SANREMO: UN FENOMENO COLLETTIVO

Ogni anno, il Festival di Sanremo si trasforma in un evento nazionale capace di catalizzare l’attenzione di milioni di persone. Non si tratta solo di una competizione musicale, ma di un vero e proprio rito collettivo che mescola tradizione, emozione e spettacolo. Ma cosa c’è dietro il fascino irresistibile di Sanremo? Sanremo non è solo musica, ma anche competizione. Il pubblico si schiera con passione a favore di un artista o di una canzone, generando un senso di appartenenza simile a quello che si vive nelle competizioni sportive. Questo fenomeno è spiegabile con la teoria dell’identificazione sociale. Scegliamo un gruppo con cui identificarci (ad esempio, i fan di un cantante) e difendiamo la nostra scelta con entusiasmo, come se fosse parte della nostra identità. Sanremo offre uno spettacolo multisensoriale che va oltre la musica: scenografie imponenti, abiti spettacolari e momenti di grande pathos emotivo. Secondo la psicologia delle emozioni, l’intensità delle esperienze sensoriali e affettive aumenta la memorabilità di un evento. Questo spiega perché certe performance o momenti clou rimangono impressi nella memoria collettiva per anni. Parte del fascino di Sanremo risiede nella sua ritualità. Ogni anno si ripetono schemi simili: le polemiche, le standing ovation, le critiche ai conduttori, il dibattito sulle canzoni. Questo rituale crea una sensazione di sicurezza e prevedibilità che la mente umana trova rassicurante. La ripetizione degli stessi schemi rafforza il senso di comunità e continuità culturale. Sanremo è profondamente legato alla storia italiana, rappresentando un appuntamento fisso che attraversa generazioni. La nostalgia gioca un ruolo cruciale: molti spettatori associano il festival ai ricordi della loro infanzia o adolescenza, creando un legame affettivo che va oltre la semplice esibizione musicale. Secondo la psicologia, la nostalgia aiuta a rafforzare l’identità personale e il senso di continuità nel tempo, offrendo conforto e stabilità emotiva. Negli ultimi anni, i social media hanno amplificato l’effetto Sanremo, trasformandolo in un evento interattivo. Le esibizioni vengono commentate in tempo reale, nascono meme virali e le discussioni si accendono su Twitter, Instagram e TikTok. Questo meccanismo stimola la cosiddetta “gratificazione immediata“, ovvero il bisogno di ricevere risposte e interazioni in tempo reale, rafforzando il coinvolgimento emotivo del pubblico. Sanremo è molto più di un festival musicale: la sua forza sta nel riuscire a coinvolgere milioni di persone attraverso emozioni, competizione e spettacolo, confermandosi ogni anno come un fenomeno di massa che va oltre la semplice canzone. Che si ami o si odi, Sanremo rimane un simbolo della cultura italiana, capace di unire e dividere, di emozionare e far discutere. E forse proprio in questo sta il suo potere psicologico più grande.
Imparare con Verse: aspetti psicoeducativi e relazionali

Negli ultimi anni, abbiamo capito che il rapporto tra insegnante e studente è molto importante per avere successo a scuola. Con strumenti come VERSE, gli insegnanti possono fare di più che insegnare solo nozioni. Questo articolo illustra come VERSE aiuti gli insegnanti a creare legami più forti con gli studenti, rendendo l’apprendimento più interessante e utile. La piattaforma VERSE 2.0, di cui il link: https://www.verse-academy.com/ – è poliedrica e polimorfa, perché adatta l’insegnamento ai diversi stili cognitivi, dalla scuola primaria all’università. Inoltre, VERSE 2.0 offre anche strumenti per personalizzare l’apprendimento, aumentando l’interesse e facilitando la comprensione.
