento di un compito. L’elaborazione di una risposta in una situazione-stimolo parte dalla percezione, prosegue con la selezione delle informazioni e sistemazione dei dati, si conclude con l’applicazione pratica in output che consente il fronteggiamento del compito. In questa ordinata sequenza processuale, l’attenzione svolge la funzione più importante, perché ha il compito di selezionare le informazioni utili e di lasciare “sullo sfondo” quelle che non lo sono rispetto al l ’esecuzione del l ’attività. L’attenzione, con il suo ruolo di “filtro”, permette di evitare il sovraccarico mentale e, allo stesso tempo, di canalizzare le energie per il raggiungimento degli obiettivi individuati. L’attenzione diventa dunque un elemento da preservare r i spetto al sovraccarico. Errore umano e comportamento Se non inquadriamo il comportamento umano applicato ad un compito, non possiamo capire quando e come possono verificarsi gli errori cognitivi,esecutivi o disregolativi. Una classificazione del comportamento dell’uomo viene proposta dal modello skill-ruleknowledge (srk) realizzato dal dottor J. Rasmussen che individua tre tipi modalità operative dell’uomo: comportamento di routine basato su abilità apprese per le quali l’impegno cognitivo è bassissimo ed il ragionamento è inconsapevole / automatico. rule-based behaviour – comportamento guidato da regole di cui la persona dispone per eseguire compiti noti: procedure, prassi, metodi, ecc. knowledge-based behaviour -comportamento attuato quando ci si trova in presenza di situazioni nuove o impreviste, cioè non conosciute e per le quali non si conoscono delle regole o procedure. Tipi di errore umano e perché si verificano Sulla base del modello proposto da Rasmussen,J. Reason distingue tra errori d’esecuzione e tra azioni compiute secondo le intenzioni e delinea così tre diverse tipologie d’errore (Reason, 1990). –errore lapse (vuoto di memoria), ovvero, un errore di esecuzione provocato da una dimenticanza (ad. es. il paziente riferisce di un’allergia ad un farmaco ma l’infermiere si dimentica di riportarlo al medico);errore che avviene a livello cognitivo e di processamento mentale delle informazioni. –errore slip (dimenticanza o sbaglio involontario), ovvero, un errore di esecuzione che si verifica a livello di abilità. –errore mistake: si tratta di errori che vengono compiuti perché le strategie e le operazioni messe in atto non sono coerenti con l’obiettivo del compito. e secondo Reason (1997) -violazioni, cioè atti di sabotaggio Possono essere: –ruled-based, l’errore viene commesso perché si è scelta una procedura non adatta alla soluzione del problema dato.  –knowledge-based: errori che dipendono da una scarsa conoscenza rispetto alla situazione in cui si deve intervenire (caso a se’ costituiscono le violazioni, termine con cui si intendono tutte quelle azioni che vengono eseguite trasgredendo intenzionalmente ad un regolamento o a una direttiva). Gli errori più frequenti in sanità sono: · reazioni avverse a farmaci · interventi chirurgici in sedi sbagliate e lesioni da pratiche chirurgiche · suicidi prevedibili ed evitabili · lesioni o morte a seguito di misure di contenzione del malato · infezioni ospedaliere · cadute e ulcere da decubito · scambio di persona. Variabili organizzative che concorrono all’incremento del potenziale danno in sanità sono: · caratteristiche dell’utenza (tasso di rischiosità dei pazienti) · volume medio di attività per singolo operatore (volume di attività sanitarie delle Aziende sanitarie) · Gruppi di lavoro costruiti senza seguire adeguati standard di gestione delle risorse umane. Utilità e possibili scenari d’intervento per la psicologia Non prescindendo dal fatto che errore umano e carenze organizzative costituiscono solo alcune delle variabili che contribuiscono al verificarsi dell’evento avverso in sanità (altri fattori sono quelli ambientali interni all’organizzazione o esterni ad essa, quelli legati alla strumentazione, ecc), non dovrebbe essere trascurato il fatto che gli studi e le conoscenze psicologico-scientifiche in questo contesto possano apportare grandi benefici nella gestione del rischio clinico negli ambienti di cura. Il ruolo dello psicologo, in sinergia con altre figure professionali, potrebbe svolgere un’ azione determinante nella costruzione di modelli di risk management, ma potrebbe anche orientare le azioni di risk analysis e di mitigazione del rischio in ospedali, strutture sanitarie e/o residenze sanitarie. Ipotesi di ricerca sul clinical risk managment Questo tema mi ha appassionata qualche tempo fa, tanto da spingermi al la formulazione di un’ipotesi di ricerca, la cui finalità

Invecchiamento: i geni contano meno di quel che pensiamo. Parola di geropsicologo

di Giulia Goldin Fin dalla prima infanzia veniamo esposti a rappresentazioni negative della vecchiaia, che diviene ben presto sinonimo di declino fisico e cognitivo, dipendenza, perdita e infelicità. Famoso è l’aforisma del commediografo romano Terenzio “senectus ipsa est morbus” ovvero “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Ma è veramente così? Come vedremo a breve, l’invecchiamento, in realtà, è un processo altamente eterogeneo e modificabile per cui abbracciare la visione fatalista dominante non sembra essere una scelta saggia. Secondo i ricercatori, infatti, l’invecchiamento dipende per il 30% da fattori genetici e per ben il 70% da fattori ambientali, ovvero stile di vita, relazioni sociali, salubrità dell’ambiente fisico, status socio-economico (Easterbrook, 2014). Questi dati fanno tirare un sospiro di sollievo e riflettere sul potente mezzo della prevenzione e sulla nostra agency. Riserva cognitiva e plasticità cerebrale Per quanto riguarda l’influenza dell’ambiente sulla senescenza, è doveroso introdurre i concetti di riserva cognitiva e plasticità cerebrale, ampiamente trattati dalle Neuroscienze. Con riserva cognitiva (Stern, 2009) si intende quella modalità attiva con cui il cervello è in grado di contrastare un processo patologico. Alti livelli di educazione, occupazione e attività stimolanti praticate nel tempo libero sembrano incidere sulla flessibilità e l’efficacia delle reti neurali, permettendo un ritardo dei segni clinici della demenza nel caso in cui essa si presenti. Un elevato livello di istruzione, se accompagnato da attività cognitive complesse e impegno sociale in tarda età, può comportare una riduzione del rischio di demenza fino al 40% (Valenzuela et al., 2001). Ma come è possibile che le esperienze di vita abbiano un effetto così diretto sul nostro cervello? La spiegazione è data dalla plasticità cerebrale, una proprietà intrinseca del cervello umano che consente di adattarsi alle pressioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e agli eventi di vita attraverso un continuo rimodellamento delle mappe neuro-sinaptiche (Guglielman, 2012). La plasticità cerebrale accompagna l’intero arco di vita e agisce anche quando il processo neurodegenerativo è in corso. Lo psicologo dell’invecchiamento Se, come dice la letteratura, l’ambiente incide profondamente sui processi di invecchiamento allora risulta lampante la necessità della figura dello psicologo che, in veste di ambiente sociale, può proporre alla popolazione anziana interventi di vario tipo, sfruttando le proprietà della plasticità cerebrale. Il “Piano d’azione globale di salute pubblica in risposta alla demenza”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2017), riconosce l’importanza della figura dello psicologo nel sensibilizzare la comunità sui disturbi neurocognitivi e nel promuovere interventi di supporto ai caregiver. L’American Psychological Association (APA), inoltre, ha pubblicato nel 2003, con una revisione nel 2014, le “Linee guida per la pratica psicologica con gli anziani” e riconosciuto nel 2010 la figura del geropsicologo. Nel contesto italiano l’inquadramento di tale figura varia da regione e regione, infatti in alcune di esse lo psicologo non rientra negli standard di personale previsti per le strutture per anziani. Nonostante ciò, gli psicologi interessati all’area invecchiamento possono fare affidamento alle preziose linee guida pubblicate nel 2013 dall’Ordine degli Psicologi del Veneto “Ruolo e attività dello psicologo nell’area anziani”. Esse delineano sei possibili aree di intervento psicologico: residenzialità e semiresidenzialità, area ospedaliera, area domiciliare, università e centri di ricerca, terzo settore e comunità locale. Un esempio di intervento: la stimolazione cognitiva Un esempio di intervento rivolto a pazienti con demenza di grado lieve-moderato è la stimolazione cognitiva. Essa, tramite il coinvolgimento dell’anziano in attività di gruppo e discussione che favoriscono la socializzazione, sembra rallentare il decorso della malattia e avere effetti significativi sul funzionamento cognitivo globale, la qualità di vita e il linguaggio (Clare & Woods, 2004; Lobbia et al., 2018). Dunque, tramite la creazione di un ambiente arricchito questo intervento favorisce la neuroplasticità, potenziando i meccanismi compensativi adottati dal cervello a fronte dei cambiamenti funzionali tipici del normale invecchiamento (vedi Modello PASA, Davis et al., 2008; Modello HAROLD, Cabeza et al., 2002). Bibliografia American Psychological Association. (2014). Guidelines for psychological practice with older adults. The American Psychologist, 69(1), 34. Cabeza, R., Anderson, N. D., Locantore, J. K., & McIntosh, A. R. (2002). Aging gracefully: compensatory brain activity in high-performing older adults. Neuroimage, 17(3), 1394-1402. Clare, L., & Woods, R. T. (2004). Cognitive training and cognitive rehabilitation for people with early-stage Alzheimer’s disease: A review. Neuropsychological rehabilitation, 14(4), 385-401. Copes, A., Empolini, M., Garbo, P., Gasparotto, L., & Indiano, A. (2013). Ruoli e attività specialistiche dello psicologo nell’area anziani. Disponibile qui. Davis, S. W., Dennis, N. A., Daselaar, S. M., Fleck, M. S., & Cabeza, R. (2008). Que PASA? The posterior–anterior shift in aging. Cerebral cortex, 18(5), 1201-1209. Easterbrook, G. (2014). What happens when we all live to 100?. The Atlantic, 314(3), 61-72. Guglielman, E. (2012). The ageing brain: Neuroplasticity and lifelong learning. eLearning Papers, 29, 1-7. Lobbia, A., Carbone, E., Faggian, S., Gardini, S., Piras, F., Spector, A., & Borella, E. (2018). The efficacy of cognitive stimulation therapy (CST) for people with mild-to-moderate dementia. European Psychologist. Stern Y., Dietz A., (1994). The Value Basis of environmental concern. Journal of Social Issues, 50. 65-84 Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47. 2015-2028 Valenzuela M., Brayne C., Sachdev P., Wilcock G., Matthews F. (2001). Cognitive lifestyle and long-term risk of dementia and survival after diagnosis in a multicenter population-based cohort. Medical Research Council Cognitive  Function, 53-62

