L’invidia è poco funzionale per se stessi e le relazioni

L’invidia è un’emozione secondaria che si sviluppa nel tempo e attraverso le relazioni con gli altri. Il termine deriva dal latino e indica il modo di guardare con ostilità un’altra persona, una sua qualità o semplicemente una cosa posseduta. Nel film d’animazione Inside out 2, si percepisce proprio l’insorgere, in un secondo momento della vita, di questa emozione. Essa è, quindi, differente da quelle primarie, che invece ci accompagnano fin dalla nascita. La persona che nutre invidia, in genere, non desidera qualcosa, ma attribuisce un valore emotivo ad una caratteristica o ad un bene posseduto da qualcun altro. Di conseguenza, alla base dell’invidia, c’è un forte senso di inferiorità e insicurezza, che crea un circolo vizioso di negatività. L’invidioso percepisce, infatti, se stesso con forti limitazioni e poche potenzialità, caratteristiche che invece riconosce esclusivamente nell’altro. Da ciò, ne scaturisce una sensazione di malessere generale, in cui si alimenta rabbia, ostilità, aggressività e frustrazione. Dal punto di vista relazionale, l’invidioso logora continuamente i rapporti con gli altri per il suo senso di insoddisfazione cronico. Si lamenta spesso delle sue mancanze e getta infamia sugli altri, evitando però di rompere questo schema mentale. Dal punto di vista psicologico, inoltre, ci troviamo di fronte ad un individuo che, pur percependo la natura del suo malessere, non fa nulla per cambiare la situazione. Non si attribuisce, infatti, nessuna colpa a se stessi, ma al caso/sfortuna che è stato clemente con altri e non con noi. L’invidia quindi crea autocommiserazione, perché più facile da gestire e non richiede sforzo per il miglioramento. L’autostima viene continuamente messa alla prova con un susseguirsi di situazioni che non favoriscono l’ innalzamento di essa. Al contrario, oltre che le relazioni, si deteriora anche l’immagine di sé, rappresentata solo da limiti, incapacità e scoraggiamento. L’accezione negativa legata quindi all’invidia, dovrebbe e potrebbe essere invece uno stimolo alla riflessione su chi siamo innanzitutto. Necessita quindi un autoesame, in cui si accettano in primis i propri limiti e si guarda con soddisfazione alle proprie capacità per realizzare i nostri desideri.
L’empatia è la capacità che stiamo perdendo

L’empatia è un termine oggigiorno molto usato, ma poco vissuto. La parola ha origini greche ed è mutuata dalle arti figurative del teatro. Consiste nella tecnica usata dall’attore di “partecipare “ alle emozioni. Nella vita quotidiana, quindi, l’empatia è per definizione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, percependo il pathos, lo stato emotivo e soprattutto la sofferenza altrui. Dal punto di vista pratico, l’empatia può essere considerata una sorta di immedesimazione. Di conseguenza, l’interlocutore, che ha sviluppato questa capacità, comprende l’altro sotto il profilo emotivo. Alla luce degli innumerevoli fatti di cronaca nera che accadono ogni giorno, una riflessione è doverosa. Stalking, bullismo, femminicidi sono solo alcuni degli esempi della mancata capacità empatica. Allo stesso tempo, l’alienazione emotiva e il distacco dalla realtà che i social determinano, contribuiscono a dare poco valore alla vita e agli altri in generale. Oggi, purtroppo, si è troppo presi esclusivamente da se stessi, dal condividere e postare le cose che facciamo sui social, dallo sbirciare nella vita degli altri. Passiamo moto tempo a controllare continuamente le notifiche, senza accorgersi di chi abbiamo non solo dall’altra parte dello schermo, ma anche vicino a noi. Tutto questo fa si che ci si dimentica che quelle stesse persone da cui “dipendiamo “ virtualmente provano emozioni di cui bisogna avere rispetto. La vittima peggiore della mancanza di empatia è la relazione con l’altro. L’assenza di sintonizzazione emotiva porta con se la mancanza di fiducia e rispetto. Queste sono le capacità che costituiscono la base di tutti i rapporti, da quelli affettivi a quelli professionali. Sarebbe opportuno ritornare al calore delle relazioni umane. Bisogna mettere in atto incontri in cui si mantiene il contatto visivo con l’altro e si mette in pratica l’ascolto e un’apertura non giudicante.
Essere in panchina in una relazione sentimentale

