Ferite Senza Parole: Come i Traumi Non Elaborati Attraversano le Generazioni
Nel panorama della psicoterapia contemporanea, l’individuo viene raramente osservato come un’entità isolata. Tuttavia, l’approccio sistemico-relazionale compie un passo ulteriore, spingendo lo sguardo oltre i confini del nucleo nucleare per abbracciare una prospettiva multigenerazionale. Ma perché l’orientamento multigenerazionale è diventato una risorsa imprescindibile nella clinica moderna? L’orientamento multigenerazionale non si limita a ricostruire una genealogia anagrafica; si propone di mappare la trasmissione emotiva, traumatica e comportamentale che attraversa le epoche familiari. Concetti chiave come i miti familiari, i mandati inconsci e i debiti di lealtà invisibili (secondo la lezione di pionieri come Boszormenyi-Nagy e Bowen) dimostrano come le sofferenze del presente siano spesso risonanze di conflitti irrisolti del passato. Lavorare con questa lente permette di comprendere che il “paziente designato” non fa che esprimere un sintomo il cui codice sorgente risiede due o tre generazioni indietro. Il problema attuale perde, così, la sua natura di “colpa individuale” o “patologia lineare” e viene ricontestualizzato come un tentativo disfunzionale di rispondere a dinamiche storiche. Esplorare l’albero genealogico e le macro-storie familiari permette ai membri di una famiglia di sviluppare empatia verso i propri genitori o nonni, vedendoli a loro volta come “figli” di un sistema specifico. Spesso, i passaggi generazionali non tramandano solo traumi, ma anche strategie di resilienza e risorse vitali che il terapeuta può aiutare a riscoprire. Gli Strumenti del Terapeuta: La Danza con la Storia Nella pratica clinica, l’orientamento multigenerazionale si traduce nell’uso di mediatori analogici e grafici potentissimi. Il genogramma fotografico o relazionale diventa una mappa viva, capace di evidenziare fratture, alleanze e triangolazioni. Attraverso tecniche come la scultura familiare o l’attivazione del Sé del terapeuta all’interno della “danza” relazionale, le generazioni passate entrano concretamente nella stanza di terapia, permettendo una ristrutturazione emotiva profonda e immediata. “La famiglia non è semplicemente un gruppo di persone che condividono uno spazio, ma una storia in continuo movimento. Curare il presente significa, inevitabilmente, saper dialogare con il passato.”
Le difese nella relazione di coppia: quando l’intimità diventa distanza

«Se ci amiamo, perché stare insieme è diventato così difficile?»Molte coppie arrivano in terapia con questa domanda. Non sempre parlano di grandi tradimenti o di eventi drammatici. Spesso raccontano qualcosa di più sottile: discussioni che si ripetono, silenzi che si allungano, parole che feriscono più del previsto.Nell’immaginario comune si pensa che le relazioni finiscano perché l’amore è finito. Nella pratica clinica accade spesso qualcosa di diverso: l’amore c’è, ma non sempre riesce a proteggere la relazione dalle difese che ciascun partner porta con sé.Quando due persone si incontrano non portano nella relazione solo desideri e progetti. Portano con sé anche paure, modalità difensive apprese nel tempo e modelli affettivi costruiti all’interno della propria storia familiare.È proprio da questa osservazione clinica che nasce il libro L’inchiostro intruso. Amare senza perdersi. Riconoscere le paure che abitano la coppia, che esplora le dinamiche emotive che, nelle relazioni di coppia, possono trasformare l’incontro in distanza o incomprensione.Quando l’intimità attiva le difeseUno degli aspetti più paradossali delle relazioni è che proprio l’intimità — ciò che più desideriamo — può attivare le nostre difese più profonde.Quando la relazione diventa significativa, quando l’altro si avvicina emotivamente o quando si costruiscono progetti comuni, emergono spesso reazioni che sorprendono entrambi i partner: chi si chiude nel silenzio, chi diventa più critico, chi si allontana, chi alza la voce.Non si tratta necessariamente di mancanza di amore.Spesso sono modalità apprese nel tempo, tentativi di protezione dal rischio di sentirsi esposti, vulnerabili o non riconosciuti.Nel libro L’inchiostro intruso queste dinamiche vengono descritte come un “inchiostro intruso”: qualcosa che entra nella relazione e ne altera il significato, facendo parlare le difese al posto dei bisogni.Per questo molte coppie non si perdono perché