Mobbing: Un Fenomeno da Comprendere e Combattere

Il mobbing è un fenomeno purtroppo diffuso negli ambienti di lavoro, caratterizzato da comportamenti vessatori, intimidatori e persecutori messi in atto da colleghi o superiori nei confronti di un individuo. Questo articolo esplorerà il mobbing, definendolo, analizzandone le cause, gli effetti e offrendo strategie per affrontarlo e prevenirlo. Che Cos’è il Mobbing? Il termine “mobbing” deriva dall’inglese “to mob,” che significa aggredire o assalire in gruppo. In ambito lavorativo, il mobbing si riferisce a una serie di comportamenti sistematici e prolungati nel tempo volti a isolare, emarginare e danneggiare un lavoratore. Questi comportamenti possono includere critiche ingiustificate, isolamento sociale, assegnazione di compiti umilianti o eccessivi, e diffusione di voci dannose. Cause del Mobbing Le cause del mobbing sono molteplici e complesse, spesso radicate nelle dinamiche interpersonali e organizzative. Alcuni fattori comuni includono: Competizione e Invidia: La competizione per promozioni, riconoscimenti o semplicemente per la propria posizione può generare invidia e comportamenti ostili. Stili di Leadership Autoritari: Manager autoritari o insicuri possono utilizzare il mobbing come strumento di controllo. Cultura Aziendale Tossica: Ambienti di lavoro caratterizzati da una mancanza di rispetto e collaborazione possono favorire il mobbing. Differenze Personali: Differenze di genere, etnia, orientamento sessuale o personalità possono innescare comportamenti discriminatori e persecutori. Effetti del Mobbing Il mobbing ha conseguenze gravi e durature sia per le vittime che per l’ambiente di lavoro nel suo complesso. Gli effetti possono includere: Conseguenze Psicologiche: Ansia, depressione, stress post-traumatico e riduzione dell’autostima sono comuni tra le vittime di mobbing. Conseguenze Fisiche: Problemi di salute fisica, come disturbi del sonno, mal di testa, e malattie psicosomatiche possono derivare dal mobbing. Riduzione della Produttività: Il mobbing può portare a una diminuzione della produttività e della motivazione, non solo per la vittima, ma anche per l’intero team. Aumento del Turnover: Un ambiente di lavoro ostile può aumentare il tasso di turnover, con conseguenti costi di reclutamento e formazione per l’azienda. Strategie per Affrontare e Prevenire il Mobbing Affrontare e prevenire il mobbing richiede un approccio proattivo e sistematico. Ecco alcune strategie efficaci: Promuovere una Cultura Aziendale Positiva: Creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto, la collaborazione e l’inclusività è fondamentale per prevenire il mobbing. Formazione e Sensibilizzazione: Organizzare sessioni di formazione per dipendenti e manager sul riconoscimento e la gestione del mobbing. Procedure di Segnalazione: Stabilire canali chiari e riservati per la segnalazione di comportamenti di mobbing, garantendo che le denunce vengano prese sul serio e investigate adeguatamente. Supporto alle Vittime: Offrire supporto psicologico e consulenze alle vittime di mobbing, aiutandole a recuperare e a reintegrarsi nel ambiente lavorativo. Interventi Decisi: Agire con decisione contro i comportamenti di mobbing, applicando le politiche aziendali e, se necessario, sanzioni disciplinari. Conclusione Il mobbing è un fenomeno dannoso che mina la salute e il benessere dei lavoratori, oltre a compromettere l’efficienza e l’armonia dell’ambiente di lavoro. Comprendere le cause e gli effetti del mobbing è il primo passo per combatterlo. Attraverso la promozione di una cultura aziendale positiva, la formazione, e l’implementazione di procedure efficaci, le organizzazioni possono creare un ambiente di lavoro più sano e produttivo. È essenziale che le aziende prendano sul serio il mobbing e adottino misure concrete per prevenire e affrontare questo problema.

L’accettazione, questa strana sconosciuta.