Il benching è il termine di origine inglese che indica lo stare in panchina. Esso è usato per descrivere una forma di relazione affettiva distorta. I legami tra gli esseri umani sono fondamentali per lo sviluppo psicosociale e dovrebbero basarsi sul rispetto, la fiducia e l’empatia. Negli ultimi anni, con la divulgazione e l’abuso dei social, stanno prendendo sempre più piede, nuove forme di relazioni sentimentali. Oltre al breadcrumbing e l’orbiting, il benching , nello specifico, fa riferimento ad una strategia in cui si tiene in panchina il partner. È un comportamento in cui si lascia in sospeso, in panchina appunto, l’altra persona, lasciando accesa una speranza senza una reale concretezza. Il bencher, quindi, non sparisce del tutto, come nel ghosting. Piuttosto, mette la relazione in uno stato di stand-by, con qualche forma sporadica di interessamento ( come un like o un semplice messaggio) per tenere accesa la fiamma. Le vittime tipiche sono coloro che vengono contattate, ad esempio, all’ultimo momento per un’uscita o per offrire una spalla su cui piangere in presenza di un problema. Lo stare in panchina, quindi, crea uno stato emotivo bizzarro. Invece di considerarsi un’alternativa o un ripiego, paradossalmente ci si sente importanti. Questo perché si fa leva sul fatto che siamo stati scelti nel momento del bisogno. Ovviamente, la parte drammatica della relazione è la comunicazione e l’empatia. Chi mette in panchina, infatti, non tiene in considerazione nè i sentimenti né i bisogni dell’altro. Cerca semplicemente qualcuno a cui aggrapparsi quando si sente solo. Inoltre, comunica sempre in modo vago, senza una effettiva progettualità comune. D’altro canto, chi si siede in panchina, più o meno consapevolmente, sa di non riuscire a comunicare con chiarezza i propri pensieri e d emozioni. Di conseguenza, affida agli altri la comprensione di essi, preferendo rimanere in disparte ad osservare ed aspettare. Per poter avere una relazione affettiva sana, entrambi i protagonisti devono essere chiari e dare il giusto valore alle persone.
La tentazione: meglio combatterla o abbandonarsi?

Fra le esperienze quotidiane che ci mettono costantemente alla prova, c’è sicuramente la temuta tentazione. Secondo la psicologia, la tentazione è una sorta di conflitto interiore tra un divieto perentorio e il desiderio di trasgressione ad esso. Le tentazioni assumono molteplici forme e possono richiedere tante energie e strategie per poterle fronteggiare. Nessuno, purtroppo, può considerarsi immune all’esposizione alla tentazione; ciò che cambia, invece, è la capacità di autocontrollo di ciascuno e l’investimento emotivo personale. L’aspetto interessante dell’essere indotti in tentazione è rappresentato proprio dalla rigidità con cui viene imposto il divieto. Sembrerebbe infatti, che ci sia una corrispondenza esponenziale, secondo la quale più qualcosa sia vietata e più aumenta il desiderio di raggiungerla. La curiosità, ad esempio, spinge spesso i bambini a trasgredire, violando quindi le regole imposte, magari per garantire la loro sicurezza fisica. Sono, infatti, attratti proprio dai divieti imposti: non toccare quella fiamma, non urlare, non correre sui gradini, non mangiare in fretta. Tutte regole che stimolano la curiosità di capire l’ambiente e le conseguenze dei loro comportamenti.Gli adulti, invece, preferiscono l’appagamento di un desiderio o di un bisogno più fisiologico, come il mangiare oppure il tradimento, che porta ad un immediato e transitorio stato di benessere. Le restrizioni di una dieta ferrea, legami affettivi monotoni e abitudinari, per gli adulti, si trasformano in specchietti per allodole, che attraggono più delle eventuali conseguenze negative. Nasce così quel temporaneo tormento interiore, in cui bisogna decidere se far prevalere l’autocontrollo oppure rifugiarsi in un piacevole stato di beatitudine. La risposta, ovviamente, è tutta nelle conseguenze del proprio comportamento e in quanto sia importante per noi l’oggetto della tentazione. Abbandonarsi o combatterla diventa, quindi, una esperienza di arricchimento del proprio se: da un lato, permette infatti di comprenderne le conseguenze e dell’altro aiuta la propria autostima e autocontrollo.
Il frustrato e la sua tossicità verso se stesso e gli altri

