Francesco Mancini

Francesco Mancini è specializzato in neuropsichiatria infantile, è psicoterapeuta cognitivista ed è associato presso l’Università Guglielmo Marconi. Dirige dal 1994 un network di scuole di psicoterapia cognitiva e comportamentale, che ha sedi in tutta Italia e una delle più antiche è quella di Napoli. La storia della scuola di Psicoterapia Cognitiva inizia 42 anni fa nel 1978, quando fu fondato il centro di psicoterapia cognitiva, questo centro è stato uno dei motori principali dello sviluppo della psicoterapia cognitiva in Italia. Fino al 1994 l’attività didattica consisteva in un training di 100 ore l’anno, riconosciuti dalla società italiana di terapia cognitiva comportamentale, nel 1992 i soci del centro di psicoterapia cognitiva fondarono l’Associazione di Psicologia Cognitiva. Questa esperienza fu tra le prime 12 scuole nel dicembre del 1993 ad essere riconosciuta dal Ministero dell’Università, come centro capace di organizzare corsi abilitanti all’esercizio della psicoterapia. Nel 2000 fu fondata la scuola italiana di psicoterapia cognitiva che organizza vari corsi tra le sedi c’è Napoli, Verona, Ancona, Grosseto e Reggio Calabria. Le scuole si rivolgono principalmente in tre direzioni: la clinica, la didattica e la ricerca. La clinica ha sempre avuto il primato, ma per l’approccio cognitivo comportamentale, la psicoterapia deve essere fondata sulla ricerca scientifica. In particolare sulla ricerca di esito, cioè quella ricerca che cerca di rispondere alla domanda quali terapie funzionano meglio per quali disturbi. Nel dominio della psicoterapia si tende a dare grande importanza alle tecniche e una troppo scarsa importanza alla conoscenza dei processi psicologici, su cui si pretende di intervenire. Nella tradizione psicologica ha sempre avuto un’importanza speciale la relazione terapeutica, l’approccio comportamentale però, non esprime molta enfasi ai problemi connessi con la relazione terapeutica anche se, negli ultimi anni c’è un interesse crescente da parte di queste scuole. Infine un altro tema riguarda, cosa fa star male gli psicoterapeuti e cos’è che porta al burnout. La risposta non sta tanto nel fatto che gli psicoterapeuti stanno in continuo contatto con la sofferenza psicopatologica. Piuttosto è la solitudine, sappiamo che se uno psicoterapeuta segue un paziente borderline all’interno di un’equipe con cui può discutere del caso clinico, condividere i compiti e responsabilità, le cose per lui e per il suo impatto emotivo saranno di gran lunga enormemente inferiori. Altro è quello che accade se il terapeuta segue lo stesso paziente borderline nel chiuso del suo studio. Per prevenire questo problema Scuole hanno cercato di sostenere la creazione di nuovi studi professionali associati, attraverso il coinvolgimento dei neo specializzati.
Analisi Transazionale a orientamento Psicodinamico

Salvatore Ventriglia, direttore della scuola di specializzazione a indirizzo analitico transazionale orientamento psicodinamico di Caserta fondata nel 2008 Racconta cosa lo ha spinto e cosa ha rappresentato per lui l’incontro con l’analisi transazionale, e infine l’identità specifica della scuola di analisi transazionale a orientamento psicodinamico di Caserta La sua esperienza inizia con gli studi in medicina, ma nel corso della sua formazione ci fu un’esperienza che segnerà la sua esistenza, ovvero la conoscenza di persone che soffrono di un disagio psichico, questo lo spinge ad approfondire la psicopatologia. Da qui poi inizia ad avvicinarsi ad una specifica formazione ovvero quella analitica transazionale. Dopo una lunga e approfondita formazione, nasce in lui il desiderio di trasmettere le sue conoscenze per questo decide poi di fondare nel 2008 la sua scuola.
Massimo Gaudieri
Anna Maria Alfè

Anna Maria Alfè Psicoterapeuta Gruppoanalista, in relazione a questo determinato momento storico affronta il problema della paura del contagio, ed illustra gli elementi fondanti del pensiero gruppoanalitico. L’individuo isolato è un concetto astratto, in quanto il gruppo è determinante nel vissuto individuale a partire dalla nascita. Durante il percorso di crescita assumiamo valori e una serie codici umanizzanti dalla madre al neonato, quindi la madre fornisce quelli che sono i codici umanizzanti che una società condivide. Questi codici saranno poi condivisi con il gruppo di appartenenza. Questi ci consentono di riconoscerci come umani e di condividere con gli altri una modalità esistenziale. Questo aspetto è estremamente importante perché noi dipendiamo esclusivamente dalla relazione con l’altro, ed in ciò consiste l’aspetto ottimistico, della visione gruppoanalitica. L’essere umano ha bisogno di cooperare con gli altri esseri umani, per poter sopravvivere e per poter evolvere. Allo stesso tempo è necessario anche che si sviluppi una parte che costituisce la nostra identità, ovvero l’aspetto originale creativo che costituisce il nostro stare al mondo e di intendere le relazioni. Per questo è importante riuscire ad avere un pensiero individuale che si allontani da quello del gruppo. In questo periodo storico il pensiero principale è quello riguardante la paura del contagio, è necessario quindi cercare di allontanare questi pensieri negativi, attraverso idee creative che ci permettono di allargare i nostri orizzonti.
Maurizio Andolfi
Gemma Trapanese – Il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia

Gemma Trapanese direttore del Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, espone l’esperienza personale del suo percorso professionale. Laureata nel 1978 in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Psichiatria, iniziò la sua esperienza presso L’Ospedale Psichiatrico Frullone. Le lente e faticose operazioni di dimissione dei pazienti, l’hanno portata ad entrare in contatto con le famiglie dei pazienti, facendola avvicinare sempre di più alle problematiche relazionali. Dopo questa esperienza iniziò un training di coppie e famiglie a Roma, approfondendo quindi il modello Sistemico Relazionale, ed iniziò poi a coniugare la sua formazione di coppie e famiglie secondo il modello Sistemico Relazionale con la Psicoanalisi. Infatti, nel 2000, insieme ad altri psicoanalisti, fonda il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata, interessati proprio alla ricerca della matrice relazionale della formazione psichica dell’individuo, riuniti inoltre intorno alla rivista “Interazione” Attualmente il Dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, appartiene alla CFPP che è, la costola della Federazione Europea della Psicoterapia Psicoanalitica, nel settore pubblico il dipartimento organizza proprio all’interno della CFPP un corso di specializzazione non solo per gli psicoterapeuti già formati secondo il modello psicoanalitico ma anche psicoterapeuti per esempio con il modello sistemico relazionale, cognitivo comportamentale o qualsiasi altro modello, interessati comunque raccogliere un’integrazione con un modello vicino, in particolare il modello psicoanalitico che è capace di poter cogliere quanto avviene veramente all’interno della relazione tra psicoterapeuta e coppia o psicoterapeuta e famiglia.
La Psicoterapia della Gestalt

Raffaele Sperandeo racconta della sua esperienza formativa professionale e di come si è avvicinato alla psicoterapia della Gestalt. Si laurea in Medicina e si occupa prevalentemente di neurologia, ma quando inizia a scoprire come gli aspetti emotivi delle persone determinano gran parte dell’evoluzione delle malattie anche di tipo organico, scopre che il suo interesse non è tanto il funzionamento del cervello ma quello della mente. Inizia quindi una ricerca dei vari approcci terapeutici che avessero senso per una persona che aveva una formazione organicistica positivista. Inevitabilmente si avvicina alla psicoterapia della Gestalt in quanto è un approccio molto flessibile ed ha la capacità di consentire a chi se appropria di declinare la propria sensibilità, il proprio paradigma scientifico e la propria radice formativa in maniera efficacie all’interno di una terapia.
Ester Livia Di Caprio

Ester Livia Di Caprio espone la sua opinione sui temi della formazione e la sua personale esperienza come formatrice. Il formatore per definizione deve essere in una posizione di apprendimento quindi parte da una posizione basica che è la stessa di chi apprende. L’allievo a sua volta ha bisogno di apprendere dalla relazione con il formatore. Per essere un buon formatore c’è bisogno di una spinta motivazionale alla formazione, ovvero una spinta conoscitiva che in qualche modo deve essere trasferita al formando. La psicoterapia, quindi non è solo un apprendimento di tecniche, ma è una spinta motivazionale alla conoscenza e il compito del formatore sarà proprio quello di trasmettere questa dimensione.
Il Metodo Psicoanalitico

Il metodo psicoanalitico è un metodo che trae origine dagli studi Freudiani sull’Isteria, condotti attraverso l’ipnosi, quindi Freud si rende conto che gettare un paziente in uno stato ipnotico facilita l’accesso a dei contenuti rimossi. Tuttavia l’ipnosi fallisce nel momento in cui il paziente che si sveglia dallo stato ipnotico non ricorda ciò che ha raccontato, dunque è un patrimonio che diviene di esclusiva conoscenza del terapeuta. ciò che conta invece è che sia il paziente a passare attraverso le proprie esperienze e a rivisitarle grazie ad una sorta di guida nel proprio inconscio, che è appunto realizzata dalla presenza dell’analista e dei suoi interventi sporadici. La tecnica psicoanalitica, prende alcuni spunti da quella ipnotica, per esempio, l’assetto del paziente disteso in una condizione quanto più possibile priva di stimoli esterni. Le caratteristiche della tecnica psicoanalitica sono tante dunque è pressoché impossibile poterne parlare, ci soffermiamo su due punti, una è la regola fondamentale della psicoanalisi che è appunto la regola delle libere associazioni e l’altra è il setting, Quando si stabilisce un contratto con un paziente che è venuto in consultazione, si decide con lui di avviare il trattamento analitico e si formula un contratto, che prevede un certo numero di sedute per settimana 3, 4, 2, dipende dalla situazione e dalle possibilità effettive e concrete sia dell’analista e sia del paziente, e si formula la regola fondamentale cioè l’analista comunica al paziente che l’unica cosa che deve fare è cercare di parlare liberamente di tutto ciò che gli passa per la mente Questo è sostenuto in particolare da un atteggiamento dell’analista che sospende il proprio giudizio cioè non giudica ciò che il paziente dice, ma cerca di analizzarlo e di coglierne aspetti che magari sfuggono all’attenzione del paziente. Così ovviamente le libere associazioni non sono libere, sono solo apparentemente libere, cioè sono libere rispetto al punto di vista cosciente del paziente, cioè due pensieri in sequenza sono tra loro collegati. Lì dove non dovesse essere così questo nesso associativo se non è evidentemente logico, cosciente, razionale, vuol dire che i due pensieri hanno un legame che affonda nell’inconscio, ed è su questo legame che può intervenire l’analista con la sua interpretazione. ecco perché è così fondamentale la regola delle libere associazioni ciò che gli analisti colgono nel discorso del paziente è appunto questa sorta di sottotraccia inconscia che lega tra loro elementi che apparentemente non hanno motivo per essere legati questo attiene diciamo all’ indicazione data al paziente, l’analista per canto suo, si fa invece garante del mantenimento e della stabilità del setting, cioè la possibilità di tenere un contenitore fermo. La costruzione di un setting, di una cornice all’interno della quale può avvenire di tutto appunto c’è una libertà ci sono le libere associazioni, il paziente è libero di fare e di dire ciò che gli pare, ma affinché si possa analizzare ciò che il paziente dice e considerarlo come qualcosa che proviene dal paziente si deve evitare di mettere qualcosa dell’analista nel setting, che deve restare il più possibile invariato.
Il Disagio Psichico: La nevrosi

