Dipendenze: Ricadere non significa tornare indietro

Quando una persona che sta affrontando un percorso di uscita dalla dipendenza ricade, la prima sensazione è spesso quella di essere tornata al punto di partenza. “Dopo tutto quello che ho fatto, sono di nuovo qui.” La ricaduta sembra cancellare il percorso fatto fino a quel momento. Gli sforzi, le rinunce, le consapevolezze acquisite sembrano perdere improvvisamente valore. E insieme alla ricaduta arriva spesso il senso di colpa, che può alimentare proprio quel circolo vizioso di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente: ricado, mi sento in colpa, cerco di nascondere o anestetizzare quel sentimento attraverso la sostanza o il comportamento, e così la situazione peggiora. Ma c’è un altro modo di guardare alla ricaduta. La ricaduta non arriva dal nulla Una ricaduta difficilmente “capita” semplicemente. Questo non significa negare l’importanza delle circostanze. Un determinato luogo, incontrare alcune persone, vivere una situazione particolarmente stressante o ritrovarsi in un contesto associato al comportamento di dipendenza possono aumentare il rischio. Ma questi elementi, da soli, non spiegano tutto. La ricaduta viene spesso costruita attraverso una sequenza di piccoli passaggi. Un litigio che si alimenta, una situazione che viene cercata o provocata. In alcuni casi la persona finisce persino per creare inconsapevolmente le condizioni che renderanno più probabile l’uso. È qui che la dipendenza mostra una delle sue caratteristiche più sottili: non è necessario decidere consapevolmente “voglio ricadere”. È sufficiente iniziare a muoversi, passo dopo passo, nella direzione che porta alla ricaduta. Cosa può insegnarci una ricaduta? Se la ricaduta viene considerata soltanto come un fallimento, la domanda diventa: “Perché l’ho fatto di nuovo?” Se invece viene osservata, può diventare una domanda molto più utile: “Come ci sono arrivato?” Quali emozioni ho provato nelle ore o nei giorni precedenti? Quali situazioni ho cercato o evitato? Quali segnali non ho riconosciuto? E soprattutto: cosa mi ha dato davvero quell’esperienza? Molto spesso, una volta superata l’immediatezza del momento, emerge un dato importante: il problema che la persona sperava di risolvere attraverso la sostanza o il comportamento non è stato risolto. Al contrario, si è spesso aggiunto un nuovo problema a quello precedente. La ricaduta, allora, può diventare una fonte di informazioni preziose sul funzionamento della propria dipendenza. Diventare più bravi a riconoscere i segnali Valorizzare una ricaduta non significa considerarla positiva, né minimizzarne le conseguenze. Significa non sprecare ciò che può insegnare. La persona può imparare a riconoscere prima la rabbia che la porta a cercare uno scontro, il bisogno di isolarsi, il pensiero che comincia a giustificare l’uso, la ricerca di determinate situazioni o persone. La volta successiva potrebbe accorgersene prima. Non si tratta semplicemente di imparare a dire “no” alla sostanza. Si tratta di diventare progressivamente più capaci di riconoscere tutto ciò che, dentro e fuori di noi, può condurre verso quel “sì”. Cadere non significa tornare al punto di partenza Uscire da una dipendenza non è necessariamente un percorso lineare. Il punto non è fare in modo che la ricaduta non sia mai possibile. Il punto è diventare progressivamente più capaci di riconoscere ciò che la precede, di interrompere prima la sequenza e di costruire strumenti nuovi. Una persona che ricade non è necessariamente la stessa persona che aveva iniziato il percorso. Ha fatto esperienza. Ha acquisito consapevolezze. E, se riesce a guardare anche quella caduta senza trasformarla in una condanna, può tornare al percorso con qualcosa in più. Per questo ricadere non significa necessariamente tornare indietro. A volte significa fermarsi, guardare attentamente dove si è caduti e imparare a riconoscere, la prossima volta, quel tratto di strada qualche passo prima.
Adolescenti e Identità: Capirsi o etichettarsi?

