La modernità liquida della società odierna

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.
Il sunday blues e la nostalgia della domenica
La domenica pomeriggio, a molte persone, capita di attraversare qualche ora di ansia e nostalgia: questa sensazione si chiama sunday blues. Il tanto agognato weekend volge al termine, il riposo lavorativo è finito e le cose che ci si era prefissati di fare proprio nel fine settimana non sono state espletate. Ecco che si attiva un meccanismo di negatività che porta a pensare alla monotonia della routine settimanale e crea uno stato di malessere. L’arrivo della domenica sera, quindi, in molte persone porta con sé tristezza e preoccupazione per la settimana che sta per cominciare. Il sunday blues nasce come forma di riflessione serale. Alcuni infatti lamentano il poco tempo a disposizione, altri l’eccessivo ozio e inattività. Quindi il week end diventa non un momento per se stessi, ma un periodo che viene caricato di aspettative spesso disilluse. C’è un’ambivalenza di fondo in cui il desiderio di rallentare il ritmo frenetico della settimana cozza con l’idea di nullafacenza e riposo. Le persone tendenzialmente ansiose sono ovviamente più predisposte a sviluppare questi pensieri malinconici. In genere, coloro che affidano i propri pensieri a contenuti tristi e svalutanti, sono terreno fertile per non godere appieno della vita. É molto facile cadere preda di questo processo cognitivo, perché ci si affida più ad aspettative alte che ad una reale percezione dell’utilizzo del tempo. Ovviamente le ore a disposizione nel week end sono limitate, ma non per questo meno fruttuose. C’è chi predilige il riposo e chi il divertimento, ma non in maniera rigida e prefissata. Le esigenze personali cambiano continuamente e ci si adatta alle richieste che il nostro corpo o le nostre relazioni ci richiedono. Quindi, una passeggiata o una semplice dormita, assumono importanza e funzionalità che cambiano di volta in volta. Basta ascoltarsi e regalarsi ciò di cui si ha bisogno
Mangiare in pubblico fa paura con la deipnofobia

L’estate è ormai al termine e le serate all’aperto in cui ritrovarsi per chiacchierare e mangiare insieme si diradano. Momenti di spensieratezza e convivialità come questi però possono essere percepiti in modo negativo per coloro che soffrono di deipnofobia. La paura infatti di mangiare in pubblico o comunque davanti ad altre persone, dí partecipare a conversazioni durante un pasto può provocare ansia e stress. Nella deipnofobia, quindi, il fobico sviluppa comportamenti tipici dell’ansia sociale e che influenzano il benessere mentale. Spesso questi atteggiamenti sono assunti da persone grasse o estremamente magre, per la paura di un giudizio negativo circa il loro comportamento nei confronti del cibo. Mangiare in presenza di altre persone quindi è percepita come un’esperienza talmente intima da compromettere non solo il pasto in sé, ma anche le relazioni sociali. In presenza di altri, infatti, i fobici sentono crescere il disagio, provando ansia, tremore, difficoltà respiratorie e dí deglutizione, compromettendo poi l’equilibrio di tutti i commensali. La deipnofobia si distingue dall’anginofobia, in quanto quest’ultima è legata prevalentemente alla paura di ingoiare ed eventuale soffocamento. Mangiare in compagnia non è più piacevole. Si trasforma in un evento stressante e ansiogeno, snaturando l’aspetto conviviale dello stare insieme agli altri durante un pasto. La conseguenza più immediata è il ritiro sociale e tutte le forme per eludere gli inviti ricevuti. Vittime indirette diventano anche i familiari che comunque, devono accodarsi alle decisioni del fobico di non mangiare insieme a parenti ed amici. Il supporto empatico offerto spesso è visto come una forzatura a cambiare questo atteggiamento invalidante, alimentando però la percezione di non essere capiti. Risulta quindi difficile, ma non impossibile, venir fuori da questa situazione, sia da parte del fobico stesso e sia dalla rete familiare che subisce inerme. Lentamente, si può capire e far comprendere che questo comportamento non necessariamente debba essere considerato l’unica alternativa possibile.
La cherofobia e la paura di essere felici