L’accettazione, questa strana sconosciuta. La maggior parte dei pazienti, quando arriva in studio per le prime sedute, parte raccontando con rabbia e frustrazione la condizione di vita in cui si trova. Ascolto analisi psicosociali accurate del comportamento dell’altro-carnefice: i genitori, i partner, un amato, un lutto. La principale domanda è: perché a me? Emerge infatti, che molto tempo della giornata e della sintomatologia si aggira attorno al disperato tentativo di rispondere a questa domanda: perché a me. Da qui partono pensieri ruminativi volti a ripercorrere il momento decisivo, l’azione precisa, in cui è crollato il castello felice. Quale errore, quale parola, quale reazione ha scatenato quell’evento. Tutto ciò nasconde un qualcosa di importante, che è la pretesa e la credenza di poter controllare eventi di per sé incontrollabili, principalmente i desideri di altre persone, eventi esterni e accidentali. Quando tocchiamo il tasto dell’incontrollabilità degli eventi, emerge una sensazione di sopraffazione e di impotenza, che è difficile da contattare e tollerare. <<E quindi cosa devo fare?>> Accettare, rispondo io. È qui la nota dolente. Che cosa vuol dire accettazione? Accettare sembra un concetto appartenente alla filosofia orientale, ben diversa da noi. Nella nostra cultura, dove preme l’esaltazione di caratteristiche quali la testardaggine, la perseveranza, il sacrificio volto alla produzione; accettare è appannaggio di religione e spiritualità. Quelle situazioni un po’ strane da ritiro nella foresta, in silenzio, monacale. Accettazione viene spesso percepita, infatti, come una modalità passiva di affrontare le cose. Accetto, amo e perdono tutto ciò che mi accade: una sorta di porgi l’altra guancia. Accettazione è, invece, quanto più diverso ci sia da questo. Trovo che sia la più attiva e coraggiosa delle scelte: una ridefinizione di confini entro cui recuperare le proprie risorse, e agire. Vuol dire aprirsi a sperimentare pienamente la realtà così com’è in questo momento, smettendo di combatterla, o di respingerla. Accettazione non è, infatti, approvazione. Io posso accettare anche ciò che non approvo, e Marsha Linehan (2015, p.504) su questo fa un esempio molto indicativo: Un uomo si trova in carcere con una condanna a vita per un crimine che non ha commesso. È ricorso in appello, non ha soldi e non ha risorse per assumere un bravo avvocato. Per lui è fondamentale accettare che il carcere sarà la sua nuova casa per sempre, anche se non approva questa condizione. Se non accetta tale realtà, non potrà adattarsi al carcere, e apprendere le nuove abilità necessarie per sopravvivere in tale ambiente, né ottenere ciò che di buono questo può offrire. Adirarsi e combattere il sistema può interferire con il problem solving e portare ad un maggior numero di punizioni dal contesto. Rimanere disteso sulla propria branda, rassegnarsi e arrendersi, può essere altrettanto problematico e portare a punizioni e ritorsioni. L’accettazione è quindi l’unico vero primo passo per riuscire ad agire in modo efficace, prendendo chiara evidenza della realtà così com’è.