«Forse sono ADHD.» «Credo di avere l’ansia sociale.» «Ho visto un video e mi sono riconosciuto in tutto.» Sempre più adolescenti utilizzano social e contenuti online per cercare spiegazioni a ciò che provano. A volte incontrano parole che sembrano descrivere perfettamente esperienze rimaste fino a quel momento confuse. E questa ricerca non va necessariamente demonizzata. Trovare una spiegazione può essere utile. Può aiutare un ragazzo a sentirsi meno solo, a dare un nome a qualcosa che prima non riusciva a comprendere e, soprattutto, a sentirsi finalmente riconosciuto. Il problema può nascere quando una spiegazione smette di essere un punto di partenza e diventa una conclusione definitiva. Quando finalmente qualcosa sembra avere senso L’adolescenza è un periodo in cui molte domande sull’identità restano ancora aperte. Non è sempre facile capire chi si è, perché si reagisce in un certo modo o perché alcune esperienze sembrano più difficili che per gli altri. In questo contesto, un’etichetta può offrire qualcosa di molto prezioso: una risposta. A volte persino una risposta negativa può sembrare preferibile all’incertezza. Sentirsi dire, o convincersi, di essere «fatti così» può essere doloroso, ma può anche dare una forma a qualcosa che prima appariva confuso. Il rischio è che, nel tentativo di capire una parte di sé, si finisca per ridurre tutta la propria identità a quella sola spiegazione. La ricerca di conferme Quando un ragazzo formula un’ipotesi su di sé, difficilmente inizia una ricerca completamente neutrale. Se pensa di avere un determinato problema, tenderà naturalmente a cercare contenuti che parlano proprio di quello. L’algoritmo, a sua volta, inizierà a proporre sempre più contenuti simili. Si incontrano testimonianze nelle quali ci si riconosce, descrizioni che sembrano familiari e persone che raccontano esperienze molto vicine alle proprie. Poco alla volta, l’ipotesi iniziale può trasformarsi in una certezza. Non necessariamente perché sia falsa, ma perché la ricerca rischia di diventare sempre più selettiva. La ricerca di una risposta può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, nella ricerca di conferme. È come guardare la propria esperienza attraverso un collo di bottiglia: tutto ciò che conferma la nostra ipotesi passa, mentre ciò che potrebbe complicarla o suggerire altre spiegazioni resta fuori. Capire non significa etichettarsi Le parole psicologiche possono essere strumenti preziosi. Possono aiutare a riconoscere un disagio e, quando necessario, a chiedere aiuto. Ma una parola non dovrebbe esaurire la complessità di una persona. Dire «provo ansia» non è la stessa cosa che pensare «sono un ansioso». Avere difficoltà di concentrazione non significa che ogni aspetto della propria esperienza possa essere spiegato da una sola ipotesi. Capire sé stessi richiede anche la possibilità di rimanere aperti. Di cambiare idea. Di scoprire che due esperienze apparentemente simili possono avere origini diverse. Il ruolo degli adulti: riaprire le domande Di fronte a un adolescente che arriva con un’autodiagnosi, la reazione più semplice potrebbe essere quella di negarla immediatamente. «Hai letto troppo su Internet.» «Non credere a tutto quello che vedi.» Ma liquidare la sua ricerca rischia di far perdere una domanda molto più importante: Che cosa hai trovato in quella spiegazione che ti ha fatto sentire finalmente compreso? Dietro un’etichetta può esserci il bisogno di sentirsi riconosciuti, di smettere di sentirsi sbagliati o semplicemente di trovare un significato a ciò che si sta vivendo. Il compito degli adulti non è togliere ai ragazzi le parole con cui cercano di capirsi. È aiutarli a usarle come ipotesi e non come sentenze. Perché comprendere sé stessi è importante. Ma crescere significa anche scoprire che siamo sempre qualcosa di più della prima spiegazione che abbiamo trovato per definirci. Bibliografia Foster, A., & Ellis, N. (2024). TikTok-inspired self-diagnosis and its implications for educational psychology practice. Educational Psychology in Practice, 40(4), 491–508. https://doi.org/10.1080/02667363.2024.2409451 Corzine, A., & Roy, A. (2024). Inside the black mirror: Current perspectives on the role of social media in mental illness self-diagnosis. Discover Psychology, 4, 40. https://doi.org/10.1007/s44202-024-00152-3 Armstrong, S., Osuch, E., Wammes, M., Chevalier, O., Kieffer, S., Meddaoui, M., & Rice, L. (2025). Self-diagnosis in the age of social media: A pilot study of youth entering mental health treatment for mood and anxiety disorders. Acta Psychologica, 256, 105015. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.105015