non si amano, ma perché non riescono a riconoscere e attraversare quei momenti in cui le difese prendono il posto dell’incontro.Spesso queste difese non nascono nella coppia, ma affondano le radici nelle esperienze relazionali precedenti, in particolare nei modelli affettivi interiorizzati nella famiglia d’origine.In questa prospettiva, il problema della coppia non è solo il conflitto, ma ciò che accade quando le difese impediscono ai partner di restare presenti nell’incontro.Quando le parole non bastano: il linguaggio del corpoNella relazione di coppia non parlano solo le parole. Anche il corpo comunica continuamente.Il silenzio prolungato, la distanza fisica, la rigidità del corpo, l’evitare lo sguardo o l’innalzamento del tono della voce sono segnali che raccontano qualcosa di ciò che sta accadendo nella relazione.Spesso uno dei partner vive queste reazioni come rifiuto o disinteresse, mentre per l’altro rappresentano un tentativo di contenere emozioni difficili da esprimere.Imparare a riconoscere questi segnali è un passaggio importante nel lavoro terapeutico con le coppie, perché permette di dare significato a ciò che accade nella relazione prima che il conflitto diventi distruttivo.Restare senza annullarsiLa terapia di coppia non è un tribunale in cui stabilire chi ha ragione e chi ha torto. È uno spazio protetto in cui due persone possono fermarsi a osservare cosa accade tra loro quando l’incontro diventa difficile.Non sempre l’obiettivo è salvare la relazione a ogni costo. A volte il lavoro consiste nel capire se e come sia possibile restare nella relazione senza perdere sé stessi.Quando questo diventa possibile, il conflitto smette di essere solo un luogo di scontro e può diventare uno spazio di comprensione reciproca.Comprendere le dinamiche difensive che entrano nella relazione non significa eliminarle, ma riconoscerle prima che prendano il posto dell’incontro.Spesso la distanza tra due persone non nasce dalla fine dell’amore, ma dalla difficoltà di restare presenti proprio quando l’intimità ci espone davvero.Stefania PelosiPsicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionaleAutrice di L’inchiostro intruso
Il viaggio emotivo della genitorialità desiderata: PMA e vissuti psicologici

Negli ultimi anni i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sono diventati una realtà sempre più presente nella pratica clinica e nei servizi territoriali. L’accesso ai trattamenti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale e le ASL ha rappresentato un importante passo avanti in termini di equità e tutela del diritto alla cura. Tuttavia, accanto alla dimensione medica, esiste un universo emotivo spesso silenzioso, fatto di speranze, attese, frustrazioni e trasformazioni profonde dell’identità individuale e di coppia. L’infertilità: una ferita invisibile L’infertilità o la difficoltà a concepire non rappresentano soltanto una condizione medica. Per molte persone costituiscono una vera e propria esperienza di perdita: la perdita dell’immagine di sé come genitore “naturale”, del controllo sul proprio corpo e, talvolta, della spontaneità del desiderio di avere un figlio. Molte coppie raccontano di sentirsi improvvisamente diverse dalle altre, isolate in un mondo in cui la maternità e la paternità sembrano esperienze semplici e scontate. A questo si aggiungono il senso di inadeguatezza, la vergogna e, non raramente, un profondo sentimento di colpa. La sofferenza è spesso invisibile perché socialmente poco riconosciuta. Non esistono rituali per elaborare il lutto di una gravidanza che non arriva e chi attraversa questi percorsi si trova frequentemente a convivere con domande indiscrete, consigli non richiesti e aspettative familiari che possono amplificare il dolore. La medicalizzazione del desiderio di genitorialità L’accesso ai percorsi di PMA determina una progressiva trasformazione del desiderio di avere un figlio in un processo altamente medicalizzato. Il tempo della coppia viene scandito da protocolli, esami diagnostici, monitoraggi, attese e decisioni terapeutiche. La sessualità perde frequentemente la sua dimensione spontanea per assumere una funzione strumentale e riproduttiva. Particolarmente significativo appare il vissuto corporeo delle donne, che descrivono spesso la sensazione di un corpo espropriato della propria intimità e costantemente sottoposto a valutazione clinica. Il corpo diviene contemporaneamente oggetto di