FOMO: LA PAURA DI PERDERSI QUALCOSA

FOMO

Viviamo nell’era dell’iperconnessione. Ogni giorno, scorriamo centinaia di post, storie e notifiche. Vediamo amici in vacanza, conoscenti a eventi esclusivi, colleghi che raggiungono traguardi professionali. E spesso, in modo inconsapevole, ci assale una sensazione fastidiosa: quella di essere rimasti indietro. Questa sensazione ha un nome: FOMO, acronimo di Fear Of Missing Out, ovvero la paura di perdersi qualcosa. La FOMO è un fenomeno psicologico sempre più studiato e diffuso. Si tratta di un’ansia sociale legata all’idea che gli altri stiano vivendo esperienze più gratificanti delle nostre. Può manifestarsi in molti modi: Controllare compulsivamente i social media per vedere cosa fanno gli altri Sentirsi esclusi se non si è invitati a un evento Provare invidia o insoddisfazione dopo aver visto le attività altrui Avere difficoltà a godersi il momento presente, pensando costantemente a ciò che potremmo fare altrove Dal punto di vista psicologico, la FOMO affonda le radici in alcuni bisogni fondamentali dell’essere umano: Bisogno di appartenenza: vogliamo sentirci parte di un gruppo Bisogno di approvazione sociale: cerchiamo conferme esterne sul nostro valore Confronto sociale: valutiamo noi stessi in relazione agli altri, spesso in modo distorto I social network amplificano tutto questo, offrendoci una finestra continua sulle vite degli altri, ma è una finestra selettiva, che mostra solo il meglio, mai i momenti no. La FOMO può sembrare un fastidio passeggero, ma se non gestita può avere effetti significativi sulla nostra salute mentale: ansia e stress costanti, bassa autostima, insoddisfazione cronica e difficoltà a prendere decisioni. Per fortuna, esistono strategie efficaci per ridurre l’impatto della FOMO: Coltiva la consapevolezza: renditi conto di quando stai provando FOMO e chiediti da dove nasce. Limita il tempo sui social: spezza il ciclo del confronto continuo. Pratica la gratitudine: focalizzati su ciò che hai, non su ciò che ti manca. Sviluppa il JOMO (Joy Of Missing Out): impara a goderti ciò che scegli di fare, anche se significa dire no ad altro. Vivi il momento: allenati a essere presente, con attenzione e intenzionalità. La FOMO è un’esperienza comune nell’epoca moderna, ma riconoscerla è il primo passo per non lasciarsi dominare da essa.

Dipendenza affettiva: caratteristiche cliniche

Dipendenza affettiva e similitudini con le dipendenze da sostanze. Le fasi del processo di dipendenza affettiva descritte nel precedente articolo sono molto simili al processo di intossicazione acuta da una sostanza con umore euforico, cecità per le conseguenze negative, salienza e persistenza in memoria. Molti autori sottolineano anche come il potere di una relazione sentimentale di creare dipendenza come per le droghe dipenda dall’intensità del contatto iniziale: più intenso è stato il contatto, più il rischio di sviluppare una dipendenza è alto. L’addiction potrebbe essere vista come una possibile fase successiva nella quale il desiderio, inizialmente normale, acquisisce la connotazione di un bisogno compulsivo, con la sofferenza che inizia a prevaricare il piacere e con il persistere nella relazione nonostante le conseguenze negative che ne derivano. Il passaggio da amore passionale ad addiction includerebbe i tipici elementi della dipendenza da sostanze quali: craving, compulsività, perdita di controllo, coinvolgimento nonostante le conseguenze avverse. In termini comportamentali si passa da un ricorso all’oggetto di dipendenza per rinforzo positivo (sentire benessere) a uno per rinforzo negativo (evitare sensazioni negative, come ansia o tristezza). Quali sono le caratteristiche cliniche più implicate nella DA? Intossicazione. Quando una sostanza psicotropa entra nell’organismo avviene un’intossicazione dovuta agli effetti che la droga ha sul sistema nervoso centrale. Lo stesso può avvenire con l’innamoramento. Nella prima fase vi è un grosso quantitativo di piacere, un desiderio notevole, un’intossicazione acuta che spesso vede l’innamorato completamente assorbito dal pensiero e dal bisogno dell’oggetto delle sue attenzioni. Tolleranza o assuefazione. Nell’utilizzo di droghe, una ripetuta esposizione ad una sostanza determina nel tempo una variazione del livello iniziale di tolleranza, Bisogna aumentare la dose per raggiungere effetti uguali o simili a quelli delle prime assunzioni. Nelle relazioni vi è una prima fase di innamoramento in cui, superata l’intossicazione acuta, inizia una produzione di ossitocina nel cervello che contribuisce alla creazione di una relazione stabile stimolando rilassamento in un clima di fiducia. E’ possibile che questa fase fisiologica di “down” necessaria per lo sviluppo di una relazione stabile venga vissuto con un connotato spiacevole da chi necessita della conferma/gratifica/risoluzione ai propri timori abbandonici. Ciò si connette all’astinenza. Astinenza. I sintomi tipici sono depressione, incapacità di provare piacere, senso di vuoto e spingono il partner a giustificare ogni comportamento rinforzando il circolo vizioso di una dipendenza. Craving. Il desiderio impulsivo di ricorrere ad una sostanza psicoattiva è stimolato da fattori che innescano, tramite condizionamento, il desiderio della gratificazione. Nella dipendenza affettiva può essere inizialmente craving da ricompensa e poi da sollievo oppure ossessivo.

