Kintsugi: arte giapponese e ferite interiori

Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo spezzati, come se qualcosa dentro di noi si fosse incrinato per sempre. Momenti di dolore, perdita, fallimenti o delusioni che lasciano segni profondi. E se invece di nascondere queste ferite, imparassimo a vederle come parte della nostra storia, come qualcosa che può renderci più forti e preziosi? Questa è l’idea che sta alla base del Kintsugi, un’antica tecnica giapponese che ci offre una potente metafora per affrontare le difficoltà della vita. Che cos’è il Kintsugi? Il Kintsugi è l’arte di riparare oggetti in ceramica rotti utilizzando una miscela di lacca e polvere d’oro. Al posto di cercare di nascondere le crepe, il Kintsugi le mette in risalto, trasformando una frattura in qualcosa di bello e unico. Nato nel XV secolo, il Kintsugi non è solo una tecnica artistica, ma anche una filosofia di vita: quella di accettare le imperfezioni, di riconoscere che le ferite fanno parte della storia di un oggetto (e di una persona). Questa visione è strettamente legata alla filosofia giapponese del wabi-sabi, che valorizza la bellezza dell’imperfezione, dell’effimero e dell’incompiuto. Kintsugi e crepe invisibili Come gli oggetti in ceramica, anche noi portiamo dentro di noi delle “crepe” invisibili: possono essere perdite, traumi, delusioni, fallimenti. A volte, cerchiamo di nascondere queste ferite, di far finta che non esistano, per paura di sembrare deboli o “difettosi”. Eppure, proprio come insegna il Kintsugi, le nostre ferite possono diventare la parte più preziosa della nostra storia. Non perché il dolore in sé sia bello, ma perché affrontandolo, accettandolo e integrandolo nella nostra vita, possiamo crescere e trasformarci. Resilienza e crescita post-traumatica In psicologia si parla spesso di resilienza, ovvero della capacità di far fronte alle difficoltà e di “rialzarsi” dopo le cadute. Ma c’è anche un altro concetto importante: quello di crescita post-traumatica. La crescita post-traumatica è quel processo per cui, dopo un evento difficile, una persona non solo torna alla “normalità” intesa come la loro usuale quotidianità, ma sviluppa nuove risorse, nuove consapevolezze. Come se, proprio grazie a quella ferita, si aprissero nuove strade. Il Kintsugi rappresenta visivamente questo processo: la crepa c’è stata, ma adesso è riempita d’oro. Non si cancella la ferita, ma la si valorizza come parte della propria evoluzione. Accogliere la vulnerabilità Una delle paure più grandi che spesso incontriamo è quella di mostrare la nostra vulnerabilità. Viviamo in una società che ci spinge a essere sempre forti, perfetti, vincenti. Ma è davvero questa la strada per stare bene? Secondo molte teorie psicologiche, tra cui quelle della ricercatrice Brené Brown, la vulnerabilità è una delle chiavi per creare connessioni autentiche e per stare bene con noi stessi. Accettare le proprie “crepe” significa riconoscere che non siamo perfetti, che va bene essere fragili, e che proprio da quella fragilità può nascere qualcosa di profondo e autentico. Nella terapia, spesso, il lavoro consiste proprio in questo: aiutare la persona a vedere le proprie ferite, a dargli un senso, a integrarli nella propria storia personale. Non per cancellare il passato, ma per far sì che diventi parte di un nuovo equilibrio. Kintsugi e nostra vita quotidiana Ma come possiamo applicare questa filosofia nella vita di tutti i giorni? Ecco alcune idee: Riconoscere le proprie ferite: invece di ignorarle o nasconderle, possiamo prenderci un momento per riconoscere cosa ci ha ferito e come quella ferita ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo; Dare valore all’esperienza: chiederci cosa quella difficoltà ci ha insegnato, quali risorse abbiamo scoperto grazie a quella sfida. Anche se non tutto il dolore ha un “senso”, spesso possiamo trovare significati nuovi; Auto-compassione: imparare a trattarsi con gentilezza, come faremmo con un amico caro. Le nostre crepe meritano cura e rispetto, non giudizio; Condividere con gli altri: parlare delle proprie fragilità con persone fidate può aiutarci a normalizzare il dolore e a sentirci meno soli. Conclusione Il kintsugi ci invita a cambiare il nostro modo di guardare alle ferite, trasformandole da segni di rottura in testimonianze della nostra storia e della nostra forza interiore. Invece di vergognarci delle nostre cicatrici, possiamo imparare ad accoglierle e a valorizzarle, riconoscendo in esse il segno della nostra capacità di rialzarci e ricostruirci. Proprio come una tazza riparata con l’oro, ogni persona che ha affrontato e superato le difficoltà diventa un’opera d’arte unica e preziosa.