Adolescenti e Genitori: Istruzioni per l’uso

di Veronica Lombardi Un viaggio burrascoso, l’adolescenza! Quante volte abbiamo sbattuto la porta della nostra cameretta e pensato che il mondo ci cadesse addosso? Certo oggi magari, ripensandoci arrossiamo dall’imbarazzo, oppure ricordando taluni episodi con un fratello o un genitore ci ridiamo teneramente sopra. Eppure quei momenti, apparentemente disperati, delineano il periodo in cui molte certezze sono messe in discussione, è il periodo in cui si immagina il proprio futuro e ci si prepara anche ad affrontarlo, è sicuramente un periodo importante della vita di tutti noi, un periodo che può essere particolarmente difficile, in una parola, l’adolescenza. Entrare nel periodo adolescenziale, come detto, costituisce un momento di forti cambiamenti, è in questo periodo che risulta importante il raggiungimento di una nuova stabilità e continuità personale, necessaria per poter prendere decisioni consapevoli sulla propria vita futura. Tale stabilità corrisponde al sentimento di identità personale. Ma guardando più a fondo, possiamo dire che la dotazione biologica, l’organizzazione e l’esperienza personale e l’ambiente culturale contribuiscono a dare significato, forma e continuità all’esistenza unica di ciascuno di noi. La visione di Erikson è quella di concepire a vita dell’individuo come una successione di fasi, a ognuna delle quali è assegnata un a funzione evolutiva di natura psicologica. Nell’adolescenza uno degli aspetti fondamentali è l’acquisizione dell’identità sessuale e di ruolo, che è anche la ricapitolazione delle acquisizioni raggiunte nelle tappe precedenti dello sviluppo. L’acquisizione di tale identità comporta: Il raggiungimento della percezione matura del tempo; La certezza stabile nella percezione di se; L’assunzione e la sperimentazione dei ruoli; L’acquisizione di un’identità sessuale; La capacità di avere un confronto con l’autorità o l’assunzione di autorità; La definizione di un orientamento consapevole nei propri ideali personali e sociali. L’età adolescenziale conosce diversi momenti di esplorazione e crisi che possono risolversi oppure no a seconda dell’orientamento assunto nell’insieme delle forze in gioco, nella costruzione di una componente rilevante dell’identità del soggetto. È tuttavia importante che gli adolescenti affrontino anche problemi più gravi, magari pochi per volta, in successione. Quest’età cosi piena e frenetica, piena di pulsioni e falsi miti, di sentimenti radiosi ed esplosioni ormonali in cui, poco per volta il bambino lascia il posto all’adulto, dura quasi per l’intera seconda decade della vita e molti cambiamenti hanno luogo in questo periodo dando la possibilità al soggetto che li vive di recuperare la propria forza psicologica dopo ogni episodio di coinvolgimento emotivo più intenso e di affrontare la difficoltà successiva. Fondamentale è il rapporto dell’adolescente con la famiglia d’origine, la famiglia caratterizzata da una storia passata e da una prospettiva di vita futura, in cui centrale è il concetto di ciclo di vita familiare, ed il susseguirsi delle varie fasi. Il criterio più adeguato per dividere in fasi il ciclo di vita familiare è quello di identificare alcuni eventi critici che la famiglia incontra durante il suo percorso e l’ingresso nell’età adolescenziale dei figli rappresenta proprio uno di tali eventi critici. In particolare la famiglia si trova a dover affrontare due movimenti antagonisti che si presentano con un forte impatto: La tendenza all’unità, al mantenimento dei legami affettivi e al sentimento di appartenenza da un lato e dall’altro la spinta verso l’autonomia del singolo individuo e la differenziazione. Certo queste “crisi” sono da intendersi fisiologiche, in relazione ai cambiamenti dei rapporti in atto e non come contrapposizione, ostilità o conflitto permanente. Ciò che più spesso accade in questa fase è che i genitori non sono più l’unico punto di riferimento e inevitabilmente si sviluppino dei conflitti che riguardano ambiti di indipendenza quali per es. il modo di vestire, le amicizie, i tempo libero e le dolenti note….l’orario! (tutti abbiamo sentito frasi del tipo “questa casa non è un’ albergo!”). Nonostante tutto, numerose ricerche dimostrano un sostanziale accordo tra gli adolescenti e i genitori sui valori più importanti come ad es. la famiglia viene rivalutata per l’importante funzione affettiva che svolge. Sarebbe errato parlare di “conflitti” tra genitori e figli come solo una guerra tra generazioni   invece di  concentrarsi sui  punti principali del cambiamento nella relazione: Lo sviluppo dell’autonomia e il distacco emotivo; Rivalutazione del rapporto tra dipendenza ed autonomia Affermare la propria identità ed il rispetto della privacy; Va sottolineato il grande cambiamento della funzione genitoriale. È questo un periodo caratterizzato da ansie e ambivalenza per i genitori e le ragioni possono riscontrarsi nel senso di inutilità nel momento in cui i figli sembrano non aver più bisogno di loro rispetto alla lunga abitudine di dominio e di controllo quasi assoluto. Un ruolo fondamentale lo gioca la modalità comunicativa che assume una funzione costruttiva. La comunicazione ideale tra genitore e figlio adolescente richiede: La capacità di esprimere con chiarezza i punti di vista propri; La capacità di esprimere la differenza tra se e gli altri; La capacità di essere aperti ad idee ed ideali diversi, degli altri; La capacità di essere sensibili e rispettosi nelle relazioni con gli altri; La presenza di questi fattori nelle relazioni familiari contribuisce sia alla formazione dell’identità e dell’autostima dell’adolescente sia all’elaborazione di capacità interpersonali, come per esempio l’abilità di negoziazione con gli altri. Fondamentale nell’adolescenza è il confronto con il gruppo dei pari. I coetanei, rappresentano un riferimento importante per esplorare nuovi spazi e valutare in modo autonomo le proprie scelte a prescindere dal controllo degli adulti. La condivisione degli stessi problemi porta alla ricerca di soluzioni condivise, in condizioni di parità ed empatia. Dal gruppo dei coetanei provengono varie forme di aiuto come ad es. a livello emotivo, di comportamento, psicologico e cognitivo. Se il gruppo rappresenta un buon oggetto di identificazione, può offrire un valido aiuto nelle difficoltà. È di estrema importanza che l’adolescente trovi un equilibrio nel processo di identificazione con i diversi soggetti sociali senza dipendere eccessivamente da nessuno, in modo da non compromettere lo sviluppo della sua individualità. Ovviamente in questo gioco di equilibri ed equilibristi, un ruolo fondamentale lo gioca la realtà sociale più prossima al soggetto adolescente, cioè la scuola. L’esperienza scolastica può profondamente incidere sullo sviluppo dell’adolescente sia nel processo di costruzione

