Attraversare insieme. L’adolescenza come valico psichico per figli e genitori

L’adolescenza non è soltanto un passaggio per chi la attraversa in prima persona. È un vero e proprio valico psichico che coinvolge simultaneamente figli e genitori, mettendo in crisi assetti relazionali, identificazioni e modalità di legame che fino a quel momento avevano garantito una certa stabilità. Quando un adolescente cambia, anche il genitore è chiamato a riorganizzare la propria posizione: non più garante onnipotente, ma neppure spettatore passivo di un processo che spesso appare disorientante e doloroso.

Questo passaggio non avviene senza attriti. Il corpo che cresce, la sessualità che irrompe, la spinta alla separazione rendono necessario un riassetto dei confini psichici. L’adolescente è impegnato nel lavoro di soggettivazione, mentre il genitore è confrontato con una perdita: la perdita del bambino immaginato, della relazione di dipendenza che strutturava il legame, di un posto definito. È in questo scarto che emergono molte delle difficoltà che portano alla consultazione clinica.

Nel lavoro con gli adolescenti, la presenza dei genitori non può essere considerata un elemento accessorio. Il sintomo del figlio si iscrive sempre in un campo relazionale e simbolico più ampio. Acting out, ritiro, dipendenze, sintomi somatici o difficoltà scolastiche interrogano non solo il soggetto adolescente, ma anche il modo in cui il legame familiare tollera la trasformazione e la separazione. L’adolescenza diventa così un passaggio di valico per l’intero sistema, un punto di crisi che può aprire a nuove possibilità o irrigidirsi in conflitti ripetitivi.

L’intervento clinico con i genitori richiede una teoria della tecnica specifica. Non si tratta di educare o correggere le pratiche genitoriali, né di allearsi con il figlio contro l’autorità. Il lavoro clinico mira piuttosto a offrire uno spazio in cui i genitori possano interrogare la propria posizione, riconoscere le proprie angosce e rimettere in gioco il rapporto con l’Altro incarnato dal figlio che cambia.

Il setting con i genitori costituisce un dispositivo particolarmente delicato. Deve essere sufficientemente separato da quello dell’adolescente, pur restando in relazione con esso. Colloqui dedicati, tempi e spazi specifici, una chiara distinzione dei ruoli permettono di evitare confusioni e collusioni. Il setting non è un luogo di restituzione del materiale del figlio, ma uno spazio di elaborazione della posizione genitoriale.

Spesso i genitori arrivano portando una domanda urgente: fermare il comportamento problematico, riportare il figlio alla normalità, ristabilire un ordine perduto. Il lavoro clinico consiste nel trasformare questa richiesta in una domanda diversa, che riguarda il legame e non soltanto il sintomo. Ciò implica sostenere l’angoscia senza rispondervi in modo immediatamente adattivo, permettendo che emerga ciò che il cambiamento adolescenziale riattiva nella storia soggettiva del genitore.

Dal punto di vista tecnico, è fondamentale che il clinico mantenga una posizione non giudicante e non prescrittiva. Interpretazioni premature o indicazioni normative rischiano di rinforzare sentimenti di colpa o di impotenza, irrigidendo ulteriormente la relazione. Il lavoro procede piuttosto attraverso micro-spostamenti: nominare ciò che è difficile da tollerare, restituire al genitore la possibilità di non sapere, introdurre una distanza tra il comportamento del figlio e l’identità genitoriale.

L’adolescenza mette spesso i genitori di fronte al proprio rapporto con il limite, con la perdita e con il desiderio. Alcuni faticano a lasciare andare, altri si ritirano troppo presto; alcuni rispondono con un eccesso di controllo, altri con una delega totale. L’intervento clinico non mira a stabilire quale sia la giusta distanza, ma a permettere che questa distanza possa essere pensata e modulata, invece che agita.

Quando il setting con i genitori tiene, esso diventa un sostegno fondamentale anche per il lavoro con l’adolescente. Non perché i genitori debbano collaborare in senso adattivo, ma perché possono occupare una posizione meno angosciata, meno intrusiva, più simbolicamente disponibile. In questo modo, il passaggio adolescenziale può svolgersi senza che il sintomo debba farsi carico di tutto il peso della trasformazione.

L’adolescenza, come ogni valico, espone al rischio di smarrimento, ma anche alla possibilità di un cambiamento profondo. Accompagnare figli e genitori in questo attraversamento significa sostenere una doppia trasformazione: quella del soggetto che cresce e quella dell’Altro che deve rinunciare a essere ciò che era. È in questa reciproca riorganizzazione che il lavoro clinico trova il suo senso più autentico.