Pensiero dicotomico: il grigio oltre al bianco e nero

Cos’è il pensiero dicotomico Capita a molte persone di affrontare situazioni quotidiane con pensieri netti e definitivi: “se non riesco a farlo perfettamente, allora è un fallimento”, “se non è d’accordo con me, vuol dire che non gli importa nulla”, “se non sono sempre sereno, vuol dire che sto sbagliando qualcosa”. Questo tipo di ragionamento “tutto o nulla” prende il nome di pensiero dicotomico o pensiero polarizzato, ed è una delle forme più comuni di distorsione cognitiva. È come se nella mente esistessero solo due caselle: bianco o nero, giusto o sbagliato, successo o fallimento. Tutto il resto, (quindi le sfumature, i grigi, le incertezze, i forse) scompare. Una semplificazione ingannevole Il pensiero dicotomico può sembrare utile, perché semplifica la realtà. Prendere decisioni sembra più facile, interpretare i comportamenti altrui anche. Ma questa chiarezza apparente ha un costo: ci allontana dalla complessità della vita reale, che raramente si presenta in categorie nette. Molto spesso, chi si muove in questa modalità mentale lo fa senza rendersene conto. È un automatismo che si sviluppa nel tempo, magari come forma di protezione o come tentativo di controllo. Ma col passare del tempo, questo meccanismo può diventare una trappola. Una lente rigida attraverso cui leggiamo noi stessi, gli altri e le situazioni. Possibili effetti del pensiero dicotomico Chi utilizza frequentemente il pensiero dicotomico tende ad avere standard molto alti e poco flessibili, soprattutto verso sé stesso. Di conseguenza, ogni errore può sembrare insopportabile, ogni esitazione viene vissuta come un segno di inadeguatezza, ogni relazione che non funziona “perfettamente” viene percepita come un fallimento. Questa modalità può alimentare: Autocritica e insicurezza: si passa dall’essere “bravi” all’essere “incapaci” nel giro di pochi secondi; Relazioni instabili: se l’altro non soddisfa le nostre aspettative completamente, scatta la delusione o il ritiro; Difficoltà nel prendere decisioni: tutto diventa “giusto o sbagliato”, senza spazio per il tentativo, l’errore o la sperimentazione; Variazioni dell’umore più brusche: vivere tra estremi porta con sé oscillazioni emotive intense, spesso faticose da gestire. Notare le sfumature Uno degli strumenti più potenti per uscire da questo tipo di trappola è portare consapevolezza al modo in cui pensiamo. Ci sono alcune domande che possono aiutarci a mettere in discussione la rigidità del pensiero: “Ci sono davvero solo due possibilità, o ne esistono altre?” “Sto usando parole assolute come sempre, mai, tutto, niente?” “Cosa direi a un mio caro se stesse vivendo questa stessa situazione?” Allenarsi a pensare in modo più flessibile non significa “essere indulgenti” o smettere di impegnarsi, ma iniziare a trattarsi con più umanità. Significa accettare che non tutto è sotto controllo, che possiamo avere momenti di forza e momenti di fragilità, che non essere sempre al nostro massimo non ci rende sbagliati. Conclusione Nella pratica clinica, capita spesso di incontrare persone molto esigenti con sé stesse, che si giudicano severamente e che si sentono inadeguate perché non riescono a essere “sempre all’altezza”. Quando iniziamo a esplorare insieme il significato di queste aspettative, spesso emerge il bisogno di sentirsi al sicuro, riconosciuti, approvati. Ma la sicurezza e il riconoscimento non passano per la perfezione. Passano per l’accettazione di sé, anche nelle zone d’ombra. Passano per la capacità di stare nelle sfumature, nei passaggi intermedi, in quelle mezze misure che non sono mediocrità, ma realtà.

La “malattia emotiva” come espressione del sistema familiare

La teoria familiare della “malattia emotiva” nasce nell’ambito della terapia familiare sistemica e propone una visione diversa rispetto ai modelli tradizionali che considerano i disturbi emotivi (come ansia, depressione o disturbi psicosomatici) come problemi esclusivamente individuali. Secondo questa prospettiva, infatti, i sintomi emotivi non sono solo il frutto di disfunzioni “interne” alla persona, ma rappresentano l’espressione di difficoltà relazionali proprie del sistema familiare. Alla base di questa teoria c’è l’idea che la famiglia sia un sistema: un insieme di persone interconnesse, dove ciò che accade a un membro, in linea di massima, può avere effetti su tutti gli altri. Quando all’interno di una famiglia si verificano tensioni o squilibri, può accadere che un membro, spesso un figlio, manifesti un sintomo che, paradossalmente, ha la funzione di “mantenere” un certo equilibrio. In altre parole, il sintomo diventa un tentativo (per quanto disfunzionale) di ristabilire una forma di stabilità nel sistema familiare. Cosa accade nel sistema famiglia? Questi sintomi emotivi, come attacchi d’ansia, depressione o comportamenti disfunzionali, possono essere visti come una forma di comunicazione non verbale: esprimono conflitti, tensioni o emozioni non espresse apertamente tra i membri della famiglia. In questo senso, la malattia non è solo “dell’individuo”, ma “familiare”, perché nasce, si sviluppa e viene mantenuta dentro le dinamiche relazionali del nucleo familiare. Un altro aspetto centrale di questa teoria riguarda i ruoli che i membri della famiglia assumono. In contesti familiari problematici, capita spesso che si formino “triangolazioni”, cioè situazioni in cui un genitore coinvolge un figlio nei propri conflitti con l’altro genitore, caricandolo di responsabilità che non gli spettano. In questi casi, alcuni figli finiscono per diventare i “pacificatori” della coppia o, al contrario, si potrebbe evidenziare il cosiddetto “paziente designato”, ovvero colui che manifesta i sintomi per conto dell’intero sistema. Evidenze teoriche Tra i principali autori che hanno sviluppato queste idee annoveriamo Murray Bowen, il quale ha introdotto concetti come “differenziazione del sé” e “triangoli familiari”, utili a comprendere come i problemi emotivi si trasmettano da una generazione all’altra. Salvador Minuchin, invece, ha posto l’accento sulla struttura familiare e sull’importanza di confini chiari tra i ruoli. Dal punto di vista terapeutico, questa teoria porta a un cambiamento importante: l’obiettivo non è solo aiutare l’individuo che manifesta il sintomo, ma intervenire sull’intero sistema familiare e fronteggiare il “disagio” che sottende il sintomo, che sembra piuttosto essere solo la “punta dell’iceberg”. Il lavoro terapeutico mira a ristrutturare le relazioni, rendendole più funzionali, affinché ogni membro possa crescere in modo più sano, autonomo e consapevole e soprattutto aiutando i vari membri a comprendere tali dinamiche. In definitiva, la teoria familiare della malattia emotiva ci invita a spostare lo sguardo dal singolo individuo al contesto relazionale in cui è inserito. Inoltre, intervenire a livello sistemico significa aprire a nuove possibilità di dialogo, ridefinire i confini e favorire un ambiente più supportivo in cui ogni individuo possa crescere con maggiore libertà emotiva. Bibliografia Bowen, M. (2011). La Terapia familiare nella pratica clinica, Roma, Astrolabio. Minuchin, S. ( 1977). Famiglie e terapia della famiglia, Milano, Feltrinelli.

