Il soggetto Psicopatico: psicomicrotraumi e psicotraumi nella sequenza delle dinamiche interne.

di Elisabetta Forte L’autrice intende presentare un’ipotesi progettuale basata sull’individuazione delle sequenze di fenomeni e di eventi psicomicrotraumatici e delle sequenze di fenomeni ed eventi psicotraumatici riscontrabili nel vissuto soggettivo dell’individuo psicopatico e su come queste sequenze si associno e s’intersechino, dando vita ad un terreno fertile in cui si sviluppa l’eziopsicopatogenesi del disturbo. La visuale teorico-metodologica ha una caratterizzazione psicodinamica psicoevoluzionista, che si riflette nell’individuazione di fenomeni ed eventi specifici, quali quelli psicotraumatici e quelli psicomicrotraumatici (Frateschi M., 2021). Interesse particolare tematico è dato dal riconoscere la dinamica, gli stadi e i processi evolutivi per comporre una valutazione del vissuto e delle esperienze soggettive. Gli strumenti utilizzati nella definizione del quadro metodologico comprendono il DSM-5, il PDM-2, la PCL-R, il test proiettivi del carta e matita e infine i criteri di valutazione con i parametri della sequenza dei fenomeni e degli eventi psicomicrotraumatici e psicotraumatici. Nella presente ipotesi progettuale, che si colloca all’interno dell’ambito della prevenzione primaria, si utilizzano come strumenti conoscitivi-informativi e di intervento per la formazione, lezioni frontali di stampo teorico, unite a dinamiche di gruppo nelle quali verranno effettuate esercitazioni, come il role-playing, il role-taking, e le simulazioni. La finalità dell’ipotesi è di produrre un contributo tematico scientifico e tecnico che possa fornire conoscenze sulla natura di alcuni disturbi, nello specifico sui disturbi di personalità che causano devianza comportamentale e conducono all’ acting out criminoso e anche riconoscere tratti clinicamente significativi in soggetti che potrebbero essere affetti da tale disturbo della personalità. Inoltre, quanto posto come ipotesi ha carattere preventivo, anche nell’ottica di delineare le dinamiche e i processi interni del soggetto psicopatico attraverso un metodo psicodinamico psicoevoluzionista (Frateschi M., 1988-2021). Parole chiave Psicomicrotrauma, psicotrauma, psicoevoluzione, psicopatia, psicodinamica psicoevoluzionista. Un particolare tema sulla prevenzione primaria psicologica riguarda il riconoscimento della dinamica, degli stadi e dei processi evolutivi normali differentemente da quelli patologici per gli individui e per le comunità. Un quadro di riferimento psicodinamico iniziale è fornito da quanto sostenuto da Gabbard (2015) che, in Psichiatria Psicodinamica, afferma: «I pazienti antisociali sono forse i più studiati tra gli individui con disturbi di personalità, ma sono anche quelli che i clinici tendono a evitare di più. Nella situazione terapeutica questi pazienti possono mentire, ingannare, rubare, minacciare e mettere in atto qualsiasi altro comportamento irresponsabile. Sono stati definiti come “psicopatici”, “sociopatici” affetti da “disturbi del carattere”, termini che in psichiatria sono associati all’incurabilità. Qualcuno potrebbe persino affermare che tali pazienti dovrebbero essere considerati criminali e non essere inclusi nell’ambito della psichiatria. L’esperienza clinica, tuttavia, suggerisce che l’etichetta asociale è applicata a un ampio spettro di pazienti, da quelli totalmente trattabili a quelli che sono curabili in determinate condizioni. L’esistenza di quest’ultimo gruppo rende necessaria un’approfondita comprensione di questi pazienti, tale da garantire il miglior trattamento possibile agli individui che possono essere aiutati. Nel suo classico lavoro del 1941, The Mask of Sanity, Hervey Cleckley ha fornito la prima descrizione clinica esauriente di questi pazienti. Come suggerisce il titolo, Cleckley considerava lo psicopatico come un individuo non palesemente psicotico, ma con comportamenti così caotici e cosi scarsamente in sintonia con le richieste della realtà e della società, da indicare la presenza di una psicosi sottostante. Anche se gli psicopatici sembravano capaci di stabilire rapporti interpersonali superficiali, erano completamente irresponsabili in tutte le loro relazioni e non avevano nessun rispetto per i sentimenti o le preoccupazioni degli altri. Nei decenni successivi alla pubblicazione del pionieristico lavoro di Cleckley il termine ” psicopatico ” è caduto progressivamente in disuso. Per un certo periodo è stato usato il termine ” sociopatico”, che sottolineava le origini sociali piuttosto che psicologiche di alcune delle difficoltà presentate da questi individui. Dalla pubblicazione, nel 1968, del secondo Manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association (DSM-II), l’espressione “personalità antisociale” è diventata la denominazione preferita. Con la pubblicazione del DSM-III (American Psychiatric Association, 1980) il disturbo antisociale di personalità è stato significativamente modificato rispetto alla descrizione originale di Cleckley. I criteri del DSM –III hanno fornito maggiori particolari diagnostici rispetto a quelli di qualunque altro disturbo di personalità, ma hanno ristretto il punto focale del disturbo a una popolazione criminale verosimilmente connessa con ceti sociali inferiori oppressi ed economicamente svantaggiati. Alcuni ricercatori hanno rilevato che quando i criteri del DSM- III venivano applicati a criminali in carcere, nella maggior parte dei casi (50-80 %) era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità. Risultati nettamente diversi si ottenevano invece utilizzando criteri diagnostici più strettamente in accordo con la descrizione tradizionale di Cleckley, in cui erano enfatizzati gli aspetti psicopatologici . Per esempio, se veniva usata la Psychopathy Checklist-Revised di Hare (PCL – R) , soltanto nel 15-25 % dei casi i detenuti esaminati risultavano classificabili come psicopatici. In uno studio su 137 donne dipendenti da cocaina che avevano richiesto un trattamento era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità secondo i criteri del DSM in oltre il 25 % dei casi , ma soltanto nell’1,5 % di queste donne poteva essere diagnosticato un moderato livello di psicopatia secondo la PCL – R . Questo strumento si basa su valutazioni cliniche esperte piuttosto che su informazioni autoriportate, e include aspetti come irresponsabilità, impulsività, mancanza di obiettivi realistici a lungo termine, comportamenti sessuali promiscui, precoci problemi di comportamento, stile di vita parassitico, durezza e mancanza di empatia, affettività superficiale, assenza di rimorso o di colpa, bisogno di stimolazioni e tendenza alla noia, senso grandioso di autostima, spigliatezza associata a un fascino superficiale. Nel corso degli ultimi anni il termine psicopatico è tornato ad avere una certa popolarità come definizione diagnostica che implica particolari caratteristiche psicodinamiche e biologiche, che non trovano riscontro nei criteri del DSM-5 per il disturbo antisociale di personalità. Il termine psicopatia, come definito da Hare, pone enfasi sui tratti elencati in precedenza, che comprendono caratteristiche interpersonali/psicodinamiche da un lato e comportamenti antisociali dall’altro. Sebbene queste due componenti siano ovviamente correlate, in alcuni individui possono presentarsi separatamente. Certi individui possono manifestare mancanza di empatia e grandiosità ed essere duri e manipolatori, ma non avere i problemi comportamentali delineati