Il love bombing in una relazione affettiva

Love

Il termine love bombing può essere tradotto letteralmente come bombardamento d’amore. Nelle relazioni affettive in cui uno dei due partner riveste di attenzione e romanticherie eccessive l’altro, si sta attuando questa tecnica. La differenza sostanziale tra un innamoramento e il love bombing sta nell’esagerazione dei comportamenti. La relazione si costruisce rapidamente in virtù del senso di fiducia che si stabilisce. Il bomber fa complimenti continuamente, facendo abbassare le difese; porta il partner a vivere emozioni intense e travolgenti. Il corteggiamento è fatto da comportamenti e gesti importanti che lusingano profondamente la vittima, confondendone le emozioni. Entrambi vivono una quotidianità emozionante ed emotiva, fatta di complicità, comunicazione ed empatia. Nelle prime fasi dell’innamoramento, generalmente, l’ idealizzazione dell’altro rappresenta la base per la costruzione della relazione. Nella tecnica del love bombing, il passaggio successivo è l’alienazione affettiva e relazionale. Improvvisamente tutte le attenzioni ricevute svaniscono senza un apparente motivo e spesso la stessa relazione termina, lasciando la vittima sola e disperata. La persona che ha subito il fascino del love bomber si trova a dover vivere un’altalena emotiva. Si passa in maniera repentina dall’essere al centro del mondo dell’altro al silenzio ed evitamento. Spesso, il partner oggetto del love bombing sviluppa un calo dell’autostima e forti sensi di colpa, soprattutto perché non c’è un confronto con l’altro. Confronto che aiuterebbe ad analizzare la situazione e le proprie emozioni e ad accettare la decisione dell’altro. Lo sconforto vissuto crea un vuoto interiore che la vittima fa fatica a metabolizzare. Si rende quindi necessario un periodo in cui la perdita sia elaborata alla luce delle reali circostanze e non per colpe proprie. Una delle conseguenze potrebbe essere anche il desiderio di elemosinare briciole, il breadcrumbing, pur di mantenere un minimo contatto. Risulta comunque importante, impegnarsi verso se stessi affinché non si attuino comportamenti disfunzionali soprattutto per eventuali relazioni future.

La Realtà virtuale come Strumento Clinico Innovativo per la Cura

di Antonella Catalano La realtà virtuale( RV) è una realtà riprodotta digitalmente in un ambiente tridimensionale che, grazie all’utilizzo di determinati dispositivi, può essere esplorato, facendo immergere la persona in ambienti non reali, dando la percezione di essere in situazioni realmente esistenti. Questa tecnica funziona grazie all’attivazione e l’amplificazione percettiva e multisensoriale. Questa tecnologia per quanto possa essere percepita come molto innovativa e moderna, ha radici remote, infatti nasce nel 1957 grazie al progetto “Sensorama” di Morton Heilig, anche se non aveva ancora un utilizzo clinico. Successivamente, nel 1984 grazie al VLP Research, viene coniato il binomio RV. Finalmente nel 1992 la RV approda in ambito clinico, grazie al progetto Cave (Cave Automatic Virtual Environment), che consiste in una stanza in cui vengono riprodotte immagini tridimensionali. Nel 2012 la società Oculus VR crea un prototipo di visore, il cui utilizzo era finalizzato al campo dei videogiochi. Nel 2019 il settore si vede protagonista di una vera e propria rivoluzione, anche grazie a Facebook, infatti viene creato un visore che funziona in autonomia e da lì in poi siamo arrivati ai Visori di ultimissima generazione che oggi possiamo facilmente reperire in commercio. Come la Realtà Virtuale si inserisce nell’applicazione clinica?  Negli ultimi anni, la realtà virtuale (RV) è approdata nel mondo della psicologia, proponendosi da subito come strumento innovativo e potente per il trattamento di alcuni disturbi, diventando integrazione della pratica clinica nel trattamento di disturbi come le fobie, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e l’ansia. La RV sta rapidamente diventando un’alleata nella pratica terapeutica, offrendo nuove soluzioni per affrontare sfide complesse. In ambito psicologico può amplificare l’esperienza percettiva somatica, emotiva, immaginativa e metacognitiva degli utenti con lo scopo di trarre materiale utile al cambiamento positivo. La VRET permette ai pazienti di essere immersi in ambienti virtuali progettati per esporli in modo controllato e graduale in situazioni e scenari che normalmente possono far emergere paura o stress. L’ esposizione a questi scenari avviene in un contesto sicuro e protetto che consente agli utenti di affrontare e rielaborare i propri traumi in modo diretto, ma con il supporto costante del terapeuta. Con questo strumento clinico, particolarmente potente, Il trattamento delle fobie può avvenire con una simile intensità di esperienza non possibile in un setting tradizionale. I pazienti possono confrontarsi con le loro paure più profonde e vincolanti per la loro vita, come: volare, parlare in pubblico, andare dal dentista, fare una risonanza magnetica o un prelievo, tutto questo senza mai lasciare lo studio del terapeuta, che può monitorare in tempo reale le reazioni e l’attivazione del paziente durante le esperienze virtuali. L’ utilizzo della realtà virtuale in psicoterapia è vantaggioso per il paziente, ma offre anche un supporto concreto ai professionisti, un altro aspetto che rende la RV così potente nella psicologia clinica è la sua capacità di essere altamente personalizzata. I terapeuti possono creare scenari che rispecchiano le specifiche problematiche dei pazienti, migliorando l’efficacia del trattamento. La RV consente una desensibilizzazione graduale e controllata permettendo al paziente di affrontare il ricordo, in caso di episodi traumatici, in un ambiente sicuro, senza essere sopraffatto da emozioni travolgenti e incontrollabili. Inoltre, si è rivelato uno strumento molto efficace in accostamento alle tecniche di rilassamento, mindfulness e respirazione profonda amplificano e arricchiscono l’efficacia del trattamento importanti per l’approccio terapeutico, tra i benefici principali: riduzione dei livelli di cortisolo e aumento della consapevolezza del sé e del controllo emotivo, favorendo un miglioramento del benessere psicofisico. La combinazione tra il feedback del paziente e le simulazioni virtuali consente di ottenere interventi sempre più mirati e personalizzati, inoltre con l’utilizzo del biofeedback si può monitorare lo stato di attivazione attraverso alla risposta galvanica della pelle. Nel campo della riabilitazione cognitiva, il focus riguarda utenti affetti da disturbi cognitivi, traumi cerebrali e declino neurologico, che possono trarre benefici grazie ad ambienti virtuali specifici e progettati per la stimolazione cognitiva utilizzando elementi riabilitativi della vita di tutti i giorni, facilitando l’apprendimento di strategie corrette, utili alla memoria, attenzione e funzioni esecutive. In sintesi, la realtà virtuale non è solo una tecnologia, ma rappresenta una rivoluzione nella psicologia clinica supportata da numerosi dati scientifici. Come per ogni innovazione, è fondamentale ricordare che il suo utilizzo deve essere consapevole e regolato, senza mai sostituire l’importanza della relazione umana tra terapeuta e paziente. La psicologia del “futuro”, che oggi è già realtà, si basa su un importante equilibrio tra tecnologia e umanità, dove la realtà virtuale si affiancherà ai tradizionali metodi terapeutici, offrendo la possibilità di portare la cura psicologica a livelli mai raggiunti prima. Riferimenti: La maggior parte dei riferimenti fanno parte della masterclass di Idego alla quale ho partecipato nel 2024. Guida psicologica alla rivoluzione digitale autore Bernaldelli Luca ed. Giunti Botella, C., Fernández-Álvarez, J., Guillén, V., García-Palacios, A.(2017) Riva G come trasformare la tecnologia da un problema ad un opportunità 2019 Morgati ,riva 2016 conoscenza , comunicazione e tecnologia : aspetti cognitivi della realtà virtuale

Dismorfofobia e il “boom” della chirurgia estetica.

Una delle domande maggiormente frequenti negli ultimi anni è “Ma perché tutti vogliono cambiare il proprio aspetto?”. Il ricorso alla chirurgia estetica è, infatti, aumentato, in maniera esponenziale, ma dietro questa tendenza non c’è solo il desiderio di migliorarsi, bensì un vero e proprio fenomeno psicologico sempre più diffuso: la Dismorfofobia o Disturbo da Dimorfismo Corporeo (BDD- Body Dysmorphic Disorder). Cos’è la Dismorfofobia? La dismorfofobia è un disturbo psicologico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e debilitante per i difetti fisici percepiti che spesso sono inesistenti o minimi. Chi ne soffre può passare ore allo specchio per prestare attenzione a quella che suo avviso è un’imperfezione, cercare conferme dagli altri e ricorrere con in sistema alla chirurgi estetica. Rappresenta una tipologia di Disturbo Ossessivo Compulsivo in quanto le persone tendono a mantenere una attenzione focalizzata e selettiva sul proprio aspetto esteriore. Questo conduce ad una serie di sintomi e pensieri ripetuti che inducono a sofferenza ed è per tale ragion che vengono messi in atto dei comportamenti per ridurre la sintomatologia ed eliminare il “difetto percepito”. Social Media e Dismorfofobia Uno dei fattori principali che alimentano la dismorfofobia è l’uso massiccio dei social media. Instagram, TikTok e Snapchat hanno creato nuovi standard di bellezza, spesso irrealistici, grazie all’uso di filtri e tale fenomeno, noto come “Snapchat Dysmorphia”, porta molte persone a desiderare di assomigliare alle versioni modificate di sé stesse, generando un senso di insoddisfazione per il proprio aspetto reale. A peggiorare la situazione è la costante esposizione a influencer e celebrità che promuovono una bellezza “ritoccata”, facendo sembrare la chirurgia estetica una pratica comune e necessaria per sentirsi accettati. Aumento della Chirurgia Estetica: Moda o Necessità? Secondo recenti studi, il numero di interventi estetici è in continua crescita. In particolare sembra essersi diffuso altresì il fenomeno del turismo estetico che permette di accedere a determinate tipologie di interventi a costi ridotti. Il problema principale è che, per chi soffre di Dismorfofobia, la chirurgia estetica non è mai una soluzione definitiva. Dopo un primo intervento, spesso l’attenzione si sposta su un altro “difetto”, innescando un circolo vizioso di insoddisfazione e ulteriori operazioni. Molti pazienti scoprono che, nonostante i cambiamenti estetici, il disagio psicologico persiste o addirittura peggiora. Dunque la chirurgia estetica è come una sorta di “spirale della dipendenza!” Come si viene fuori da questa spirale? Sicuramente l’approccio alla Dismorfofobia deve essere di natura multidisciplinare, ma in particolar modo con la psicoterapia è possibile lavorare sulla percezione distorta di sé e sull’accettazione del proprio corpo. Inoltre, bisognerebbe lavorare su un uso maggiormente consapevole dei social media e sulla promozione della cosiddetta “body neutrality“. Da ultimo, ma non per importanza bisogna sottolineare che è assolutamente necessario un percorso di supporto psicologico prima di sottoporsi alla chirurgia, così da poter distinguere i “desideri estetici” dalle “ossessioni patologiche”. Conclusioni L’incremento del ricorso alla chirurgia estetica è un fenomeno molto complesso, legato a fattori psicologici, sociali e culturali. Se da un lato il progresso in medicina permette di migliorare il proprio aspetto in maniera più efficiente, dall’altro sarebbe di fondamentale importanza prestare attenzione alle motivazioni che conducono a tali cambiamenti e soprattutto se gli stessi sono solo la “punta di un iceberg” di un disagio differente e celato. Il vero cambio di rotta, infatti, parte dall’accettazione di sé e non passa solo dall’estetica, ma dalla capacità di riconoscere la differenza tra bellezza autentica e “modelli imposti” dalla società.

L’Ansia da Prestazione: Comprenderla e Superarla

L’ansia da prestazione è un fenomeno psicologico comune che colpisce individui in vari ambiti della vita, dal lavoro allo sport, fino alla sessualità. Si tratta di una condizione caratterizzata da un’intensa paura di fallire o di non essere all’altezza delle aspettative, portando a sintomi psicofisiologici che compromettono la performance. Le Cause dell’Ansia da PrestazioneL’ansia da prestazione può avere radici diverse, spesso riconducibili a fattori psicologici e ambientali. Tra le cause principali troviamo: Aspettative eccessive: l’autopercezione negativa e la paura del giudizio altrui creano un circolo vizioso che alimenta l’ansia. Esperienze passate negative: un fallimento precedente può generare una paura costante di ripetere l’errore. Pressione sociale e culturale: in molte aree della vita, la società impone standard elevati, inducendo un senso di inadeguatezza. Autocritica e perfezionismo: il desiderio di ottenere sempre risultati eccellenti può trasformarsi in un’ossessione, bloccando la naturale espressione delle proprie capacità. Fattori biologici e genetici: alcune persone potrebbero essere più predisposte all’ansia a causa di fattori ereditari o di alterazioni neurobiologiche legate alla regolazione degli ormoni dello stress, come il cortisolo. Mancanza di esperienza o preparazione: quando una persona non si sente adeguatamente preparata per affrontare una determinata situazione, l’ansia può aumentare. Sintomi e Manifestazioni L’ansia da prestazione si manifesta con una combinazione di sintomi fisici, emotivi e cognitivi. Tra i più comuni troviamo: Sintomi fisici: tachicardia, sudorazione eccessiva, tensione muscolare, tremori, nausea e difficoltà respiratorie. Sintomi emotivi: paura intensa, insicurezza, irritabilità, frustrazione e senso di inadeguatezza. Sintomi cognitivi: pensieri catastrofici, difficoltà di concentrazione, tendenza a rimuginare sugli errori. Sintomi comportamentali: evitamento della situazione ansiogena, procrastinazione, ricerca di continue rassicurazioni. Ansia da Prestazione e Sessualità Uno dei contesti più sensibili in cui si manifesta l’ansia da prestazione è la sfera sessuale. Uomini e donne possono sperimentare difficoltà legate alla paura di non soddisfare il partner, portando a problemi come disfunzione erettile, calo del desiderio o difficoltà nel raggiungimento dell’orgasmo. In questi casi, l’ansia crea un circolo vizioso in cui il timore del fallimento porta a un ulteriore peggioramento della performance.Uno degli aspetti più complessi dell’ansia da prestazione sessuale è la sua natura ciclica: un’esperienza negativa porta ad un aumento della preoccupazione e dell’autoconsapevolezza nella successiva occasione, il che può aggravare ulteriormente il problema. Inoltre, la comunicazione con il partner gioca un ruolo fondamentale: spesso, la mancata condivisione delle proprie paure e insicurezze peggiora il disagio emotivo e la qualità della relazione. Strategie per Superare l’Ansia da Prestazione Fortunatamente, esistono diverse strategie efficaci per affrontare e gestire l’ansia da prestazione: Modificare il dialogo interno: sostituire i pensieri negativi con affermazioni più realistiche e incoraggianti aiuta a ridurre la pressione su se stessi. Tecniche di rilassamento: pratiche come la respirazione diaframmatica, la meditazione e la mindfulness riducono la tensione e migliorano il controllo emotivo. Accettare l’errore come parte del percorso: normalizzare la possibilità di sbagliare permette di ridurre il peso emotivo della prestazione. Affrontare le proprie paure: invece di evitarle, esporsi gradualmente alle situazioni ansiogene aiuta a desensibilizzarsi e ad acquisire sicurezza. Terapia psicologica: il supporto di un professionista, come la terapia cognitivo-comportamentale, può aiutare a identificare le radici dell’ansia e fornire strumenti per affrontarla. Preparazione e allenamento mentale: visualizzare il successo e adottare tecniche di ripetizione mentale può essere utile per rafforzare la sicurezza nelle proprie capacità. Attività fisica regolare: l’esercizio fisico aiuta a ridurre i livelli di stress e migliora il benessere psicofisico, contribuendo alla gestione dell’ansia. Migliorare la comunicazione: nei casi di ansia da prestazione sessuale, parlare apertamente con il partner può ridurre la pressione e favorire un clima di comprensione e supporto reciproco. Quando Rivolgersi a un Professionista In alcuni casi, l’ansia da prestazione può diventare invalidante e interferire in modo significativo con la qualità della vita. È importante rivolgersi a un professionista quando: L’ansia è costante e persistente, compromettendo il benessere psicologico. Si evitano costantemente situazioni in cui ci si sente sotto pressione. Si sviluppano sintomi depressivi o una forte frustrazione a causa della paura di fallire. Le strategie di auto-aiuto non risultano efficaci.Uno psicologo o uno psicoterapeuta può aiutare attraverso percorsi mirati di terapia cognitivo-comportamentale, tecniche di rilassamento e strategie di gestione dello stress. In alcuni casi, può essere utile anche un supporto farmacologico, sotto supervisione medica, per alleviare i sintomi più intensi. Conclusioni L’ansia da prestazione è un problema comune, ma affrontabile. Accettare i propri limiti, adottare strategie di gestione dello stress e, se necessario, rivolgersi a un esperto, sono passi fondamentali per riconquistare la fiducia in se stessi e vivere le proprie esperienze con maggiore serenità. Ricordiamoci che il vero successo non sta nella perfezione, ma nella capacità di esprimere al meglio le proprie potenzialità, senza timore del giudizio altrui. Bibliografia Beck, A. T. (1976). Cognitive Therapy and the Emotional Disorders. New York: International Universities Press. Bandura, A. (1986). Social Foundations of Thought and Action: A Social Cognitive Theory. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. New York: Springer. Masters, W. H., & Johnson, V. E. (1966). Human Sexual Response. Boston: Little, Brown. Seligman, M. E. P. (1991). Learned Optimism: How to Change Your Mind and Your Life. New York: Knopf. Spielberger, C. D. (1972). Anxiety: Current Trends in Theory and Research. New York: Academic Press. Sarason, I. G. (1988). Anxiety, Self-Preoccupation, and Attention. Journal of Research in Personality, 22(3), 285-305. Zeidner, M. (1998). Test Anxiety: The State of the Art. New York: Springer.