cura, di speranza e di possibile delusione. Anche gli uomini, sebbene meno frequentemente coinvolti nelle procedure invasive, sperimentano sentimenti di impotenza, fallimento e perdita di controllo, vissuti che non sempre trovano adeguati spazi di elaborazione. La coppia e la ridefinizione degli equilibri relazionali Dal punto di vista sistemico-relazionale, la PMA costituisce un evento critico che investe l’intero sistema di relazioni. Il percorso diagnostico-terapeutico richiede alla coppia una continua riorganizzazione dei propri equilibri interni, delle aspettative reciproche e delle modalità di comunicazione del dolore. La letteratura evidenzia come i partner possano sviluppare strategie di coping differenti: uno dei due può ricercare il confronto e la condivisione emotiva, mentre l’altro può privilegiare modalità di gestione maggiormente razionalizzanti o evitanti. Tali differenze, se non riconosciute, possono essere vissute come mancanza di comprensione o disinvestimento affettivo. Parallelamente, anche il sistema familiare allargato entra nel processo. Le aspettative intergenerazionali, i mandati familiari relativi alla genitorialità e le pressioni esplicite o implicite provenienti dalle famiglie d’origine contribuiscono a definire il significato che la coppia attribuisce alla propria esperienza di infertilità. Conclusioni La PMA rappresenta uno dei contesti clinici nei quali appare maggiormente evidente l’inscindibilità tra corpo, mente e relazioni. Dietro ogni protocollo terapeutico vi sono persone e coppie impegnate in un complesso lavoro di ridefinizione identitaria, di elaborazione delle perdite e di confronto con il limite e con l’incertezza. Per i professionisti della salute mentale e per i servizi territoriali la sfida consiste nel costruire percorsi di cura che non si limitino alla dimensione biologica della riproduzione, ma che sappiano accogliere e accompagnare la sofferenza emotiva, relazionale ed esistenziale che abita il desiderio di diventare genitori. “La domanda di un figlio non riguarda soltanto la nascita di un bambino, ma interroga le storie familiari, i mandati transgenerazionali e le rappresentazioni della generatività che attraversano le generazioni. La PMA diventa così uno spazio clinico privilegiato per osservare come il desiderio, il limite e la perdita si inscrivano nelle trame relazionali e nei processi di costruzione dell’identità individuale e di coppia.“ Bibliografia
Quando crescere significa anche imparare a separarsi

Ci sono persone che vivono ogni distanza come una minaccia. Una telefonata senza risposta, il partner che si allontana per lavoro, i figli che diventano più autonomi, persino il semplice trascorrere del tempo da soli possono generare un’angoscia intensa e difficile da controllare.Quando pensiamo all’ansia da separazione immaginiamo spesso un bambino che piange all’ingresso della scuola o che fatica ad addormentarsi lontano dai genitori. Eppure, la paura del distacco può accompagnare la persona anche nell’età adulta.L’ansia da separazione dell’adulto non coincide con il desiderio di stare vicino alle persone amate. Difatti, tutti abbiamo bisogno di legami significativi. Ciò che caratterizza questa condizione è l’intensità della sofferenza legata alla possibilità di perdere l’altro o di esserne lontani.Chi ne soffre può sperimentare preoccupazioni persistenti che qualcosa di grave possa accadere alle persone care, difficoltà a restare da solo, bisogno continuo di rassicurazioni, evitamento di situazioni che comportano una separazione o un profondo disagio quando questa diventa inevitabile. Da dove nasce questa paura? Non esiste una risposta unica. Le nostre modalità di stare nelle relazioni si costruiscono nel tempo, all’interno delle esperienze vissute con le figure di riferimento. Se il bambino cresce in un contesto in cui la separazione viene vissuta come pericolosa, dolorosa o accompagnata da forti vissuti di ansia, può interiorizzare l’idea che l’amore e la vicinanza siano condizioni indispensabili per sentirsi al sicuro. Talvolta il messaggio implicito diventa: “Se ti allontani, qualcosa di brutto potrebbe accadere” oppure “Se pensi a te stesso, farai soffrire chi ami.” In questi casi, il processo naturale di differenziazione, quel percorso che porta il bambino a diventare gradualmente una persona autonoma, può risultare più complesso. L’autonomia rischia di essere vissuta come una minaccia