Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono. Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.
Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.