Ritiro sociale tra gli adolescenti: un fenomeno sempre più diffuso

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti e sfide. I ragazzi si trovano a dover affrontare trasformazioni fisiche, emotive e sociali, mentre cercano di costruire la propria identità e trovare il loro posto nel mondo. In questo contesto, il ritiro sociale può emergere come una risposta a difficoltà e disagi. Questo fenomeno, che si manifesta attraverso l’isolamento volontario dalla famiglia, dagli amici e dalla scuola, può avere conseguenze significative sullo sviluppo psicologico e sociale dei ragazzi. Negli ultimi anni, si è assistito a un aumento preoccupante di casi di ritiro sociale tra gli adolescenti. Nello specifico, il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani è un fenomeno in crescita, con numeri quasi raddoppiati in seguito alla pandemia di Covid-19. Ad esaminare tale fenomeno è il recente studio condotto dal gruppo di ricerca Musa ( “Mutamenti sociali, valutazione e metodi”) del dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps) e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. La ricerca ha indagato, attraverso un approccio di ricerca di tipo socio-psicologico, l’eziologia del ritiro sociale identificando i fattori scatenanti tale comportamento tra gli adolescenti. Lo studio rivela come è in netta crescita il numero di adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico: le cifre sono quasi raddoppiate dopo la pandemia da Covid-19. La ricerca si è basata sui dati di due indagini trasversali condotte dal gruppo nel 2019 e nel 2022 su studenti di scuole pubbliche secondarie di secondo grado su campioni rappresentativi a livello nazionale composti rispettivamente da 3.273 e 4.288 adolescenti con un’età compresa tra 14 e 19 anni. Sono stati identificati tre profili di adolescenti: le “farfalle sociali”, “gli amico-centrici” e i “lupi solitari“: proprio all’interno di quest’ultimo profilo, è stato individuato un sottogruppo composto da adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico, il cui numero è quasi raddoppiato dopo la pandemia, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022. Si tratta dei ritirati sociali. Si è visto in particolare che l’iperconnessione, ossia la sovraesposizione ai social media, ha un ruolo primario in questo processo corrosivo dell’interazione e dell’identità adolescenziale e successivamente del benessere psicologico individuale. L’iperconnessione è tra i principali responsabili tanto dell’autoisolamento quanto dell’esplosione delle ideazioni suicidarie giovanili. Lo studio mostra che non solo dal 2019 al 2022 sono drasticamente aumentati i giovani che si limitano alla sola frequentazione della scuola nella loro vita, ma anche nel mondo adolescenziale è significativamente diminuita l’abitudine a trascorrere il tempo libero faccia a faccia con gli amici. Il problema riguarda tutte le fasce di popolazione; i principali fattori associati al ritiro sociale sono una scarsa qualità delle relazioni familiari, la scarsa fiducia nei confronti di familiari e insegnanti, le esperienze di bullismo e cyberbullismo, l’uso eccessivo dei social media, la scarsa partecipazione alle attività sportive extrascolastiche e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea. Il fenomeno, assimilabile a quello degli hikikomori, potrebbe generare una vera e propria emergenza sociale. È fondamentale sottolineare che il ritiro sociale non è una condizione statica. Può variare in intensità e durata, e può essere accompagnato da altri disturbi, come depressione, ansia e dipendenza da internet. Per questo motivo, è essenziale non sottovalutare i segnali di allarme e intervenire precocemente. L’intervento più efficace è quello integrato, che coinvolge la famiglia, la scuola, i servizi sociali e sanitari, e lo stesso adolescente. È importante creare un ambiente di supporto e comprensione, in cui il ragazzo si senta accettato e incoraggiato a superare le proprie difficoltà. Tale studio evidenzia l’urgenza di interventi educativi e formativi da rivolgere a genitori e docenti scolastici, nonché di sostegno per i giovani, ovvero un supporto specifico verso gli adolescenti che versano nelle condizioni più critiche. Fonte https://www.irpps.cnr.it/rischio-hikikomori-tra-gli-adolescenti-italiani-articolo-su-scientific-report/
ILLUSIONE AUDITIVA: QUANDO IL CERVELLO CREA SUONI INESISTENTI

di Ilenia Gregorio Sarà capitato un po’ a tutti di usare il phon e, improvvisamente, pensare di aver sentito suonare il campanello di casa, squillare il cellulare o addirittura sentir piangere nostro figlio che, in realtà, dorme beato nella stanza accanto. Questo fenomeno, comune a molti, può sembrare strano, ma ha delle basi scientifiche. Non si tratta di immaginazione, ma di come il cervello interpreta i suoni di fondo in certe situazioni. Questa manifestazione rientra in ciò che si chiama illusione uditiva, una situazione in cui il cervello identifica erroneamente un suono familiare all’interno di un rumore bianco o continuo. Il rumore del phon è un esempio perfetto di rumore monotono e costante che può indurre il cervello a “riempire” spazi uditivi vuoti con suoni “familiari” che riconosce, come il trillo del telefono o il campanello di casa o il pianto di un bambino. Il nostro cervello è predisposto a riconoscere i suoni che potrebbero avere un significato immediato o essere potenzialmente importanti, come qualcuno che ci chiama o un segnale d’allarme. Questo funzionamento rientra nella cosiddetta “Attenzione selettiva”: il cervello dà priorità ai suoni che considera rilevanti, anche se non sono realmente presenti. Così, mentre il phon crea un sottofondo costante, il cervello può interpretare alcune variazioni nel suono come un cellulare che squilla o il campanello. L’illusione uditiva può variare da persona a persona e dipende molto dalle nostre abitudini e dai suoni che ascoltiamo più frequentemente. Per chi vive in ambienti rumorosi, il cervello è abituato a filtrare informazioni, mentre in contesti più tranquilli può essere più difficile. Quando usiamo il phon, la combinazione tra l’attenzione verso il cellulare e il rumore di fondo favorisce questa falsa percezione. Potremmo dire che un’illusione uditiva o illusione acustica, è l’equivalente sonoro di un’illusione ottica: il soggetto sente suoni che non sono presenti nello stimolo o li percepisce in modo diverso da come sono prodotti. In breve, le illusioni uditive evidenziano le aree in cui l’orecchio e il cervello, come organi e strumenti sensoriali, differiscono nella recezione di un suono (in meglio o in peggio). Le illusioni enfatizzano la natura interpretativa della percezione umana. Infatti, il nostro sistema percettivo cade spesso in inganno. Questo perché il nostro cervello non è una semplice finestra sul mondo che ci circonda, ma ricostruisce i dati forniti dai nostri sensi. Le illusioni sono infatti causate da una erronea interpretazione del cervello che, a quanto pare, è predisposto a cercare schemi e suoni familiari. Questo automatismo è un fenomeno adattivo, cioè un meccanismo che ci aiuta a riconoscere i segnali importanti anche in condizioni di rumore di fondo.
L’invidia è un’emozione positiva?

L’invidia è un’emozione positiva? L’invidia è da sempre considerata un’emozione negativa, fonte di sofferenza e conflitti interpersonali. È un’emozione da nascondere, ci crea vergogna se la proviamo. Siamo stati educati, in tal senso, a mostrarci non troppo felici dei nostri successi, in modo da non dover suscitare invidia negli altri, di cui ci sentiamo poi colpevoli e bersaglio. Nei cartoni animati è un sentimento da sempre legato al personaggio “cattivo”. L’invidia, in particolare nella cultura meridionale, è poi collegata alla superstizione, protagonista di riti scaramantici scaccia-emozione, come il getto del sale dietro le spalle. Insomma: è importante evitare di essere portatori o oggetto di invidia. Ma l’invidia è veramente un’emozione negativa? L’origine evolutiva dell’Invidia L’invidia si manifesta quando percepiamo che qualcun altro possiede un bene, uno status o un’abilità che desideriamo per noi stessi. Da un punto di vista evolutivo, questa emozione ha una funzione adattativa: ha spinto gli individui a confrontarsi con i propri simili e a migliorare la propria posizione all’interno del gruppo sociale. Secondo lo psicologo evoluzionista Castelfranchi (1994), l’invidia ha avuto un ruolo chiave nel favorire la competizione e l’auto-miglioramento. Nei gruppi umani primitivi, gli individui che riuscivano a ottenere risorse e prestigio avevano maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi. L’invidia ha quindi agito come spinta motivazionale, portando gli esseri umani a cercare di superare gli altri per garantirsi un vantaggio evolutivo. Le due forme di invidia: distruttiva e costruttiva Non tutta l’invidia è uguale. Castelfranchi distingue tra due forme principali: Invidia distruttiva: porta a sentimenti di rabbia, ostilità e desiderio di danneggiare l’altro per ridurre il divario percepito. Questo tipo di invidia può essere tossico e generare comportamenti antisociali. Invidia costruttiva: invece di generare risentimento, questa forma di invidia funge da motivazione per migliorarsi. Spinge l’individuo a lavorare più duramente, sviluppare nuove competenze e raggiungere obiettivi ambiziosi. Gli aspetti positivi dell’invidia Anche se spesso associata a sentimenti negativi, l’invidia può avere effetti benefici, tra cui: Motivazione al miglioramento personale: l’invidia costruttiva può stimolare la crescita personale e il raggiungimento di nuovi traguardi. Innovazione e progresso: in un contesto sociale e lavorativo, l’invidia può spingere le persone a innovare e a trovare soluzioni creative per superare gli altri. Rafforzamento delle relazioni sociali: se gestita in modo sano, l’invidia può favorire l’ammirazione e l’emulazione positiva, migliorando il senso di appartenenza e cooperazione all’interno di un gruppo. Conclusioni L’invidia è un’emozione complessa che ha radici profonde nella nostra evoluzione. Sebbene possa generare conflitti e sofferenza, può anche essere un potente strumento di crescita e miglioramento. La chiave sta nel trasformare l’invidia distruttiva in un’emulazione positiva, utilizzando questa emozione come motore per il proprio sviluppo personale e professionale. Con una maggiore consapevolezza, possiamo imparare a gestire l’invidia in modo costruttivo, trasformandola in un’opportunità di crescita anziché in un ostacolo.
VIVERE LA VITA: COME CONNETTERSI AL QUI E ORA

Come praticare la connessione con le esperienze piacevoli della vita Tutti noi esseri umani troppo spesso siamo costantemente agganciati a pensieri negativi. Quello che tendiamo a fare è focalizzarci su ciò che ci manca, confrontandoci con i nostri amici o familiari. Allora ci concentriamo sul non essere sposati, sull’essere single, sul non avere un figlio, su “com’era bello il passato” o su “quanto preoccupa il futuro”. Tutto vero. I pensieri hanno il potere di prendere il sopravvento, facendoci dimenticare il presente. Questi pensieri sono utili? Questa è la domanda più importante che ci possiamo porre nei momenti in cui i pensieri negativi ci sovrastano. Certo non è cosi semplice e scontato, ma, avendo chiaro ciò che conta, potremmo riuscire ad essere presenti praticando la connessione. Cosa significa? Significa essere pienamente consapevoli della nostra esperienza nel qui e ora, tirandoci fuori dal passato e dal futuro. Se non lo facciamo, è come se guardassimo il nostro film preferito indossando gli occhiali da sole. E per arricchire la nostra vita e renderla significativa, è importante agire attraverso azioni efficaci e che ci permettano di muoverci in una direzione che abbia valore. Alcuni esercizi di connessione Nei momenti in cui la mente inizia a portarti a spasso, prova innanzitutto a notarlo e riporta l’attenzione su uno dei seguenti esercizi: Nota tutto ciò che puoi vedere, toccare o sentire con l’udito, con il gusto o con l’olfatto. Com’è la temperatura? E la luce? Nota cinque suoni che puoi udire, cinque oggetti che puoi vedere. Nota la posizione del tuo corpo, come tieni le braccia, le spalle, le gambe. Esamina anche le sensazioni interne dalla testa fino alla punta dei piedi. Nota il tuo respiro, la cassa toracica che si alza e si abbassa e l’aria che entra ed esce dalle narici. Nota tutti i rumori che senti, quelli nella stanza e quelli fuori. Questi sono soltanto degli esempi di come ogni giorno possiamo allenare la capacità di essere presenti, semplicemente recuperando la concentrazione ogni volta che ci rendiamo conto di essere sconnessi.