al legame affettivo.Da una prospettiva sistemico-relazionale, il sintomo assume un significato che va oltre la sofferenza individuale. La paura della separazione può rappresentare il tentativo di preservare un equilibrio familiare, di mantenere la vicinanza emotiva o di rispondere a bisogni relazionali profondi che hanno trovato espressione attraverso l’ansia.Questo non significa attribuire colpe ai genitori o alla famiglia. Significa, piuttosto, riconoscere che ciascuno di noi impara a stare nel mondo attraverso le relazioni che lo hanno accompagnato nella crescita.La buona notizia è che questi modelli non sono immutabili.Nel percorso terapeutico, la persona può iniziare a interrogarsi sul significato delle proprie paure, a riconoscere i vissuti di colpa legati ai movimenti di autonomia e a sperimentare nuove modalità di stare nelle relazioni.Perché separarsi non significa smettere di amare. Significa poter riconoscere i propri confini senza perdere il legame con l’altro. Significa scoprire che la vicinanza autentica non nasce dalla fusione, ma dall’incontro tra due persone capaci di restare se stesse.Forse il compito più delicato della crescita è proprio questo: imparare che possiamo allontanarci senza abbandonare e restare vicini senza rinunciare a chi siamo. Formare un nuovo nucleo senza perdere le proprie radici Particolarmente significativi sono quei passaggi evolutivi che richiedono una ridefinizione delle appartenenze, come l’inizio di una convivenza o il matrimonio. Formare una nuova coppia significa, infatti, compiere un movimento di separazione dalla famiglia d’origine per investire nella costruzione di un nuovo sistema relazionale. Questo processo, pur essendo naturale, può riattivare paure profonde in chi ha vissuto il distacco come qualcosa di minaccioso o accompagnato da sensi di colpa. Non è raro che proprio in queste fasi emergano ansia intensa, dubbi persistenti, timori legati alla salute o alla sicurezza dei propri familiari, oppure la sensazione di “stare abbandonando” chi si lascia alle spalle. Il cambiamento richiesto non riguarda soltanto il piano pratico, ma coinvolge aspetti identitari e relazionali: diventare partner, costruire una nuova famiglia, ridefinire il proprio posto nel sistema di appartenenza. In una prospettiva sistemico-relazionale, tali difficoltà possono essere lette come l’espressione della fatica a conciliare due bisogni altrettanto fondamentali: il bisogno di appartenenza e quello di autonomia. La sfida non consiste nello scegliere l’uno a discapito dell’altro, ma nel trovare un equilibrio che permetta di restare emotivamente connessi alle proprie radici senza rinunciare alla possibilità di costruire nuovi legami e nuovi progetti di vita. Dal punto di vista clinico, il matrimonio o la convivenza possono essere considerati dei veri e propri “riti di passaggio”: richiedono un nuovo assetto delle lealtà familiari e una maggiore differenziazione del Sé.
La famiglia invischiata nel disturbo schizofrenico: quando i confini emotivi diventano fragili
Parlare di schizofrenia significa entrare in un territorio complesso, delicato, spesso ancora circondato da paura e pregiudizio. Per molti anni, la sofferenza psicotica è stata letta quasi esclusivamente attraverso una lente individuale: il sintomo apparteneva alla persona e tutto sembrava concentrarsi sul suo funzionamento mentale. Col tempo, però, la clinica sistemico-relazionale ha mostrato quanto sia impossibile comprendere pienamente il disagio psichico senza considerare anche il contesto relazionale in cui esso prende forma. Tra le dinamiche familiari maggiormente approfondite vi è quella della famiglia invischiata. Un termine che può sembrare duro, ma che descrive semplicemente una modalità relazionale in cui i confini emotivi tra i membri risultano molto permeabili, poco definiti, talvolta confusi. Non si tratta di famiglie “sbagliate” o patologiche. Anzi, frequentemente sono famiglie molto presenti, protettive, unite. Tuttavia, quando la connessione diventa eccessiva, il rischio è che venga limitato lo spazio necessario alla differenziazione personale. Nel percorso evolutivo di ogni individuo esiste infatti un bisogno fondamentale: quello di separarsi psicologicamente dalle figure di riferimento per costruire un’identità autonoma. Crescere significa poter dire “io” senza sentire di tradire il “noi”. Ma nelle famiglie fortemente invischiate questo processo