Il ciclo del riposo: come prepararci mentalmente a “staccare” davvero?

Ogni anno, in prossimità delle vacanze, molte persone esprimono un desiderio apparentemente semplice: staccare la spina. In particolare, noi psicologi necessitiamo di rigenerare le risorse cognitive ed emotive, proprio in virtù del fatto che lavoriamo in un ambito ad alta intensità relazionale. Scollegarsi dal lavoro, dai pensieri incessanti, dal ritmo pressante delle giornate. Fermarsi vuol dire, allora, rimettere a fuoco la “persona” oltre il proprio “ruolo”. Eppure, puntualmente, scopriamo che spegnere il computer non basta. Il corpo può anche essere in ferie, ma la mente… ancora no. La pausa estiva, pertanto, rappresenta una sana cesura nel ciclo terapeutico pur prevedendo un ritorno. Il paradosso della disconnessione Viviamo in una cultura che concepisce il riposo come un interruttore: on-off, lavoro o vacanza, produttività o relax. Ma la mente non funziona così. Non cambia stato per decreto. E questa illusione, pervasiva, anche tra i professionisti della salute mentale, può rendere le ferie un luogo ambiguo: desiderato e insieme disturbante. Quante volte, nei primi giorni di pausa, ci sentiamo più ansiosi, più nervosi, più “svuotati” di quanto ci aspettassimo? In chiave sistemica, potremmo dire che il nostro sistema (individuale, relazionale, professionale) ha bisogno di un tempo per riconfigurarsi. Gregory Bateson ci ricorderebbe che “la mappa non è il territorio”, ciò vuol dire che la realtà è più complessa di qualsiasi rappresentazione che ne possiamo fare: se entriamo in vacanza portandoci dietro la mappa mentale del nostro funzionamento operativo, non riusciremo ad accedere a un vero cambiamento di stato. Come psicologi, possiamo prenderci il compito, per noi e per i nostri pazienti, di trattare il riposo come parte del lavoro psichico e non come sua interruzione. Dove risiede il vero senso delle vacanze? Come professionisti della salute mentale sappiamo che riposare non è solo un bisogno fisiologico, ma un gesto di cura. È anche un atto clinico implicito. Un tempo di metabolizzazione, di integrazione silenziosa. Un momento in cui possiamo lasciare che qualcosa di nuovo maturi in noi, nel nostro modo di ascoltare, nella relazione con il lavoro e con l’altro, un processo simile alla fioritura di un tulipano. E allora, che la vacanza sia anche questo: un luogo di attraversamento, non di fuga. Una pausa che non ci allontana da noi stessi, ma ci riavvicina con delicatezza. Solo così può diventare un vero luogo di rigenerazione: non solo assenza di attività, ma presenza consapevole a sé.

Schadenfreude, identità e privacy: il caso Astronomer e l’epoca della sorveglianza sociale

Talvolta, i momenti più significativi della nostra società non avvengono nelle aule parlamentari o nei tribunali, ma davanti a uno schermo, tra un video su TikTok e un tweet virale. È il caso, recente e lampante, di ciò che è accaduto al Gillette Stadium durante un concerto dei Coldplay, quando una kiss cam ha inquadrato due dirigenti di una startup di intelligenza artificiale — uno dei quali CEO, l’altra a capo delle risorse umane — in un momento privato, affettuoso e visibilmente imbarazzato. La scena, ripresa in diretta e successivamente rilanciata da una spettatrice su TikTok, è diventata virale nel giro di poche ore. In pochi giorni, l’intero mondo online conosceva già non solo il volto, ma anche i nomi, le posizioni lavorative, la situazione sentimentale e i profili social della coppia. Il tutto, senza che ci fosse alcuna indagine ufficiale o intervento da parte dei media tradizionali. Un’azione spontanea, collettiva, alimentata da migliaia di utenti che, motivati da una curiosità a metà tra il pettegolezzo e la giustizia fai-da-te, hanno trasformato un momento privato in uno scandalo internazionale. Ma oltre all’aspetto tecnico — la velocità con cui si può oggi risalire all’identità di una persona — questo caso ci rivela qualcosa di più profondo. Qualcosa che riguarda la nostra psicologia collettiva: il gusto, forse inconfessabile, che si può provare quando qualcuno “più in alto” cade. È qui che entra in gioco un termine tedesco che non ha una vera traduzione in italiano, ma che spiega perfettamente il fenomeno: Schadenfreude. 1. Il piacere segreto del crollo altrui: cos’è la Schadenfreude Schadenfreude è un sostantivo composto da Schaden (danno) e Freude (gioia): la gioia per il danno altrui, soprattutto quando questi altri sono percepiti come privilegiati, arroganti, o distanti da noi. Non si tratta di cattiveria pura, ma di un meccanismo umano molto antico: una reazione emotiva che pare riequilibrare, anche solo per un momento, le ingiustizie percepite nella scala sociale. Nel caso Astronomer, la dinamica è stata esemplare. L’interesse non era soltanto per il gossip romantico o la violazione della fiducia coniugale. Quello che ha acceso l’immaginario collettivo è stato vedere due persone in posizioni di potere — un CEO e una figura HR — agire in modo contraddittorio rispetto alle aspettative sociali. E quando queste contraddizioni vengono esposte pubblicamente, senza filtri, senza comunicati ufficiali né strategie di comunicazione, la reazione collettiva spesso si trasforma in un banchetto emotivo: meme, video reaction, tweet sarcastici. 2. Identità e sorveglianza sociale: quanto basta per essere smascherati Oltre alla dimensione emotiva, colpisce la rapidità con cui la rete è riuscita a identificare i protagonisti del video. Nessun nome, nessuna descrizione era stata fornita. Solo una ripresa su maxi schermo e una breve scena. Eppure, in meno di 24 ore, erano stati individuati attraverso tecniche OSINT, incrociando immagini pubbliche, dati professionali, foto sui social e dettagli visivi minimi. Questo è oggi alla portata di chiunque: un tatuaggio riconoscibile, un anello, uno sfondo. In un contesto di ipercondivisione digitale, l’identità è sempre meno anonima. La sorveglianza non è più delegata agli Stati o ai poteri forti: è diventata partecipativa, orizzontale. Chiunque può diventare sorvegliato — ma anche sorvegliante. Il punto non è solo che la privacy sia compromessa. È che è compromessa senza che ce ne rendiamo conto. Basta trovarsi nel riquadro di una fotocamera. E se quel fotogramma diventa virale, il mondo saprà chi sei — anche se tu non hai mai postato nulla. 3. La privacy come illusione: conseguenze personali e culturali La facilità di identificazione ha conseguenze drammatiche. Non solo per le persone coinvolte, che hanno dovuto affrontare un’umiliazione pubblica globale, chiudere profili, dimettersi. Ma per tutta la società. Perché mette in discussione il concetto stesso di confine tra pubblico e privato. Un gesto affettuoso, seppur controverso, in un contesto apparentemente anonimo — uno stadio — può diventare una prova virale. E da lì, può scatenare reazioni a catena che coinvolgono reputazioni, famiglie, strutture aziendali. La realtà è che oggi basta pochissimo per diventare oggetto di analisi, di giudizio, di ridicolizzazione collettiva. La privacy è diventata condizionata non tanto dalla legge, ma dalla morale pubblica, amplificata da piattaforme che premiano il contenuto più scioccante, divertente, virale. E se la caduta dell’altro diverte, è molto probabile che venga condivisa. 4. Psicologia della sorveglianza e dell’umiliazione virale Da un punto di vista psicologico, ciò che colpisce è il carico emotivo che questa esposizione forzata comporta. Le persone coinvolte si sono trovate in una spirale di visibilità non richiesta, dove ogni gesto, ogni espressione, è stata scomposta, analizzata, giudicata da milioni di sconosciuti. Questo genera quello che in psicologia viene definito “stress da iper-esposizione”, una forma di ansia sociale estrema, che può avere effetti traumatici. Studi dell’APA (American Psychological Association) mostrano come la perdita del controllo sulla propria immagine pubblica sia una delle principali fonti di disagio psicologico nei contesti digitali. Quando non siamo più padroni del modo in cui veniamo visti, o del contesto in cui un nostro comportamento viene interpretato, possiamo sviluppare senso di vergogna, paralisi decisionale, e tendenze evitanti. Inoltre, la viralità non è mai neutra. Amplifica tutto: il gesto, il giudizio, la condanna. Le persone che diventano virali per motivi imbarazzanti – anche per pochi giorni – riportano livelli di stress comparabili a quelli sperimentati in situazioni di lutto o licenziamento. A questo si somma l’angoscia della memoria digitale: ciò che oggi è virale, domani resta comunque ricercabile, archiviato, indicizzato. Anche gli osservatori, però, pagano un prezzo. Partecipare alla gogna pubblica può dare un’effimera sensazione di potere o giustizia. Ma spesso genera assuefazione, distacco emotivo e una progressiva erosione dell’empatia. La Schadenfreude, se troppo alimentata, anestetizza. 5. Conclusione: consapevolezza e cultura della responsabilità Il caso Astronomer è uno specchio dei nostri tempi. Racconta di quanto siamo rapidi a identificare, giudicare e condividere. Ma racconta anche di quanto siamo fragili. Oggi tutti possiamo essere smascherati, osservati, interpretati — anche se non lo vogliamo. E tutti possiamo contribuire, anche senza volerlo, alla caduta altrui. Riconoscere la Schadenfreude dentro di noi non significa assecondarla, ma comprenderla. Solo così possiamo imparare a rallentare prima del “condividi”.

Transizione organizzativa dall’interno

Quando un’azienda viene acquisita da un’altra, i riflettori sono puntati su numeri, strategie e sinergie. I comunicati ufficiali parlano di crescita, opportunità e ristrutturazione. Ma dietro le quinte di questi passaggi epocali, c’è qualcosa di molto più silenzioso e delicato: il vissuto psicologico di chi lavora nella parte acquisita.È questo il cuore della transizione organizzativa: un processo che non è solo economico o gestionale, ma profondamente umano. Cosa c’è dietro? Quali sentimenti si provano? La comunicazione di un’acquisizione può arrivare all’improvviso. Un’e-mail, una riunione straordinaria, un passaparola. In pochi minuti, ciò che sembrava stabile cambia forma. Il primo impatto emotivo varia da persona a persona: alcuni provano smarrimento, altri rabbia, altri ancora un senso di tradimento. Chi ha vissuto a lungo nell’azienda acquisita può sentirsi come se la propria “casa professionale” venisse invasa. È l’inizio di un cambiamento che tocca in profondità l’identità lavorativa e il senso di appartenenza. Anche se le persone mantengono il proprio posto di lavoro, vivono spesso una perdita simbolica: cambiano i riferimenti, i valori, i rituali aziendali. Il logo, lo stile comunicativo, le modalità decisionali. Tutto ciò che costituiva la “cultura” dell’azienda viene in parte assorbito o modificato. Questo processo è assimilabile a un lutto organizzativo, dove si piange la perdita di un sistema conosciuto, anche se non c’è una perdita concreta immediata. Uno degli aspetti più stressanti della transizione organizzativa è l’ambiguità. I cambiamenti non avvengono mai tutti in una volta. Si resta per mesi in una terra di mezzo: le vecchie regole non valgono più, ma le nuove non sono ancora chiare. Questa sospensione psicologica genera ansia, demotivazione e può alimentare voci e tensioni. Le persone si chiedono: “Cosa succederà al mio ruolo?” “Ci saranno tagli?” “Sarò in grado di adattarmi?” Ogni individuo reagisce a modo suo. C’è chi affronta la situazione con distacco o ironia, chi si chiude in un cinismo difensivo, chi cerca di cogliere il lato positivo e mettersi in gioco. La resilienza non è una dote magica, ma una risorsa che può essere coltivata. Spesso, le persone trovano forza nella comunità dei colleghi, nei piccoli rituali che resistono al cambiamento, nella possibilità di costruire insieme un nuovo senso di direzione. In questo contesto, la leadership gioca un ruolo cruciale. Non solo per dare informazioni, ma per contenere emotivamente la squadra. Ascoltare, essere presenti, creare spazi di confronto non è un lusso: è un bisogno organizzativo. Offrire supporto psicologico, anche solo temporaneo o tramite consulenze brevi, può fare la differenza. A volte, basta un luogo sicuro dove verbalizzare paure, dubbi e speranze. Ogni acquisizione è una transizione organizzativa che riguarda non solo contratti e strutture, ma persone. Prendersi cura di questa dimensione significa riconoscere che il lavoro non è solo prestazione, ma anche relazione, identità e senso. Umanizzare il cambiamento è la vera sfida. E anche la più grande occasione di crescita.

Orfani di femminicidio e tutele psicologiche

La violenza domestica è un problema sempre più diffuso che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Molti bambini vivono in ambienti violenti e subiscono traumi profondi. Le conseguenze possono essere gravi, portando a difficoltà emotive come ansia, depressione e mancanza di fiducia in se stessi. La violenza contro le donne è spesso causata da discriminazione, senso di superiorità, disturbi psicologici ed esclusione sociale. Recenti eventi di cronaca hanno mostrato quanto sia importante capire non solo chi commette questi crimini, ma anche il ruolo delle vittime. Secondo la teoria delle ‘finestre rotte’, se un bambino orfano viene trascurato, altri in situazioni simili potrebbero essere a loro volta abbandonati.

Il ciclo della violenza: dinamiche psicologiche e criminologiche nella violenza di genere.

di Rosalba Madeo Secondo l’ISTAT (report novembre 2024), il 31,5 % delle donne ha subito nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale. Dobbiamo sapere che la violenza di genere non è sempre evidente in quanto si manifesta e si sviluppa attraverso complesse dinamiche psicologiche che intrappolano nell’insieme la diade coinvolta in una relazione apparentemente normale. Uno dei modelli più utilizzati per spiegare questo processo è quello del ciclo dellaviolenza di Lenore Walker che aiuta a comprendere le dinamiche relazionali e psicologiche che si instaurano in contesti di abuso e controllo. Le fasi del ciclo della violenza Il modello a tre fasi, descritto da Lenore Walker, evidenzia come la violenza si manifesti in modo ciclico:Fase della tensione: caratterizzata da un clima di irritabilità, controllo e conflittualità; la vittima cerca di placare l’aggressore.Fase dell’aggressione: esplode la violenza vera e propria, che può assumere diverseforme fisica, psicologica, sessuale, economica…Fase della luna di miele: l’aggressore si mostra pentito, chiede scusa, promette cambiamento, spesso con gesti affettuosamente eclatanti.Con il tempo, quest’ ultima fase di calma tende a scomparire e le esplosioni di violenza diventano sempre più ravvicinate. Alcuni modelli aggiungono una quarta fase: la calma apparente, in cui la tensione è sospesa, ma la vittima rimane in uno stato di allerta costante. Perché è difficile spezzare il ciclo? L’idea che basti “andarsene” è una pericolosa semplificazione poiché sono diversi i meccanismi psicologici che spiegano perché le vittime rimangano intrappolate:Trauma bonding: l’alternanza tra maltrattamenti e momenti positivi crea un legame distorto ma solido. Dissonanza cognitiva: difficile accettare che una stessa persona possa essere amorevole e violenta.Impotenza appresa: esperienze ripetute di fallimenti generano passività.Vergogna e colpa: la vittima può pensare di meritare ciò che subisce o di doverlo nascondere per vergogna.Isolamento sociale ed economico: ostacolano l’accesso ad aiuti esterni. L’aggressore: controllo, potere e manipolazione Un modello centrale nella criminologia contemporanea è quello del coercive control teorizzato da Evan Stark. Si tratta di una forma di violenza continua e pervasiva, non necessariamente fisica ma costruita attraverso svalutazione, controllo di aspetti quotidiani (finanze, relazioni sociali, abbigliamento), minacce.Questo controllo sistematico mina l’identità della vittima e può rendere invisibile la violenza all’esterno. Uscire dal ciclo è possibile Riconoscere la violenza come tale è il primo passo, accedere a reti di supporto sociale come centri antiviolenza, psicologi e servizi territoriali, permette poi di ricostruire la propria autonomia.Il ciclo della violenza non è solo un insieme di atti aggressivi, ma rappresenta una struttura psicologica e relazionale molto complessa. Conoscere e riconoscere queste dinamiche significa superare stereotipi, attuare il non giudizio e saper costruire un futuro di spazi sicuri. La violenza di genere si combatte soprattutto con l’informazione, la prevenzione ed il sostegno attivo.Numeri e servizi dedicati: il 1522 è attivo h24, gratuito e anonimo.

La natura dell’ansia e le sue funzioni.

Cosa è realmente l’ansia e a cosa serve? Cosa succede nel nostro corpo? Quando si parla di ansia si fa riferimento a una reazione automatica, istintiva e naturale del nostro organismo quando ci troviamo dinanzi a ciò che percepiamo come pericoloso per la nostra sopravvivenza. A cosa serve dunque l’ansia? L’ansia come difesa dai pericoli: se si avvicinasse un cane mentre passeggiamo, una parte del nostro cervello registra l’evento come pericolo imminente e immediatamente attiva il sistema nervoso autonomo. Quest’ultimo rilascia adrenalina, un ormone, che attiva il corpo per difendersi dal pericolo. In particolare, il respiro si fa più frequente e i polmoni si espandono, aumentando la quantità di ossigeno disponibile nel sangue per i muscoli. In questo modo si ha la sensazione di mancanza d’aria, respiro affannoso, senso di costrizione al petto per effetto dell’iperventilazione. La pressione del sangue aumenta per trasportare più velocemente ossigeno e zuccheri richiesti dai muscoli, causando palpitazioni, tachicardia. La mente si concentra sul pericolo ignorando tutto il resto e questo amplifica ciò che si prova. La reazione automatica causata dall’adrenalina viene chiamata risposta di attacco o fuga perchè serve a scappare o ad affrontare il nemico. L’ansia anticipatoria: si può attivare la risposta di attacco o fuga anche solo pensando a qualcosa che ci fa paura, che è solo immaginato. Può essere utile soprattutto nei casi in cui il pericolo dovesse poi manifestarsi realmente. Una certa quota d’ansia può aiutare anche a migliorare le prestazioni quando dobbiamo affrontare attività impegnative, per effetto dell’adrenalina. Da ciò che si evince, dunque, sentirsi tanto agitati può sia essere utile per avere una maggiore attenzione sul compito, ma può anche interferire quando non si è concentrati sul compito, ma sui timori che hanno attivato la risposta di attacco o fuga. Risulta fondamentale quindi riuscire a trovare un livello di attivazione ottimale. Nel prossimo articolo parleremo del significato di ansia patologica e di come fa l’ansia dunque a diventare un disturbo.

Il lavoro come rifugio: il lato invisibile delle ferie

Per alcune persone, l’arrivo delle ferie non è un momento di sollievo. Anzi: è proprio lì che comincia l’ansia. Staccare la spina può incutere timore. Non solo per ragioni pratiche, come chiedersi chi si occuperà delle proprie mansioni, ma anche perché il lavoro, molte volte, rappresenta più di un semplice impegno: è anche un rifugio emotivo.Un luogo conosciuto, prevedibile, dove sentirsi utili, competenti, occupati. Dove non si rischia il vuoto. È qui che può affacciarsi, con discrezione, il tema del workaholism, o dipendenza da lavoro. Un termine usato per descrivere una relazione sbilanciata e compulsiva con l’attività lavorativa, in cui la difficoltà non è tanto il lavorare troppo, ma l’incapacità di fermarsi. Il lavoro come unico posto sicuro Spesso, dietro un apparente “attivismo” o una produttività fuori misura, si nasconde una verità meno visibile: il lavoro può diventare una forma di regolazione emotiva. Può diventare un modo per placare l’ansia, riempiendo ogni minuto: una strategia per evitare conflitti, silenzi, o relazioni complesse, oppure una scorciatoia per non confrontarsi con la noia, con la solitudine, con sé stessi. In questi casi, il lavoro non è più solo lavoro. Diventa identità, appartenenza, controllo, salvezza. E paradossalmente, più si lavora, più si rischia di perdere il contatto con i propri bisogni più autentici, quelli che non si misurano in risultati o prestazioni. Perché le ferie fanno emergere il disagio Quando arriva il momento di fermarsi, tutto quello che era stato “anestetizzato” dall’iperattività può improvvisamente tornare a galla: L’irrequietezza nei momenti vuoti; Il senso di colpa nel non essere produttivi; La difficoltà a rilassarsi, anche in vacanza; Il bisogno di “fare qualcosa” anche durante il riposo. Le ferie, spesso considerate da molti un momento di rigenerazione, possono invece trasformarsi per alcuni in una causa di disagio, insicurezza o confusione. Il corpo magari si siede, ma la mente resta in corsa. E così si finisce per controllare email, pensare al rientro, aprire un nuovo progetto, “per non perdere il ritmo”. Il confine tra dedizione e dipendenza È importante chiarire che non tutto l’impegno lavorativo è disfunzionale. Ci sono momenti della vita in cui essere immersi nel lavoro è anche una scelta, una passione, una risposta a un bisogno concreto. Ma il workaholism ha una qualità diversa: non lascia spazio ad altro.Non concede tregua, non ammette pause, e porta a sentire disagio ogni volta che si è lontani dal proprio ruolo. Si lavora anche quando si è stanchi, malati, in ferie. Si prova colpa nel non lavorare. Si vive come se il valore personale dipendesse solo da quanto si produce. E più si entra in questo schema, più diventa difficile vedere il mondo, e sé stessi, fuori da quella cornice. Riscoprire la possibilità di fermarsi Fermarsi non è un lusso, è un diritto psicologico. Ed è anche un’esplorazione: una possibilità di ritrovare il senso del tempo vuoto, dell’attesa, della lentezza. Non è semplice, soprattutto se si è cresciuti in contesti dove il valore personale veniva associato al fare, al dare, all’ottenere risultati. Ma è possibile, un passo alla volta. Può essere utile iniziare da piccole cose: Concedersi momenti non “utili”, solo piacevoli; Imparare a dire no senza giustificarsi; Notare come ci si sente nei momenti in cui non si lavora, senza giudizio; Parlare di questa fatica, magari con un professionista, per dare nome e spazio a un malessere che spesso resta invisibile. Conclusione A volte, dietro il bisogno di essere sempre occupati, c’è un bisogno ancora più profondo: quello di essere visti, accolti, riconosciuti. Non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Le vacanze, se affrontate con consapevolezza, possono trasformarsi in un’opportunità per ascoltare sé stessi, creare spazio mentale e ridefinire il proprio rapporto sia con il lavoro che con la propria interiorità. Non serve fare grandi rivoluzioni, basta iniziare con una domanda semplice e onesta: “Cosa mi sto perdendo, mentre continuo a lavorare senza fermarmi?”