I genitori alle prese con il bambino e la famiglia di origine

genitori

Il passaggio dalla coppia alla triade padre-madre-figlio è un momento di crisi nel ciclo vitale della famiglia che comporta una ridefinizione della relazione che include gli aspetti legati all’essere diventati genitori. Sul piano concreto, l’organizzazione della vita familiare cambia ritmi, orari e ruoli, in base alle esigenze del bambino. Di conseguenza, i neo genitori si troveranno di fronte a problemi che possono portare da un lato alla solidità della coppia, ma dall’altro, alla dissolvenza di essa. Una coppia ben individuata ha basato il proprio legame sull’empatia, la fiducia e la stima reciproca. In questo modo, entrambi i coniugi potranno contare sulla reciproca comprensione e collaborazione. I genitori stabiliranno, insieme, lo stile educativo da adottare nei confronti del loro bambino. L’acquisizione del nuovo ruolo, centrata su confini chiari tra quello coniugale e quello genitoriale, offrirà un valido modello di attaccamento affettivo ed emotivo. L’arrivo di un figlio, inoltre, arricchisce la percezione di sé di una dimensione storica, in cui si rivive la propria infanzia, con i propri valori e scopi. Determina però anche la necessità di rielaborare le relazioni con la famiglia d’origine. La giovane coppia, non si allontanerà dalla famiglia, ma si troverà maggiormente coinvolta ad un livello differente. La generazione più anziana, infatti, deve sostenere, a debita distanza, i propri figli nel nuovo compito di genitori e assumere per loro il ruolo di nonni. Alcune famiglie creano legami invischiati in cui tutti oltrepassano i confini. I nonni non riconoscono maturità ai loro figli e non riescono a connotarli come genitori. Per la loro maggiore esperienza, si sostituiscono a loro nella gestione e nell’educazione dei nipoti. Allo stesso tempo, la coppia, permette l’interferenza di madri, suocere e parenti vari. Questo avviene sia per alleggerirsi del carico di responsabilità e sia perché non hanno raggiunto la maturità necessaria per ridefinire i ruoli.

Psiconcologia: Dal dolore indicibile alle parole per dirlo

L’impatto dell’approccio psiconcologico  sui vissuti emotivi del paziente  ed  i vantaggi sulla qualità della  vita. La Psico-Oncologia è la disciplina che si è sviluppata a partire dagli anni ’70  come disciplina specialistica finalizzata ad affrontare, secondo un’ottica multidisciplinare, la sofferenza psichica secondaria all’ammalarsi di cancro,  focalizzando l’attenzione su quanto, all’interno della rete e del percorso assistenziale, coinvolge le persone ammalate, i familiari, nonché il personale sanitario. Come tutte le discipline “interpersonali”, la psiconcologia fa dell’integrazione tra le diverse professionalità coinvolte il proprio punto di forza  e che si collega con quanto le diverse discipline come la psichiatria di Consultazione, la Medicina Psicosomatica e la  Medicina Palliativa, hanno in questi anni sviluppato, attraverso programmi specifici di assistenza alle persone colpite da patologie tumorali. Il “dolore” psicologico, al pari del dolore fisico, è in tutto e per tutto un parametro vitale da monitorare regolarmente durante il percorso di malattia e di follow-up. Se l’ansia, la paura, la preoccupazione, la demoralizzazione, la rabbia sono normali risposte alla malattia, quando queste diventano più intense, più continue e perseveranti, è importante intervenire mediante l’utilizzo di modalità operative, proprie dell’approccio psiconcologico,  per garantire al paziente neoplastico e ai suoi familiari una migliore qualità di vita  ,“dovere” questo,  della medicina e della psicologia  e  “diritto” di ogni cittadino . Questo concetto, assunto nel giugno del 2008 come punto importante nelle conclusioni del   Consiglio dell’Unione Europea  ed inserito in Italia, nel Piano Oncologico Nazionale 2010-2012 ha sottolineato per la prima volta e  in maniera specifica, il ruolo e l’importanza della psiconcologia,  indicando che “la rilevazione precoce delle dimensioni psicosociali quali lo screening del disagio emozionale, la rilevazione dei bisogni del paziente e della sua qualità di vita, rappresenta il presupposto per individuare le persone che necessitano di interventi mirati”. Tutto questo  è in linea con quanto la Società Italiana di Psico-Oncologia (siponazionale.it), fondata nel 1985, porta avanti da anni nel nostro Paese.  È inoltre obiettivo della Sipo, creare le linee-guida, secondo gli standard internazionali accreditati, sulla formazione dei medici e delle figure professionali che operano nel settore oncologico. La Sipo è presente con sezioni specifiche in tutte le regioni, per favorire la cultura psiconcologica negli ospedali e nelle aziende sanitarie, nelle istituzioni e nella comunità. Il futuro che attende la psiconcologia passa necessariamente attraverso l’ufficializzazione e la diffusione degli obiettivi che la disciplina ha da sempre identificato: la creazione di servizi clinici per la cura globale del paziente, la formulazione di precisi standard di intervento, l’identificazione dei criteri formativi ed alla ricerca.