Dipendenze: il circolo vizioso del senso di colpa

Nel precedente articolo abbiamo parlato del craving, quel desiderio intenso che può comparire anche quando una persona ha deciso di smettere. Un desiderio che può essere riconosciuto, raccontato e attraversato, sapendo che prima o poi passerà. Ma cosa succede quando matura una maggiore consapevolezza del malessere legato all’uso del comportamento o sostanza? A volte la persona sa che la sostanza le sta facendo male. Sa che la sua vita è cambiata, che alcune relazioni si sono deteriorate, che sta perdendo tempo, occasioni, fiducia. Eppure continua a tornare lì. Non perché non sappia cosa sta succedendo. Ma perché, a un certo punto, quella stessa sostanza può diventare un modo per non sentire ciò che sta succedendo. Il peso della colpa Può accadere qualcosa di paradossale: si torna a usare proprio per stare meno male. Ansia, tristezza, solitudine, rabbia, senso di colpa. Emozioni che la dipendenza stessa può aver contribuito ad alimentare diventano, a loro volta, motivi per ricercare la sostanza o il comportamento. E così il cerchio si chiude. Si sta male, si usa per stare meglio, si sta peggio, e proprio quel malessere diventa un nuovo motivo per usare. Dopo l’uso possono arrivare i pensieri. “Ancora una volta.”“Non cambierò mai.”“Ho deluso tutti.” Il senso di colpa può trasformarsi in vergogna, e la vergogna in una forma di autocritica sempre più dura. Ma c’è un problema: se quella sofferenza diventa insostenibile, la persona può cercare nuovamente ciò che, almeno per un momento, riesce a metterla a tacere. La sostanza diventa così non più una fonte di piacere, ma un modo per interrompere il dolore prodotto dalla dipendenza stessa. Il sollievo diventa un’urgenza improrogabile È forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno. “Se sai che ti fa male, perché lo fai ancora?” Perché sapere non significa necessariamente riuscire a tollerare ciò che si prova. Il sollievo immediato può avere un peso enorme quando il malessere è già presente. E più volte una persona ricorre a quella strategia, più facilmente può ritrovarsi nello stesso circuito. Questo meccanismo non riguarda soltanto le sostanze. In forme diverse può comparire anche in altri comportamenti problematici: mangiare per sedare un’emozione, rifugiarsi continuamente nei social per non sentire la solitudine, tornare in una relazione che fa soffrire per non affrontare la paura di stare soli. Non sono esperienze equivalenti e non tutte costituiscono una dipendenza patologica. Ma il meccanismo può avere qualcosa in comune: utilizzare qualcosa per modificare rapidamente uno stato interno difficile da sostenere. Spezzare il circolo! Nel cortometraggio Nuggets, il deterioramento del protagonista diventa progressivamente più evidente. Ciò che all’inizio sembrava portare leggerezza finisce per lasciare spazio alla sola sofferenza. Come si può interrompere un circolo in cui ciò che usiamo per stare meglio è diventato parte di ciò che ci fa stare male? Una parte della risposta sta proprio nel dare al senso di colpa i giusti confini. La colpa può infatti avere due componenti molto diverse: da una parte la critica incessante, che rischia di diventare autolesionista; dall’altra il senso di responsabilità, che può invece favorire il cambiamento. Si può riconoscere la propria responsabilità senza trasformarla in un giudizio su di sé e senza autosabotare il percorso di guarigione dalla dipendenza. Ma esiste anche un altro aspetto, che affronteremo nel prossimo articolo: la possibilità di valorizzare la ricaduta. Ricadere nel comportamento non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Può essere invece un episodio dal quale ricavare nuove informazioni e strumenti per affrontare in modo ancora più efficace le difficoltà del percorso di cura.
