Adolescenti e Identità: Capirsi o etichettarsi?

«Forse sono ADHD.» «Credo di avere l’ansia sociale.» «Ho visto un video e mi sono riconosciuto in tutto.» Sempre più adolescenti utilizzano social e contenuti online per cercare spiegazioni a ciò che provano. A volte incontrano parole che sembrano descrivere perfettamente esperienze rimaste fino a quel momento confuse. E questa ricerca non va necessariamente demonizzata. Trovare una spiegazione può essere utile. Può aiutare un ragazzo a sentirsi meno solo, a dare un nome a qualcosa che prima non riusciva a comprendere e, soprattutto, a sentirsi finalmente riconosciuto. Il problema può nascere quando una spiegazione smette di essere un punto di partenza e diventa una conclusione definitiva. Quando finalmente qualcosa sembra avere senso L’adolescenza è un periodo in cui molte domande sull’identità restano ancora aperte. Non è sempre facile capire chi si è, perché si reagisce in un certo modo o perché alcune esperienze sembrano più difficili che per gli altri. In questo contesto, un’etichetta può offrire qualcosa di molto prezioso: una risposta. A volte persino una risposta negativa può sembrare preferibile all’incertezza. Sentirsi dire, o convincersi, di essere «fatti così» può essere doloroso, ma può anche dare una forma a qualcosa che prima appariva confuso. Il rischio è che, nel tentativo di capire una parte di sé, si finisca per ridurre tutta la propria identità a quella sola spiegazione. La ricerca di conferme Quando un ragazzo formula un’ipotesi su di sé, difficilmente inizia una ricerca completamente neutrale. Se pensa di avere un determinato problema, tenderà naturalmente a cercare contenuti che parlano proprio di quello. L’algoritmo, a sua volta, inizierà a proporre sempre più contenuti simili. Si incontrano testimonianze nelle quali ci si riconosce, descrizioni che sembrano familiari e persone che raccontano esperienze molto vicine alle proprie. Poco alla volta, l’ipotesi iniziale può trasformarsi in una certezza. Non necessariamente perché sia falsa, ma perché la ricerca rischia di diventare sempre più selettiva. La ricerca di una risposta può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, nella ricerca di conferme. È come guardare la propria esperienza attraverso un collo di bottiglia: tutto ciò che conferma la nostra ipotesi passa, mentre ciò che potrebbe complicarla o suggerire altre spiegazioni resta fuori. Capire non significa etichettarsi Le parole psicologiche possono essere strumenti preziosi. Possono aiutare a riconoscere un disagio e, quando necessario, a chiedere aiuto. Ma una parola non dovrebbe esaurire la complessità di una persona. Dire «provo ansia» non è la stessa cosa che pensare «sono un ansioso». Avere difficoltà di concentrazione non significa che ogni aspetto della propria esperienza possa essere spiegato da una sola ipotesi. Capire sé stessi richiede anche la possibilità di rimanere aperti. Di cambiare idea. Di scoprire che due esperienze apparentemente simili possono avere origini diverse. Il ruolo degli adulti: riaprire le domande Di fronte a un adolescente che arriva con un’autodiagnosi, la reazione più semplice potrebbe essere quella di negarla immediatamente. «Hai letto troppo su Internet.» «Non credere a tutto quello che vedi.» Ma liquidare la sua ricerca rischia di far perdere una domanda molto più importante: Che cosa hai trovato in quella spiegazione che ti ha fatto sentire finalmente compreso? Dietro un’etichetta può esserci il bisogno di sentirsi riconosciuti, di smettere di sentirsi sbagliati o semplicemente di trovare un significato a ciò che si sta vivendo. Il compito degli adulti non è togliere ai ragazzi le parole con cui cercano di capirsi. È aiutarli a usarle come ipotesi e non come sentenze. Perché comprendere sé stessi è importante. Ma crescere significa anche scoprire che siamo sempre qualcosa di più della prima spiegazione che abbiamo trovato per definirci. Bibliografia Foster, A., & Ellis, N. (2024). TikTok-inspired self-diagnosis and its implications for educational psychology practice. Educational Psychology in Practice, 40(4), 491–508. https://doi.org/10.1080/02667363.2024.2409451 Corzine, A., & Roy, A. (2024). Inside the black mirror: Current perspectives on the role of social media in mental illness self-diagnosis. Discover Psychology, 4, 40. https://doi.org/10.1007/s44202-024-00152-3  Armstrong, S., Osuch, E., Wammes, M., Chevalier, O., Kieffer, S., Meddaoui, M., & Rice, L. (2025). Self-diagnosis in the age of social media: A pilot study of youth entering mental health treatment for mood and anxiety disorders. Acta Psychologica, 256, 105015. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.105015