ATTACCAMENTO DIGITALE E L’IA

Immagina di tornare a casa dopo una giornata intensa e di afferrare il telefono non per aprire Instagram, ma per avviare una conversazione con un chatbot. Parliamo di attaccamento digitale, il fenomeno per cui si instaura un legame emotivo con un’entità virtuale. Racconti le tue ansie e le tue paure, e l’IA risponde con frasi pensate per essere comprensive, suggerendo esercizi di respirazione o pensieri alternativi. In pochi istanti percepisci un sollievo; è sorprendente, se si considera che quel dialogo è gestito da un algoritmo. Il concetto di attaccamento digitale prende forma attraverso due processi principali. Il primo è l’antropomorfismo, cioè la tendenza a proiettare intenzioni e sentimenti su un software. Quando il chatbot utilizza il tuo nome o esprime frasi di conforto, il cervello interpreta il messaggio come proveniente da un interlocutore umano. Il secondo processo riguarda il bisogno di relazione: in periodi di isolamento o stress, un partner digitale può sembrare un’opportunità di dialogo costante e priva di giudizio. Le applicazioni più diffuse per il supporto emotivo si basano su modelli linguistici e mappe emozionali per: Identificare il tono emotivo nei messaggi (ad esempio, tristezza o ansia); Adattare le risposte per rispecchiare empatia; Suggerire tecniche di coping, come esercizi di respirazione o di journaling. Studi preliminari indicano che conversazioni regolari con chatbot possono contribuire a una diminuzione dei sintomi di ansia lieve o di depressione, fornendo un accesso immediato a strategie di auto-aiuto. Al contempo, emerge la necessità di valutare i possibili effetti a lungo termine di questo tipo di interazione. Un altro aspetto riguarda il bias dell’automazione: la propensione ad attribuire alle macchine qualità di neutralità e oggettività. L’IA, infatti, elabora risposte basate sui dati con cui è stata addestrata, incluse eventuali distorsioni presenti in questi dataset. Per un uso consapevole delle tecnologie di supporto emotivo è utile considerare alcuni suggerimenti: Definire limiti di utilizzo quotidiano del chatbot; Tenere un diario delle conversazioni rilevanti, confrontandole, se necessario, con il parere di esperti; Verificare le fonti e approfondire i consigli forniti dall’IA. In sintesi, l’attaccamento digitale descrive un nuovo tipo di interazione fra persone e intelligenze artificiali, caratterizzato da risposte personalizzate e disponibili in qualsiasi momento. Comprendere le dinamiche alla base di questo fenomeno può favorire un approccio informato e bilanciato all’utilizzo di questi strumenti.

Stimoli in eccesso: come i nuovi cartoni animati possono influire negativamente sullo sviluppo dei bambini