L’ansia da sovraccarico informativo: come la psicologia può aiutarci a gestire il bombardamento digitale

L’Ansia da sovraccarico informativo: come la psicologia può aiutarci a gestire il bombardamento digitale Nel mondo iperconnesso di oggi, siamo costantemente sommersi da una quantità impressionante di informazioni. Notizie, notifiche, e-mail, social media: tutto compete per la nostra attenzione, spesso lasciandoci sopraffatti e incapaci di concentrarci. Questo fenomeno, noto come sovraccarico informativo (information overload), ha un impatto diretto sul nostro benessere mentale e sulla nostra capacità decisionale. Ma come possiamo proteggerci da questa pressione costante? La psicologia offre strumenti utili per navigare in un mondo digitale sempre più caotico. 1. Che cos’è il sovraccarico informativo e come influisce su di noi Il sovraccarico informativo si verifica quando riceviamo più dati di quelli che possiamo elaborare in modo efficace. Studi recenti dimostrano che essere continuamente esposti a informazioni frammentate può aumentare livelli di ansia, ridurre la nostra produttività e compromettere la memoria a lungo termine. Questo accade perché il nostro cervello fatica a filtrare ciò che è rilevante, lasciandoci con la sensazione di essere costantemente “dietro a qualcosa”. Inoltre, la costante interruzione dovuta a notifiche e aggiornamenti può danneggiare la nostra capacità di mantenere l’attenzione, un fenomeno noto come attenzione frammentata. 2. Come la psicologia può aiutarci a riconquistare il controllo Fortunatamente, esistono strategie psicologiche per affrontare questa sfida. Ecco alcune delle più efficaci: – Riduci il multitasking: contrariamente a quanto si pensa, svolgere più attività contemporaneamente non ci rende più efficienti. Anzi, il multitasking aumenta lo stress e riduce la qualità del lavoro. Focalizzarsi su un compito alla volta migliora la concentrazione e diminuisce la sensazione di sovraccarico. – Pratica la digital detox: la psicologia suggerisce di stabilire momenti specifici della giornata in cui disconnettersi completamente dai dispositivi. Anche brevi pause possono aiutare a ridurre l’ansia legata alle notifiche costanti e migliorare la nostra capacità di rilassarci. – Usa il principio di Pareto: conosciuto anche come la regola dell’80/20, questo principio ci invita a concentrarci sul 20% delle attività che producono l’80% dei risultati. Applicare questa logica alla gestione delle informazioni può aiutarci a ignorare ciò che è superfluo e a dare priorità a ciò che conta davvero. 3. L’importanza del benessere digitale Molti esperti di psicologia concordano sull’importanza di costruire un equilibrio sano tra l’uso della tecnologia e il tempo offline. Pratiche come la mindfulness digitale, ovvero l’uso consapevole di dispositivi, possono aiutarci a instaurare un rapporto più sano con il flusso costante di dati. Consiglio pratico: prova a utilizzare app che limitano il tempo trascorso sui social media o che bloccano notifiche non essenziali durante le ore di lavoro. Anche piccoli cambiamenti possono fare una grande differenza. 4. Guardando al futuro: tecnologia e psicologia al servizio dell’uomo Mentre le tecnologie continuano a evolversi, è essenziale che anche la nostra consapevolezza cresca. L’obiettivo non è abbandonare il digitale, ma imparare a utilizzarlo come uno strumento, anziché esserne vittime. La psicologia, con il suo focus sul benessere umano, può guidarci verso un uso più consapevole e salutare delle informazioni. In un’epoca di sovraccarico informativo, la vera sfida non è accedere a più dati, ma imparare a selezionare ciò che conta davvero. E questo è un viaggio che possiamo affrontare un passo alla volta.
