
L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi.
Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo.
L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire.
La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere.
In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione.
In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione.
Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili.
Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato.
Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento.
L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.