TikTok e la relazione con la Generazione Z

Negli ultimi anni, TikTok è diventata una delle piattaforme social più popolari, specialmente tra la Generazione Z. Questo fenomeno ha avuto un impatto significativo sul modo in cui i giovani interagiscono con il mondo, influenzando non solo i comportamenti sociali e le dinamiche relazionali, ma anche gli aspetti psicologici e cognitivi. In questo articolo, esploreremo come TikTok stia plasmando la psicologia della Generazione Z, analizzando sia gli aspetti positivi sia quelli negativi dell’esperienza. Velocità e identità TikTok ha cambiato il modo in cui i giovani interagiscono con il mondo. I video brevi stimolano una gratificazione immediata, riducendo il tempo di attenzione. La Generazione Z esplora se stessa attraverso contenuti veloci e creativi, costruendo la propria identità online. La possibilità di esprimersi in modo creativo attraverso video, dance challenge, lip-sync e altro, rende TikTok un potente strumento per la costruzione dell’identità. Permette, infatti, agli utenti di esplorare vari aspetti della loro personalità e di metterli in mostra a una vasta audience. Ricerca di validazione e ansia Il desiderio di ottenere “like” e commenti può influire sull’autostima. I giovani si sentono spinti a cercare l’approvazione sociale. Questo può generare ansia e stress, specialmente in relazione all’immagine corporea e alla perfezione online. Alcuni studi hanno suggerito che questa ricerca incessante di validazione possa essere correlata a un aumento dell’ansia sociale e dei disturbi legati all’immagine corporea. La pressione di essere sempre “perfetti” o conformi agli standard di bellezza imposti dalla piattaforma può alimentare un ciclo di insoddisfazione e autocrítica, portando alcuni utenti a soffrire di stress psicologico. Eco chamber e polarizzazione L’algoritmo di TikTok crea bolle informative (eco chambers). Gli utenti vedono solo contenuti che rafforzano le loro idee, senza confrontarsi con opinioni diverse. Questo fenomeno può può limitare la varietà delle informazioni e contribuire alla formazione di una visione del mondo più ristretta e distorta. Creatività e benessere TikTok offre anche opportunità positive. Molti giovani usano la piattaforma per esprimere creatività attraverso danza, musica e umorismo. In questo senso, TikTok può fungere da catalizzatore per l’autoconsapevolezza e la crescita personale. Inoltre, alcune community su TikTok supportano temi come la salute mentale, offrendo uno spazio di sostegno dove le persone possano sentirsi meno sole. In conclusione, TikTok ha un impatto ambivalente sulla Generazione Z. Da un lato stimola la creatività, dall’altro può generare ansia e dipendenza da approvazione. È importante educare i giovani a un uso consapevole, per sfruttare i benefici senza cadere nei rischi.

Stanchi? La strategia del recupero attivo

Ti sei mai sentito come un computer con troppe finestre aperte? Quando la testa scoppia, fai fatica a concentrarti e senti di non farcela più, stai vivendo un sovraccarico cognitivo. Questo succede quando il nostro cervello è pieno di informazioni e compiti da svolgere. In questi momenti, significa che siamo sopraffatti e abbiamo bisogno di riposarci. Secondo la teoria dei sistemi dinamici, ogni essere vivente è parte di un grande insieme interconnesso. Per questo motivo ci sentiamo stanchi. Ecco perché è importante adottare la strategia del recupero attivo, organizzando le attività e procedendo un passo alla volta.