Effetto spettatore: quando tutti vedono, ma nessuno agisce

Immaginiamo di camminare per strada e assistere ad una situazione di emergenza: qualcuno cade improvvisamente e pare aver bisogno di aiuto. Ci guardiamo intorno e vediamo che ci sono altre persone nei paraggi, ma nessuno si avvicina. Cosa facciamo? Interveniamo subito o aspettiamo, pensando che qualcun altro lo farà al posto nostro? Questo fenomeno psicologico, noto come bystander effect, o “effetto spettatore”, descrive la tendenza delle persone a non intervenire in situazioni di emergenza quando sono presenti altri individui. Origine e studi sull’effetto spettatore L’effetto spettatore è stato studiato per la prima volta negli anni ’60 dai ricercatori sociali Bibb Latané e John Darley, a seguito di un tragico episodio avvenuto a New York nel 1964. La giovane Kitty Genovese venne brutalmente assassinata e violentata mentre numerosi testimoni, affacciati dai palazzi vicini, osservavano l’aggressione e ascoltavano le sue richieste di aiuto senza intervenire. Questo caso scosse l’opinione pubblica e spinse gli psicologi a indagare sul perché le persone evitassero di prestare soccorso in situazioni di emergenza. Attraverso una serie di esperimenti, Latané e Darley scoprirono che la probabilità di ricevere aiuto diminuisce all’aumentare del numero di persone presenti. Questo perché ciascun individuo tende a diffondere la responsabilità sugli altri, supponendo che qualcun altro interverrà al posto proprio. Inoltre, in situazioni di ambiguità, le persone guardano agli altri per capire come comportarsi. Se nessuno agisce, si crea un circolo vizioso di inazione collettiva. Possibili cause dell’effetto spettatore Diversi fattori contribuiscono all’effetto spettatore, tra cui: Diffusione della responsabilità: quando molte persone sono presenti, ciascuno sente di avere una responsabilità minore rispetto a una situazione in cui è l’unico testimone; Influenza sociale: le persone tendono a osservare il comportamento altrui per decidere cosa fare. Se nessuno interviene, si rischia di presumere che l’azione non sia necessaria o appropriata; Paura del giudizio: alcuni temono di sbagliare nell’intervenire o di mettersi in ridicolo, specialmente se la situazione non è chiara; Disimpegno emotivo: in contesti urbani e affollati, le persone possono sviluppare una sorta di distacco emotivo, riducendo la probabilità di rispondere a un’emergenza. Superare l’effetto spettatore Sebbene l’effetto spettatore sia un fenomeno diffuso, esistono strategie per ridurne l’impatto e favorire l’intervento in situazioni di emergenza: Responsabilizzazione individuale: quando si assiste a un’emergenza, è utile ricordarsi che ogni persona ha un ruolo e può fare la differenza; Formazione e sensibilizzazione: corsi di primo soccorso e campagne di sensibilizzazione possono aiutare le persone a sentirsi più preparate ad agire; Riconoscere il fenomeno: sapere che l’effetto spettatore esiste può aiutare a contrastarlo, incoraggiando una risposta attiva invece che passiva; Esempi e implicazioni L’effetto spettatore non si manifesta solo in situazioni di emergenza. Può avere un impatto in molteplici contesti sociali, come il bullismo scolastico, le molestie sul posto di lavoro o le ingiustizie nei confronti di gruppi marginalizzati. Quando le persone non intervengono di fronte a un’ingiustizia, il comportamento negativo può perpetuarsi. Ad esempio, nelle scuole, gli studenti che assistono passivamente a episodi di bullismo possono involontariamente rafforzare il comportamento dei bulli. Lo stesso avviene nelle dinamiche aziendali, dove il silenzio dei colleghi può permettere il proliferare di ambienti tossici. Conclusione L’effetto spettatore evidenzia il ruolo che il contesto sociale gioca nel determinare le scelte individuali. Il fenomeno si basa su meccanismi psicologici profondi che influenzano il comportamento umano, ma può essere contrastato attraverso la consapevolezza e la sensibilizzazione sul tema. Interventi mirati e una maggiore responsabilizzazione individuale possono contribuire a ridurre la diffusione dell’inerzia collettiva, promuovendo una società più solidale e attenta alle esigenze altrui.
La capacità di attenzione non è più stimolata

La capacità di mantenere l’attenzione alta è un insieme di processi cognitivi. Le sue principali funzioni sono di tre tipologie: 1: selettiva, perché effettua una cernita delle informazioni; 2: sostenuta, perché mantiene alta la concentrazione su di uno stimolo; 3: divisa, perché mantiene il controllo su più differenti. Questo processo, in sintesi, consiste proprio nel filtrare le innumerevoli informazioni che arrivano al cervello, dando priorità solo ad alcune di esse, in base all’utilità che ne può derivare. Lo sviluppo di questa attività mentale molto utile sia dal punto di vista adattivo che funzionale, matura già nel corso dell’infanzia. I bambini, innanzitutto, sono molto attratti dagli stimoli nuovi ed è necessario aiutarli a mantenere la concentrazione su di essi. In questo modo, fin da piccoli, i bimbi hanno la possibilità di imparare l’attitudine a concentrarsi su di un compito e portarlo a termine. D’altro canto, la digitalizzazione informatica e l’abuso dei mezzi tecnologici, hanno abbassato sensibilmente la capacità attentiva, soprattutto nei bambini e negli adolescenti. L’intensivo uso dei dispositivi elettronici ha determinato un drastico calo dell’utilizzo di questa capacità. In primis, la testa sempre china sul cellulare ha fatto perdere interesse per l’ambiente circostante, compromettendo le relazioni sociali. Inoltre, essendo il telefono diventato una fonte di distrazione, talvolta anche la sicurezza fisica si compromette, esponendo a pericoli reali non rilevati. Allo stesso tempo, i social media utilizzati detengono il deleterio potere di monopolizzare l’attenzione, distraendoci dall’ambiente, e mantenerla concentrata esclusivamente su di essi, a discapito di tutto il resto. Una diminuzione così evidente della capacità attentiva, quindi, compromette sensibilmente la funzione adattiva all’ambiente. In ambito scolastico, infatti, i docenti si lamentano delle limitate capacità di mantenere l’attenzione in classe. Anche gli ambienti lavorativi e relazionali, risentono di questa mancata partecipazione, rendendoci così tutti vittime del phubbing e aumentando il senso di alienazione sociale, cui pian piano ci stiamo avvicinando.