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’animazione. I cartoni animati, da sempre fonte di intrattenimento e immaginazione per i bambini, si sono trasformati in prodotti audiovisivi estremamente dinamici, dai colori accesi, ritmi frenetici e cambi di scena continui. Se da un lato questo cambiamento rispecchia una tecnologia sempre più avanzata e una volontà di attrarre l’attenzione, dall’altro solleva interrogativi fondamentali sugli effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei bambini. io stessa, da studentessa di psicologia ed occupandomi talvolta di accudire bambini, mi ritrovo sempre più spesso a discutere con genitori preoccupati per la crescente difficoltà dei loro figli a mantenere l’attenzione, a tollerare la noia o a giocare in modo spontaneo e creativo. Una delle cause principali di queste difficoltà, è proprio il tipo di stimolazione continua e intensa a cui i bambini sono esposti, anche – e soprattutto – tramite l’intrattenimento. I cartoni animati oggi: un bombardamento sensoriale I cartoni moderni sono radicalmente diversi da quelli che le generazioni precedenti ricordano con affetto. Dove un tempo le animazioni si sviluppavano in modo lineare, con scene più lente e dialoghi semplici, oggi il ritmo è vorticoso. I cambi di inquadratura avvengono spesso ogni pochi secondi, i suoni sono intensi e costanti, i colori sempre saturi e brillanti, spesso con effetti visivi lampeggianti o iperrealistici. Studi di neuropsicologia dello sviluppo hanno evidenziato che la mente infantile è particolarmente sensibile agli stimoli visivi e uditivi. L’eccessiva esposizione a questo tipo di contenuti, soprattutto nei primi anni di vita, può interferire con la maturazione dei circuiti dell’attenzione sostenuta, una delle funzioni esecutive fondamentali per l’apprendimento scolastico e la regolazione emotiva. Un lavoro pubblicato sul Journal of Pediatrics da Christakis et al. (2004) ha mostrato una correlazione significativa tra la quantità di tempo trascorso dai bambini davanti a programmi televisivi ad alto contenuto di stimoli rapidi prima dei tre anni e un aumento di sintomi di disattenzione e impulsività in età scolare. Sovrastimolazione e autoregolazione Uno dei problemi principali è che il cervello dei bambini in età prescolare non è ancora capace di filtrare in modo efficiente gli stimoli in entrata. Quando la stimolazione sensoriale è eccessiva, il sistema nervoso entra in una condizione simile all’iperattivazione: il bambino può diventare irrequieto, facilmente irritabile, oppure – paradossalmente – mostrare un’apparente dipendenza da questi stimoli. Molti genitori osservano che i propri figli sembrano “incollati” allo schermo, ma diventano nervosi o apatici appena finisce il programma. Questo comportamento è il risultato di una regolazione disfunzionale del sistema dopaminergico: lo stesso meccanismo che si osserva nei circuiti della ricompensa coinvolti nelle dipendenze. La continua esposizione a cartoni “iperstimolanti” crea quindi una tolleranza sempre maggiore: il bambino ha bisogno di contenuti sempre più rapidi e intensi per mantenere lo stesso livello di interesse. Questo rende estremamente difficile per loro accettare attività meno stimolanti ma fondamentali per lo sviluppo, come il gioco simbolico, la lettura o semplicemente l’interazione sociale reale. Effetti sulla creatività e sulla capacità di concentrazione Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda la creatività. L’immaginazione nei bambini si sviluppa attraverso esperienze che richiedono uno spazio di elaborazione interna: il “tempo morto” tra un input e l’altro è cruciale perché consente di pensare, riflettere, inventare. I cartoni animati moderni, al contrario, tendono a riempire ogni secondo con stimoli precostituiti, privando il bambino della possibilità di completare con la propria mente ciò che manca. Anche la velocità delle scene ha un impatto significativo. Un celebre esperimento condotto da Lillard e Peterson (2011) ha dimostrato che solo nove minuti di visione di un cartone animato estremamente rapido, possono avere un impatto negativo temporaneo sulla capacità di problem-solving e sull’autoregolazione nei bambini di 4 anni. Sebbene l’effetto sia momentaneo, l’esposizione quotidiana e ripetuta può produrre un’influenza cronica sullo sviluppo cognitivo. Un confronto con i cartoni “di una volta” Non si tratta di nostalgia, ma di evidenze stilistiche e funzionali. Cartoni come Heidi, Il Mondo di David Gnomo o La Pimpa erano costruiti con una narrativa lineare, tempi lenti, pause tra un evento e l’altro, e una grafica semplice ma espressiva. Questi elementi permettevano al bambino di seguire la storia, immedesimarsi nei personaggi, anticipare le azioni e, soprattutto, riflettere. La semplicità visiva aiutava lo sviluppo del pensiero simbolico, mentre le pause nella narrazione favorivano la comprensione e l’elaborazione emotiva. Oggi, invece, l’estetica ipermoderna rischia di sovrastare il contenuto, privilegiando l’effetto shock alla profondità narrativa. Cosa possiamo fare: consigli per i genitori Non si tratta di demonizzare i cartoni animati in sé, ma di scegliere con consapevolezza. Ecco alcune raccomandazioni basate sulle evidenze scientifiche più recenti: Limitare la durata dell’esposizione: per i bambini sotto i 2 anni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’assenza totale di schermi. Dai 2 ai 5 anni, si consiglia di non superare un’ora al giorno, sempre accompagnata da un adulto. Preferire cartoni a ritmo lento: scegliere contenuti con narrazioni semplici, scene lunghe e poco dinamismo visivo. Ottimi esempi sono Daniel Tiger’s Neighborhood, Peppa Pig o le vecchie puntate de Il Mondo di Elmer. Guardare insieme ai figli: la co-visione permette al genitore di spiegare, commentare e rallentare mentalmente il ritmo, aiutando il bambino a elaborare ciò che vede. Alternare con attività “lente”: incentivare giochi creativi, attività manuali, letture condivise e momenti di noia costruttiva. Osservare le reazioni del bambino: se mostra irritabilità, difficoltà a concentrarsi o richieste ossessive di visione, è importante rivedere l’uso dei media e, se necessario, consultare uno psicologo. Conclusione I cartoni animati non sono tutti uguali. Mentre alcuni possono essere strumenti educativi e fonte di gioia condivisa, altri, troppo veloci e carichi di stimoli, possono contribuire a difficoltà cognitive e comportamentali nei bambini. In un’epoca in cui la tecnologia evolve rapidamente, è fondamentale accompagnare i più piccoli verso un uso sano e consapevole degli strumenti digitali. Solo così potremo preservare il loro diritto a un’infanzia fatta di gioco, scoperta e pensiero libero. Bibliografia Christakis, D. A., Zimmerman, F. J., DiGiuseppe, D. L., & McCarty, C. A. (2004). Early television exposure and subsequent attentional problems in children. Pediatrics, 113(4), 708-713. Lillard, A. S., & Peterson, J. (2011). The

Separazione di coppia: proteggere i figli separando i ruoli

La separazione di una coppia rappresenta uno dei momenti più delicati nella vita di una famiglia. Non riguarda solo la fine di una relazione romantica, ma è un cambiamento che impatta profondamente su tutti i membri della famiglia, specialmente sui figli. I bambini, in particolare, potrebbero trovarsi ad affrontare varie emozioni difficili da comprendere e, di conseguenza, da gestire. In questi momenti, è fondamentale che i genitori siano consapevoli non solo dei loro sentimenti, ma anche delle difficoltà che i figli possono attraversare. Separare i ruoli di coppia di fatto e coppia genitoriale diventa un passo importante per garantire un ambiente protetto e sano per i bambini, pur riconoscendo che ogni separazione porta con sé sfide emozionali che richiedono attenzione e empatia. Il coinvolgimento dei figli La separazione è un periodo doloroso, che suscita una molteplicità di emozioni, spesso contrastanti, nei genitori. La rabbia, la tristezza, la frustrazione e l’incertezza sono comuni e comprensibili. Ma i bambini, purtroppo, non hanno gli strumenti per affrontare e comprendere le complessità emotive degli adulti. Quando i genitori non riescono a mantenere la separazione tra i loro conflitti e il benessere dei figli, quest’ultimi possono sentirsi travolti e confusi. I bambini non dovrebbero essere coinvolti nei conflitti tra i genitori: non possono farsi carico di emozioni che non appartengono loro. Può accadere che i genitori, nonostante le buone intenzioni, finiscano per utilizzare i figli come messaggeri verso l’ex partner o come mediatori per risolvere i conflitti. Questo può creare un forte senso di responsabilità nei bambini, che si sentono in qualche modo coinvolti in un evento che, in realtà, è esterno alla loro esperienza. Ogni bambino ha bisogno di sentirsi al sicuro e protetto, non di gestire le difficoltà emotive di un adulto. Questo è uno dei motivi per cui è fondamentale non farli diventare protagonisti del conflitto. Coppia di fatto vs coppia genitoriale Una delle sfide più grandi per i genitori che si separano è quella di separare i loro ruoli. Quando si rompe una relazione, si scioglie la coppia di fatto, ma la genitorialità resta un impegno che non finisce con la fine di una relazione sentimentale. La difficoltà sta nel riuscire a mantenere distinti i due ruoli, evitando di continuare a comportarsi come se la coppia fosse ancora insieme. Quando i genitori non separano correttamente i ruoli, possono generare confusione nei figli. Per esempio, continuare a prendere decisioni come se fossero ancora una coppia può far percepire ai bambini che la separazione non è reale o che ci sia una speranza che i genitori possano tornare insieme. Per i bambini, che stanno già affrontando un cambiamento difficile, questa ambiguità può essere destabilizzante. Separare i ruoli significa che, anche se i genitori non sono più una coppia, devono comunque lavorare insieme per il bene dei figli. Questo richiede un atteggiamento di cooperazione e rispetto reciproco. L’obiettivo principale deve rimanere il benessere dei bambini, non le difficoltà o i rancori tra i genitori. La comunicazione con i figli Durante la separazione, è necessario che i genitori comunichino con i figli in modo empatico ma chiaro. I bambini hanno bisogno di sapere cosa sta succedendo, ma non devono essere sovraccaricati di dettagli dolorosi o emotivamente complessi. Spiegare loro che la separazione non è colpa loro, che sono amati da entrambi i genitori, è essenziale per ridurre il senso di responsabilità e di colpa che potrebbero provare. Inoltre, i genitori dovrebbero fare attenzione a non contraddirsi nelle loro comunicazioni. Se uno dei genitori minimizza la gravità della separazione o cerca di sembrare più positivo rispetto all’altro, i bambini potrebbero non riuscire a comprendere cosa stia realmente accadendo. La coerenza nella comunicazione e l’ascolto attivo sono fondamentali per rassicurare i bambini e aiutarli a superare questo periodo di transizione. Un dolore condiviso È importante ricordare che la separazione è un cambiamento doloroso per tutti i membri della famiglia. I genitori devono essere consapevoli delle proprie emozioni, ma anche di quelle dei figli. La difficoltà di separarsi, la paura di perdere il legame con il proprio bambino, e la tristezza per la fine di una relazione sono emozioni molto forti, che richiedono attenzione e cura. I genitori dovrebbero cercare di non solo proteggere i figli da conflitti, ma anche da un eccessivo carico emotivo. Creare uno spazio sicuro per parlare, senza minimizzare il dolore ma senza invadere la sfera emotiva dei bambini, è fondamentale. La separazione può essere vissuta con difficoltà, ma con il supporto e l’amore incondizionato dei genitori, i bambini possono affrontarla in modo più sereno. Conclusione La separazione non è mai un processo facile e porta con sé sfide emotive che riguardano tanto i genitori quanto i figli. Separare i ruoli di coppia e di genitori è cruciale per evitare di confondere i bambini e garantire loro un ambiente più stabile e sicuro. Nonostante le difficoltà, è possibile attraversare questo cambiamento con maggiore serenità, se i genitori sanno come comunicare in modo chiaro ed empatico, sempre orientati al benessere dei figli. In questo modo, anche un momento difficile come la separazione può trasformarsi in un’opportunità per crescere insieme, seppur in modi diversi.

Ricordare per vivere: il potere della memoria nella costruzione del sé e della comunità

Ricordare non è un atto del passato, ma un gesto del presente In un’epoca dominata dalla velocità, dal presente continuo, e dalla sovrabbondanza di stimoli, il ricordo sembra quasi un lusso. Fermarsi a ricordare richiede tempo, intenzione, apertura emotiva. Eppure, in psicologia sappiamo bene che la memoria non è un archivio statico, ma una funzione viva e dinamica, che ci permette non solo di conservare il passato, ma di dare senso al presente e orientare il futuro.Ricordare è un atto di costruzione: di noi stessi, delle nostre relazioni, della nostra identità. Sia sul piano individuale che su quello collettivo. È attraverso la memoria che ci riconosciamo, che comprendiamo da dove veniamo e che cosa ci ha plasmato. Le esperienze – anche quelle dolorose – quando vengono ricordate e integrate, diventano risorse. Se, invece, restano nell’ombra, rischiano di trasformarsi in nodi irrisolti, in traumi silenziosi. La memoria collettiva: una bussola per le comunità Anche le società hanno bisogno di ricordare. I riti civili, le commemorazioni pubbliche, le giornate della memoria non sono formalità. Sono strumenti simbolici fondamentali per l’elaborazione collettiva. Come un individuo che affronta un lutto o un trauma, anche una nazione può ammalarsi se non elabora il proprio passato.Eventi come il 25 aprile, la Giornata della Memoria, o le ricorrenze legate alla storia dei diritti civili servono proprio a questo: a tenere viva la coscienza storica, a non normalizzare la violenza, a coltivare gli anticorpi culturali contro l’indifferenza. Il 25 aprile, in particolare, è uno dei simboli più forti della “memoria attiva” italiana: non solo il ricordo della Liberazione, ma un’occasione per riaffermare valori come la libertà, la dignità, la responsabilità. La memoria come ponte tra generazioni Molti studi, anche nell’ambito della psicologia transgenerazionale, dimostrano che ciò che non viene detto tende a ripetersi. Il silenzio, nella trasmissione familiare e culturale, può essere più pesante della parola. La memoria – intesa come narrazione, dialogo, testimonianza – ha il potere di interrompere questi silenzi. Di trasformare ciò che è stato in qualcosa che può insegnare, ispirare, proteggere.Raccontare ai giovani la storia – e non solo quella ufficiale, ma anche quella vissuta, quella familiare – è un atto di cura. È dare strumenti per orientarsi nel presente, modelli per affrontare l’incertezza, spunti per costruire la propria identità. Ricordare, in questo senso, è anche un atto di amore verso le nuove generazioni. Le patologie dell’oblio L’oblio, se deliberato, può diventare una forma di difesa. Ma quando si cronicizza, rischia di trasformarsi in negazione. Una società che dimentica può sviluppare forme di “rimozione culturale”, che portano alla ripetizione di errori, all’indifferenza verso il dolore altrui, alla banalizzazione del male.Così come in terapia si lavora per far emergere e integrare ciò che è stato rimosso, anche nel lavoro culturale è fondamentale restituire visibilità a ciò che è stato escluso, dimenticato, marginalizzato. Non per restare ancorati al passato, ma per trasformarlo in consapevolezza. Ricordare per essere liberi C’è un legame profondo tra memoria e libertà. Chi non conosce la propria storia è più vulnerabile alla manipolazione, più esposto alla paura, meno capace di scegliere. Per questo, ricordare è anche un atto di liberazione. Non è un caso che le date legate alla memoria siano spesso anche feste della libertà.Il 25 aprile, ad esempio, celebra una liberazione storica, ma anche simbolica. È un invito a liberarsi dai conformismi, dall’apatia, dalla rassegnazione. Ed è per questo che, anche a distanza di decenni, quella memoria continua a parlarci, a scuoterci, a renderci più vivi. Ricordare per guarire Ogni atto di memoria è, in fondo, un gesto di cura. Cura verso noi stessi, verso la nostra comunità, verso la possibilità di costruire un mondo più consapevole. Ricordare è un modo per dire: “So da dove vengo, e per questo so dove voglio andare”. È anche un modo per dire: “Non sei solo, questa storia l’abbiamo vissuta insieme”.In un tempo che ci spinge a dimenticare in fretta, ricordare diventa un atto rivoluzionario. Un atto psicologico, culturale, umano. Una resistenza dolce contro il vuoto, contro la superficialità, contro la disumanizzazione. Bibliografia Assmann, A. (2011). Cultural Memory and Western Civilization: Functions, Media, Archives. Cambridge University Press. Caruth, C. (1996). Unclaimed Experience: Trauma, Narrative, and History. Johns Hopkins University Press. Kaës, R. (2005). Il lavoro psichico della trasmissione. Borla Editore. Jodelet, D. (2005). Le rappresentazioni sociali. Il Mulino. van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo: mente, corpo e guarigione del trauma. Cortina Editore. Ricoeur, P. (2000). La memoria, la storia, l’oblio. Raffaello Cortina Editore.