L’aggettivo frustrato è sempre più diffuso come sinonimo di fallito, deluso e depresso. Fin da bambini, l’esperienza della frustrazione ci accompagna quotidianamente, perché non sempre è possibile appagare nell’immediato un bisogno o un desiderio. Già Freud, che ha introdotto il termine nei suoi studi psicologici, sosteneva l’aspetto positivo della frustrazione, come capacità di adattamento al mondo esterno. D’altro canto, però, il frustrato è colui che mette in atto meccanismi e comportamenti psicologici di rigidità e negatività. Dsl punto di vista psicologico, vittima della frustrazione è proprio chi di fronte ad uno stimolo fisico o ambientale non reagisce, ma ne percepisce soltanto gli aspetti negativi. I sintomi di tipo emotivo più comuni sono la rabbia, l’ansia e l’umore depresso. I comportamenti tipici, inoltre, sono l’evitamento delle persone e delle situazioni oltre alla procrastinazione. Il frustrato, nello specifico, ha una rigidità di pensiero fossilizzata su quanto sia difficile ottenere dei risultati, e tende a vivere prevalentemente nel passato. Perde totalmente di vista il qui e ora, rimarginando sulle sue difficoltà: non utilizza le proprie risorse interne per superare lo stato di empasse, ma “ si crogiola” in esso. Proprio per questo modo di fare, la sua autostima e il suo umore virano verso il basso, compromettendone la salute mentale e le relazioni interpersonali. La vicinanza, infatti, ad una persona con tali caratteristiche, soprattutto se ci sono legami affettivi, diventa purtroppo tossica. Gestire continuamente malumori, sconfitte anticipate, rabbia infondata aumenta sensibilmente il rischio di esporsi a situazioni spiacevoli. Si compromette purtroppo anche la motivazione al cambiamento o per lo meno a provarci, perdendo di vista proprio la capacità di adattamento utile per vivere. Il frustrato dovrebbe quindi interrompere questo modus operandi: un cambiamento di strategia orientato ad un’analisi realistica dei bisogni/aspettative/risultati. Il tutto deve essere corredato da entusiasmo, motivazione e fiducia in se stessi.
La tolleranza alla frustrazione: questa sconosciuta

La tolleranza alla frustrazione è la capacità personale di non amplificare il malessere e sofferenza, soprattutto di tipo psicologico. Partendo dalla definizione di frustrazione, essa è definita come una condizione psicologica in cui un forte desiderio non trova immediatamente un appagamento. Essa nasce quindi nel momento in cui alcuni impedimenti oppure ostacoli ne rallentano o addirittura vietano che il bisogno venga soddisfatto, con conseguente stato di piacere. La sua accezione negativa è quella fortemente conosciuta e temuta, proprio perché determina uno stato psico-fisico di dispiacere e tensione. Si fa, infatti, spesso riferimento all’idea che una mancata gratificazione generi frustrazione. Di conseguenza, si cominciano a manifestare i suoi sintomi più comuni, come la bassa autostima, l’ansia e la facile irritabilità. Proprio per questo stato di malessere che la accompagna, si è soliti pensare che sia meglio evitarla, cedendo a tutti i costi alla soddisfazione del bisogno che l’ha creata. Una sorta di legge del tutto e subito a cui bisogna sottostare per non soffrire, mai. Dal punto di vista psicologico, la frustrazione e la sua tolleranza ad essa, sono elementi che ci permettono di adattarci meglio all’ambiente. I primi approcci alla frustrazione si hanno già poco dopo la nascita: si pensi all’allattamento o al cambio del pannolino che per diversi motivi devono essere ritardati. Ovviamente l’ immaturità e la non autosufficienza del bambino lo fanno strillare fino a quando non sarà appagato il suo bisogno fisiologico. Durante la crescita, l’esposizione a continue rinunce o ritardi, spesso fossilizzano l’idea negativa che la frustrazione sia la condizione che crea esclusivamente malessere. D’altro canto, però, la tolleranza alla frustrazione ci aiuta a migliorare la comprensione delle nostre emozioni, grazie proprio alla sua attivazione sia fisica che psichica. Inoltre, un lasso di tempo fra il desiderio e la sua gratificazione determina un affinamento della capacità di resilienza e adattamento.
Inside out: dentro e fuori un’emozione