Parlare di sessualità con i figli: perché il silenzio non li protegge

Educare all’affettività significa accompagnare, non anticipare Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per parlare di sessualità con i propri figli. Per imbarazzo o timore di “anticipare i tempi”, spesso si sceglie di aspettare. Si pensa che evitare l’argomento possa preservare l’innocenza dei ragazzi o ritardare il loro interesse verso la sessualità. In realtà, la curiosità, le domande e i primi impulsi fanno parte del normale sviluppo. Ignorarli non significa impedirne la comparsa, ma lasciare che vengano affrontati altrove, spesso attraverso i coetanei o i contenuti online. Parlare di sessualità non significa incoraggiare determinati comportamenti. Significa offrire ai ragazzi uno spazio in cui ciò che stanno vivendo possa essere riconosciuto, nominato e compreso. Accogliere il desiderio senza rinunciare ai limiti Uno degli errori più comuni è pensare che validare un impulso significhi giustificarlo. Accogliere la comparsa del desiderio come parte naturale della crescita è molto diverso dal dire che “tutto è permesso”. Come accade per altre emozioni e impulsi, anche la sessualità ha bisogno di essere accompagnata e regolata. L’educazione affettiva non insegna a reprimere il desiderio, ma ad attribuirgli un significato all’interno della relazione con l’altro. È proprio qui che il dialogo con gli adulti diventa fondamentale. Scoprire che anche l’altro ha desideri, tempi e confini La maturazione affettiva passa attraverso una scoperta importante: l’altra persona non esiste per soddisfare i nostri bisogni. Ogni relazione implica il riconoscimento dei desideri, delle emozioni e dei limiti dell’altro. Parlare di consenso, rispetto e reciprocità non significa affrontare temi troppo complessi per gli adolescenti, ma aiutarli a costruire relazioni più sane. L’educazione affettiva, quindi, non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda il modo in cui impariamo a stare in relazione con gli altri. Ogni età ha le sue parole Parlare di sessualità con un ragazzo di dodici anni non è la stessa cosa che parlarne con uno di diciassette. Questo non significa censurare alcuni argomenti, ma adattare il linguaggio e i contenuti al livello di sviluppo del ragazzo. Con i più piccoli sarà importante rispondere alle domande sul corpo, sui cambiamenti della pubertà, sulla privacy e sul rispetto. Con gli adolescenti più grandi entreranno gradualmente in gioco temi come il consenso, le relazioni affettive, la contraccezione e la responsabilità reciproca. Ciò che conta non è dire tutto subito, ma essere disponibili ad accompagnare la crescita passo dopo passo. Un dialogo che protegge In un’epoca in cui molte informazioni sono facilmente accessibili, il ruolo degli adulti non è quello di controllare ogni contenuto, ma di aiutare i ragazzi a dare significato a ciò che incontrano. L’educazione affettiva non sottrae spazio alla famiglia né accelera lo sviluppo. Al contrario, offre ai genitori l’opportunità di trasformare un tema spesso vissuto con imbarazzo in un’occasione di dialogo e fiducia. Perché i ragazzi cresceranno comunque. La differenza sta nel fatto che possano farlo sapendo di avere accanto adulti disposti ad ascoltare, rispondere e accompagnarli con rispetto. Bibliografia
Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità. E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024
Adolescenti tra pressione, responsabilità e paura di sbagliare

«Devo prendere un bel voto.»«Devo allenarmi di più.»«Devo organizzarmi meglio.»«Non posso perdere tempo.» Molti adolescenti crescono accompagnati da una lunga lista di doveri. Alcuni riescono a sostenerla, altri sembrano rinunciare e disinvestire. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso: perdere il contatto con ciò che desiderano davvero. Negli ultimi anni si è parlato molto della pressione scolastica e delle aspettative elevate che gravano sui ragazzi. Tuttavia, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa non riguarda soltanto la scuola. Può estendersi allo sport, alle amicizie, alle attività extrascolastiche e perfino al tempo libero. Ogni esperienza rischia di trasformarsi in una prova da superare. Tra iper-responsabilità e deresponsabilizzazione Nella pratica clinica si osservano spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Da una parte ci sono ragazzi estremamente responsabili, attenti alle prestazioni e preoccupati di non deludere le aspettative. Faticano