L’odio

di Aldo Monaco L’odio oggi, si vedano i social, rappresenta una piaga, un fenomeno così presente nelle nostre vite tale da costringere le istituzioni pubbliche ad organizzare addirittura campagne pubblicitarie, decreti legge contro esso, contro i pericoli che genera. Tuttavia l’impressione che sento come uomo e psicoterapeuta, è che esso sia trattato in modo superficiale, come un fenomeno che, seppur condannato e punito, non viene valutato nelle sue reali implicazioni, non viene trattarlo in modo analitico come meriterebbe poiché scomodo da pensare, tanto più se riferito a sé stessi, ai bambini, tanto più se si dovesse affermare che esso, l’odio, è costitutivo l’organizzazione nostra psiche. L’odio è un sentimento antico, un sentimento che portò Freud a credere che fosse antecedente all’amore: un sentimento provato e “usato” dal bambino in opposizione ai pericoli e agli stimoli del mondo esterno; un sentimento che scaturisce dal ripudio primordiale di ciò che metterebbe in pericolo la sua vita. L’odio – così visto – è la capacità di potersi difendere e salvaguardare dai pericoli esterni, da tutte le fonte di frustrazione. È una forma d’amore che odia tutti gli ostacoli. Ma non solo. Se l’odio nasce dalla scoperta di questi stimoli esterni, stimoli che disordinano la propria onnipotenza narcisistica, la propria struttura omeostatica, essi son pur sempre “oggetti” con cui il bambino entra in contatto, e poi in relazione, con qualcosa di diverso, altro da lui, allargando i suoi orizzonti, innalzando, man mano che cresce, la soglia della sua frustrazione. È tuttavia un processo che lui, da solo, non può certo affrontare, non può certo vivere senza paura. È necessario quindi che gli sia offerta, fin dall’infanzia, la possibilità di capire cosa gli succede, cosa sia l’odio che lo investe, che lo spaventa, che può portare alla sua distruzione, al pericolo di perdersi. È necessario che qualcuno gli dia questo diritto e questa libertà. È necessario che l’adulto capisca che odiare è un esperienza che non va bandita e osteggiata ma vista come l’espressione della manifestazione più autentica della vita, di due persone che cercano di entrare in contatto tra loro. Però è uguale anche il contrario. È necessario cioè ammettere che, proprio perché l’odio è manifestazione autentica di vita, anche i genitori provano sentimenti tanto amorevoli quanto esecrabili, sentimenti d’affetto e tenerezza in egual misura a quelli d’odio. È necessario ammettere che ogni madre, come suggerisce Winnicott, odia il bambino prima che questi odi la madre. Se quindi l’adulto è capace di capire i suoi sentimenti, quando odia e ama, il bambino stesso non può comprendere questa cosa, non può capire ancora questa differenza: l’aggressività fa parte dell’espressione primitiva dell’amore, ragion per cui il bambino non può rendersi ancora conto che ciò che distrugge e odia, nel momento dell’eccitazione, è identico a ciò che apprezza quando è sereno, quando è abbracciato ecc. Alcune famiglie purtroppo non sono capaci di aiutare il figlio, esse sono costituzionalmente fredde e povere d’amore ragion per cui non riescono a dimostrare il loro amore e la loro amabilità. Il bambino che cresce in questo ambiente scopre che i suoi gesti e impulsi d’amore primitivo non sono rispecchiati in modo positivo dal genitore, il quale non può che interpretarli come un insulto, un difetto psicologico e morale del figlio. Il suo odio, la sua distruttività, non fa che percepire al bambino che non è rimasto nulla di prezioso dentro di lui: il vuoto di uno spazio deserto. Queste sono le cosiddette “famiglie felici“, famiglie per cui un sentimento negativo è solo un sentimento negativo e non ha ragione d’essere visto sotto un’altra luce, una nuova prospettiva. Queste sono le famiglie in cui manca la possibilità di spiegare, ogni possibilità di elaborazione, di comprendere e condividere. Queste sono le famiglie che si affidano solo ed esclusivamente a quei modelli comportamentali stereotipati e rigidi, modelli che fanno ben comprendere quanto tutti i membri della famiglia, siano incapaci di rispondere in modo autentico ad un semplice “come stai?”. Se un amico fa arrabbiare loro, essi non riescono a comunicare questi sentimenti ma più confusivamente lo “cancellano”. Se una storia d’amore finisce male, riescono a trovare altri partner, senza darsi la possibilità di comprendere cosa sia successo, come è stato possibile. BibliografiaBollas C, L’ombra dell’oggetto, Raffaello Cortina, 2018Galimberti U., (2007) Psicologia, Garzanti, MilanoLaplanche e Pontalis, (1967) Enciclopedia della psicoanalisi, vol. II, Laterza, 2010Mangini E., Lezioni sul pensiero freudiano, Milano, Edizioni universitarie di lettere economia diritto, 2001Mangini E., Lezioni sul pensiero post-freudiano, Milano, Edizioni universitarie di lettere economia diritto, 2003Thanopulos S. Il desiderio che ama il lutto, Quidlibet Studio, Macerata, 201

Giovani 20-30enni e le conseguenze della pandemia

La pandemia ha colpito duramente gli Emerging Adults, i giovani tra 20 e 30 anni, a livello lavorativo, sociale e di salute mentale. L’emergenza sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia COVID-19 ha avuto un forte impatto in ogni aspetto della vita. L’incertezza, l’insicurezza, l’instabilità per il presente e per il futuro sono sentimenti comuni all’intera popolazione. La crisi ha colpito in modo diverso i vari gruppi demografici e sociali. Si è riscontrato come, tra le categorie maggiormente colpite, vi siano i giovani, in particolar modo i giovani tra i 18 e i 30 anni circa. Tale categoria può essere definita dei giovani adulti o degli Emerging Adults. Come sostenuto da Arnett[1], l’Emerging Adulthood (età adulta emergente), è quel periodo di sviluppo tra l’adolescenza e l’età adulta. È caratterizzata da instabilità, dovuta a cambiamenti di residenza, delle relazioni, del lavoro o della carriera accademica. Ulteriore caratteristica è l’essere concentrati su se stessi, in quanto gli Emerging Adults si trovano a dover sviluppare per proprio conto le competenze necessarie alla loro vita e a dover acquisire una migliore comprensione di chi sono e quali sono i loro obiettivi. Questa fase della vita è caratterizzata anche da cambiamenti pervasivi del Sé, cambiamenti dell’identità e cambiamenti nelle relazioni interpersonali. Lo sviluppo dell’autonomia è un aspetto centrale in questa fase della vita. È, quindi, un periodo critico della crescita caratterizzato da molti eventi e cambiamenti che possono contribuire in modo significativo al benessere della persona. Per i giovani tra i 20 e i 30 anni la crisi COVID-19 pone rischi considerevoli nei settori dell’istruzione, dell’occupazione, della salute mentale e del reddito disponibile. Secondo il report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), basato su sondaggi condotti tra 90 associazioni in 48 Paesi[2], la pandemia avrà conseguenze sull’educazione, sulla ricerca del lavoro, sulla salute mentale e sul reddito disponibile dei più giovani, sia a breve che a  lungo termine. Le nuove generazioni versavano già in una situazione svantaggiata nel periodo pre-Covid, in quanto sono le meno occupate, quelle con i redditi più bassi e i più insoddisfatti della propria occupazione. La pandemia non può che aggravare una situazione già critica. Eurofond[3] ha osservato, inoltre, come la categoria ad essere esposta ad un maggiore rischio di depressione post-Covid sia quella dei giovani con meno di 35 anni. Ciò che spaventa maggiormente è il futuro, sia in termini personali che lavorativi. L’incertezza e l’instabilità generano preoccupazioni per il presente e per il futuro e sono fonte di ansia per i giovani. Inoltre, possono avere un forte impatto negativo sul funzionamento personale e interpersonale. In tempi di pandemia, tali sentimenti si acuiscono e potrebbero fermare i giovani nell’attuare aspirazioni e progetti di vita. In più, le restrizioni sociali, l’impossibilità di riunirsi e di incontrare coetanei hanno drasticamente diminuito la possibilità dei giovani di sviluppare reti sociali e di rafforzare il loro capitale sociale. La mancanza di interazioni sociali ha anche danneggiato la loro salute mentale, le cui tracce sono rimaste visibili anche una volta allentate tali restrizioni. Ricerche sul benessere psicologico dei giovani italiani tra i 20 e i 30 anni in pandemia, hanno osservato come essi riportano, rispetto al passato, livelli maggiori di ansia e stress[4,5]. Sembrano riportare anche un’alta percezione dei rischi dovuti al virus che sembra essere associata, in parte, ad alti livelli di ansia[4]. Caratteristiche come l’instabilità e la bassa prevedibilità del periodo hanno aumentato le difficoltà dei giovani a reagire con successo alle criticità. Anche l’improvvisa interruzione di una vita sociale ha aumentato la percezione di solitudine e la conseguente vulnerabilità psichica. Tuttavia, un’alta capacità di resilienza, una forte autostima e un atteggiamento positivo nelle relazioni sembrano essere fattori che proteggono i giovani 20-30enni dal forte carico emotivo scaturito dall’emergenza pandemica[4]. Essere giovani tra 20 e 30 anni nella società post-covid significa essere colpiti meno duramente in termini di salute fisica dal virus ma maggiormente per quanto riguarda la salute mentale e le conseguenze sociali ed economiche. Spesso additati dai media come incoscienti e inconsapevoli degli effetti del virus, al contrario, noi ventenni e trentenni abbiamo un’alta percezione del rischio e stiamo cercando solo, come tutti, di trovare un nostro modo di fronteggiare la nuova realtà. È necessario monitorare gli Emerging Adults e il loro funzionamento psicologico in tutte le fasi dell’emergenza pandemica. Essa ha infatti influenzato in modo critico il lavoro, lo studio, la vita sociale e la salute mentale dei giovani in un periodo della loro vita caratterizzato da una forte instabilità e continui cambiamenti personali e interpersonali. È importante monitorare i livelli di stress e ansia dei giovani anche dopo le fasi acute dell’emergenza sanitaria, poiché un’ansia elevata e alti e prolungati livelli di stress espongono ad alte probabilità di incorrere in severi disturbi mentali e fisici. Infine, sarà necessario implementare interventi psicologici sulla salute mentale e programmi di supporto anche nel post-covid, per monitorare e aiutare i giovani a far fronte alle conseguenze dell’emergenza. Fonti [1] Arnett J.J. (2015). Emerging Adulthood. The winding road from the late teens through the twenties. USA: Oxford University Press. [2] OECD (2020). Youth and Covid-19: response, recovery and resilience. Oecd.org/coronavirus [3] https://www.eurofound.europa.eu/publications/blog/youth-in-a-time-of-covid [4] Germani A., Buratti L., Delvecchio E., Gizzi G. e Mazzeschi C. (2020). Anxiety Severity, Perceived Risk of COVID-19 and Individual Functioning in Emerging Adults Facing the Pandemic. Front. Psychol., 11:567505; doi: 10.3389/fpsyg.2020.567505 [5] Germani A., Buratti L., Delvecchio E. e Mazzeschi C. (2020). Emerging Adults and COVID-19: The Role of Individualism-Collectivism on Perceived Risks and Psychological Maladjustment. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 3497; doi: 10.3390/ijerph17103497