La cherofobia e la paura di essere felici

cherofobia

Si parla spesso del desiderio di essere felice; ma la cherofobia frena tantissimo la sua realizzazione. Quando, infatti, una persona ha una paura irrazionale di fronte alla gioia o alle emozioni positive in generale, si parla appunto di cherofobia. Il comportamento tipico di colui che vive questo malessere è l’evitamento di quelle situazioni, sociali e non, che possono portare a forme di piacere. L’aspetto irrazionale di tale atteggiamento dipende prevalentemente dalla convinzione radicata che se una persona é felice, immancabilmente accadrà qualcosa di nefasto. Una credenza in cui il karma, per così dire, restituirà in tempi brevi l’equivalente della felicità in dolore e tristezza. Psicologicamente parlando, la cherofobia nasce prevalentemente in coloro che hanno forme di autostima abbastanza carenti. La convinzione di non essere meritevoli di godersi le cose belle che la vita offre, limita fortemente l’azione e le relazioni. Si ha la convinzione di essere degli impostori nel vivere delle esperienze felici immeritatamente. Una fragilità interna che determina, di conseguenza, la messa in atto di atteggiamenti evitanti e ansiogeni. Spesso il cherofobico sviluppa questa convinzione attraverso le esperienze vissute già durante l’infanzia. Ripetutamente, da bambino, ad alcuni episodi di felicità hanno fatto seguito una punizione e quindi la tristezza. Si innesca quindi una correlazione cognitiva tra i due eventi secondo cui dopo la felicità arriva, purtroppo e subito, sempre la tristezza. La bizzarria di questa paura è che chi ne soffre, generalmente non è depresso o triste, ma cerca soltanto di evitare tutte le situazioni potenzialmente felici. Dal punto di vista patologico, la cherofobia non è riconosciuta come una vera e propria malattia, ma come un atteggiamento. Diventa cioè una scelta comportamentale che ha conseguenze purtroppo negative sulle proprie convinzioni , azioni scelte e relazioni.

The struggle for Structure

di Ilenia Gregorio “I terapeuti della famiglia hanno una regola: la famiglia cercherà di fare a noi quello che i suoi membri fanno tra loro”. Con queste esemplificative parole di Carl Whitaker possiamo introdurre il concetto di “Battaglia per la struttura”.“La battaglia per la struttura” (o “struggle for structure”) è un assunto della terapia familiare che si riferisce al periodo iniziale di un trattamento psicoterapeutico, e precisamente quando il terapeuta cerca di stabilire il suo ruolo e il suo “potere” all’interno del sistema familiare. Questa fase è caratterizzata da una sorta di “incontro-scontro” tra il terapeuta e la famiglia, dove il terapeuta deve dimostrare la propria competenza e la capacità di guidare il processo trasformativo, mentre la famiglia cerca di mantenere il proprio equilibrio e le proprie dinamiche sotto il silenzioso motto “Siamo qui per cambiare stando fermi”.Durante questa fase, il terapeuta definisce il setting: stabilisce, cioè, le regole della terapia, come la durata delle sedute, il numero di partecipanti, il luogo e il tempo degli incontri. Assume la guida del processo prendendo l’iniziativa e guidando la conversazione, aiutando così la famiglia a identificare i problemi e a formulare obiettivi.Mostra competenza dimostrando la propria conoscenza e capacità di comprendere le dinamiche familiari, offrendo interpretazioni e suggerimenti.La famiglia, d’altra parte, può: Resistere alle regole e alle richieste del terapeuta, mettendo alla prova la sua autorità; del resto, rompere un’omeostasi cristallizzata da anni, anche se disfunzionale, è doloroso e difficile. Può, inoltre, negare la presenza di problemi o minimizzare la loro importanza, e può addirittura tentare di controllare la direzione della terapia e il processo decisionale. Questa “battaglia” non è necessariamente negativa, ma corrisponde ad una fase naturale del processo terapeutico, che aiuta a creare una base solida per il lavoro successivo. Una volta che il terapeuta è stato accettato e la famiglia si sente sicura nel suo ruolo, egli diventa il “catalizzatore del cambiamento”. Il terapeuta deve in effetti essere in grado di tollerare l’ansia della famiglia e rimanere fermo nella tempesta, o meglio resistere alla pressione del sistema che lo vuole “normalizzante”, passivo, neutro. In questo senso, la psicoterapia assume una funzione trasformativa simile alla “genitorialità simbolica”: il terapeuta ha il compito di permettere ai pazienti di crescere in modo sempre più libero e completo, ampliando i propri limiti e le proprie possibilità. Inoltre guida i membri del sistema familiare a vivere una intimità sempre più autentica, raggiungendo così una maggiore consapevolezza di sé. A questo punto la terapia può passare alla fase successiva, nella quale il terapeuta può creare le premesse per un lavoro maggiormente mirato alle dinamiche familiari ed ai problemi specifici. Bibliografia: “Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia”, di Carl Whitaker. “Danzando con la famiglia. Un approccio simbolico-esperienziale”, di Carl Whitaker eWilliam Bumberry.