a concedersi pause, vivono l’errore come un fallimento e tendono a valutare il proprio valore personale attraverso i risultati ottenuti. Dall’altra troviamo adolescenti che sembrano disinteressati, poco motivati e poco coinvolti negli impegni quotidiani. Sebbene questi profili appaiano molto diversi, talvolta condividono la stessa difficoltà: il rapporto con la pressione e con il timore di non essere all’altezza. Quando ogni attività viene vissuta come una verifica, alcuni ragazzi cercano di controllare tutto. Altri, invece, smettono di provarci. Il diritto di fare qualcosa senza uno scopo L’adolescenza non è soltanto il periodo delle responsabilità crescenti. È anche una fase di esplorazione. Per capire chi si è e chi si vuole diventare, occorre poter sperimentare attività nuove, interessi, passioni e relazioni senza che tutto venga immediatamente valutato in termini di successo o fallimento. Molti ragazzi, però, sembrano aver interiorizzato l’idea che ogni esperienza debba produrre un risultato. Anche ciò che nasce come piacere rischia di trasformarsi in prestazione. In queste condizioni diventa difficile ascoltare la curiosità, il desiderio e la soddisfazione personale. Ci si concentra sul traguardo, perdendo di vista il percorso. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno il compito di trasmettere il senso della responsabilità, ma anche quello di aiutare gli adolescenti a costruire un rapporto equilibrato con le aspettative. Responsabilizzare non significa chiedere risultati continui. Significa accompagnare i ragazzi a confrontarsi con gli impegni senza far coincidere il loro valore con le loro prestazioni. Allo stesso modo, proteggere non significa eliminare ogni richiesta o ogni frustrazione. La crescita passa anche attraverso il confronto con i limiti e con la possibilità di sbagliare. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e richiesta, tra libertà e responsabilità. Crescere non è solo riuscire In una società sempre più orientata alla performance, il rischio è che gli adolescenti imparino molto presto a raggiungere obiettivi, ma facciano più fatica a riconoscere ciò che li appassiona davvero. Crescere non significa soltanto diventare più efficienti o più produttivi. Significa anche poter esplorare, sbagliare, cambiare idea e scoprire gradualmente ciò che dà significato alla propria esperienza. Perché non tutto ciò che conta può essere misurato da un voto, una medaglia o un risultato. Bibliografia
Dipendenze: la nostalgia della prima volta

Molte dipendenze non iniziano con la sofferenza. Iniziano con qualcosa che funziona. Nel precedente articolo abbiamo visto come alcune esperienze legate a sostanze o comportamenti problematici riescano ad “agganciarsi” più facilmente quando incontrano un bisogno già presente, anche se difficile da riconoscere. Ma cosa succede dopo? Cosa accade quando quel piacere inizia lentamente a cambiare? Cosa accade quando si continua a cercare qualcosa che ormai non è più raggiungibile? Il problema è che l’effetto cambia Quando qualcosa ci fa stare bene — o semplicemente meno male — il cervello lo registra molto velocemente. È un meccanismo naturale. Impariamo continuamente attraverso ciò che ci dà piacere, sollievo o sicurezza. C’è però un aspetto meno evidente: il cervello si abitua. Quella stessa esperienza che all’inizio sembrava intensa, nuova o potente, con il tempo perde parte del suo effetto. Ed è qui che molte persone iniziano inconsapevolmente a cambiare rapporto con ciò che stanno usando. Non cercano più soltanto piacere. Cercano di tornare a come si sentivano all’inizio. È una differenza sottile, ma importante. Perché a un certo punto non si rincorre più qualcosa di nuovo. Si rincorre un ricordo, un desiderio irrealizzabile. La nostalgia della “prima volta” Le dipendenze continuano anche quando il piacere diminuisce. Da fuori questo può sembrare incomprensibile: “Se non ti fa stare bene, perché continui?” Esiste una sorta di nostalgia che accompagna la condizione di dipendenza patologica. Non necessariamente la nostalgia della sostanza o del comportamento in sé, ma della sensazione associata ai primi momenti: senso di leggerezza, di forza, di distanza dai problemi, o semplicemente di sollievo. Con il tempo, però, quella sensazione originaria tende a non ripresentarsi più nello stesso modo. Ed è forse anche per questo che alcune persone vivono la dipendenza come una rincorsa continua verso qualcosa che sembra allontanarsi sempre di