RareMenti: persone e ricerca in connessione

di Antonella Esposito Il 28 febbraio 2025, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, Sorrento ha ospitato l’evento “RareMenti: Persone e Ricerca in Connessione”, organizzato dal Centro Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS. Sotto la direzione scientifica della Dott.ssa Antonella Esposito, psicoterapeuta esperta in malattie rare, l’incontro si è tenuto presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento dalle 9:00 alle 18:00. L’evento ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle malattie rare, promuovere la formazione dei professionisti sanitari e creare una rete di confronto tra esperti, associazioni e pazienti. Il programma ha incluso sessioni plenarie con interventi di esperti internazionali, una tavola rotonda delle associazioni di pazienti e la presentazione di una ricerca psicosociale su pazienti e caregiver. Inoltre, è stato assegnato il Premio RareMenti 2025, dedicato a giovani psicoterapeuti che hanno presentato le loro ricerche o esperienze cliniche sulle sindromi genetiche rare. Un momento significativo è stato la presentazione del libro della Dott.ssa Esposito, “La Consegna della Diagnosi nelle Malattie Rare – Il Modello della Comunicazione Integrata e Trasformativa del Sé” – Edizioni Themis, che ha introdotto un approccio innovativo per supportare pazienti e famiglie nel delicato processo di comunicazione della diagnosi. L’importanza della psicologia e della psicoterapia nella gestione delle malattie rare è stata sottolineata durante l’evento. La presa in carico della persona con malattia rara non riguarda solo l’aspetto medico, ma coinvolge l’intero ecosistema relazionale: famiglia, caregiver, insegnanti, partner e medici. La psicoterapia promuove consapevolezza e accettazione, trasformando l’esperienza della malattia in un’opportunità di crescita e adattamento. La formazione di nuovi specialisti in questo campo è stata riconosciuta come cruciale per garantire un supporto psicologico integrato in ogni fase della presa in carico. L’evento ha ottenuto il patrocinio oneroso della SITCC – Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, che ha permesso l’accreditamento per gli ECM (Educazione Continua in Medicina) per tutte le professioni sanitarie. Questo riconoscimento ha sottolineato l’importanza della formazione continua e dell’approccio multidisciplinare nella gestione delle malattie rare. La partecipazione all’evento è stata gratuita, ma era necessaria l’iscrizione, disponibile sia per la modalità in presenza (fino ad esaurimento posti) che online. Questo evento ha rappresentato un’occasione unica per sensibilizzare il pubblico, promuovere la collaborazione tra esperti e comunità locali e valorizzare il ruolo delle istituzioni e delle associazioni nel supporto alle persone con malattie rare.

Decisioni intuitive: quando non sai scegliere affidati all’inconscio!

Decisioni intuitive: quando non sai scegliere affidati all’inconscio! Nel corso della nostra giornata, siamo chiamati a prendere innumerevoli decisioni: alcune facili, altre più complesse. Spesso, però, ci troviamo a scegliere senza pensare troppo, seguendo una sorta di “istinto” o “sensazione”. Questo tipo di decisione viene definito decisione intuitiva e, sebbene a prima vista possa sembrare un processo irrazionale, in realtà gioca un ruolo cruciale nel nostro comportamento e nelle nostre scelte quotidiane. Cos’è una Decisione Intuitiva? Le decisioni intuitive sono quelle che prendiamo senza una riflessione consapevole o analitica. Non ci soffermiamo a valutare tutte le opzioni disponibili, a pesarne i pro e i contro o a considerare tutte le informazioni a nostra disposizione. Invece, agiamo seguendo un impulso, una sensazione o una reazione automatica. Questa modalità decisionale si basa su esperienze passate, conoscenze accumulate nel tempo e sensazioni immediate. Un esempio classico di decisione intuitiva è quello di scegliere quale piatto ordinare al ristorante. Spesso non abbiamo bisogno di esaminare tutti i menù e valutare ogni singola opzione. Piuttosto, siamo attratti da un piatto specifico senza sapere esattamente il motivo: potrebbe trattarsi di un sapore che ci ricorda la nostra infanzia o di una combinazione che il nostro cervello riconosce come piacevole. Come Funzionano le Decisioni Intuitive? Le decisioni intuitive sono frutto del nostro sistema cognitivo automatico, che opera in modo rapido e inconscio. Si tratta di un processo mentale che attinge da esperienze passate e da schemi cognitivi preesistenti. Il nostro cervello è in grado di riconoscere pattern e situazioni familiari senza bisogno di un’analisi cosciente. Questo sistema può sembrare simile a una “sensazione” o a un “fiuto”, ma è fondato su una mole di informazioni che il nostro cervello ha già elaborato senza che ce ne accorgiamo. Per esempio, se una persona ha già vissuto una situazione simile in passato, il cervello può rispondere velocemente con una decisione basata su come è andata quella precedente esperienza. I Vantaggi delle Decisioni Intuitive Le decisioni intuitive non sono da vedere come una forma di “scelta irrazionale” o poco pensata. In realtà, spesso sono molto efficaci, soprattutto quando ci troviamo di fronte a situazioni che richiedono una risposta rapida o in cui non disponiamo di tutte le informazioni necessarie per fare una valutazione razionale. Velocità: Le decisioni intuitive sono prese in modo rapido, evitando il rallentamento che una riflessione approfondita potrebbe causare. Questo è particolarmente utile in situazioni di emergenza, quando il tempo è limitato. Riduzione della sovraccarico cognitivo: Quando dobbiamo fare molte scelte ogni giorno, fare affidamento sull’intuizione ci permette di alleggerire il nostro cervello. Invece di analizzare ogni singolo dettaglio, ci affidiamo a schemi già conosciuti, risparmiando energia mentale. Esperienza passata: Le decisioni intuitive sono spesso il risultato di esperienze accumulate nel tempo, che ci consentono di rispondere in modo appropriato anche senza analizzare ogni aspetto. Questo può essere utile in professioni che richiedono una forte capacità decisionale, come quella di un medico o di un pilota. Alcuni studi sulle Decisioni Intuitive Uno degli esempi più celebri riguarda il test del “Kunst” in cui un team di esperti d’arte deve giudicare l’autenticità di una scultura antica. In una situazione normale, ci si aspetterebbe che gli esperti analizzino meticolosamente i dettagli. Tuttavia, quando gli esperti si trovano di fronte a una “scultura falsa”, la loro intuizione li porta a rifiutarla quasi immediatamente, senza un’analisi razionale profonda. Questo dimostra che, in alcuni casi, l’intuizione basata su esperienze passate può essere sorprendentemente accurata. Gli esperimenti di Gigerenzer hanno dimostrato che, in contesti complessi come la sanità o l’educazione, le persone che utilizzano euristiche (e quindi una forma di decisione intuitiva) riescono spesso a fare scelte altrettanto buone (se non migliori) rispetto a chi fa scelte razionali più elaborate. Un esperimento interessante è stato condotto da Ap Dijksterhuis e colleghi, che ha studiato come le decisioni inconsce possano essere più accurate rispetto a quelle consce. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi e sono stati chiesti di scegliere tra diverse auto in vendita. Un gruppo ha ricevuto tutte le informazioni e ha preso la decisione immediatamente (decisione razionale), mentre l’altro gruppo ha dovuto “dimenticare” le informazioni e prendere la decisione dopo un breve periodo in cui il loro cervello “lavorava” inconsciamente. I risultati hanno mostrato che il gruppo che ha preso la decisione dopo un periodo di incubazione inconsapevole ha fatto scelte migliori rispetto a quello che aveva analizzato tutti i dettagli. Questo suggerisce che, a volte, l’elaborazione inconscia delle informazioni può portare a decisioni più accurate e intuitive rispetto a una riflessione razionale approfondita. Conclusioni Questi esperimenti dimostrano che le decisioni intuitive non solo esistono, ma sono spesso molto valide e utili in determinati contesti. Sebbene possano essere influenzate da bias o emozioni, quando l’intuizione è supportata da esperienza e pratica, può rivelarsi estremamente potente e precisa. Soprattutto per quelle decisioni in cui abbiamo poco tempo e poche informazioni a cui affidarci, è più utile individuare un unico parametro di valutazione in cui siamo esperti e scegliere attraverso di esso.