Quando il parto lascia cicatrici invisibili: Violenza Ostetrica e impatti psicologici

La “violenza ostetrica” è un fenomeno molto complesso sia da definire che da analizzare. Con questo termine si intende l’insieme degli atti e dei comportamenti dei professionisti sanitari nei confronti delle donne durante il travaglio e il parto che possono essere identificati come forme di violenza fisica, verbale o psicologica. Il fenomeno della violenza ostetrica viene identificato come “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna” (Venezuela, 2007). Inoltre, viene adottata una spiegazione psico sociale al fenomeno grazie al costrutto di “violenza strutturale”, col quale si intende un particolare tipo di violenza che viene esercitata in modo indiretto; essa non ha bisogno di un attore per essere eseguita, è prodotta dall’organizzazione sociale stessa ed è agita da singoli e da gruppi nel quotidiano (Galtung, 1990). La violenza ostetrica viene presa in considerazione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la prima volta nel 2015 e, nel 2016 viene identificata come una pratica che lede il diritto delle donne al diritto alla salute (OMS, 2015). Da un punto di vista psicologico si riferisce a una serie di atteggiamenti e pratiche spesso caratterizzate da abuso di potere che possono manifestarsi durante la gravidanza, il parto o il post-parto. Una serie di ricerche hanno rilevato che il 76% delle donne riferisce di aver subito almeno una forma di violenza ostetrica legata al parto, esperienza che nel tempo tende ad associarsi a difficoltà psicologiche nonché sociali. La svalutazione del vissuto Spesso, quando si ha a che fare con tali vissuti si manifesta da parte degli operatori sanitari un mancato riconoscimento, o ancora un approccio teso a salvaguardare delle “procedure di sistema” anche a scapito del benessere delle pazienti. In questo senso, dunque, si potrebbe far luce sull’accezione più propriamente “sessista” nei confronti di donne che manifestano in assoluta libertà il proprio disagio e che tendenzialmente pongono domande rispetto al proprio dolore fisico. Dagli studi emerge, infatti, che le pazienti spesso menzionano una inadeguatezza delle pratiche da parte degli operatori soffermandosi su temi quali: abbandono, incuria, maltrattamento, mancanza di supporto. Tali sensazioni sembrano altresì avere numerose correlazioni con lo sviluppo della Depressione Post-Partum. Quando si sviluppa tale patologia, la madre percepisce una realtà intrisa in modo costante di sentimenti negativi e di una sintomatologia fisica caratterizzata da spossatezza e mancanza di energie. Per tale ragione la donna sente ulteriormente di non essere in grado di assumere il “ruolo di madre ideale”, ovvero quella che ha introiettato nella sua mente (Pellizzaro, 2024). Conclusioni La violenza ostetrica persiste nel tempo e nelle maggior parte dei casi si identifica nella carenza del personale, negli eccessivi carichi di lavoro e nella mancanza di materiali e attrezzature. A tal proposito quindi il processo del parto andrebbe ripensato e riformulato permettendo alle donne di riacquisire il “controllo” sul proprio corpo. Bibliografia Galtung J., Florio S.(2014) Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare. University Press:Pisa Pelizzari, E. (2024) “Violenza reale e ideologia di genere. Le cause di morte in Italia. Uno sguardo ai dati.”