Si parla spesso del desiderio di essere felice; ma la cherofobia frena tantissimo la sua realizzazione. Quando, infatti, una persona ha una paura irrazionale di fronte alla gioia o alle emozioni positive in generale, si parla appunto di cherofobia. Il comportamento tipico di colui che vive questo malessere è l’evitamento di quelle situazioni, sociali e non, che possono portare a forme di piacere. L’aspetto irrazionale di tale atteggiamento dipende prevalentemente dalla convinzione radicata che se una persona é felice, immancabilmente accadrà qualcosa di nefasto. Una credenza in cui il karma, per così dire, restituirà in tempi brevi l’equivalente della felicità in dolore e tristezza. Psicologicamente parlando, la cherofobia nasce prevalentemente in coloro che hanno forme di autostima abbastanza carenti. La convinzione di non essere meritevoli di godersi le cose belle che la vita offre, limita fortemente l’azione e le relazioni. Si ha la convinzione di essere degli impostori nel vivere delle esperienze felici immeritatamente. Una fragilità interna che determina, di conseguenza, la messa in atto di atteggiamenti evitanti e ansiogeni. Spesso il cherofobico sviluppa questa convinzione attraverso le esperienze vissute già durante l’infanzia. Ripetutamente, da bambino, ad alcuni episodi di felicità hanno fatto seguito una punizione e quindi la tristezza. Si innesca quindi una correlazione cognitiva tra i due eventi secondo cui dopo la felicità arriva, purtroppo e subito, sempre la tristezza. La bizzarria di questa paura è che chi ne soffre, generalmente non è depresso o triste, ma cerca soltanto di evitare tutte le situazioni potenzialmente felici. Dal punto di vista patologico, la cherofobia non è riconosciuta come una vera e propria malattia, ma come un atteggiamento. Diventa cioè una scelta comportamentale che ha conseguenze purtroppo negative sulle proprie convinzioni , azioni scelte e relazioni.
L’anginofobia è una paura limitante

Una fobia trasversale che può manifestarsi sia nei bambini che negli adulti è l’anginofobia. Essa si presenta come una paura, spesso irrazionale ed esagerata di deglutire. La sensazione di soffocamento, dovuta all’inserimento di cibo o liquidi, diventa così importante da limitare non solo l’alimentazione, ma anche la vita sociale in generale. L’insorgere di questa fobia spesso è legata ad una esperienza traumatica vissuta in prima persona, in cui si è stati protagonisti di un episodio di soffocamento. Da ciò scaturisce quindi un pensiero ansiogeno e ricorrente non solo di fronte allo stimolo del cibo, ma anche in assenza. Si instaura una forma di anticipazione del problema che porta a stati ansiosi e attacchi di panico. In un contesto del genere, spesso anche le relazioni sono disfunzionali. In primis, si tende ad evitare il più possibile situazioni di convivialità, per ridurre l’esposizione a stimoli che generano angoscia. D’altro canto, anche le relazioni più intime possono subire danni. Questo perché la vittima dell’anginofobia, purtroppo limita le occasioni di ingestione di cibo solo ed esclusivamente in presenza di qualcuno che possa eventualmente soccorrerlo. Talvolta si sceglie qualcuno in particolare su cui riporre la propria fiducia di salvataggio e ci si aspetta da quest ultimo forme estreme di comprensione più che di soccorso. Altra caratteristica dell’anginofobia è la monopolizzazione della conversazione: il fobico concentra su di sé l’attenzione degli altri, lasciando poco spazio ad altri argomenti. Psicologicamente parlando, è un disturbo che porta con sé problemi legati all’autostima, la creazione di rituali ossessivo-compulsivi onde scongiurare il soffocamento. Ragion per cui, una volta escluse cause di natura organica, bisogna lavorare sul controllo della reazione allo stimolo stressante.
L’atelofobia: una paura subdola con risvolti sociali

Una delle fobie sociali poco riconosciuta ma largamente diffusa è l’atelofobia. Essa nasce dalla paura di commettere sempre errori e di conseguenza non essere all’altezza delle situazioni e degli altri. La differenza con la sindrome dell’impostore sta nell’azione stessa. In quest’ultima patologia, la vittima non si riconosce meritevole del risultato o del successo ottenuto, mentre nell’atelofobia, per paura di sbagliare non agisce. Le manifestazioni più evidenti, oltre al non fare nulla di fronte ad uno stimolo, sono l’ansia e il panico, la cui esasperazione porta all’isolamento sociale. Nelle prime forme, l’atelofobia crea uno stato di stress, dovuto all’anticipazione cognitiva del senso di inadeguatezza. La scarsa stima di sé e delle proprie capacità gioca quindi il ruolo di manipolatore dei pensieri negativi, che si amplificano e riverberano in diversi contesti quotidiani. Il leit motiv ansioso ingigantisce inoltre anche le conseguenze dell’eventuale comportamento, virando ovviamente verso l’aspetto disastroso. Un punto cruciale da tenere in considerazione è che il desiderio di essere perfetti si sostituisce alla ricerca dell’efficienza. La vittima, quindi, per voler sembrare decisamente all’altezza del compito da eseguire si lascia trasportare dal senso del controllo al punto da paralizzarsi. Ed ecco che l’atelofobo comincia il suo stato di agitazione che nel tempo lo porta poi ad evitare continuamente le sfide quotidiane. Ciò che inoltre sono seriamente compromesse, sono le relazioni affettive e lavorative: non c’è fiducia nell’’assegnare un compito, non ci si può contare, portando così a forme di isolamento. Un’esperienza psicologica funzionale di riconoscimento delle proprie capacità e potenzialità rappresenta il primo passo verso una reale lettura della realtà e del compito da svolgere. C’è, quindi, in ogni situazione non solo margini di errori, ma soprattutto di miglioramento personale. “La perfezione non esiste…Perché ogni imperfezione è diversità…Possiamo essere molto più che perfetti. Possiamo essere sinceri e veri. Unici (Agostino Degas)
Nella pisantrofobia la fiducia negli altri non esiste