può diventare estremamente faticoso. Cosa accade in famiglia? L’autonomia può essere vissuta inconsciamente come una perdita, un allontanamento doloroso, quasi una minaccia alla stabilità familiare. Talvolta il giovane percepisce di non poter deludere le aspettative implicite della famiglia, oppure sente di dover rimanere emotivamente disponibile per mantenere l’equilibrio del sistema. In alcune situazioni legate al disturbo schizofrenico, queste dinamiche possono amplificare il disagio psicologico già presente. Non perché la famiglia “causi” la schizofrenia — idea oggi ampiamente superata — ma perché il clima relazionale può influenzare il modo in cui la sofferenza viene espressa, contenuta o aggravata. Quando una famiglia arriva in terapia dopo l’esordio psicotico di un figlio, porta spesso con sé un enorme carico di dolore, impotenza e senso di colpa. Accusare o cercare un responsabile non aiuta il processo di cura. Molto più utile è comprendere insieme quali modalità comunicative, emotive e relazionali possano essere trasformate per creare un ambiente più contenitivo e meno confusivo. Nelle famiglie invischiate capita frequentemente che i confini tra protezione e controllo diventino sottili. L’ansia per il benessere del familiare fragile può portare a monitorare continuamente emozioni, comportamenti, scelte quotidiane. Ma quando ogni spazio viene riempito dalla preoccupazione, la persona rischia di sentirsi soffocata, incapace di sperimentarsi autonomamente. Anche la comunicazione può assumere caratteristiche particolari: messaggi ambivalenti, emozioni intense ma poco esplicitate, difficoltà ad affrontare il conflitto apertamente. A volte si percepisce una forte tensione emotiva che però non trova parole chiare per essere raccontata. Il “compito” della psicoterapia Il lavoro terapeutico con queste famiglie non consiste nel separare rigidamente le persone o nel promuovere distanze emotive. Al contrario, l’obiettivo è aiutare ciascun membro a costruire confini più chiari, mantenendo il legame affettivo ma favorendo anche l’autonomia personale. Significa imparare a stare vicini senza invadere. Proteggere senza sostituirsi. Ascoltare senza controllare. Riconoscere che l’amore non coincide necessariamente con la fusione. Spesso, dietro l’invischiamento, si nasconde una grande paura della perdita. Perdere il legame, perdere il controllo, perdere l’altro. Eppure è proprio quando i rapporti diventano più flessibili e differenziati che le relazioni possono trasformarsi in luoghi più sicuri, respirabili e accoglienti.
L’illusione dei “24 anni in un giorno”: cos’è la Time Anxiety e come difendersi

L’illusione dei “24 anni in un giorno”: cos’è la Time Anxiety e come difendersi Ti è mai capitato di guardare l’orologio alle due del pomeriggio e avvertire una strana morsa allo stomaco, come se la giornata fosse ormai “finita” e tu non avessi concluso nulla? Oppure di pianificare il weekend nei minimi dettagli solo per finire esausto, colpevole di non aver “sfruttato al massimo” il tempo libero? Se la risposta è sì, stai sperimentando quella che la psicologia moderna definisce Time Anxiety (ansia del tempo). Non si tratta di una semplice fretta, ma di una vera e propria preoccupazione cronica legata alla sensazione che il tempo stia sfuggendo e che non ne avremo mai abbastanza per realizzare ciò che “dovremmo”. Dal punto di vista cognitivo, il tempo non è una costante. Il nostro cervello non lo percepisce attraverso i secondi biologici, ma attraverso il carico emotivo e l’attenzione. Quando siamo costantemente bombardati da stimoli (notifiche, video brevi, aggiornamenti sui successi altrui), la nostra corteccia prefrontale — l’area del cervello responsabile della pianificazione e del processo decisionale — va in sovraccarico. Questo stato di allerta perpetuo attiva l’amigdala, il nostro centro della paura, che interpreta il “non avere tempo” come una minaccia esistenziale. Il risultato? Una costante risposta di attacco o fuga (fight or flight), che si traduce in: La trappola della “FOMO temporale” Oggi questa ansia è amplificata dalla Fear of Missing Out (la paura di essere tagliati fuori), applicata alla gestione della vita. Vediamo costantemente online routine mattutine impeccabili, carriere fulminee e “ricette per il successo in 5 mosse”. Questo crea un bias cognitivo devastante: l’idea che ogni singolo minuto della nostra vita debba essere monetizzato, ottimizzato