I Servizi di Psicologia Ospedaliera: dall’analisi della domanda al soddisfacimento dei bisogni della persona malata e dell’organizzazione aziendale

Il Servizio di Psicologia Ospedaliera si configura come struttura a cui competono, in accordo con le linee programmatiche dell’Azienda, attività diagnostica, terapeutica e  riabilitativa e si  integra  con la clinica dell’organizzazione, del benessere organizzativo e della formazione.  Se pensiamo alle “domande” di psicologia all’interno dell’ospedale ci troviamo difronte ad  un’ampia costellazione che va dalla  “visita /consulenza” sul singolo paziente, famiglia, caregiver, alla domanda dell’operatore su una specifica interazione operatore-paziente, alla costruzione di un progetto che nasce dalla rilevazione di singoli problemi concreti all’interno dei diversi reparti . Tali quesiti richiedono una riflessione di decodifica della domanda, chi la formula, in quale contesto, con quali aspettative, difficoltà e risorse. Il processo di  decodifica presuppone la messa in atto della funzione psicologica specifica dei  Servizi di Psicologia.  La specificità professionale è uno strumento imprescindibile per la costruzione di tale percorso. Non è inusuale, ad esempio, che la domanda del medico inviante sul singolo paziente venga riletta, da tutta l’équipe, come richiesta di un iter volto a rivedere i passaggi di cura e le relazioni tra operatori.  Pertanto la funzione psicologica viene esercitata, sia per identificare le risorse da mettere in campo, sia per complessualizzare l’intervento in una dimensione multidisciplinare. L’introduzione inoltre della pratica basata sulle evidenze, definita nel documento della task force dell’APA Evidenced-Based Practice in Psychology (EBPP) come “l’integrazione della miglior ricerca disponibile con la competenza dei clinici nel contesto delle caratteristiche del paziente, della sua cultura e delle sue preferenze” (APA, 2006), ha posto la questione, sempre più scottante, di una programmazione ed una formazione indirizzata a fornire trattamenti in linea con le raccomandazioni nazionali ed internazionali e ad individuare indicatori per verificare il suo impatto sulla pratica clinica e sull’organizzazione. La sfida a cui siamo chiamati, per  favorire sempre più,  una cultura capace di promuovere il concetto di salute globale è aperta e piuttosto allettante.

Maestri per un giorno: gioco di ruolo e apprendimento significativo

Il gioco di ruolo apre le porte alla creatività. Il gioco di ruolo “Maestri per un giorno” permette ai bambini di simulare la didattica. Questo gioco è utile all’apprendimento. alla comunicazione e alla socializzazione. I bambini fanno finta di essere insegnanti. Spiegano l’argomento scelto, individuano i tempi, gli spazi e gli strumenti utili al gioco. Il setting di ruolo diventa una vera e propria knowledge factory ,ma con i dovuti aggiustamenti. In primis, il docente illustra lo scopo del gioco e si assicura della disponibilità degli alunni nel voler partecipare. Bisogna seguire delle fasi ben precise. Ecco alcuni suggerimenti. Le fasi del gioco: – Warm up: i bambini sono invitati a discutere sul tema del role play e nello specifico sul gioco di ruolo “Maestri per un giorno”. – Selezione dei partecipanti : il docente chiede la disponibilità dei bambini al gioco di ruolo. – Individuazione dei tempi e selezione dei materiali: di quali materiali e di quanto tempo hanno bisogno i bambini per questo gioco di ruolo. – Organizzazione del setting: I bambini scelgono se restare seduti, cambiare la disposizione delle sedie o dei banchi. Il role play stimola   l’immaginazione degli allievi che acquisiscono l’ autoconsapevolezza del proprio stato emotivo- Imparano a conoscere i propri punti deboli e i propri punti di forza, fondamentali per relazionarsi con l’altro. Ci sono molti benefici nell’introdurre questa metodologia nell’istruzione primaria, che consente al bambino di costruire il proprio apprendimento significativo. Apprendo e non dimentico più. Il processo di apprendimento è compiuto quando nuove conoscenze si collegano alla struttura mentale dell’ allievo, in modo non arbitrario, ma con consapevolezza e intenzionalità.  L’apprendimento significativo si verifica, quindi, quando nuove informazioni “si connettono” con un concetto rilevante preesistent enella struttura cognitiva. Fondamentale è che il bambino sperimenti in prima persona quello che è il risultato delle metodologie e delle strategie didattiche affinché le stesse diventino “pezzi unici della proprio essere unico”. 

Natura e benessere, quale connessione?