Una delle paure che alcune persone provano nelle relazioni umane è la pisantrofobia. Essa consiste nella difficoltà di riporre la propria fiducia negli altri. La nascita di questo atteggiamento di sfiducia nei rapporti interpersonali spesso è legato ad esperienze negative di tradimento. Alcune persone, infatti, nutrono molte remore nell’aprire se stessi verso gli altri per la paura, spesso infondata o presunta, di essere feriti. Alla base di questa decisione comportamentale nelle relazioni, spesso c’è una forma di chiusura in sé stessi. Questo atteggiamento, porta poi a situazioni di evitamento sociale, con conseguente compromissione delle relazioni con gli altri. Le delusioni, i tradimenti, le ferite ricevute nel passato diventano purtroppo il leitmotiv dei legami. Ecco che sulla scia delle precedenti esperienze, le vittime della pisantrofobia valutano con pregiudizi e negativamente i propri interlocutori. Un comportamento del genere nuoce però, in primis a chi lo mette in atto e in secondo luogo anche a chi lo subisce involontariamente. Dal punto di vista psicologico, il pisantrofobo si limita sensibilmente nelle relazioni, diventando emotivamente non coinvolto appieno. Si relaziona con gli altri in maniera superficiale, evitando qualsiasi forma di coinvolgimento sia delle emozioni e sia dei pensieri. Fin da bambini, saranno sospettosi, alimentando l’idea che gli altri gli raccontino continuamente bugie e falsità. D’altro canto, le persone che entrano in relazione con la pisantrofobia, tendono a perdere entusiasmo. Esse infatti si sentono che dall’altro lato, non c’è una persona empatica, ma diffidente e sospettosa. Ovviamente ciò che va analizzato è, innanzitutto, la motivazione che spinge all’utilizzo della pisantrofobia. Il fobico, infatti, deve considerare che non tutte le persone deludono gli altri. É fisiologica e normale una preventiva forma di cautela, soprattutto se in passato ci sono tradimenti. D’altronde, bisogna anche dare possibilità alle persone e imparare a capire il nostro interlocutore.
Le critiche al corpo altrui nel body shaming

Bersaglio facile di critiche e giudizi negativi è il corpo altrui. Oggi si sente spesso parlare di body shaming perpetuato sia nella vita reale, ma ancor di più attraverso i social media. In questo fenomeno dilagante, il corpo diventa oggetto di offese, scherno e critiche anche molto pesanti. L’atteggiamento tipico è quello di indurre vergogna in qualcuno per una caratteristica fisica che non rispecchia gli standard di bellezza imposti dalla società. Ed ecco che il peso eccessivo, la peluria, la cellulite, muscoli non tonici, capelli diradati diventano alcune delle caratteristiche prese maggiormente di mira. Il problema principale di questo comportamento è legato alle conseguenze dirette sulla vittima. Spesso, pur riconoscendo obiettivamente, i propri difetti fisici, la persona bersagliata amplifica ulteriormente le critiche ricevute. La caratteristica fisica non è più una peculiarità che distingue dagli altri, ma assume la forma di un tormento interiore che causa ansia, depressione e fobia sociale. La fragilità della propria autostima, delle insicurezze corporee e relazionali creano un malessere interno, che compromette molte sfere. La modalità con cui sono mosse queste critiche non genera, quindi, nella vittima uno sprono al miglioramento. Al contrario, accuse e intimidazioni portano ad una chiusura in se stessi e ad una convinzione che quanto dicano gli altri sia verità assoluta. Adattarsi a questa situazione, però altera profondamente la percezione della propria immagine corporea. Ci si conforma così ai dettami di una società fondata su valori distorti di uguaglianza e libertà, in cui la massa non permette le differenze e l’individualità. Il body shaming è diventato uno degli esempi in cui la società si è involuta: non è più lo scherno tra bambini, l’innocuo prendersi in giro, che finiva con le risate di tutti. Le critiche oggi sono diventate purtroppo non solo pubbliche, ma anche deleterie e intrise di cattiveria, oltretutto gratuita.
Il love bombing in una relazione affettiva

