Le evidenze emotive

di Umberto Maria Cianciolo Le microespressioni sono movimenti facciali rapidi segnalanti l’esperienza emotiva del soggetto. Attraverso il volto è possibile rintracciare tre tipologie di segnali: 1. statici: aspetti permanenti come il colore della pelle, la struttura ossea, grandezza, forma e posizione dei lineamenti ecc. 2. a variazione lenta: riguardano cambiamenti che avvengono gradualmente nel tempo come la formazione di rughe permanenti o le alterazioni del tono muscolare o della pigmentazione della pelle; 3. rapidi: sono prodotti dai movimenti dei muscoli facciali che producono variazioni temporanee nell’aspetto del viso, come cambiamenti di forma e posizione dei lineamenti (es. sollevare le sopracciglia). Tra questi, quelli “rapidi” sono di certo quelli a cui prestare più attenzione nello studio delle emozioni. Questi cambiamenti passano velocissimi sul viso, si manifestano per due o tre secondi, se non per frazioni di secondo e vengono denominati dagli autori “microespressioni” (Ekman e Friesen, 2003, p. 25). Del resto, differenziamo un’emozione da un sentimento, o da uno stato d’animo, proprio per la sua connotazione di transitorietà. Difatti, la ricerca dimostra che proprio da questi segnali “rapidi” è possibile individuare esattamente l’emozione corrispondente nonché distinguere ciascuna delle emozioni di base dalle loro mescolanze (Ekman e Friesen, 2003). Gli stati d’animo sono comunque affini alle emozioni: i primi, come detto, hanno una durata maggiore rispetto alle seconde, per quanto per tutto il periodo è possibile che compaia sul volto una mimica emotiva corrispondente; inoltre, lo stato d’animo può manifestarsi visivamente attraverso la frequenza con cui “la corrispondente mimica completa compare e scompare sul viso” (Ekman e Friesen, 2003, p. 22). Inoltre, rispetto al riconoscimento emotivo, Ekman e Friesen (2003) ci dicono che i segnali “statici” ed “a lenta variazione” possono influire sulle implicazioni di un messaggio emotivo: “Se i segnali facciali rapidi ci dicono che una persona è arrabbiata, la nostra impressione sul perché è arrabbiata e su quello che può fare dipende in parte da quello che ci dicono gli altri segnali (statici e lenti) circa la sua età, razza, sesso, personalità, temperamento e carattere” (Ekman e Friesen, 2003, p. 21). I segnali che abbiamo definito “rapidi” inviano anche messaggi definiti “emblematici” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). Si tratta di movimenti specifici comprensibili all’interno di un sistema culturale, o sub-culturale, di riferimento: strizzare l’occhio, fare cenni con il capo per il “sì” o il “no”. Vi sono, a tal proposito, degli emblemi che possono essere definiti “emotivi”, perché il messaggio che trasmettono riguarda un’emozione. Questi emblemi somigliano alla mimica dell’emozione corrispondente ma ne differiscono abbastanza, tanto che la persona che osserva colui il quale li sta producendo è in grado di comprendere che quest’ultimo non sta provando quell’emozione ma la sta semplicemente nominando: “Per esempio, un emblema emotivo del disgusto è arricciare il naso, che è una parte della mimica del disgusto. Quando si usa come emblema si presenta da solo, quasi senza sollevare il labbro superiore, e compare e scompare molto rapidamente, cosicché non si può confonderlo con l’espressione autentica dell’emozione. Il messaggio è: <<Fa schifo (ma non è che lo provi in questo momento)>>” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). E ancora, i segnali “rapidi” sono utilizzati anche come punteggiatura, introducendo nel discorso verbale accenti, virgole e punti fermi. Dunque, appurato che il nostro volto veicola evidenti segnali rappresentanti le emozioni (le microespressioni) per quale motivo i soggetti non riescono a individuarle? Una prima risposta a questa domanda potrebbe riguardare, come già accennato, il fatto che le microespressioni compaiano e scompaiano sul viso in brevissimo tempo: questo breve lasso di tempo in cui si manifestano rende comprensibilmente necessario un allenamento affinché le si possano individuare sul viso della persona osservata. Difatti, è raro che le microespressioni arrivino a durare sino a cinque o dieci secondi, se non quando ci troviamo di fronte ad un sentimento intenso, comunque accompagnato sempre da una manifestazione vocale, dal pianto, dal riso, da un grido o da parole (Ekman e Friesen, 2003). Inoltre, le mimiche molto prolungate spesso non sono espressioni autentiche di un’emozione, ma esagerazioni della stessa, simulazioni che il soggetto compie per ingannare l’interlocutore; simulazione che l’interlocutore stesso sarà in grado di smascherare. A volte, però, le esagerazioni non sono simulazioni: possono rappresentare, da parte del soggetto che le produce, un tentativo di manifestare un’emozione vera prendendone le distanze. Gli autori (Ekman & Friesen, 2003), riportano un esempio: abbiamo accettato di partecipare ad un’impresa che si rivela più rischiosa del previsto. Potremmo, allora, esibire esageratamente un’espressione terrorizzata e il nostro compagno d’avventura potrebbe approfittarne per manifestare anche i suoi dubbi oppure ridere di noi; in questo secondo caso potremmo però affermare che stavamo giocando, che stavamo fingendo per mettere l’altro alla prova. Una seconda risposta alla domanda la si potrebbe rintracciare in norme sociali di buona educazione. È raro, infatti, che guardiamo di continuo l’interlocutore durante una conversazione perché non vogliamo mettere in imbarazzo l’interlocutore o noi stessi: se volesse comunicarci il suo stato emotivo lo direbbe a parole, altrimenti rischieremmo di invadere i confini convenzionali. “Guardare fissa una persona in volto è una mossa intima. Possiamo prenderci questa libertà solo se l’altro ci autorizza esponendosi al pubblico, o se il nostro ruolo sociale (di interrogante, giurato, genitore, datore di lavoro ecc.) ce lo consente – oppure quando esplicitamente cerchiamo l’intimità, invitando l’altro a ricambiare lo sguardo” (Ekman e Friesen, 2003, p. 28). Decidiamo di non guardare in viso l’interlocutore anche per evitare di avere obblighi nei suoi confronti e/o per poter fingere di non sapere: se guardassimo il volto di una persona che mostra rabbia, saremmo allora costretti a chiederci se è per causa nostra. E ancora, la scelta di non guardare il volto dell’interlocutore potrebbe essere il prodotto di un apprendimento avvenuto nel corso dell’infanzia: abbiamo imparato molto precocemente, che è conveniente non guardare certe espressioni sul volto, chiunque le manifesti: “Un bambino, per esempio, impara che è pericoloso guardare il babbo quando è arrabbiato e che è sempre meglio distogliere gli occhi dalle facce incollerite” (Ekman e Friesen, 2003, p. 29). Secondo Ekman e Friesen (2003),