La natura ha senza dubbio un ruolo significativo per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo, anche e soprattutto in periodo di pandemia.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il benessere corrisponde ad uno “stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Consiste, quindi, in uno stato di equilibrio tra piano biologico, psichico e sociale dell’individuo e caratterizza la qualità della vita di ogni persona. Diversi sono i fattori che incidono sul benessere individuale, tra questi un ruolo fondamentale lo svolge l’ambiente esterno in cui le persone vivono.  La Psicologia ambientale si occupa proprio di comprendere il rapporto delle persone con i propri ambienti di vita e studia le transazioni in cui l’ambiente, naturale e costruito, fornisce ristoro o infligge stress. Negli ultimi tempi i temi della sostenibilità e della gestione degli ambienti naturali sono diventati sempre più urgenti. Si studiano così i comportamenti che inibiscono o promuovono scelte sostenibili, che migliorano la natura, i correlati di tali comportamenti e gli interventi per aumentare azioni a favore dell’ambiente.  Recenti ricerche hanno posto l’accento sull’importante ruolo che hanno l’ambiente e la natura nell’aiutare l’individuo a raggiungere un ottimale livello di benessere, sostenendo come la qualità della vita umana sia strettamente correlata con la qualità dell’ambiente, anche naturale, in cui l’individuo vive.  Ronen e Kerret (2020) hanno proposto un nuovo approccio al benessere, definito “sustainable wellbeing” (benessere sostenibile), che integra aspetti del benessere individuale e del benessere ambientale. Tale concetto unisce la definizione di benessere propria della psicologia positiva, ovvero la capacità della persona di condurre una vita piena e ricca caratterizzata da emozioni positive, soddisfazione per la vita, ricerca di significato e presenza di relazioni significative, con la definizione della sostenibilità ambientale, che adotta un approccio che tiene conto non solo dell’individuo ma anche del tempo, della società e della biosfera. Il sustainable wellbeing sostiene quanto il miglioramento del benessere individuale sia correlato al miglioramento del benessere degli altri membri della società e dell’ambiente naturale. Di conseguenza, i bisogni dell’uomo, della società e dell’ambiente sono componenti tra loro collegati (Ronen e Kerret, 2020). L’ambiente naturale ha avuto un ruolo significativo per il benessere e la salute dell’individuo anche durante la pandemia Covid-19.  Robinson e colleghi (2021) hanno esplorato il ruolo della natura in relazione alla salute durante le fasi della pandemia. Hanno riscontrato che, in tale periodo, le persone hanno trascorso più tempo nella natura e hanno visitato più spesso parchi o aree verdi. Queste azioni hanno comportato benefici in termini di salute e benessere e i partecipanti alla ricerca sostenevano che stare nella natura li aiutasse a fronteggiare le criticità dovute alla pandemia. Il 95% delle persone, che hanno visitato un nuovo ambiente naturale a seguito del Covid-19, ha riferito di averlo fatto per la propria salute e benessere. Inoltre, essi percepiscono l’ambiente naturale come una fonte di riduzione dello stress e dell’ansia. Simili risultati sono stati riscontrati anche nella ricerca di Pouso e colleghi (2021), che hanno osservato come il contatto con la natura durante le fasi di lockdown abbia aiutato le persone a fronteggiare gli effetti negativi della quarantena sulla loro salute mentale. Inoltre, coloro che avevano spazi all’aperto accessibili o elementi naturali visibili dalle loro abitazioni hanno provato maggiori emozioni positive. La ricerca mostra come il contatto diretto con la natura, anche dalla propria abitazione, riduca la probabilità di riscontrare sintomi di depressione e ansia. Ovviamente sono presenti altre variabili che influenzano gli esiti di salute mentale durante la pandemia, come età, genere, resilienza e condizioni socio-demografiche; tuttavia, mantenere un contatto con la natura in situazioni estreme ha un significativo impatto positivo sulla salute mentale delle persone. Vi sono sempre più riscontri che sostengono come l’esposizione al mondo naturale apporti potenziali benefici per la salute mentale e il benessere.  Tali benefici sottolineano il grande valore della conservazione e della protezione dell’ambiente naturale. In situazioni estreme come quelle della pandemia, l’importanza degli ecosistemi naturali per proteggere il benessere delle persone è più evidente che mai, in termini di resilienza psicologica, capacità di resistenza e fronteggiamento delle difficoltà.  Per la Psicologia ambientale la domanda chiave, nata in tempi di pandemia, è comprendere come la presente situazione possa essere utilizzata per incentivare comportamenti pro-ambiente e supportare appropriate misure politiche (Reese et al., 2020). La crisi pandemica potrebbe fungere, infatti, da apripista per un rinnovamento collettivo dei modi in cui si tratta la natura e l’intero ecosistema, portando nuove risposte alla crisi climatica e alle relative misure politiche. Bibliografia Pouso S., Borja A., Fleming L.E., Gòmez-Baggethun E., White M.P. & Uyarra M.C. (2021). Contact with blue-green spaces during the COVID-19 pandemic lockdown beneficial for mental health. Science of the Total Environment, 756, 143984 Reese G., Hamann K.R.S., Heidbreder L.M., Loy L.S., Menzel C., Neubert S., Trӧger J. & Wullenkord M.C. (2020). SARS-Cov-2 and environmental protection: A collective psychology agenda for environmental psychology research. Journal of Environmental Psychology, 70, 101444 Robinson J.M., Brindley P., Cameron R., MacCarthy D. & Jorgensen A. (2021). Nature’s role in supporting health during the COVID-19 pandemic: a geospatial and socioecological study. Int. J. Environ. Res. Public Health, 18, 2227 Ronen T. & Kerret D. (2020). Promoting sustainable wellbeing: integrating positive psychology and environmental sustainability in education. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 6968

Che cosa è l’ansia? Chi ne soffre? Cosa si può fare?

