Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!

LA SOLITUDINE PUÒ AIUTARE. A SENTIRSI MENO SOLI

Ho avuto la fortuna, anni fa, di assistere di persona agli studi di Elizabeth Fivaz, storica collaboratrice di Stern, sulla prima infanzia. Ricordo che mi aveva molto colpita l’azione naturale, messa in atto da bambini di pochi mesi, di sottrarsi periodicamente, durante un’interazione sociale, al contatto visivo con l’interlocutore, in modo da autoregolarsi e calmare le emozioni. Il piccolo o la piccola, che interagivano con uno o entrambi i genitori nel gioco triadico di Losanna, ad un certo punto distoglievano lo sguardo e giravano la testa, come per riprendersi da troppa sollecitazione; per poi tornare poco dopo a coinvolgersi nell’attività, con rinnovato piacere e maggiore serenità. Un meccanismo di autoregolazione potente e utile, che va osservato e rispettato. I bambini in età scolare, ad esempio, come hanno notato altri ricercatori, tendono ad allontanarsi dopo un compito cognitivamente o socialmente impegnativo, iniziando attività solitarie, come leggere o disegnare. Crescendo, fino a raggiungere il culmine in adolescenza, quando i ragazzi passano gran parte del tempo nella propria stanza da soli, i bambini hanno bisogno di sperimentare, in maniera crescente, sempre più ampi momenti di solitudine. Una solitudine che permette di metabolizzare le emozioni più forti e di sperimentarsi con sé stessi in maniera gradualmente maggiore, fino al tipico isolamento dell’adolescente, alla ricerca di una identità e di una collocazione propria nel mondo. Questi spazi di solitudine avvenivano regolarmente nei secoli passati della storia dell’umanità, anche come risultato di una scarsa attenzione al mondo dell’infanzia. Secondo Kristen Lashua, storica della Vanguard University, il cambiamento nel mondo occidentale è iniziato intorno alla metà del ventesimo secolo, quando gli adulti hanno iniziato a vedere i propri figli come vulnerabili e il mondo intorno a loro come potenzialmente pericoloso. Così la norma si è attestata verso una stretta supervisione dei bambini piccoli in ogni momento, per garantire loro sia la sicurezza fisica che il successo futuro, favorendo attività che possano sviluppare abilità specifiche e competenze sociali. Il risultato? Per certi versi molto positivo, ovviamente. Oggi i bambini (parliamo naturalmente di occidente e di situazioni non problematiche dal punto di vista economico e sociale) sono più liberi della maggior parte dei bambini nel corso della storia; e sono infinitamente più considerati, accuditi, protetti. Ma sono spesso molto sorvegliati e inglobati in attività pianificate. Il tempo “da soli” è praticamente ridotto a pochi minuti al giorno. Molti genitori percepiscono i momenti liberi nelle giornate dei propri figli come un vuoto da riempire. Così, sempre più frequentemente, vediamo bambini con agende fittissime di impegni, che impediscono loro di avere momenti di solitudine utili alla crescita emotiva e cognitiva. È stato infatti dimostrato da diversi studi che anche il gioco da soli dovrebbe avere uno spazio dedicato, perché aiuta a sviluppare concentrazione e capacità di progettazione. Le ricerche suggeriscono che, quando una ragazza o un ragazzo chiedono e ottengono di passare del tempo da soli, manifestano maggiore autonomia, motivazione e profitto scolastico. Gli spazi di solitudine, quando non sono imposti, ma sono cercati e desiderati dai ragazzi e accettati dagli adulti di riferimento, consentono anche di regolare le emozioni e di riconoscerle meglio, migliorando le competenze individuali di gestione degli stati d’animo negativi. Ricordare che può far bene un tempo di sospensione da una socializzazione continua o da attività fittamente pianificate è un buon modo per i genitori di rispettare gli spazi dei propri figli. A beneficio di entrambe le generazioni e dei giovani individui in età evolutiva.