L’essere umano si trova impegnato in un lavoro che noi consideriamo, lavoro psichico, finalizzato a cogliere gli stati eccitatori che sono originariamente provenienti dal corpo ma che poi nell’essere umano assumono dei significati molto complessi, ed anche trovare un modo per poter parzialmente scaricare questi stati eccitatori in una forma che sia accoglibile dal contesto nel quale noi viviamo. Noi immaginiamo il disagio psichico come una sorta di fallimento, in questo processo di elaborazione e di espressione, il sintomo per noi assume un senso e una formazione di compromesso, cioè consente quella scarica in una forma che però possiamo considerare sostanzialmente disfunzionale. Nella nosografia psicoanalitica storicamente esistono tre grandi classi patologiche sono, nevrosi, psicosi e le perversioni, a queste si sono aggiunte più di recente i borderline che sono una categoria molto complicata che sebbene nasca nella riflessione psicoanalitica è comunque un tema piuttosto dibattuto perché ci sono varie concezioni della patologia borderline. Le nevrosi sono le patologie più diffuse, ma sono forse da considerare organizzazioni strutturali normali che in taluni casi possono dar vita a dei sintomi di tipo nevrotico. Le nevrosi prevedono una certa maturazione del funzionamento psichico in cui il nevrotico permane all’interno di una condizione relazionale di tipo triadico quindi di tipo edipico cioè è presente nella mentalità del nevrotico, differentemente da quella dello psicotico, la triangolazione tra sé, un oggetto di investimento e un terzo, che funziona come sorta di interdetto rispetto al perseguimento del desiderio nei confronti dell’oggetto. Nella tradizione psicoanalitica il principio di fondo di tutte le nevrosi è una dissociazione cioè una separazione tra un affetto e una rappresentazione. Le componenti dell’apparato psichico sono sostanzialmente affetti e rappresentazioni, gli affetti sono dei derivati pulsionali quindi l’effetto nell’essere umano è accoglibile nella misura in cui è legato ad un oggetto o ad una rappresentazione. dunque il primo meccanismo formazione della nevrosi è appunto una dissociazione cioè una dissociazione tra l’affetto e la rappresentazione questo accade lì dove l’affetto è legato a delle rappresentazioni incompatibili Gli affetti non possono essere presenti senza legame ad una rappresentazione, un affetto senza il suo legame con la rappresentazione determina lo stato di angoscia, ed è appunto la presenza di un affetto che non ha alcuna caratteristica specifica in quanto non è legato ad una rappresentazione e si presenta in uno stato emotivo di eccitazione privo di senso. Qui intervengono dei meccanismi di difesa, che lavorano sull’affetto e ne determinano il destino ad esempio nel caso di una nevrosi fobica, questo affetto verrà spostato, vuol dire che viene spostato da una sua rappresentazione incompatibile, che successivamente la dissociazione è stata rimossa, su una nuova rappresentazione, nel caso dello spostamento fobico, una sua rappresentazione esterna. Lì si sviluppa appunto un sintomo fobico, cioè l’idea di essere spaventati da qualcosa, questo implica in noi la necessità di ricorrere ad un’altra strategia ad un altro meccanismo che è quello dell’evitamento. Sviluppo così una fobia ed implica che io passi parte del mio tempo nel tentativo di evitare ciò che mi terrorizza Ma ciò che mi terrorizza è il frutto di uno spostamento quindi non sono spaventato realmente da un ragno ma finisco per preferire tra virgolette, di essere spaventato da un ragno piuttosto che di essere spaventato da quella rappresentazione che essendo incompatibile con la mia coscienza io sono stato costretto a rimuovere. Il meccanismo dell’evitamento mi consente di tenermi a distanza dal ragno come da quella rappresentazione.