di Aldo Monaco Quando Giulio Cesare scrisse <di regola, ciò che non si vede disturba la mente degli uomini assai più profondamente di ciò che essi vedono> probabilmente sapeva bene cosa diceva. Le sue imprese – la riorganizzazione dell’esercito e di Roma, le nuove realizzazioni architettoniche, il nuovo corso amministrativo ecc – sono l’esempio più lampante di quanto egli fosse capace di muoversi nel futuro e della sua visione prospettica. Al contempo però queste parole suonano profetiche anche rispetto alla sua prossima ed imminente morte, quando quella visone positiva del futuro, lasciò lo spazio a pensieri e sensazioni molto più cupe: da più parti egli vide bruciare fuochi celesti, uccelli solitari giungere nel foro, strani rumori notturni. Calpurnia, sua moglie, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell’etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Non so se Giulio Cesare soffrisse d’ansia. Quello che però posso immaginare è che avrebbe potuto soffrirne: la sua visione del futuro deve averlo, di tanto in tanto, caricato d’angoscia; ogni tanto avrà pensato all’avvenire, come gli è successo negli ultimi mesi della vita, con un senso di minaccia tale da disturbarlo e a portarlo a cogliere segnali pericolosi ovunque andasse, qualunque cosa vedesse e sentisse. Ma cosa è l’ansia? L’ansia è un segnale circa la presenza di un pericolo proveniente dall’inconscio – desideri istintuali e impulsi rimossi – che poi la coscienza, tramite i meccanismi di difesa, cerca di tenere a bada o far esprimere per mezzo di una sintomatologia più tollerabile. L’ansia è un’esperienza che caratterizza diversi stadi della vita e che per tali ragioni può essere meno grave o più grave. Ad un livello più evolutivo si può provare (a) un’ansia superegoica che si manifesta con dei sentimenti di colpa o tormenti della coscienza derivati dal fatto di non condurre una vita all’altezza di uno standard interno di comportamento morale. Andando più indietro nella gerarchia evolutiva verso un’ansia più precoce si può vivere (b) un’ansia e una paura che hanno che fare col perdere l’amore o l’approvazione di un altro significativo (come il genitore). Ad un livello ancora più sotterraneo e doloroso vi è (c) l’ansia da separazione che comporta la paura di perdere non solo l’amore e l’approvazione del genitore ma anche il genitore stesso. Infine le due forme d’ansia più precoci e quindi più patologiche sono (d) l‘angoscia persecutoria – che comporta la paura da parte del soggetto di essere invaso dall’esterno e annichilito dall’interno – e (e) l’angoscia di disintegrazione che può derivare sia (1) dalla paura di perdere il senso di sé e dei propri confini e sia (2) dalla preoccupazione di sentirsi frammentati in seguito ad un mancato rispecchiamento da parte di chi doveva attutire le paure del bambino. L’ansia e il tempo Si potrebbe quasi dire che nei disturbi d’ansia non siamo più noi che andiamo verso il futuro. È il futuro, ignoto e spaventoso, che corre insistentemente verso noi. L’avvenire si manifesta con un’incombenza passivizzante la cui attesa, lenta ed estenuante, diventa ansia, inquietudine indeterminata che non consente pianificazioni rassicuranti e che, nello smarrimento che comporta, comunica uno stato d’allarme che, come prima cosa, attiva il corpo, il quale inizia a scalciare, ad avvisare e comunicare un rischio imminente: una paralisi, un infarto, un ictus, respiro affannato ecc. Il tempo vissuto, come dice il dr. Enrico Ferrari <non è il tempo del kairos, il tempo “opportuno”, che chiama alla decisione; è piuttosto il tempo di chronos che inghiotte il nuovo perché ne ha paura>. l tempo che si vive allora è un tempo presente bloccato e frenato dai pensieri, dalla ricerca ossessiva della sicurezza. 
Da quest’ultima poi si impara ad anticipare e prefigurare cosa potrebbe essere il futuro. Si impara a rendere noto l’ignoto e a trasformare l’ansia indeterminata in qualcosa di definito, dotato di confini. Per tali ragioni – cioè evitare che l’ignoto prenda il sopravvento – queste persone hanno bisogno della calma, della sosta, della progettualità intesa come a-conflittualita e della quiete.L’ansia allora è la mancanza di fiducia anzitutto nel tempo e nelle cose ma anche, e in particolar modo, in sé stessi. E’ la mancanza di possibilità, un restringimento degli orizzonti, della libertà. Ma come si sviluppa un disturbo d’ansia? Le ipotesi potrebbero essere innumerevoli. Quella che però accumuna più persone è quella che han sostenuto Kagan e collaboratori (1988 ) i quali hanno affermato che questa categoria di persone può aver avuto a che fare con coppie genitoriali caotiche, più che conflittuali. Coppie dall’esplosività improvvisa tale da non permettere al bambino di sentirsi al sicuro, con le altrui e proprie paure. Questi bambini svilupperanno così un senso di inadeguatezza che se non viene affrontato porterà il bambino a dipendere dai genitori in modo ostile e spaventato, in modo rabbioso dacché percepisce costantemente una sensazione di pericolo. Bibliografia J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biological bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171 American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014 E. Ferrari, Psicopatologia e Zeitgeist, in Comprendere 19, 2009 G. O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica quinta edizione basata sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016 Galimberti U. (2007) Psicologia, Garzanti, Milano J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biologicaal bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171

RESILIENZA: COME SVILUPPARLA FIN DA PICCOLI

La resilienza è una capacità che si può implementare durante la vita. Vediamo insieme su quali variabili bisogna porre attenzione. Che cos’è esattamente la resilienza? In psicologia sta a indicare la capacità di adattarsi in modo positivo dinanzi ad eventi stressanti. Alcuni studi degli ultimi decenni hanno mostrato come, grazie alla plasticità neuronale, tutti gli esseri umani possono esserepotenzialmente resilienti. Per questo motivo diventa fondamentale creare le condizioni contestuali necessarie allo sviluppo di tale capacità fin da piccoli. Alcune variabili individuali e ambientali che, se coltivate, consentirebbero una riorganizzazione positiva a seguito di eventi stressanti sono:-la pazienza: imparare a stare con l’attesa e a tollerare la frustrazione;-l‘attenzione al positivo: riuscire a notare in tutte le cose il rovescio della medaglia;-la stima di sé: riconoscere le proprie caratteristiche personali ed imparare ad apprezzarle;-la flessibilità psicologica: inquadrare l’evento stressante come opportunità di crescita/sfida;-le relazioni affettive e sociali: quelle familiari ma anche quelle esterne, nei casi in cui si viva in contesti disfunzionali. Come sviluppare la resilienza nei più piccoli? Può essere fondamentale avere un modello resiliente in un adulto o in una figura eroica. L’adulto potrebbe esplorare, con i bambini, percorsi alternativi per sostenerli nel raggiungimento degli obiettivi desiderati o per far sì che possano appassionarsi ad attività gratificanti. Nello stesso momento, diventa importante che imparino ad accettare tutte le esperienze emotive, anche quelle più frustranti. Infatti, spesso è proprio l’emozione della paura o la sfiducia nelle proprie capacità a bloccare il riconoscimento delle risorse individuali più utili a fronteggiare l’evento stressante. Ma il problema non è la paura o il dolore, piuttosto è cosa decidiamo di fare con quell’emozione. È proprio durante le crisi che ci sentiamo più fragili poiché viene messo in discussione il nostro equilibro. Tuttavia, quello rappresenta anche il momento più fertile, che ci dà l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività e riorganizzare la nostra vita in un modo diverso. Nei momenti di difficoltà provate a chiedervi: “Ci sono stati dei momenti nella gestione di questoevento o nelle fasi successive, in cui mi sono sentito efficace?”, “Ho imparato qualcosa di nuovo sudi me dopo questa esperienza?” Pensiamo, ad esempio, al momento attuale di pandemia: probabilmente non ce ne siamo resi conto, ma anche in un periodo tanto difficile, ognuno, con le proprie risorse, ha tentato di fronteggiare l’evento pandemico, e tutto ciò che ha comportato, per sopravvivere in qualche modo! Questo perché?Grazie all’adattamento! Un’altra caratteristica di noi esseri umani.Viviamo in un contesto in continua evoluzione, ove la specie umana ha trovato il modo di affinare sempre più il proprio cervello. Siamo in grado di pensare in modo creativo a nuove soluzioni per sopravvivere alle minacce circostanti. E’ esattamente quello che abbiamo sempre fatto e che continuiamo a fare, anche ora. Bisogna continuare a vivere il presente guardando al futuro, immaginandolo, sognandolo! Lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future che, grazie all’aiuto degli adulti, potranno già da oggi implementare la loro capacità di resilienza.

La Psicologia Ospedaliera: dal modello della malattia a quello della salute

Recuperare la centralità della persona malata nel processo di cura, attraverso percorsi assistenziali e protocolli di intervento I primi servizi di psicologia in ambito ospedaliero nascono negli anni ‘80 sulla spinta del movimento che mirava ad “umanizzare” le cure mediche. Mario Bertini, professore emerito di Psicologia della Salute all’Università La Sapienza di Roma , è stato tra i primi in Italia ad immaginare lo psicologo dentro i sistemi sanitari in affiancamento ai medici”. Contribuendo in tal modo, a quella piccola rivoluzione copernicana che, gradualmente, ha portato la comunità scientifica ad abbandonare il vecchio modello di “malattia” a favore del nuovo modello di “salute”. La visione che separa nettamente la psiche dal corpo, non regge più da tempo, non esiste una malattia solo “organica” o un disturbo solo “psicologico”. E’ pertanto necessario, ragionare nei termini di una integrazione continua e circolare tra benessere e malessere , che tenga conto delle dimensioni biologiche, psicologiche e sociali della persona malata. La psicologia ospedaliera , si pone in tal senso, come un ulteriore tassello nel processo di confronto tra due culture. Quella medica e quella psicologica, che nella loro diversità di modelli e di approcci, possono e devono, trovare dei punti di convergenza rispetto al fine comune. La promozione del benessere della persona malata. Promuovere benessere, in ambito ospedaliero, significa curare la persona malata e non la malattia. Ponendo una maggiore attenzione alla componente soggettiva della stessa e creando le condizioni per una visione più ampia dell’assistenza, in cui la relazione nella sua in-terconnessione con l’esperienza della malattia diventa il nodo centrale della cura