Il termine love bombing può essere tradotto letteralmente come bombardamento d’amore. Nelle relazioni affettive in cui uno dei due partner riveste di attenzione e romanticherie eccessive l’altro, si sta attuando questa tecnica. La differenza sostanziale tra un innamoramento e il love bombing sta nell’esagerazione dei comportamenti. La relazione si costruisce rapidamente in virtù del senso di fiducia che si stabilisce. Il bomber fa complimenti continuamente, facendo abbassare le difese; porta il partner a vivere emozioni intense e travolgenti. Il corteggiamento è fatto da comportamenti e gesti importanti che lusingano profondamente la vittima, confondendone le emozioni. Entrambi vivono una quotidianità emozionante ed emotiva, fatta di complicità, comunicazione ed empatia. Nelle prime fasi dell’innamoramento, generalmente, l’ idealizzazione dell’altro rappresenta la base per la costruzione della relazione. Nella tecnica del love bombing, il passaggio successivo è l’alienazione affettiva e relazionale. Improvvisamente tutte le attenzioni ricevute svaniscono senza un apparente motivo e spesso la stessa relazione termina, lasciando la vittima sola e disperata. La persona che ha subito il fascino del love bomber si trova a dover vivere un’altalena emotiva. Si passa in maniera repentina dall’essere al centro del mondo dell’altro al silenzio ed evitamento. Spesso, il partner oggetto del love bombing sviluppa un calo dell’autostima e forti sensi di colpa, soprattutto perché non c’è un confronto con l’altro. Confronto che aiuterebbe ad analizzare la situazione e le proprie emozioni e ad accettare la decisione dell’altro. Lo sconforto vissuto crea un vuoto interiore che la vittima fa fatica a metabolizzare. Si rende quindi necessario un periodo in cui la perdita sia elaborata alla luce delle reali circostanze e non per colpe proprie. Una delle conseguenze potrebbe essere anche il desiderio di elemosinare briciole, il breadcrumbing, pur di mantenere un minimo contatto. Risulta comunque importante, impegnarsi verso se stessi affinché non si attuino comportamenti disfunzionali soprattutto per eventuali relazioni future.
Nankurunaisa: un consiglio di vita dal Giappone

Il termine giapponese nankurunaisa è diventato un motto di positività ben augurante. In realtà, esso è inserito all’interno di una frase , la cui traduzione letterale è “ le cose andranno da sé “. Nella tradizione giapponese, infatti, nankurunaisa si usa nelle situazioni in cui il tempo può essere un valido aiuto per il cambiamento delle cose e delle persone. In una società dove tutto scorre estremamente in fretta, il motto orientale diventa un invito a non affannarsi. Con il diffondersi del Covid, cinque anni fa, sui balconi di tutta Italia, cominciarono a spuntare degli striscioni con la famosa frase “ Andrà tutto bene “. L’analogia tra i due motti richiama, alla nostra attenzione, l’aspetto terapeutico dello scorrere del tempo. L’importanza di uno spazio temporale personale costituisce un punto cruciale per la crescita e il benessere psicologico di ciascuno. Affidarsi alla nankurunaisa, non significa aspettarsi in maniera inerme che la vita faccia il proprio corso. Al contrario, il nostro cervello, attraverso la cronostesia, fa il suo personale viaggio nel tempo. Ed è proprio grazie al tempo che impariamo, gradualmente, a guardare le cose dalla giusta prospettiva. Possiamo quindi renderci consapevoli che non possiamo né controllare tutto, né sistemare tutto nell’immediatezza. Lo scorrere del tempo è la possibilità che concediamo al nostro libero arbitrio di prendere decisioni. L’aspetto fiducioso che porta con sé il nankurunaisa aiuta quindi le persone ad accoglierlo come un mantra da ripetere. Diventa quindi un atto di speranza verso il domani e il futuro, proprio perché è portatore di cambiamenti. Ci permette, inoltre, di farci un importante regalo dal valore inestimabile, il nostro tempo, soprattutto in momenti difficili Un tempo, in cui non ci facciamo travolgere dagli eventi, nè sopraffare dalla fretta e dall’affanno. Al contrario, impariamo che il qui e ora del nostro presente ci consentirà di arrivare all’essenza del nankurunaisa.