La Psicologia dello Sport

Stefano Zenaboni psicologo dello sport e psicoterapeuta, spiega cos’è la psicologia dello sport, ovvero è una area della psicologia che studia principalmente la performance sportiva e il benessere psicologico.  La psicologia dello sport può utilizzare numerose strategie che vanno ad allenare la parte della mente che si occupa proprio di prestazione sportiva. Le aree che interessano l’eccellenza nella performance sportiva sono tre:  l’area tecnico tattica che riguarda tutto lo studio delle regole e delle strategie di gioco, l’area fisico atletica che riguarda invece tutti gli aspetti muscolari e tutti gli aspetti del comportamento legato alla prestazione sportiva e l’aria mentale che riguarda tutte le tecniche e le strategie utilizzate dalla nostra mente per potenziare il risultato.  Gli strumenti utilizzati dallo psicologo dello sport possono essere diversi oltre al colloquio classico quindi osservazione delle strategie di gioco, del funzionamento mentale dell’atleta direttamente sul campo, esiste anche l’utilizzo di strumenti Nuove tecnologie sono il bio feedback o il neuro feedback che vengono impiegati soprattutto per valutare la linea base della fisiologia dell’atleta attraverso semplicemente dei cardiofrequenzimetri che valutano il battito cardiaco a riposo e anche in fase di prestazione sportiva  si possono utilizzare anche apparecchiature come il GSR la resistenza elettrica galvanica, per valutare la tensione muscolare e altre apparecchiature come l’elettroencefalogramma, ovvero la valutazione delle onde cerebrali, quindi valutare la qualità attentiva o la concentrazione dell’atleta sia sul campo che eventualmente in fase di studio nello studio del professionista. Uno strumento di nuova generazione sono gli occhiali per la realtà virtuale questi occhiali sono dei visori, che vengono applicati allo sportivo come esercizio di visualizzazione o di rilassamento,  lo sportivo si immerge in queste esperienze a 360 ° e sviluppa la sua capacità di immergersi, di visualizzarsi e di essere consapevole delle proprie sensazioni corporee aiutandolo così a sviluppare una maggiore consapevolezza delle sensazioni.

Un incontro tra psicoterapia e arteterapia

Ceci n’est pas un article, ma una premessa, appunti sparsi di una cornice che man mano riempirò sempre più di contenuti. Nel mio percorso formativo di psicoterapeuta, ho avuto modo di affrontare temi basilari, ma c’era qualcosa che nell’ attuale cultura psicologica non mi soddisfaceva del tutto. Dovevo spaziare maggiormente. I modelli psicologici a volte appaiono, per la loro storia, come se ritenessero di avere caratteristiche universali. L’arteterapia invece, attraverso la valorizzazione del patrimonio antropologico, mi è sembrata integrare la complessità culturale del soggetto. Grazie a questo percorso parallelo, ho approfondito temi come la centralità della relazione tra i corpi. Ho scoperto quanto la creatività artistica non sia una prerogativa di pochi e privilegiati “artisti”, ma una capacità diffusa e inevitabile, mai del tutto individuale. Lavorando ho compreso quanto, nella relazione d’aiuto, contino i corpi, anche quello del terapeuta. Inoltre le interazioni tra questi non necessitano esclusivamente del toccarsi. Grazie alla scoperta dei neuroni specchio e a tutti gli studi di psicofisiologia sappiamo infatti quanto queste interazioni corporee siano in grado di plasmarci reciprocamente, anche senza contatto fisico.  Se andiamo a ritroso nel tempo, ci renderemo conto che buona parte di quella che noi chiamiamo arte fosse in realtà un’arte collettiva, quindi una forma di arteterapia ante litteram. Si pensi, tra le tante testimonianze, alle pitture rupestri della Cueva de las Manos, forme d’arte anonima e condivisa, in cui l’Io del soggetto non aveva quel ruolo ipertrofico a cui siamo abituati oggi. Il nostro corpo rappresenta il frutto dinamico e attivo dell’interazione, attuale e storica, tra corpi. Per questo nell’ arteterapia secondo il metodo Lacerva, quello della scuola in cui mi sono formata, parliamo di corpo relazionale e condiviso.  “Nascere non basta”, come ricorda una poesia di Neruda e un libro di Zoja, perché il nostro corpo acquisisce la sua completa umanità solo grazie alla relazione ritmico corporea con i nostri caregiver. Un passaggio di testimone che dura da quando l’Homo Sapiens Sapiens è sulla Terra. Oggi, con gli effetti devastanti della virtualizzazione dei corpi, dobbiamo tenere in considerazione questi concetti. L’arteterapia in questo può valorizzare ulteriormente il lavoro clinico in ambito psicologico.