LA TRAPPOLA DEL DOC

di Antonia Bellucci I l disturbo ossessivo compulsivo di personalità è il terzo disturbo di personalità più comune (Zimmerman, Rothschild, Chemlinski, 2005; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000). I l d i s t u r b o o s s e s s i v o – compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni: le o s s e s s i o n i s o n o i d e e , immagini o impulsi di tipo r i c o r r e n t e , p e r s i s t e n t e , involontario, intrusivo e ansiogeno. Le compulsioni (definite anche rituali) sono particolari azioni o atti mentali che i soggetti si sentono spinti a compiere ripetutamente per cercare di ridurre o prevenire l ’ a n s i a c a u s a t a d a l l e ossessioni.Tal e disturbo (DOCP) è caratterizzato, secondo il DSM-5, dalla presenza di specifici tratti di personalità: p r e o c c u p a z i o n e p e r i d e t t a g l i , perfezionismo, eccessiva devozione per lavoro e produttività, estrema coscienziosità, difficoltà a delegare compiti, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, testardaggine e rigidità.Tut to ciò compor ta una difficoltà nel funzionamento psicosociale ed una ridotta qualità della vita. I l funzionamento d e l l a personalità, a causa del disturbo, most ra evident i difficoltà nelle seguenti aree: identità, intimità, empatia, capacità di autodirezione, un rigido perfezionismo; possono essere presenti anche due o p i ù d e i s e g u e n t i t r a t t i psicopatologici di personalità: perseveranza, affettività r i s t r e t t a , e v i t a m e n t o dell’intimità. Ma cosa conduce a tutto ciò? Innanzitutto la qualità dell’attaccamento, come emerge dalle storie di vita di questi soggetti, è compromessa: spesso non si è formato un attaccamento sicuro e i pazienti hanno ricevuto poche cure ed un eccesso di protezione durante l’infanzia con un successivo fallimento nello sviluppo emotivo ed empatico (Nordhal, Stiles, 1997; Perry, Bond, Roy, 2007).È al t resì impor tante (Di Maggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) tenere in c o n s i d e r a z i o n e a n c h e circostanze relativamente r e c e n t i c h e p o s s a n o comunque aver contribuito alla cristallizzazione d i uno s c h e m a p a t o g e n o , consolidatasi nel tempo attraverso le esperienze ed u n a r a p p r e s e n t a z i o n e soggettiva del destino a cui andranno incontro i personali desideri nel corso delle relazioni con gli altri. E quindi, come risponde il paziente a questo suo mondo interiore? Tutto ciò mette l’individuo in condizione di r a g g i u n g e r e obbligatoriamente obiettivi, faticando a dedicarsi a m o m e n t i d i p i a c e r e e rilassamento; tali individui hanno bisogno di controllare gli altri e, se gli altri sfuggono al controllo, diventano ostili e possono avere esplosioni occasionali di rabbia sia a casa che al lavoro.Un soggetto con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può avere il desiderio di autonomia ed esplorazione ma immagina c h e s e m o s t r a spontaneamente l e sue emozioni e propensioni, l’altro si mostrerà critico, aggressivo, punitivo ed impositivo; in risposta, il soggetto prova p a u r a e s o g g e z i o n e e controlla emozioni (inibizione emotiva) e comportamento, rinuncia all’esplorazione bloccando i piani spontanei autogenerati e si conforma alle a s p e t t a t i v e d e l l ’ a l t r o , sperimentando un senso di costrizione unitamente ad un senso di inefficacia personale, al quale segue un’ipertrofia della rilevanza delle regole (tratto ossessivo); può anche immaginare di mostrare le sue emozioni e propensioni, ma prevede che l’altro rimarrà deluso e soffrirà; in risposta, la persona prova colpa e perde convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati. Si crea così un circuito di mantenimento dei problemi interpersonali. Ques t e s t rategi e che i l soggetto sviluppa nel tempo per adattarsi all’aspettativa su come l’altro tratterà i suoi desideri elicitano, a loro volta, nell’altro delle risposte emotive e c omp o r t ame n t a l i c h e spesso, inconsapevolmente, confermano le credenze negative iniziali della persona, generando, in tal modo, u n c i c l o interpersonale patogeno che contribuisce a mantenere il d i s t u r b o . S i p e n s i , ad esempio, a l l a tendenza c o m u n e n e l d i s t u r b o ossessivo-compulsivo di personalità a sovraccaricarsi di impegni, di compiti, con grande difficoltà a delegare o a chiedere aiuto. A quel punto, non vedendosi aiutato (non avendolo chiesto) il paziente percepisce l ’ a l t r o come disattento, senza la volontà di fornirgli aiuto. L’altro da parte sua, non ascoltando le richieste d’aiuto, e a n z i f r o n t e g g i a n d o l’autosufficienza obbligata del paziente con personalità ossessivo-compulsiva, preferisce tenersi a distanza sentendo il proprio aiuto inutile e i propri interventi come inadeguati e criticabili. Il paziente però in alcuni momenti, sovraccarico dal lavoro e irritabile per la fatica, scoppia rabbiosamente alla vista dell’altro che non lo supporta e protesta per il supporto che, immoralmente, gli è stato negato. L’altro a q u e s t o p

Un’intricata danza di pensieri. Quando l’overthinking ci intrappola in una nebbia di incertezza

di Nicoletta Del Monaco Quando la mente si immerge troppo profondamente nei d e t t a g l i , nelle p o s s i b i l i conseguenze e nei “e se”, analizzando ogni aspetto di una situazione o decisione, può diventare un ostacolo, generando, in questo modo, un sovraccarico cognitivo, compromettendo la chiarezza e la capacità di prendere decisioni ponderate. In questa intricata danza di pensieri, ci si trova spesso intrappolati in una nebbia di incertezza, conducendo l’individuo che se ne trova immerso, a una sorta di paralisi mentale.L’Overthinking, conosciuto come pensiero eccessivo, è un intricato labirinto mentale che spesso ci trascina in un vortice di riflessioni incessanti, preoccupazioni eccessive sul futuro o rimuginazioni sul passato. Questo fenomeno, se lasciato senza guida, può diventare un territorio complesso e difficile da esplorare, le cui origini sono spesso correlate a fattori come l’ansia, l’autostima e la paura del giudizio sociale. Daniel Kahneman, nel libro “Thinking, Fast and Slow” esplora come la mente elabori le informazioni, spiegando in che modo l’overthinking possa i n fl u e n z a r e l a p r e s a decisionale quotidiana ed offrendo una profonda analisi d e l l a m e n t e u m a n a , suddividendo, quest’ultima in due sistemi distinti: il Sistema 1 (pensiero intuitivo, rapido ed automatico) e il Sistema 2 (il pensiero analitico, più lento e deliberato). Kahneman esplora come questi sistemi interagiscano d u r a n t e i l p r o c e s s o decisionale quotidiano. In situazioni normali, il Sistema 1 si attiva automaticamente per risparmiare tempo ed energia, ma può portare a giudizi veloci e talvolta impulsivi. D’altro canto, il Sistema 2 richiede uno sforzo cosciente e può essere coinvolto quando si t r a t t a d i d e c i s i o n i p i ù complesse o problematiche.L’overthinking, secondo Kahneman, emerge quando il Sistema 2 è iperattivo ed in una fase in cui si assiste e ad un’analisi eccessiva delle o p z i o n i e n e l l a preoccupazione di possibili esiti. Questo processo può portare a decisioni meno accurate, poiché l’eccessiva analisi può distorcere la percezione della realtà. A tal proposito, infatti, l’autore, sottolinea che comprendere come funzionano questi due sistemi può essere cruciale per migliorare la qualità delle decisioni, consigliando di essere consapevoli delle proprie tendenze cognitive e di bilanciare attentamente l’uso dei due sistemi in base al contesto con il quale entriamo in contatto.Un’analisi più approfondita sull’argomento si trova anche in “The Paradox of Choice” di Barry Schwartz, che affronta il concetto intrigante secondo il q u a l e , u n ‘ e c c e s s i v a disponibilità di opzioni, può g e n e r a r e s t r e s s e insoddisfazione anziché aumentare la felicità e la soddisfazione personale.Schwar t z esplora come viviamo in un’era in cui siamo sommersi da una molteplicità di scelte, che spaziano dalla selezione di prodotti nei supermercati alla scelta di carriere o partner di vita. Contrariamente a l l ‘ i d e a comune che più opzioni portino a una maggiore felicità, l’autore argomenta che la nostra capacità di fare s c e l t e p u ò e s s e r e compromessa quando ci troviamo di fronte a un eccesso di opzioni. Di fatti, quando ci sono troppe opzioni, le persone possono sentirsi sopraffatte dalla necessità di esaminare ogni possibilità, valutare i pro e i contro, e ant icipare ogni possibi le risultato ed è proprio in questo momento che emergono, secondo l’autore, i concetti chiave della “paralisi da analisi” e del “rimpianto del compratore”.Se il primo concetto mette in luce l’idea che, in determinate circostanze, una quantità eccessiva di opzioni può impedire alle persone di agire in modo efficiente e di godere appieno delle loro decisioni, suggerendo a tal proposito che semplificando le scelte o riducendo il numero di opzioni disponibili, può aiutare a superare questa paralisi e portare a una maggiore stato di soddisfazione, il secondo, invece, si riferisce al senso di insoddisfazione o dubbio che può insorgere dopo aver effettuato una scelta tra diverse opzioni. Infatti, quando si è esposti a molte possibilità, c’è una maggiore probabilità che si inizino a considerare g l i scenari alternativi dopo aver effettuato una scelta, generando dubbi sulla decisione presa e portando a un senso di insicurezza.Sulla scia di quanto appena riscontrato, attraverso i libri degli autori sopraindicati, nella vita quotidiana, le persone che soffrono di overthinking, possono sperimentare una serie di effetti psicologici che influenzano il loro benessere emotivo e la qualità della vita g e n e r a n d o u n a compromissione e della salute me n t a l e e d e l l a p r e s a decisionale e dello stile comportamentale e della personale esperienza emotiva, la cui gravità dipenderà dalla durata e dall’intensità di tale fenomeno. Gli effetti più comuni includono:· ansia e preoccupazione costante nel momento in cui, le persone possono preoccuparsi in modo eccessivo su situazioni passate, presenti o future, creando una tensione emotiva costante;· difficoltà nel prendere decisioni anche di routine, temendo di fare la scelta sbagliata;· insonnia e disturbi del sonno;· autocritica e perfezionismo;· bassa autostima;· distorsione del pensiero in q u a n t o l e p e r s o n e potrebbero concentrarsi sui peggiori scenari possibili o interpretare i n modo negativo le situazioni, anche quando non vi è motivo di preoccupazione;· esaurimento mentale che potrebbe comportare un’eccessiva sensazione di stanchezza, incapacità di c o n c e n t r a r s i e u n a diminuzione delle energie mentali;· difficoltà nelle relazioni interpersonali poiché le persone, nell’essere troppo auto-assorbite, potrebbero non essere completamente presenti nelle interazioni sociali;· depressione in quanto la continua negatività e l’analisi

VIOLENZA CONTRO GLI OPERATORI SANITARI: RIFLESSIONI SUL FENOMENO

di Cinzia Saponara PREMESSANell’ambito dei programmi di prevenzione, gli operatori sanitari devono poter ricevere una formazione sui rischi specifici connessi con l’attività svolta, inclusi i metodi di riconoscimento di segnali di pericolo o di situazioni che possono condurre ad aggressione e di metodologie per gestire i pazienti potenzialmente aggressivi e violenti. Ci sono alcuni interventi che si sono rivelati più efficaci, presentati da numerose Linee guida, che vengono insegnati durante i training di formazione: “Le tecniche di De-escalation”, sono fondate sul riconoscimento che alla base degli atti di aggressività vi è un’attivazione psicofisiologica (arousal) che comporta cambiamenti somatici e psicologici primariamente cognitivi, che si producono in relazione alla percezione di una minaccia. Si utilizzano tecniche di comunicazione, verbale e non, atte a modulare gli stimoli positivi e quelli avversativi, con interventi di desensibilizzazione progressivamente volti a ridurre e contenere lo sviluppo naturale del ciclo dell’aggressività.Aggressività è una parola multidimensionale, o parola valigia. La sua complessità la si può ritrovare nella radice etimologica, la parola deriva dal latino AD GRADIOR, il verbo Gradior indica non solo attaccare ma anche un andare verso, anche la preposizione AD significa contro ma anche verso, allo scopo di. Questi molteplici significati sottolineano non solo l’intento di aggredire ma anche la possibilità di intraprendere un’azione e di raggiungere un obiettivo. La Violenza, invece, può essere definita come un atto, un agito contro l’altro con l’intenzione di provocare un danno estremo. Esistono svariate Teorie del Comportamento Aggressivo, che possono essere divise in quattro grandi gruppi:· Teorie biologiche, focalizzano l’attenzione sui correlati anatomici, biologici e fisiologici del comportamento aggressivo: Amigdala, serotonina, testosterone.· Teoria delle pulsioni e degli istinti espresse dall’Etologia e dalla Psicoanalisi, che considerano l’aggressività un istinto presente nell’individuo fin dalla nascita, I comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale ed al mantenimento della specie. Sia l’approccio freudiano che quello etologico considerano dunque l’aggressività come “naturale” ed inevitabile.· La Teoria Comportamentale vede l’ipotesi frustrazioneaggressività (Dollar,1939), ovvero ogni situazione che ostacola la tendenza dell’individuo a raggiungere un obiettivo, diventa origine di aggressività e provoca una sequenza comportamentale la cui risposta è un’offesa di solito rivolta verso l’oggetto ritenuto causa dell’impedimento.· La Teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 1973): l’aggressività può essere il prodotto della frustrazione solo se sin da bambini essa è stata appresa come risposta ad un aumento della tensione. Si ipotizza che il comportamento aggressivo venga acquisito attraverso l’imitazione di modelli parentali, dei coetanei, della televisione. Le tecniche di DE escalation hanno come matrice di riferimento il Modello Teorico Cognitivo Comportamentale, i vantaggi di questo modello sono:o Non stigmatizza l’aggressore;o Sottolinea la soglia di tolleranza individuale ai fattori trigger1;o Si focalizza sulla comprensione dei significati alla base del comportamento aggressivo;o Consente, attraverso il tempestivo riconoscimento dei segnali tipici della De escalation, di bloccare l’evolversi del comportamento aggressivo;o Mettere in atto comportamenti e strategie che promuovono la sicurezza e riducono le conseguenze del comportamento aggressivo;o Non è rilevante chi ha torto o ragione, si è tutti vincitori quando nessuno si fa male. L’unico obiettivo è la sicurezza. Il ciclo dell’aggressività si compone di 5 fasi (le fasi 1 e 2 sono quelle della peraggressione), per ciascuna delle quali vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento, che devono essere tempestive. Fattore scatenante, stimolo (reale o presunto) considerato minaccioso, che può innescare una spirale di violenza. Per ciascuna di queste fasi vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento che devono essere tempestive• In fase di PREAGGRESSIONE bisogna:Osservare la presenza di segni prodromici, fare una rapida valutazione del rischio e prendere decisioni rapide;Affrontare la situazione contigente o con la tecnica del Time out o con le Tecniche di DE Escalation.Il primo obiettivo deve essere quello di ridurre il livello della tensione in modo che sia possibile un minimo di dialogo. FASE 1 del Trigger = fattore scatenante, il ciclo inizia con un primo scostamento dal baseline psicoemotivo della condizione ordinaria.Comportamenti verbali e espressivi (mimici e comportamentali) rendono percepibile l’avvio del processo come uno stato di attivazione ed allerta. I fattori a cui il trigger è legato sono: – SPECIFICI: caratteristiche individuali dell’aggressore, disinibizione indotta dall’assunzione di sostanze, presenza di fattori di provocazione, CONTESTO: clima di tensione, atteggiamento degli operatori sanitari, attese prolungate, ELEMENTI STRUTTURALI: spazi privi di privacy , ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO è riconoscere e rimuovere il trigger, isolare la persona in ambiente neutro, con minori stimoli. FASE 2 della Escalation si manifesta con un aumento dello stato di agitazione psicomotoria con minacce ad alta voce, eloquio scurrile, gesticolazione vivace contro oggetti, arredamento o persone. Per gestire tali segnali premonitori e condurre ad azioni di de-escalation è necessario innescare uno stato di allerta volto a garantire la sicurezza del personale e di tutti i presenti per scongiurare le conseguenze di un eventuale atto violento improvviso.ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO Talk down: utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. FASE CRITICA FASE 3 Acting-out inteso come “rottura dell’equilibrio” sia a livello individuale (equilibrio tra forze interne e difese dell’Io), che relazionale con gli altri (equilibrio fino a quel momento relativamente stabile). ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. Quando le tecniche di de-escalation falliscono e il ciclo dell’aggressione raggiunge la fase critica, l’attenzione del personale sanitario deve essere focalizzata alla sicurezza e mirata alla riduzione delle conseguenze dell’atto violento. FASE 4 DEL RECUPERO POST CRISI In questa fase vi è una riduzione dello stato di agitazione, ma alta

L’ADHD prima dell’ADHD, l’osservazione che precede la nosografia

di Roberto Ghiaccio L’ A D H D n o n e s i s t e , è inventato, è sopravvalutato, è colpa dei genitori..è una forma di deresponsabilizzazione, è un americanata per vendere ritalin, sono solo alcuni dei pregiudizi che colpiscono questo disturbo e per comprendere l’ADHD oltre le sistemazioni nosografiche attuali è necessario ripercorre e r i c o s t r u i r e l a s u a descrizione. Ma chi furono i primi medici a d a r e u n v o l t o q u e s t a sindrome? E ’ o p i n i o n e c o m u n e c h e l a p r i m a descrizione risalga con ogni probabilità al medico scozzese Alexander Crichton (1763 – 1856) , che nella sua opera in due volumi, “An Inquiry Into the Nature and Origin of Mental Derangement” edita Londra nel 1798, descrisse una sindrome che sembrava avere caratteristiche molto simili al deficit di attenzione dell’ADHD. Nel capitolo dal titolo “On attention, and its Diseases”, Crichton così definiva il significato della capacità di attenzione: “When any object of external sense, or of thought, occupies the mind in such a degree that a person does not receive a clear perception from any other one, he is said to attend to it”.L’incapacità di partecipare allo stimolo esterno, diceva Crichton, si traduce in una difficoltà nel mantenere l’attenzione, difetto che egli riteneva core deficit e che quindi si rendeva evidente molto precocemente nella prima infanzia Il disturbo, caratterizzato da f a c i l e distraibilità, da iperattività e da i m p u l s i v i t à , d i v e n i v a conclamato nell’età scolare, quando rendeva il bambino incapace di partecipare alle attività scolastiche. Non di rado, diceva i l medico scozzese, questi bambini diventano aggressivi, sino “a rasentare la follia” Crichton, per il quale l’incapacità di mantenere un grado costante di attenzione per qualsiasi oggetto, derivava quasi sempre da una sensibilità patologica o innaturale dei nervi, aveva tuttavia osservato che tale disturbo andava comunqueregredendo con l’età. Ma quasi già nel 1775 Melchior Adam Wei kard des c r i veva bambini ed adulti con “Mancanza d i a t t e n z i o n e / A t t e n t i o Volubilis”facilmente distratto da tutto (anche dalla sua stessa immaginazione), persistente, i p e r a t t i v o e i m p u l s i v o , generalmente sbadato, volubile e baccanale, superficiale ovunque, per lo più spericolato, altamente i n s t a b i l e n e l l ’ e s e c u z i o n e . Weikard aveva anticipato che la disattenzione è più comune negli adulti e nelle donne, mentre nei bambini predomina l’iperattività. Weikard attribuiva ciò a una generale mancanza di disciplina e stimolazione, a una cattiva educazione nella prima infanzia o, più insolitamente e più recentemente ai suoi tempi, alla disregolazione d e l l e fibre cerebrali dovuta a sovra o sotto stimolazione.Dopo circa cinquant’anni un medico tedesco pose un tassello importante nella storia della sindrome dell’ADHD e lo fece in modo abbastanza curioso. Heinrich Hoffmann (1809 – 1894) aveva s t u d i a t o m e d i c i n a all’università di Heidelberg, approfondendo poi gli studi ad Halle ed a Parigi. Hoffmann nel 1845 scrisse un libro / filastrocca per bambini dal titolo “Der Struwwelpeter, ovvero storielle e immagini divertenti per bambini dai 3 ai 6 a n n i ” , d a l u i s t e s s o d i s e g n a t e , n e l q u a l e descriveva le malefatte di un bambino che presentava tutte le caratteristiche del bambino iperattivo e impulsivo. Esemplare la scenetta nel q u a l e i