Il viaggio attraverso le emozioni è molto ben rappresentato dal film di animazione Inside out. L’emozione è un tipo particolare di esperienza soggettiva, determinato da una elevata attivazione fisiologica. È uno stato che serve al corpo per affrontare al meglio lo stimolo ricevuto dall’ambiente circostante. Il corpo infatti risponde con la contrazione dei muscoli scheletrici, l’aumento del battito cardiaco e della pressione, l’aumento della frequenza del respiro e il rilascio di sostanze ormonali. Questo stato di attivazione risulta essere utile o dannoso in base al compito da svolgere. In genere, uno stato di attivazione molto alto è utile nelle situazioni che richiedono un notevole dispendio di energia fisica. Al contrario, esso può risultare deleterio soprattutto per i compiti che necessitano uno sforzo intellettuale. Si pensi quindi, alla paura che permette la fuga in caso di pericolo e ad un esame a cui si rischia, invece, di fare scena muta. I primi studi antropologici e psicologici sulle emozioni hanno evidenziato che esse sorgono in modo spontaneo, automatico e rapido. Ekman identifica le emozioni umane di base, con paura, rabbia, disgusto, felicità e tristezza. Esse si fondano su una immediata valutazione dello stimolo, senza alcun giudizio razionale. Ognuna di esse è un andirivieni inside out, un’altalena tra contrazioni di muscoli facciali e attivazioni fisiologiche specifiche interne, che ne determinano così il riconoscimento. Le emozioni infatti sono cross-culturali, attraversano cioè tutte le culture e sono anche riconosciute dai primati e dai neonati. Grazie a questo intrecciarsi di emozioni, costruiamo nel corso degli anni, la nostra complessa personalità, l’immagine di noi stessi. Non ci basta il ricorso ad una sola di essa, abbiamo, infatti bisogno di ciascuna per poter comprendere meglio noi stessi e gli altri, con i quali interagiamo quotidianamente e contribuiscono ad una migliore comprensione del mondo interno e esterno.
Il Crawly possessed: cosa nasconde

Il crawly possessed è una nuova moda/challenge che sta diffondendosi tra i giovani. I social media non finiscono mai di stupire e di inventarsi novità, che non sempre hanno qualcosa di positivo. Dalla piattaforma cinese e pian piano anche sugli altri social e siti di messaggistica, video che mostrano il crawly possessed diventano sempre più virali. Nello specifico, questa nuova tendenza consiste nel gattonare in gruppo, soprattutto nei centri commerciali. Quindi, un numero variabile di ragazzi, si organizza sul web e poi si incontra nel luogo scelto, per mettere in scena questa esperienza di gruppo. Gli stessi ideatori, nel tentativo riuscito, purtroppo, di fare proseliti, si inquadrano come una setta con uno scopo sociale ben preciso. Il punto nodale dell’esperienza è caricare i partecipanti di energia e adrenalina pura, Inoltre, i promotori di tale attività, sostengono che sia un modo per allontanare l’ansia, soprattutto di tipo sociale. Nelle prime manifestazioni del fenomeno, i partecipanti, oltre al gattonare avevano anche atteggiamenti da posseduti, da cui il nome, con la conseguenza di spaventare gli spettatori ignari. Dal punto di vista psicologico, un atteggiamento del genere determina sicuramente l’appartenenza al gruppo e l’adattarsi alle regole di esso. Ovviamente, però, non tutte le direttive gruppali hanno risvolti positivi. Innanzitutto, l’esibizione in pubblico, attraverso una pantomima, può aiutare il protagonista a migliorare l’autostima e il concetto di sè. D’altro canto, l’adeguarsi ad un comportamento del genere, in cui si invade lo spazio altrui, spaventando anche l’osservatore, non può di certo considerarsi funzionale. Inoltre, nei messaggi di invito ad unirsi a questa setta, così come si autodefiniscono, manifestano apertamente l’idea dell’ossessione per questi atteggiamenti che definiscono sociali, ma che hanno poco a che vedere con l’altro.
Scialla: un modo di dire giovanile