PSICOTERAPIA ONLINE VS IN PRESENZA

Negli ultimi anni, soprattutto a seguito della pandemia da Covid-19, le piattaforme online che offrono servizi di psicoterapia hanno conosciuto un’espansione senza precedenti. Da strumenti di emergenza sono diventate oggi una valida alternativa — e talvolta una preferenza — rispetto alla modalità tradizionale in presenza. Ma cosa dice la psicologia a riguardo? E quali sono i pro e i contro di ciascun approccio? La psicoterapia, che si tratti di orientamento cognitivo-comportamentale, psicodinamico o sistemico-relazionale, è fondamentalmente una relazione d’aiuto. L’efficacia del trattamento dipende in gran parte dall’alleanza terapeutica, cioè dal legame di fiducia tra terapeuta e paziente. Numerosi studi indicano che la qualità di questa alleanza è uno dei principali predittori di successo, indipendentemente dall’approccio teorico. Ma questa alleanza si costruisce allo stesso modo online? Le piattaforme di terapia online (come Serenis, Unobravo, TherapyChat, ma anche servizi internazionali come BetterHelp o Talkspace) offrono una serie di vantaggi pratici: Accessibilità geografica: anche chi vive in zone rurali o all’estero può accedere facilmente al supporto psicologico Flessibilità oraria: più facilità nel trovare momenti compatibili con i propri impegni Minor impatto emotivo iniziale: alcune persone si sentono più a proprio agio nel cominciare un percorso dal proprio spazio sicuro, riducendo ansia e imbarazzo Tuttavia, ci sono anche svantaggi da considerare: Limitazioni comunicative: il canale digitale riduce la percezione di segnali non verbali (silenzi, posture, micro-espressioni) che spesso sono fondamentali nel lavoro terapeutico Problemi tecnici e ambientali: connessioni instabili, interruzioni domestiche o mancanza di privacy possono compromettere la qualità delle sedute Effetto “disconnessione”: alcuni pazienti riferiscono una sensazione di distanza emotiva, soprattutto se la relazione terapeutica non è ancora ben consolidata La terapia face-to-face rimane, per molti, lo standard d’oro. L’ambiente neutro dello studio terapeutico, il tempo dedicato esclusivamente alla seduta, e la possibilità di cogliere pienamente la comunicazione non verbale contribuiscono a una maggiore profondità dell’esperienza. Inoltre, alcuni quadri clinici — come i disturbi gravi della personalità o situazioni di dissociazione — possono richiedere una presenza più contenitiva e strutturata, difficile da riprodurre online. Le meta-analisi degli ultimi anni mostrano che la psicoterapia online è generalmente efficace e, in molti casi, comparabile a quella in presenza per disturbi come ansia, depressione e stress post-traumatico. Tuttavia, l’efficacia può dipendere da variabili come la motivazione del paziente, la stabilità della connessione internet e la competenza digitale del terapeuta. In conclusione, non esiste una modalità “migliore” in senso assoluto. La scelta tra terapia online e in presenza dovrebbe tener conto delle esigenze individuali, della tipologia del problema psicologico e del contesto di vita della persona. L’importante è che il setting, qualunque esso sia, favorisca una relazione terapeutica autentica, sicura e trasformativa.

DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.