Zimbardo e l’effetto Lucifero: un esperimento estremo

L’effetto Lucifero fa riferimento a una delle questioni più intriganti della psicologia sociale: come è possibile che persone comuni, in determinate circostanze, possano commettere azioni deplorevoli? Lo psicologo Philip Zimbardo esplorò questo enigma in modo approfondito attraverso uno degli esperimenti più controversi e discussi nella storia della psicologia sociale: l’esperimento della prigione di Stanford. L’esperimento della prigione di Stanford Nel 1971, Philip Zimbardo, professore di psicologia presso l’Università di Stanford, condusse un esperimento volto a esplorare gli effetti del ruolo e dell’ambiente sul comportamento umano. L’obiettivo era di capire come individui comuni, privi di tendenze criminali, avrebbero reagito in un contesto che simulava la vita carceraria. L’esperimento coinvolse 24 studenti universitari, selezionati tra un gruppo di volontari per la loro apparente stabilità psicologica e fisica. Questi furono divisi casualmente in due gruppi: guardie e prigionieri. Una prigione fittizia fu creata nel seminterrato del dipartimento di psicologia di Stanford, con celle, corridoi e un’area per l’osservazione. L’inizio dell’esperimento Il primo giorno dell’esperimento, i partecipanti assegnati al ruolo di prigionieri furono arrestati nelle loro case dalla polizia locale, ammanettati e trasportati alla “prigione” di Stanford. Questa procedura intendeva creare una sensazione di realtà e di sconcerto. Una volta arrivati, furono spogliati, spruzzati con spray disinfettante, e rivestiti con uniformi da prigionieri con un numero identificativo, per deumanizzarli ulteriormente. D’altro canto, le guardie ricevettero uniformi militari, occhiali da sole a specchio per evitare il contatto visivo e manganelli, conferendo loro un’aria di autorità e potere. L’evoluzione delle dinamiche di potere Già dal secondo giorno, le dinamiche di potere cominciarono a emergere in modo evidente. Le guardie, inizialmente riluttanti, cominciarono a esercitare il loro potere in modo sempre più coercitivo e abusivo. L’umiliazione, le punizioni arbitrarie e le privazioni divennero la norma.  Questi comportamenti non erano il risultato di ordini espliciti da parte dei ricercatori, ma piuttosto una manifestazione dell’ambiente e dei ruoli assunti. Le guardie si trasformarono rapidamente da persone comuni a perpetratori di abusi, mentre i prigionieri divennero passivi e sottomessi. Questi ultimi, d’altra parte, svilupparono rapidamente sintomi di stress, ansia e depressione. Le dinamiche di potere e l’anonimato associati ai ruoli assegnati portarono a una deumanizzazione delle vittime, trasformando le guardie in aguzzini e i prigionieri in esseri sottomessi e privati di dignità. La fine prematura dell’esperimento L’esperimento della prigione di Stanford era previsto per durare due settimane, ma si interruppe dopo soli sei giorni a causa del deterioramento delle condizioni psicologiche dei partecipanti. Christina Maslach, una collega di Zimbardo, quando visitò la prigione sperimentale convinse, infatti, Zimbardo a terminare l’esperimento. Le implicazioni psicologiche e la teoria dell’effetto Lucifero L’esperimento della prigione di Stanford ha sollevato importanti questioni etiche e psicologiche. Ha dimostrato come le situazioni e i ruoli sociali possano influenzare profondamente il comportamento umano. Le persone, in certe circostanze, possono compiere azioni che mai avrebbero immaginato in condizioni ordinarie. Zimbardo chiamò questo fenomeno “Effetto Lucifero”, riferendosi alla trasformazione di Lucifero da angelo a demonio nella tradizione cristiana. L’effetto Lucifero non suggerisce che le persone siano intrinsecamente malvagie, ma piuttosto che le situazioni possono facilitare comportamenti malvagi. Questo effetto si basa su tre concetti chiave: la deindividuazione, la deumanizzazione e la diffusione della responsabilità. Deindividuazione: quando gli individui perdono il senso della propria identità personale in un gruppo, tendono a comportarsi in modi che non rispecchiano la loro moralità individuale. Nell’esperimento di Stanford, le uniformi e gli occhiali a specchio delle guardie contribuirono a una perdita di identità personale, facilitando comportamenti disinibiti. Deumanizzazione: questo processo implica vedere gli altri come meno che umani, spesso come oggetti o numeri. Le guardie carcerarie deumanizzarono i prigionieri, vedendoli non come individui con emozioni e diritti, ma come soggetti da controllare e punire. Diffusione della responsabilità: in un gruppo, gli individui spesso sentono che la responsabilità delle loro azioni è condivisa, riducendo il senso di colpa individuale. Nell’esperimento, le guardie sentirono meno responsabilità personale per le loro azioni crudeli perché erano parte di un gruppo che agiva allo stesso modo. Le critiche e le riflessioni L’esperimento della prigione di Stanford portò con sé critiche per differenti ragioni, incluse le sue problematiche etiche e metodologiche. Inoltre, la mancanza di un’adeguata supervisione e di protezioni per i partecipanti ha sollevato preoccupazioni etiche significative. Nonostante queste critiche, l’esperimento ha avuto un impatto duraturo sulla psicologia e sulla nostra comprensione del comportamento umano. Ha portato, inoltre, a una maggiore attenzione sull’importanza dell’etica nella ricerca psicologica e ha evidenziato come il contesto sociale e i ruoli possano influenzare profondamente il comportamento. Conclusione L’effetto Lucifero e l’esperimento della prigione di Stanford rappresentano una potente lezione sulla natura umana e sul potere delle situazioni. Sebbene l’esperimento abbia sollevato questioni etiche significative, ha anche fornito preziose intuizioni su come e perché le persone possono comportarsi in modi estremi sotto certe condizioni. Riconoscere e comprendere questi meccanismi è fondamentale per costruire società più giuste e compassionevoli, in cui il potere sia esercitato con responsabilità e integrità.

Dal Ring al Mito: La Leggenda del Pugile Indomito

di Federico Rossi Se Nietzsche avesse mai visto un pugile in azione, forse avrebbe sostituito la sua “stella danzante” con un pugile vittorioso. Dopotutto, il pugilato, con la sua danza brutale di forza e strategia, è una metafora potente per la vita stessa. E proprio come un pugile affronta un avversario sul ring, noi affrontiamo le nostre sfide quotidiane, sia fisiche che mentali. Il pugilato rappresenta un viaggio di trasformazione, dove ogni incontro è un confronto con le proprie paure, limiti e insicurezze. Gli atleti non affrontano solo un avversario fisico, ma anche le loro debolezze interne. Questo viaggio dell’eroe si riflette nelle storie di pugili italiani come Giovanni Parisi ed internazionali come Muhammad Ali e James J. Braddock (Cinderella Man), che hanno superato immense difficoltà per raggiungere il successo. Di fatto il pugilato è innaturale in quanto richiede di andare contro il nostro istinto naturale di evitamento del dolore. Invece di scappare dal dolore, il pugile lo affronta direttamente. La sua lotta contro tutto e tutti diventa un reiterante agito borderline, un tentativo di confrontarsi con la sofferenza fisica e mentale per riuscire a sentire l’insentibile. La sua battaglia col mondo (e con se stesso) avviene come una perpetua lotta oggettuale contro il prossimo avversario. Questo processo di confronto e superamento del dolore fisico e mentale diventa essenziale per la sua crescita personale ed evoluzione come essere umano. Come disse Alejandro Jodorowsky, “Psiche,” anima in greco, significa anche “farfalla”. Nasciamo con un bruco di anima, il nostro lavoro è dargli ali e volo. Il pugile ci insegna il potere della resilienza quale forza per riprendersi dalle difficoltà, recuperando da sconfitte e infortuni per tornare sul ring più forti di prima. Questo concetto diventa ispirazione quotidiana alla vita di tutti i giorni: le avversità mettono alla prova il nostro carattere, ci spingono a cercare dentro di noi risorse inaspettate e ci mostrano il nostro vero io. La magia di questo sport si cela proprio qui, nel coraggio di inseguire un sogno che solo il cuore ardente può scorgere. Un sogno che sfida ogni limite, che spinge oltre la sopportazione, verso l’orizzonte sconfinato dell’anima. Perché nel profondo del ring si combatte una battaglia silenziosa. Non solo contro un avversario, ma contro i propri demoni, le paure che sussurrano dubbi e incertezze. Ma il pugile indomito non cede. Trasforma il dolore in carburante, la sua sofferenza in forza propulsiva, nota come volontà. Il pugilato così trascende, diventa più di uno sport; è metafora di vita. Ci insegna che la vera forza non sta nell’evitare il dolore, ma nel fronteggiarlo. La lotta con ogni avversario diventa un viaggio di scoperta del proprio Sé, un percorso di crescita e di trasformazione umana. Chi combatte, lotta contro le avversità della vita stessa, intraprende un percorso di continuo miglioramento, con il fine ultimo di volare più in alto del proprio dolore e delle avversità, di superarlo, proprio come un bruco che diventa farfalla. In questa luce, possiamo vedere il pugilato non solo come una disciplina fisica, ma come una lotta intrapsichica che può insegnarci a essere resilienti, coraggiosi e autentici. La vera essenza della boxe non è nel vincere o nel perdere, ma nel trovare la forza di lottare, sempre e comunque. È nell’abbracciare le proprie ferite, trasformandole in ali che ci permettono di volare più in alto superando ogni limite ed avversità. Nel profondo, il pugilato si rivela un balsamo curativo per chi è stato spezzato dalla vita. E alla fine, è questa autenticità, questa capacità di affrontare e superare il caos dentro di noi, che ci permette di partorire le nostre stelle danzanti. Come disse Albert Camus: “Essere diversi non è una cosa né buona né cattiva. Significa semplicemente che sei abbastanza coraggioso da essere te stesso.”

‘Toccare’ il paziente: l’uso del contatto fisico in psicoterapia

L’uso del contatto fisico in psicoterapia segue l’idea che lo sviluppo del lavoro e della consapevolezza dei propri processi e della propria salute mentale passi anche attraverso la conoscenza del corpo. Essa si fonda sui concetti di unità tra corpo e Sé di origine fenomenologica intrinseci nella psicoterapia della Gestalt. Il contatto corporeo è usato nella forma di ‘esperimento’ per aiutare e sostenere i pazienti nell’esplorare alcuni aspetti della loro natura corporea. Il lavoro con il corpo e l’atto del toccare devono essere concordati ed avere chiaro il fine del lavoro e l’obiettivo terapeutico. Ci sono differenti modalità di intervento corporeo: ‘tocco molto leggero’ che aiuta a mantenere l’attenzione in un punto del corpo; ‘appoggiare le mani’ serve a mettersi in contatto percepire ed influenzare il ‘campo’ di energia; ‘tocco mobile’ che serve a comunicare sostegno e presenza e a confortare; ‘dondolare’ serve a sciogliere le unità scheletriche e muscolari e riconnettersi con il fluire. Ogni tipologia ha un senso nel lavoro di quel paziente in quel momento. Il lavoro con il corpo aiuta a lavorare sui blocchi che si manifestano nel corpo e che sottendono blocchi emotivi. Esistono molti pazienti coni quali non è necessario lavorare con il corpo poiché gli obiettivi terapeutici e i temi che trattano non lo richiedono.