più. Alcuni riferiscono persino che il piacere finisca per trovarsi nella rincorsa stessa. Altri dicono che la sostanza “non sia più quella di una volta”. Ma spesso non è la sostanza ad essere cambiata: è l’assuefazione ad aver trasformato completamente l’esperienza. Una ricerca che cambia significato Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista torna più volte verso ciò che inizialmente gli aveva dato una sensazione intensa e piacevole. Ma, scena dopo scena, quella ricerca cambia forma. Non sembra più una scoperta. Diventa qualcosa di automatico, quasi necessario. Ed è forse questo uno degli aspetti più insidiosi della dipendenza: il momento in cui non ci si accorge più di stare cercando qualcosa che, nel frattempo, è già cambiato. Cosa stiamo cercando davvero? Forse una delle domande più difficili riguarda proprio questo punto. Quando continuiamo a rincorrere una sensazione che non esiste più davvero, cosa stiamo cercando? Il piacere? Oppure il ricordo di una versione di noi che, almeno per un momento, sembrava stare meglio? E così, lentamente, la nostalgia della prima volta lascia spazio a qualcosa di diverso: non più soltanto il desiderio di ritrovare una sensazione, ma il bisogno crescente ma allo stesso tempo frustrato di evitare la sua assenza. Bibliografia Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. https://doi.org/10.1038/nn1579 Koob, G. F., & Volkow, N. D. (2016). Neurobiology of addiction: A neurocircuitry analysis. The Lancet Psychiatry, 3(8), 760–773. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(16)00104-8Schultz, W. (2015). Neuronal reward and decision signals: From theories to data. Physiological Reviews, 95(3), 853–951. https://doi.org/10.1152/physrev.00023.2014
Peer Pressure: perché alcuni ragazzi restano intrappolati in un ruolo

Ci sono ragazzi che in contesti protetti riescono a mostrarsi per ciò che sono davvero. In seduta parlano delle proprie paure, dei dubbi, a volte persino del desiderio di cambiare. Poi però, tornando a scuola o nel gruppo di amici, sembrano trasformarsi di nuovo. Tornano il “duro”, quello che provoca, quello che deve sempre mostrarsi indifferente o aggressivo. Per molti genitori questo cambiamento appare incomprensibile. «Ma allora qual è il vero mio figlio?» Spesso la risposta non riguarda la falsità o la mancanza di volontà. Riguarda qualcosa di molto più profondo: la paura di perdere il proprio posto nel gruppo. Non è solo “cattiva compagnia” Quando si parla di “peer pressure”, o pressione dei pari, si immagina facilmente qualcuno che spinge esplicitamente a fare qualcosa: saltare scuola, trasgredire, prendere in giro un compagno. Ma nella realtà adolescenziale la pressione è spesso molto più sottile. A volte non serve che il gruppo dica nulla. È sufficiente sapere quale comportamento ci si aspetta da noi. Ogni gruppo costruisce ruoli abbastanza precisi: c’è quello divertente, quello trasgressivo, quello che non studia mai, quello che deve sembrare sempre forte. E col tempo questi ruoli diventano una sorta di identità sociale. Il problema nasce quando il ragazzo sente di non poter più uscire da quel personaggio senza rischiare di perdere appartenenza. La paura di cambiare davanti agli altri Molti adolescenti non restano intrappolati in certi comportamenti perché li desiderano davvero, ma perché temono cosa potrebbe succedere se smettessero. Cambiare atteggiamento può significare: essere presi in giro, sembrare “deboli” o sentirsi esclusi. Per un adolescente il gruppo dei pari non è solo compagnia. È il luogo in cui si costruisce il senso di sé. Ecco perché a volte il bisogno di appartenenza diventa più forte persino del desiderio di stare bene. Non è raro che un ragazzo che vorrebbe mostrarsi diverso finisca per continuare a recitare un ruolo ormai rigido, quasi automatico. “Con noi è diverso” Molti genitori raccontano di vedere nei figli due versioni differenti: una più autentica in famiglia o nei contesti individuali, un’altra molto più dura o oppositiva con gli amici. Questa discrepanza non è necessariamente manipolazione. Può essere il segnale di una forte fatica identitaria. In adolescenza il cambiamento raramente avviene in modo lineare. Un ragazzo può iniziare a maturare interiormente molto prima di riuscire a mostrare questo cambiamento nel gruppo. Ed è proprio qui che spesso nasce il blocco: sentirsi pronti a cambiare da soli, ma non abbastanza sicuri da farlo davanti agli altri. Cosa possono fare i genitori La reazione più comune è attaccare il gruppo di amici. Ma quando un genitore critica direttamente il gruppo, il ragazzo tende a difenderlo ancora di più. Può essere più utile: evitare etichette rigide (“sei irresponsabile”), aiutarlo a sperimentare ambienti diversi, mantenere una relazione stabile e non giudicante. Avere più contesti relazionali aiuta gli adolescenti a non identificarsi completamente con un solo ruolo. E questo rende più facile cambiare. Quando crescere significa rischiare Diventare sé stessi, durante l’adolescenza, non significa soltanto acquisire autonomia. Significa anche trovare il coraggio di deludere alcune aspettative del gruppo. A volte dietro il “cattivo ragazzo” non c’è solo provocazione o superficialità.C’è un adolescente che teme di perdere il proprio posto tra gli altri se smette di essere ciò che tutti si aspettano da lui. E comprendere questa dinamica può aiutare i genitori a guardare certi comportamenti con maggiore profondità, senza minimizzarli ma neppure ridurli semplicemente a “cattive influenze”. Bibliografia
Dove inizia davvero una Dipendenza

Ci sono esperienze che iniziano senza intenzione. Si prova qualcosa di nuovo per curiosità o per noia, può accadere in compagnia o a volte persino in momenti di solitudine. Non c’è un momento preciso in cui si decide. Semplicemente accade. E all’inizio non sembra nulla di importante. Non tutte le persone che provano l’utilizzo di droghe o comportamenti a rischio di dipendenza scivolano poi nella dipendenza patologica. La gran parte, una volta terminata l’esperienza, si ferma e non desidera ripeterla. E la differenza spesso non sta nella sostanza o nel comportamento in sé, ma in quello che l’esperienza riesce a fare nella persona. In alcuni casi quell’esperienza sposta qualcosa che la persona ha dentro: abbassa un rumore, riempie temporaneamente un vuoto angosciante, rende tutto più leggero anche se per un tempo breve. Non si tratta quindi solo di piacere, ma di una sfumatura più complessa e sottile, potremmo dire un “sollievo”. Ed è proprio qui che la “curiosità” smette di essere solo tale. Non è davvero un caso E’ molto comune il pensiero secondo cui una dipendenza nasca per caso, magari per via di un incontro, un contesto o una situazione insolita. E in parte è vero: soprattutto in adolescenza può capitare di trovarsi in ambienti o momenti in cui questo tipo di esperienze sono accessibili e socialmente accettabili. Ma questo non basta a spiegare tutto. Per alcune persone, quell’esperienza arriva nel momento in cui serve di più. E da quel momento diventa significativa. Non necessariamente voler ripetere l’esperienza è un processo consapevole. E’ possibile che si cerchi in modo automatico di raggiungere una sensazione, o di evitarne altre. E così inizia un vero e proprio allenamento di un meccanismo che gradualmente si cristallizza. La ricerca dell’esperienza diventa prima possibilità, poi ricerca e infine entra a far parte delle abitudini personali. E tale processo non è sempre evidente o eclatante. Quando qualcosa “funziona troppo bene” C’è un passaggio sottile, quasi invisibile. All’inizio non c’è l’idea di “avere un problema”.C’è solo qualcosa che funziona per calmarsi, non pensare, sentirsi meglio o forse… “sentirsi meno”. Lentamente tutto ciò si trasforma in qualcosa di necessario. Succede a piccoli passaggi e spesso ci si accorge di questo cambiamento solo molto più avanti. Quando inizia davvero? Nel cortometraggio animato Nuggets, questo passaggio è rappresentato in modo semplice e potente. All’inizio c’è una scoperta. Poi un effetto. Poi la ricerca di quell’effetto. E a un certo punto qualcosa cambia, ma senza un confine netto. È proprio questa gradualità a rendere il processo difficile da riconoscere mentre accade. Forse la domanda non è solo quando si prova qualcosa per la prima volta. Ma quando quell’esperienza inizia ad avere una funzione rilevante per la persona. Quando diventa un modo per gestire qualcosa che, altrimenti, resta difficile da sostenere. Se qualcosa inizia senza sembrare un problema, quando lo diventa davvero? E soprattutto: in quale momento smette di essere una scelta? Bibliografia Bechara, A. (2005). Decision making, impulse control and loss of willpower to resist drugs. Nature Neuroscience, 8(11), 1458–1463. Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. Tull, M. T., Weiss, N. H., Adams, C. E., & Gratz, K. L. (2010). The role of emotion regulation in substance use. Journal of Anxiety Disorders, 24(6), 656–664.