Concentrazione: come aiutare bambini e ragazzi a svilupparla?

Strategie per aumentare le capacità di concentrazione in bambini e ragazzi. Molto spesso giungono in terapia genitori che sono in difficoltà per come aiutare i propri figli a concentrarsi ed essere più attenti davanti ad un compito scolastico e non. Le difficoltà di concentrazione più comuni possono riguardare: perdere dettagli importanti in una conversazione, non riuscire a rimanere concentrati nello svolgimento di un’attività, lasciarsi distrarre, non essere attenti dinanzi a delle istruzioni. Ma a cosa è legata la capacità di concentrazione? La capacità di concentrazione è legata alle capacità di apprendimento, all’intelligenza, allo sviluppo del linguaggio e ai risultati scolastici. I bambini e i ragazzi con difficoltà nelle funzioni esecutive possono, ad esempio, sentirsi affaticati in vari aspetti della concentrazione, tra cui l’attenzione sostenuta e l’attenzione divisa. L’attenzione sostenuta può essere considerata come la durata dell’attenzione, il tempo necessario per completare un’attività. L’attenzione divisa, invece, è la capacità di suddividere l’attenzione e fare cose diverse contemporaneamente. Quali strategie possono essere utilizzate? L’automonitoraggio. Si può aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere quando è concentrato e quando non lo è. Può essere utile avviare una riflessione per dare al ragazzo un’immagine di riferimento su cosa è la concentrazione e come appare dall’esterno. Ad esempio, l’immagine potrebbe essere, durante i compiti, il ragazzo seduto alla scrivania, con i dispositivi spenti, il corpo fermo, lo sguardo sui compiti. Successivamente, lo stesso, dovrà imparare a notare quando è concentrato e quando non lo è, con un timer ad intervalli casuali. Quando suona, dovrà segnare da solo su una tabella se è concentrato o meno in quel momento. Offrire loro il potere di scelta. E’ più facile concentrarsi su qualcosa che piace rispetto a ciò che non piace o è difficile. Dunque, si potrebbe lasciare il ragazzo libero di scegliere a chi chiedere aiuto in caso di difficoltà oppure mettergli davanti delle strategie di organizzazione dello studio, consentendogli comunque di scegliere quella che ritiene più utile.