Gli Effetti Positivi della Noia: Un’Analisi Psicologica

La noia è spesso percepita come un’emozione negativa da evitare. Tuttavia, recenti ricerche psicologiche stanno rivelando che la noia può avere effetti positivi significativi sulla nostra vita. In questo articolo esploreremo i benefici meno conosciuti della noia, dimostrando come essa possa stimolare la creatività, favorire l’introspezione e migliorare il benessere generale. La Noia e la Creatività Uno degli effetti positivi più evidenti della noia è la sua capacità di stimolare la creatività. Quando la mente non è occupata da stimoli esterni, inizia a vagare, esplorando idee e concetti nuovi. Questo processo di “vagabondaggio mentale” può portare a scoperte creative e soluzioni innovative ai problemi. Stimolazione del Pensiero Divergente La noia costringe la mente a cercare stimoli internamente piuttosto che esternamente. Questo porta al pensiero divergente, un tipo di pensiero che genera molteplici soluzioni a un singolo problema. Studi hanno dimostrato che le persone annoiate sono più inclini a trovare soluzioni creative rispetto a quelle costantemente stimolate. Incremento della Fantasia La noia può anche incrementare la fantasia e l’immaginazione. I momenti di inattività offrono lo spazio mentale per esplorare scenari immaginari, creare storie o semplicemente sognare ad occhi aperti. Questo tipo di attività mentale è fondamentale per lo sviluppo di abilità creative e innovative. La Noia e l’Introspezione La noia non solo stimola la creatività, ma favorisce anche l’introspezione. Quando ci troviamo senza distrazioni, siamo costretti a confrontarci con i nostri pensieri e sentimenti. Questo può portare a una maggiore consapevolezza di sé e a una comprensione più profonda delle nostre motivazioni e desideri. Promozione della Consapevolezza di Sé La noia offre l’opportunità di riflettere su noi stessi e sul nostro percorso di vita. Questo può portare a una maggiore consapevolezza di sé, aiutandoci a comprendere meglio chi siamo e cosa desideriamo dalla vita. La consapevolezza di sé è fondamentale per prendere decisioni informate e per vivere una vita autentica e soddisfacente. Valutazione dei Propri Obiettivi I momenti di noia possono essere utilizzati per valutare i propri obiettivi e priorità. Senza le distrazioni quotidiane, possiamo riflettere su ciò che è veramente importante per noi e fare aggiustamenti di conseguenza. Questo tipo di riflessione può portare a un maggiore allineamento tra i nostri obiettivi e i nostri valori personali. La Noia e il Benessere Generale Infine, la noia può contribuire al nostro benessere generale in modi che spesso trascuriamo. Sebbene possa sembrare controintuitivo, la noia può migliorare la nostra salute mentale e fisica. Riduzione dello Stress La noia può servire come una pausa necessaria dal costante bombardamento di stimoli e stress. Prendersi del tempo per non fare nulla e lasciarsi annoiare può ridurre i livelli di stress e ansia, permettendo al corpo e alla mente di rilassarsi e rigenerarsi. Promozione di Abitudini Sane La noia può anche motivarci a cercare nuove attività e abitudini sane. Ad esempio, quando ci annoiamo, potremmo essere spinti a fare una passeggiata, leggere un libro o iniziare un nuovo hobby. Queste attività non solo alleviano la noia, ma contribuiscono anche al nostro benessere fisico e mentale. Conclusione La noia, spesso considerata un’emozione negativa, può avere numerosi effetti positivi. Stimola la creatività, favorisce l’introspezione e può migliorare il nostro benessere generale. Invece di evitarla a tutti i costi, dovremmo abbracciare la noia come un’opportunità per crescere e svilupparci. Prendiamoci del tempo per sperimentare la noia e scopriamo come può arricchire le nostre vite in modi inattesi.

INSIDE OUT: UN VIAGGIO NELLE EMOZIONI

Il mondo dell’animazione ha visto Pixar affermarsi come uno dei leader indiscussi, capace di creare storie che toccano il cuore e la mente degli spettatori di tutte le età. Inside Out è l’esempio lampante! In questo articolo approfondiremo i due film da un punto di vista psicologico, esplorando tutto ciò che c’è dietro le emozioni umane. Il primo film, Inside Out, introduce il pubblico alla mente di Riley, una bambina di undici anni che affronta un cambiamento significativo nella sua vita: il trasferimento in una nuova città. Le protagoniste del film sono cinque emozioni personificate: Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto, che guidano le azioni e reazioni di Riley dal “Quartier Generale” della sua mente. Da un punto di vista psicologico, il film offre una rappresentazione ben dettagliata del funzionamento interno delle emozioni. La narrazione dimostra come tutte le emozioni, anche quelle apparentemente negative, abbiano un ruolo cruciale nel mantenere l’equilibrio psicologico. Ad esempio, Tristezza viene vista inizialmente come un ostacolo da Gioia. In realtà, è un’emozione essenziale per il processo di adattamento e di elaborazione delle perdite e dei cambiamenti. Inoltre, degli aspetti più significativi di questo film è l’idea dei “ricordi base”, che formano la personalità di Riley. Questo concetto si allinea con le teorie psicologiche secondo cui le esperienze fondamentali influenzano profondamente lo sviluppo e la personalità di un individuo. Il sequel prosegue l’esplorazione della mente di Riley, ora adolescente. Con l’avvento dell’adolescenza, la complessità emotiva di Riley cresce. Il film introduce nuove emozioni che rappresentano le sfumature più complesse dei sentimenti adolescenziali: Ansia, Noia, Imbarazzo e Invidia. Da un punto di vista psicologico, Inside Out 2 riflette i cambiamenti che avvengono durante l’adolescenza, un periodo caratterizzato da una maggiore intensità emotiva e da una maggiore introspezione. L’introduzione di nuove emozioni può essere vista come una rappresentazione delle nuove esperienze e sfide che accompagnano questa fase della vita. Il sequel esplora anche il tema dell’identità, una questione centrale durante l’adolescenza. Riley affronta la sfida di comprendere chi è realmente in un mondo che sembra sempre più complicato. Questo processo di scoperta e di auto-definizione è cruciale per la formazione di un’identità sana e stabile. Il confronto tra i due film permette di osservare come la rappresentazione delle emozioni si evolve in parallelo con la crescita di Riley. Il primo film si concentra sull’importanza di tutte le emozioni e sulla loro interazione nel contesto dell’infanzia. Il secondo, invece, esplora le nuove dinamiche che emergono durante l’adolescenza. Un elemento comune a entrambi i film è l’enfasi sul ruolo vitale delle emozioni nel processo decisionale e nel benessere psicologico. Tuttavia, mentre il primo sottolinea l’equilibrio emotivo necessario per affrontare i cambiamenti, il secondo si focalizza sull’espansione della gamma emotiva e sull’integrazione di nuove emozioni nel sistema preesistente. Per concludere, i due film Inside Out si sono rilevati più di semplici film di animazione. Essi offrono una rappresentazione visiva e narrativa di concetti psicologici complessi, rendendoli comprensibili per il grande pubblico.