Il gergo giovanile è ricco di neologismi; e il termine Scialla è uno di questi. L’espressione èusata prevalentemente col significato di “stai sereno, tranquillo”. Rappresenta, quindi, una sorta di consiglio a rilassasi. I giovani d’oggi, infatti, spesso nelle discussioni generazionali con i propri genitori, ricorrono alla parola Scialla, per rimodulare i toni “surriscaldati”. Si sa che, in genere, soprattutto durante il periodo adolescenziale, genitori e figli litigano spesso. Questo comporta un alimentare malumori, incomprensioni e arrabbiature varie. I genitori, quindi, si ritrovano spesso a perdere la pazienza, la capacità di ascolto e di empatia nei confronti dei figli “disubbidienti”. Anche se in effetti stanno semplicemente esprimendo il loro desiderio di emancipazione ed individualizzazione. In contesti del genere, Scialla costituisce lo strumento per ripristinare gli equilibri emotivi. Laddove, la discussione sta prendendo pieghe orientate al nervosismo e allo scontro, un modo per fermare il flusso di negatività è rappresentato proprio da questo neologismo. Il termine è talmente usato che ne sono state create derivazioni, come sciallare e sciallato, ed è arrivato anche all’attenzione dell’Accademia della Crusca. Ovviamente, l’aspetto interessante di questa parola, dal punto di vista psicologico è da ricercare nel significato di questa parola. Da un lato vediamo i giovani, che con i loro modi di fare molto tranquilli, al limite del superficiale, che insegnano agli adulti a riprendere in mano il controllo sulle proprie emozioni. Ci troviamo, quindi, di fronte ad una situazione in cui i ruoli si capovolgono: i genitori , che dovrebbero essere esempio di equilibrio sono richiamati all’ordine dai figli, mediante un invito ad evitare lo scontro. Sembrerebbe quasi uno sminuire il senso e il contenuto della discussione, ma che in realtà non è altro che un modo per riportare al dialogo costruttivo i protagonisti
Punto e virgola: da segno di punteggiatura a simbolo

Gianni Rodari, nel 1960, pubblicò una filastrocca per bambini dedicata proprio al punto e virgola, per omaggiare uno dei segni della punteggiatura. Secondo la grammatica italiana, il punto e virgola è un segno di interpunzione tra due frasi, in cui c’è una connessione tra le cose precedenti e successive, ma c’è anche una sorta di distacco fra esse. Proprio per la sua natura ambigua di continuità/discontinuità tra passato e presente, esso ha assunto un ruolo simbolicodal significato psicologico. Negli ultimi anni, infatti, con il diffondersi della moda dei tatuaggi , il punto e virgola è un simbolo molto richiesto, come disegno permanente sulla pelle. Esso è appunto diventato il simbolo della speranza per il futuro. Con questo disegno, si mette un punto al passato e ci si apre al presente con nuovi occhi. Spesso, è oggetto di tatuaggio anche per coloro che hanno tentato il suicidio, dopo una depressione più o meno grave o comunque un momento buio. Molti adolescenti, inoltre, con passato autolesionista, lo scelgono a testimonianza della possibilità di riscatto. Rappresenta, quindi, la rinascita, il desiderio di lottare sempre, di riuscire a trovare nuove vie di fuga, nuove strategie di adattamento. Questo segno è una sorta di sensibilizzazione verso temi delicati, come la morte, in cui si legge la metafora di una vita che non finisce, ma si trasforma in altre possibilità ed esperienze. Un piccolo simbolo che apre a riflessioni grandi sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro.