STUPRI DI GUERRA: QUANDO SONO I CORPI AD ESSERE INVASI E CONQUISTATI

di Carola Battistelli La guerra in Ucraina sta provocando conseguenze drammatiche a livello umanitario. Si contano oltre 3 milioni e mezzo di profughi in fuga dal paese e i numeri sono destinati ad aumentare vertiginosamente con la prosecuzione del conflitto.Tra gli orrori commessi in tempo di guerra, c’è la pratica di stuprare o rapire donne e bambine per sfruttarle sessualmente. Parliamo di una pratica, di atti prevaricanti e de-umanizzanti che vengono sferrati ai danni della popolazione femminile e, simbolicamente, dell’intera nazione.Lo stupro è un atto di violenza carnale fondato su una sostanziale asimmetria di potere, che vede la donna in una posizione di subordinazione e sottomissione di fronte alla volontà dell’uomo. Si tratta di una delle forme di violenza più estreme, della punta di un Iceberg che si regge su una base sommersa, non immediatamente visibile e che contribuisce al prosperare degli stereotipi di genere. Parliamo, pertanto, della violenza di genere come un fenomeno strutturale e sistemico, che si origina dalla diseguaglianza negli aspetti più impliciti e quotidiani (pubblicità e linguaggio sessista, invisibilità, annullamento etc.) fino ad arrivare a manifestazioni emergenti più esplicite (aggressioni fisiche, stupri, omicidi etc.).Quando lo stupro avviene durante una guerra assume delle caratteristiche particolari che meritano ulteriori riflessioni. Innanzitutto, è bene esplicitare che si tratta di una violenza che offusca ogni faziosità, trattandosi di una violazione dei diritti umani che avviene trasversalmente a prescindere dal fronte in cui si combatte. È, inoltre, un atto violento che ha caratterizzato ogni conflitto storico conosciuto, a conferma della radicalizzazione della problematica. Vi sono testimonianze raccapriccianti risalenti alla seconda guerra mondiale, al conflitto tra Bangladesh e Pakistan, ai movimenti di resistenza delle donne curde, al conflitto interno guatemalteco, alla repressione subita ai danni delle donne afghane, alla guerra in ex-Jugoslavia, al genocidio ruandese… L’elenco potrebbe continuare a lungo.In quest’ottica, la guerra avrebbe portato alla luce, in forma assoluta ed estrema, lo schema relazionale diseguale tra uomini e donne, modelli asimmetrici già presenti nella società esacerbati dalla brutalità del conflitto e dal diffuso meccanismo del disimpegno morale messo in atto dai combattenti.Per anni lo stupro in guerra è stato considerato un atto deviante del singolo, un’infausta conseguenza dell’astinenza prolungata degli uomini al fronte, interpretazioni che hanno contribuito a ridurre la soggettività della donna a un mero oggetto di gratificazione sessuale in balia dei bisogni biologici dell’uomo. Ad oggi, lo stupro è considerato un’arma di guerra usata per colpire il corpo femminile, che diventa un campo di battaglia (Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018). Lo stupro è un attacco violento alla dignità della persona volto a minarne l’autodeterminazione e il senso di prevedibilità della vita, è un’esperienza soverchiante in cui ci si sente impotenti, senza alcun controllo sul proprio corpo.Parliamo di un corpo invaso, di un’intimità lacerata. Il corpo delle donne diviene simbolo della nazione, territorio che gli uomini sono chiamati a proteggere, pena la perdita del loro onore. Se il nemico passa il confine, invade irreversibilmente un “territorio corporeo” evidenziandone la vulnerabilità, lo conquista come fosse una sua proprietà naturale, lasciando la soggettività che vi abita in balia di un’imprevedibilità traumatica. Lo stupro, così, colpisce la donna e, in misura differente, anche l’uomo, incapace di aver tutelato i “propri” confini e di proteggere lei, donna-nazione, disonorando il suo stesso territorio: una logica patriarcale che calpesta la soggettività, la vita stessa, chiamando in causa dimensioni del potere più ampie e complesse.L’incapacità di dare un senso a questo evento dirompente produce una discontinuità esistenziale, una frattura nel proprio senso identitario che impedisce il riscatto della donna, che rimane paralizzata in un ricordo non verbalizzabile. Molte delle donne che hanno subito uno stupro hanno sviluppato una bassaautostima, una sessualità traumatizzata dall’essere state oggettivate, non si sentono degne e odiano il loro corpo; non di rado presentano ideazioni auto/ etero aggressive e/o tratti impulsivi.Quando da uno stupro si genera una vita le conseguenze psicologiche e sociali sono ancora più drammatiche. In questi casi, spesso le donne sono vittime di un’ulteriore violenza: lo stigma sociale e l’ostracismo da parte della loro comunità. In quest’ottica, partorire un essere umano figlio del nemico vuol dire aver contaminato irreparabilmente la propria etnia, è la manifestazione più tangibile della sconfitta, della distruzione della comunità (Flavia Lattanzi, giudice del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il Ruanda). Questo aspetto è un’ulteriore ragione che spinge le donne a tacere, impedendogli di fatto alternative esistenziali dignitose e contribuendo a rendere il fenomeno di difficile emersione.Gli stupri di guerra rappresentano, pertanto, un crimine contro l’umanità presente fin dai tempi antichi, caratterizzato da una forte dimensione di genere. Tuttavia, è altrettanto vero che la violenza sessuale è un fenomeno che riguarda tutti. Ci sono, infatti, testimonianze di uomini abusati sessualmente dalle truppe nemiche, colpiti nella loro virilità e resi vulnerabili. Anche questi delitti il più delle volte rimangono impuniti per il tabù che caratterizza l’abuso sessuale sugli uomini, aspetto che rende difficile una reale documentazione sul fenomeno.Per quanto la guerra possa essere percepita come lontana a livello psicologico, la situazione in Ucraina ha scosso inevitabilmente l’Europa ricordandole che, al di là dello schermo televisivo e a pochi chilometri dai suoi confini, ci sono corpi lacerati, de-umanizzati. Riconoscere nello stupro un delitto contro i diritti umani è dare voce al dolore di chi lo ha subito, vuol dire assumersi una responsabilità nei confronti delle vittime, in ogni luogo e tempo in cui avvengano simili soprusi. Bibliografia e SitografiaBianchi, B. (2009). Genere, nazione, militarismo. Gli stupri di massa nella storia del Novecento e nella riflessione femminista. Numero monografico della rivista DEP. vol. 10, pp. I-320.Brownmiller, S. (1975). Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale. Milano: Bompiani.Ivekovic, R., Mostov J. (2003). From Gender to Nation. Ravenna: Longo.Licciardello, O.; Cardella M. G. (2017). Alla base dell’iceberg. La rappresentazione della violenza sessuale tra atteggiamenti di superficie e sfondo. Milano: Angeli ED.Osorio, T. (2022). Ucraina, gli stupri di guerra sugli uomini sono un tabù. https://www.globalist.it/world/2022/03/24/ucraina-gli-stupri-di-guerra-sugli-uomini-sono-un-tabu-lesperto-spiega-il-perche/ Consultato il 31/03/2022
L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.