Tocofobia: paura del parto

Nei nove mesi di gestazione avvengono importanti eventi psichici che caratterizzano le diverse fasi della gravidanza, in maniera differente tra i due partner. Nella donna, tra le tante emozioni che una gravidanza suscita, può anche presentarsi la tocofobia, la cui etimologia deriva dal greco tòkos (parto) e fòbos (paura) e definisce quindi la fobia del parto.  Cos’è la tocofobia in psicologia? Se da un lato avere paura del parto, lieve e moderata, può esprimere una preoccupazione adattiva, dall’altro può accadere che l’ansia e la paura prima del parto, quando diventa eccessiva: possano portare a strategie di evitamento del parto; e si possano configurare in casi estremi anche come stato fobico.  Tale disturbo psicologico che scaturisce dalla paura della gravidanza, viene riconosciuto come tocofobia ed è spesso associato, ad attacchi d’ansia e paure nel pre parto; ed a una depressione reattiva situazionale. Tra le cause della tocofobia rientrano diversi fattori, rintracciabili nell’irripetibile storia di vita di ogni donna. Di solito la tocofobia si presenta in comorbilità con altri disturbi d’ansia, con cui condivide la presenza di uno schema di pensiero fondato sulla vulnerabilità personale. In altre parole la donna rappresenta se stessa come soggetto fragile, priva delle risorse necessarie per mettere al mondo un bambino. Ulteriori cause possono essere la sfiducia nei confronti del personale medico e i racconti di altre persone che hanno vissuto il parto in maniera dolorosa, che potrebbero contribuire a mantenere l’idea che il dolore del parto sia intollerabile. La valutazione della percezione del dolore è un’altra causa scatenante. Essa è soggettiva e influenzata da fattori culturali, cognitivo-emotivi, familiari, da credenze e pensieri individuali. Fra tutti gli aspetti psicologici della gravidanza e della maternità, la tocofobia può diventare un problema invalidante per la vita di una donna. Superare la paura del parto e della gravidanza è possibile, sia in autonomia che con l’aiuto di un professionista Il sentirsi volontariamente nel qui e ora, con accettazione, senza alcun tipo di giudizio o pensiero che interferisca con l’esperienza presente, permette di vivere pienamente ed in maniera consapevole la vita, oltre – nel caso specifico – di raggiungere come effetto secondario una sensazione di calma e controllo sul dolore.  Tale capacità può essere sviluppata, ad esempio, attraverso la meditazione o esercizi di mindfulness per l’ansia, che sviluppano un’attitudine psicologica ed un modo di vivere le sensazioni corporee in maniera non giudicante. Molto spesso il timore di soffrire è legato alla paura dell’ignoto. Per superare le paure, la chiave di volta può essere pertanto una maggiore informazione, attraverso corsi preparto ed il confronto con figure esperte e professionali quali ginecologi, ostetriche e psicologi.

