Quando l’Altro non può esistere. Femminicidio e adolescenza tra possesso, angoscia e fallimento della separazione

Il tema dei femminicidi in adolescenza interroga in modo radicale il nostro modo di pensare il legame, il desiderio e la violenza. Quando la violenza estrema irrompe così precocemente nella vita di un soggetto, non ci si trova di fronte a un gesto improvviso o incomprensibile, ma all’esito tragico di dinamiche che hanno trovato nella relazione affettiva il loro punto di collasso. L’adolescenza, tempo di costruzione dell’identità e di ridefinizione del rapporto con l’Altro, diventa in questi casi il luogo di un fallimento profondo della separazione. L’adolescenza è una fase in cui il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’irruzione del desiderio sessuale. Il legame amoroso assume spesso un valore assoluto: l’Altro viene investito come garanzia identitaria, come risposta al vuoto, come sostegno narcisistico. Quando questo investimento non tollera la differenza e l’autonomia dell’Altro, il legame rischia di trasformarsi in possesso. L’Altro non è più riconosciuto come soggetto separato, ma come oggetto necessario alla propria tenuta psichica. In molte storie di violenza di genere in adolescenza emerge una difficoltà profonda a sostenere la frustrazione, il limite, la perdita. La separazione viene vissuta come annientamento, il rifiuto come umiliazione intollerabile, l’autonomia dell’Altro come minaccia radicale. La violenza diventa allora una risposta estrema all’angoscia di dissoluzione: eliminare l’Altro per non essere lasciati, distruggere ciò che rende visibile la propria mancanza. Queste dinamiche rimandano a un rapporto patologico con la mancanza. L’Altro viene caricato di una funzione totalizzante, chiamato a colmare un vuoto che non può essere colmato. Quando questa funzione viene meno, l’angoscia non trova parole né rappresentazioni e si traduce in agito distruttivo. L’atto violento tenta di ristabilire un controllo assoluto là dove il soggetto sperimenta una perdita insopportabile. La dimensione narcisistica gioca un ruolo centrale. L’Altro è vissuto come estensione del Sé, come specchio indispensabile per mantenere un’immagine di sé coerente. La rottura del legame non rappresenta solo una perdita affettiva, ma una ferita narcisistica che mette a rischio l’identità stessa. In questo senso, il femminicidio non è un gesto “passionale”, ma un tentativo di cancellare l’esperienza della dipendenza e della mancanza. Anche il rapporto con il femminile è profondamente implicato. Il femminile, inteso come alterità, viene vissuto come enigmatico, non controllabile, perturbante. La soggettività dell’altro sesso mette in crisi l’illusione di dominio e di completamento. La violenza si configura allora come tentativo di ristabilire un controllo totale là dove il soggetto non riesce a tollerare l’opacità del desiderio dell’Altro. Questi esiti estremi non nascono nel vuoto. Si inscrivono in storie segnate da modelli relazionali disfunzionali, incapacità di simbolizzare le emozioni, fragilità nell’elaborazione della perdita, ma anche in un contesto culturale che fatica a offrire narrazioni alternative al possesso e alla fusione. Quando l’educazione affettiva è assente o ridotta a prescrizioni morali, il soggetto resta solo di fronte a emozioni che non sa pensare. La clinica mostra come la violenza non emerga improvvisamente, ma sia spesso preceduta da segnali riconoscibili: gelosia estrema, controllo, isolamento del partner, incapacità di accettare il rifiuto, vissuti persecutori. Questi segnali non vanno banalizzati come dinamiche relazionali “normali”, ma letti come indicatori di una fragilità profonda del legame e dell’organizzazione soggettiva. L’intervento non può limitarsi alla condanna dell’atto, pur necessaria, ma deve interrogare ciò che rende possibile una simile deriva. Offrire agli adolescenti spazi di parola in cui la frustrazione, la perdita e il desiderio possano essere pensati rappresenta una delle forme più radicali di prevenzione. È nel tempo dell’ascolto che il soggetto può imparare a separarsi senza distruggere, a perdere senza annientarsi. Pensare i femminicidi in adolescenza significa sottrarli sia alla logica dell’eccezionalità sia a quella della normalizzazione. La violenza estrema segnala un fallimento simbolico del legame, un punto in cui la relazione non ha trovato altri modi di esistere se non nella distruzione. Solo restituendo dignità alla complessità del legame, al lavoro della separazione e alla fatica del desiderio, è possibile aprire uno spazio in cui l’Altro possa esistere senza essere posseduto o annientato. È in questa direzione che il lavoro clinico, preventivo e culturale è chiamato a muoversi, soprattutto quando l’adolescenza mostra il suo volto più tragico.