Apatia adolescenziale: il disagio che non fa rumore

“Non sono triste. Non piango. Non è che sto male… è che non sento niente”“Non so perchè, ma il pomeriggio ho solo voglia di restare chiuso a casa sul letto”Sono frasi che sempre più adolescenti pronunciano con una certa difficoltà, come se fosse strano anche per loro. Non c’è una crisi evidente, non ci sono scenate o rotture improvvise. C’è piuttosto una sensazione di vuoto, una perdita di interesse, una fatica ad attivarsi.Non è sempre depressione nel senso classico del termine. E non è semplicemente pigrizia. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più difficile da riconoscere. Cosa sta succedendo davvero? Durante l’adolescenza il sistema motivazionale ed emotivo attraversa una profonda riorganizzazione. Il cervello è in una fase di riassetto: cambiano le priorità, aumenta la sensibilità al giudizio sociale, si ridefinisce il modo in cui si prova piacere e si cercano stimoli.In questo passaggio delicato, possono verificarsi periodi di anedonia, cioè una riduzione della capacità di provare piacere per attività che prima risultavano coinvolgenti. Non significa che tutto sia perduto o che ci sia un disturbo strutturato. Può essere una fase di transizione, una risposta a stress prolungato o a un sovraccarico emotivo.Molti adolescenti oggi vivono una pressione costante tra rendimento scolastico, aspettative familiari e confronto sociale continuo. Quando il sistema è troppo sollecitato, a volte non reagisce con l’esplosione emotiva ma con lo spegnimento. È una forma di protezione. Non è svogliatezza Dall’esterno l’apatia appare come disinteresse: “non ho voglia di uscire”, “non mi interessa studiare”, “non mi entusiasma niente”. Ma internamente spesso c’è una sensazione diversa: stanchezza mentale, difficoltà a sentire qualcosa di autentico e un senso di distacco. Alcuni ragazzi raccontano di sentirsi “spettatori” della propria vita.Questo stato può essere legato a diversi fattori: stress cronico, difficoltà relazionali, delusioni non elaborate o pressione a dover essere sempre performanti. In alcuni casi può rappresentare un segnale iniziale di un disagio depressivo; in altri è una forma di disconnessione temporanea.Ridurre tutto a “non ha voglia” rischia di aumentare il senso di incomprensione. Un disagio silenzioso A differenza di altre forme di sofferenza adolescenziale, l’apatia non fa rumore. Non allarma immediatamente. Non crea conflitti evidenti.È un ritiro lento, una riduzione dell’energia, una sospensione dell’interesse.E proprio perché silenziosa, può passare inosservata o essere letta come indifferenza. Ma per molti adolescenti è un’esperienza confusa e spaventante: “Se non mi interessa più nulla, cosa c’è che non va in me?” Cosa si può fare La prima cosa da evitare è la pressione motivazionale. Dire a un ragazzo che affronta questa fase “devi impegnarti di più” raramente produce attivazione; più spesso aumenta la distanza.Invece può essere più utile ridurre temporaneamente il sovraccarico di richieste, ricostruire piccole esperienze di attivazione, senza pretendere entusiasmo immediato, favorire attività corporee o relazionali che non richiedano performance, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, dove il ragazzo possa descrivere cosa sta vivendo senza sentirsi etichettato. Spesso l’energia non ritorna attraverso l’obbligo, ma attraverso micro-esperienze di senso. Bibliografia Forbes, E. E., & Dahl, R. E. (2012). Altered reward function in adolescent depression: what, when and how? Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(1), 3–15.Watson, R., Harvey, K., McCabe, C., & Reynolds, S. (2020). Understanding anhedonia: a qualitative study exploring loss of interest and pleasure in adolescent depression. European Child & Adolescent Psychiatry, 29, 489–499.Walburg, V. (2014). Burnout among high school students: A literature review. Children and Youth Services Review, 42, 28–33.