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore Uno dei dolori più profondi nel processo di terapia è quello della scoperta della sofferenza degli altri significativi. È quello che è successo a F., quando nel ripercorrere insieme la propria infanzia, ricostruisce delle assenze della madre per lunghi periodi. In questi lunghi momenti taciuti in famiglia, la madre era costretta a letto, a dormire, in quello che sembrerebbe riconducibile ad una depressione probabilmente post-partum, proprio dopo la nascita di F. F. ha chiaramente trovato le sue strategie per restare vicino alla madre, e per accogliere i momenti “buoni” e allegri da poter trascorrere insieme. F. e i suoi fratelli, con il passare degli anni, hanno notato e ricostruito dei comportamenti di disagio che, però, entrambi i genitori ancora oggi non hanno riconosciuto. È nel ripensare ai momenti di sofferenza della madre che F. comincia a provare un dolore profondo. Alla sofferenza rimasta silente, al lutto dei momenti non trascorsi insieme, alla rabbia per il mancato riconoscimento della patologia da parte degli adulti stessi. Quello di F. è un vissuto comune a moltissimi pazienti giovani adulti alle prese con il passaggio all’autonomia dalla casa familiare, con una sofferenza più o meno intensa da parte della coppia genitoriale. <<Come faccio a starle vicino nel modo giusto?>> chiede F., che ormai di depressione ha letto tanto, e riporta di dover avere un comportamento calmo, accogliente e pacato con il familiare con disagio. Eppure la rabbia è tanta, per tutti i consigli non ascoltati, per le offerte di aiuto non accolte sfociate in litigi, urla e allontanamenti improvvisi. La verità è che l’aiuto passa spesso per la cosa più coraggiosa e silente che possa esserci: l’accettazione. Accettazione della condizione di sofferenza e patologia, di non riconoscimento del proprio disagio, e di una condizione di vita scelta che è diversa da quella che noi vorremmo per il benessere del nostro familiare. L’accettazione però, per essere sana, reale e sincera, ha bisogno di confini, che è quello del rispetto della propria persona. Devo cioè accettare nel rispetto del mio benessere. Oltre, diventa un aspetto passivizzante e forzato. Accettare di non poter offrire aiuto ad una persona in sofferenza, talvolta è uno dei più coraggiosi gesti di aiuto che possiamo offrire. In poche parole, la nostra vicinanza silente.

Poliscreativa un sistema, una comunità in movimento

Il Sistema Poliscreativa è un complesso organico e strutturato, fondato su principi filosofici e su un progetto etico e politico che mi ha formata. Prima di tutto Poliscreativa, è una filosofia e una visione dei nostri corpi nel mondo, accompagnata da un insieme di procedure che mirano a favorire una serenità condivisa e a migliorare lo stato fisico, emotivo e relazionale dei partecipanti. Questo sistema si propone di aumentare le nostre capacità di provare piacere nella vita e di minimizzare al massimo gli effetti delle inevitabili esperienze sgradevoli. Il nome “Poliscreativa” ci ricorda che ognuno di noi possiede una propria creatività, la quale è sempre il risultato delle interazioni con l’ambiente che ci circonda, rappresentato dalla molteplicità, che in greco antico era definita appunto “polis”. Attraverso pratiche di meditazione creativa corporea, sia individuali che collettive, il Sistema Poliscreativa è in grado di arricchire ogni esperienza nei campi artistico, terapeutico, riabilitativo, preventivo, socializzante e formativo. Questa pratica meditativa, sempre corporea e condivisa, può modificare il nostro stato emotivo, il nostro stile cognitivo e relazionale, e il nostro livello di coscienza e consapevolezza, in maniera graduale e costante, mantenendo sempre un controllo etico, sia individuale che collettivo, sul processo in atto. Le varie componenti del Sistema Poliscreativa possono essere utilizzate in diversi contesti operativi, trovando collocazione in molte aree nelle quali si possano realizzare progetti per la promozione umana: Area Artistica, Area Psicopedagogica, Area Preventiva e Riabilitativa, Area Psicoterapeutica, Area comunitaria e della socializzazione, Area del Team Building e della prevenzione del Burnout, le varie aree le vedremo nello specifico nel prossimo articolo.