Grazia Attili – Sistema dell’Attaccamento e Disturbi Mentali

Date le condizioni di pericolo in cui vivevano i primi uomini, si seleziona nell’evoluzione un’ organizzazione psicologica, detta Sistema Motivazionale dell’Attaccamento, al fine di garantire ai piccoli la sicurezza attraverso la protezione della madre. Cure distorte in età precoce portano a strategie, per ricevere conforto, funzione del tipo di caregiving di cui si fa esperienza. I disturbi mentali dell’età adulta sono l’ equivalente disfunzionale di quelle strategie. Per approfondire si veda: Grazia Attili, Attaccamento e Costruzione Evoluzionistica della Mente- Normalità, Patologia, Terapia, Raffaello Cortina Editore, 2007 Editore, 2007

Il ruolo dell’insegnante

Giada Mazzanti spiega il ruolo dell’insegnante e i vari aspetti che l’insegnate deve sempre tenere presente nel suo fare. Il ruolo dell’insegnante è molto gravoso anche dal punto di vista emotivo, e purtroppo spesso viene screditato. L’insegnante si fa carico dell’altro e deve tenere sotto controllo diversi aspetti contemporaneamente.  Infatti oltre al compito pedagogico e disciplinare, deve riuscire a gestire la relazione con il singolo allievo che ha delle specifiche esigenze e caratteristiche, ma allo stesso tempo gestire la relazione con il gruppo classe.  Il vissuto emotivo dell’insegnante è fondamentale, perché l’allievo per apprendere ha bisogno di sentire la relazione, quindi l’insegnate deve essere consapevole dei suoi vissuti. Questo permette di sviluppare la capacità di ascoltare e accogliere i bisogni dell’altro. Ci sono però dei fattori che intervengono in questa capacità come i fattori intrinseci alla relazione oggettiva, i fattori esterni all’allievo e i fattori interni dell’insegnante. I fattori estrinseci si rifanno alla cultura e all’ambiente in cui è inserita l’organizzazione, infatti lo stile organizzativo specifico e la cultura in cui è inserita la scuola moderano la gestione dell’insegnante. I fattori esterni relativi agli alunni, si nota l’aspettativa degli alunni stessi rispetto all’insegnante. Le aspettative degli alunni modifica il fare dell’insegnante, però il fare dell’insegnante dipende anche dal livello di collaborazione del gruppo classe, che dipende a sua volta dalla frustrazione degli studenti. I fattori interni dell’insegnate, ovvero il sistema valoriale dell’individuo. Tutti questi fattori contribuiscono a modulare le modalità del fare l’insegnante. 

Federica Luongo

Federica Luongo, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo comportamentale, approfondisce cos’è il benessere psicologico. Tutti noi siamo sempre affannati nella ricerca del benessere e della felicità. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità la depressione rappresenta la prima causa di disabilità a livello mondiale, in Italia riguarda circa 3 milioni di abitanti.  Spesso i tentativi per tenerci stretta la felicità ed evitare l’infelicità, ci portano a mettere in atto dei comportamenti rigidi rimanendo in quella che viene definita comfort zone che in realtà non fa altro che procurare più sofferenza.  In realtà bisogna imparare delle tecniche che non solo ci permettono di inseguire la felicità ma ci insegnano anche ad accogliere il disagio e la sofferenza, come parti inevitabili della vita.  Per rispondere alla domanda perché è così difficile essere felici? Basti pensare a come la mente umana si è evoluta proprio per aiutarci ad evitare i pericoli, aiutandoci a trovare sempre modi per sopravvivere.  Per riuscire a ridurre l’impatto negativo nella nostra vita, basterebbe accettare la presenza del dolore, la felicità è qualcosa che parte dall’interno e finché ci affanneremo soltanto a ricercarla all’esterno, allora sarà sempre difficile essere felici.

La Sessualità infantile e il Complesso Edipico

I tumulti della sessualità infantile, delle citazioni perlopiù zonali autoerotiche quindi legati alle zone erogene tipiche dell’infanzia, le fasi della sessualità infantile sono classicamente la fase orale fase anale e quella fase fallica progressivamente si cominciano ad organizzare investendo degli oggetti, questi oggetti sono naturalmente gli oggetti più vicini quindi i propri genitori.  Si va organizzando così quello che è noto come il complesso edipico, non c’è un periodo di vita dura fino intorno ai 5, 6 anni, in cui il bambino rivolge la propria affettività fortemente ambivalente, quindi i propri desideri affettuosi, i propri rancori, la propria aggressività nei confronti di oggetti che sono contemporaneamente amati e odiati.  L’Edipo è un mito greco e Freud si rifà a questo mito non da subito, ma intorno al 1910 e 1911 in quanto quel mito effettivamente raccoglie questa esperienza complessa dell’infanzia, cioè come Edipo figlio di Laio e di Giocasta, ovvero il re e la regina di Tebe, nasce contro il desiderio dei propri genitori, perché avevano saputo dall’oracolo di Delfi che il figlio avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, dunque scelgono di non avere figli. Giocasta però fece ubriacare Laio e rimase incinta. Edipo quando nasce viene di fatto condannato a morte dai propri genitori, colui che doveva occuparsi della sua morte non ebbe il coraggio di ucciderlo, dunque lo legò con i piedi, infatti Edipo vuol dire piedi gonfi, e lo abbandonò sul Monte, lì fu trovato da un servitore del Regno di Corinto, dove il re e la regina non riuscivano ad avere dei figli dunque portò questo bambino al re di Corinto.  Quando Edipo divenne adulto andò anche lui all’oracolo di Delfi, e ricevette lo stesso presagio che fu fatto a Laio e Giocasta, sapendo questo scelse di non tornare più a Corinto, dunque grazie a questo tentativo di sfuggire a questa previsione scappò ed incontrò casualmente sulla propria strada Laio e lo uccise, arrivò a Tebe e sconfisse la sfinge che strangolava la città risolvendo l’enigma, diventò molto popolare a Tebe fino a sposare la regina, rimasta vedova, e avere da lei dei figli. Questo mito è estremamente importante no perché effettivamente il bambino voglia sposare la madre e uccidere il padre, il problema è che questi sono degli oggetti investiti con grandi valenze affettive.  Ciò che veramente conta è che l’Edipo introduce il piccolo umano in una situazione di vita, cioè dove è presente un soggetto e dove è presente un desiderio espresso da questo soggetto qualunque esso sia incontra sempre una forma di antagonismo, cioè il nostro desiderio per poter raggiungere l’oggetto tiene conto di un’interdizione, di un interdetto. Questa condizione è la condizione della vita nevrotica o meglio dalla vita normale, cioè la vita di tutti noi è fatta seguendo questa organizzazione edipica che andrebbe pensata come una sorta di organizzatore,  un complesso organizzatore del funzionamento psichico come fosse una specie di grande imbuto nel quale cadono le eccitazioni perverse e polimorfe del bambino, e finiscono per essere organizzate in un jet unico in una condizione complessa nella quale è presente sia il desiderio, sia l’oggetto che ci consentirebbe di raggiungere il piacere, sia anche la presenza di un’interdizione di qualcosa che si oppone a che noi raggiungiamo il nostro desiderio sempre e comunque in questo senso è un grande organizzatore dell’apparato psichico.