o trasformato in un contenuto memorabile. Il tempo libero cessa di essere uno spazio di ricarica e diventa un’altra voce sulla lista delle cose da fare. Tre strategie psicologiche per riprendersi il presente Uscire da questo loop non significa comprare un’agenda più costosa, ma cambiare il paradigma relazionale con il tempo. La ricerca psicologica suggerisce tre approcci pratici: Pratica il “Tempo Vuoto” (L’arte del non-fare): Dedica intenzionalmente 10-15 minuti al giorno a un’attività che non ha alcuno scopo produttivo. Cammina senza musica, guarda fuori dalla finestra, bevi un caffè senza guardare il telefono. Questo aiuta a resettare il sistema nervoso autonomo. Sostituisci il “Devo” con “Scelgo di”: Il linguaggio che usiamo modella la nostra realtà. Dire “Devo andare in palestra, poi devo fare la spesa” attiva l’ansia da prestazione. Sostituirlo con “Oggi scelgo di allenarmi” restituisce al cervello una sensazione di controllo e autonomia. Accetta il “Costo d’Opportunità”: Dire di sì a qualcosa significa inevitabilmente dire di no a qualcos’altro. L’ansia del tempo nasce dall’illusione di poter fare tutto. Accettare che la vita è fatta di rinunce non è un fallimento, ma l’unico modo per godersi davvero ciò che stiamo facendo in questo momento. In conclusione: Il tempo non è un avversario da sconfiggere o un contenitore da riempire fino all’orlo. È la dimensione dentro cui si svolge la nostra esperienza. E a volte, il modo migliore per “risparmiare” tempo è semplicemente smettere di rincorrerlo.
Giocare per raccontarsi: incontro e trasformazione

Il gioco, in terapia, non è semplicemente un momento ricreativo o un modo per permettere al paziente di “rilassarsi”. È uno spazio relazionale profondo, nel quale possono emergere emozioni, vissuti e dinamiche che spesso non trovano facilmente parole. Questo è particolarmente evidente nel lavoro con i bambini, che attraverso il gioco comunicano ciò che sentono, pensano e vivono nel loro mondo interno. Ma anche con adolescenti e adulti il gioco può diventare uno strumento prezioso di esplorazione e cambiamento. Attraverso il gioco emergono modalità di stare in relazione, bisogni emotivi, paure, desideri e aspetti profondi dell’esperienza personale. Nel contesto terapeutico, il gioco permette di costruire un ambiente sicuro in cui poter sperimentare, immaginare e trasformare. Il terapeuta non osserva soltanto ciò che viene ‘visto’, ma soprattutto il modo in cui la persona si muove all’interno dell’esperienza ludica: come gestisce le regole, la frustrazione, il contatto con l’altro, il controllo o la spontaneità. In questa prospettiva, il gioco diventa uno strumento prezioso per comprendere il funzionamento relazionale ed emotivo della persona. Il gioco come linguaggio emotivo Spesso ciò che non riesce a essere espresso verbalmente trova spazio nel gioco. Un bambino può raccontare attraverso peluche, costruzioni o storie inventate esperienze emotive che non sarebbe ancora in grado di nominare direttamente. Il linguaggio simbolico consente, infatti, di avvicinarsi ai vissuti in modo protetto, meno minaccioso e più spontaneo. Anche per questo motivo il gioco occupa un ruolo centrale nella pratica clinica. Attraverso l’esperienza condivisa, il terapeuta può entrare in contatto con il mondo interno del paziente e favorire nuove possibilità di espressione e comprensione emotiva. Donald Winnicott descriveva il gioco come lo spazio in cui il soggetto può sentirsi creativo, autentico e realmente in relazione con l’altro. Il gioco nella prospettiva sistemico-relazionale Nel modello sistemico-relazionale il gioco assume anche una funzione osservativa delle dinamiche familiari e relazionali. Durante il gioco emergono spesso modalità comunicative, alleanze, tensioni e ruoli che caratterizzano il sistema familiare. Si può osservare chi prende iniziativa, chi rimane in disparte, chi controlla l’andamento del gioco o chi fatica ad accettare il cambiamento delle regole. In questo senso il gioco diventa una sorta di rappresentazione simbolica delle relazioni quotidiane. Attraverso attività ludiche condivise, il terapeuta può aiutare la famiglia a sperimentare modalità relazionali nuove, più flessibili e maggiormente sintonizzate sui bisogni emotivi reciproci. Il gioco, quindi, non è soltanto uno strumento espressivo, ma anche uno spazio trasformativo in cui possono nascere nuove forme di incontro e comunicazione.