l b a m b i n o , s o p r a n n o m i n a t o anche Zappelphilipp, sordo agl i ammonimenti dei genitori, che lo invitavano alla calma e alla compostezza. Alla fine, dopo essersi dimenato e dondolato sulla sedia, si tira addosso la tovaglia con tutte le stoviglie, le posate e le bottiglie. Lo scopo delle filastrocche, d o v e v a e s s e r e essenzialmente educativo, illustrando in modo esagerato, l e c o n s e g u e n z e d i comportamenti sbagliati nei bambini: igiene personale, distrazione congenita, gioco con oggetti pericolosi, essere disobbedienti, crudeltà verso gli animali. Nel 1889 Thomas Smith Clouston (1840-1925) ipotizzò che i bambini iperattivi e con disturbi del comportamento f o s s e r o a f f e t t i da una condizione di overactive neurons in the higher cortexes of the brain. Il consiglio terapeutico di Clouston era quello di utilizzare il bromuro come sedativo. Agli inizi del XX secolo fu i l pediat ra inglese George Still (1868 – 1961) ad interessarsi dei bambini affetti da iperattività e disturbi dell’attenzione. Still oltre modo è ricordato per aver scoper to l’artrite r e u m a t o i d e g i o v a n i l e sistematica che prende appunti il nome id morbo di Still. Il pediatra inglese nel descrivere i bambini con i sintomi dell’ADHD, introdusse il concetto di “deficit del controllo morale”, riteneva che i disturbi comportamentali potessero essere spiegati con la mancanza di “morale”. Se pur con una vena moralistica e dressaggistica Still accenna al deficit di inibizione e funzioni esecutive introducendo la comorbidità, quasi il continuo con i futuri disturbi del comportamento.Alfred Frank Tredgold (1870 – 1952) nel suo volume Mental deficiency (Amentia) edito a Londra nel 1908, descrisse alcuni casi clinici di bambini con sintomi ascrivibili ad una sindrome

I Problemi Psico-sociali del paziente pediatrico con patologia cronica

di Ilenia Gregorio Le patologie croniche sono malattie dalla prognosi incerta e a decorso ingravescente che richiedono un rapporto continuativo e diretto con le strutture e gli operatori s a n i t a r i . L a N a t i o n a l Commission on Chroni c Illness degli USA, nel 1956, ha definito malattie croniche tutte quelle patologie caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche (Bertola e Cori, 1989). A differenza delle malattie acute, che alterano lo stile di vita per un periodo di tempo circoscritto, i pazienti affetti da patologie croniche – e spesso anche i loro familiaridevono adattare le loro abitudini, i loro spazi e i loro tempi in base alla malattia, al suo decorso e alle terapie necessarie (Krulik e coll., 1999). L’impatto psico-sociale delle malattie croniche, infatti, si manifesta a diversi livelli, i n t r a p s i c h i c o e d interpersonale, nell’ambito f a m i l i a r e , s c o l a s t i c o e l a v o r a t i v o e a l i v e l l o macrosociologico.Già dagli anni ’30 Anna Freud metteva in evidenza che una “malattia fisica” poteva avere gravi conseguenze sullo sviluppo psicologico del bambino, soprattutto se di l u n g a d u r a t a . L’ospedalizzazione e le cure p r o l u n g a t e p o t e v a n o compromettere in modo anche importante, il delicatissimo processo evolutivo del piccolo ammalato, con conseguenze diverse correlate all’età di insorgenza della patologia, alla sua gravità e al suo protrarsi. Dai primi studi di Anna Freud ad ora lo scenario è gradualmente cambiato se consideriamo che i progressi terapeutici hanno trasformato molte patologie incurabili in malattie con sopravvivenza prolungata, incrementando, però, i problemi sociali. Oggi giorno, le strutture sanitarie si sono attrezzate per i pazient i con patologi e c r o n i c h e i n m o d o d a consentire loro la migliore q u a l i t à d i v i t a ( C e n t r i Specialistici e Day Hospital con afferenza di competenze p a r t i c o l a r i ) ; sono nate Associazioni di malati spesso integrate da adeguati Comitati Scientifici, che attualmente tendono ad aggregazioni sempre più interessanti (Consulte di Associazioni); la vita politica, anche se con fatica, sta realizzando che la questione “malato cronico” interessa milioni di persone e che sarà necessaria una particolare sensibilità nei suoi confronti. La malattia cronica, d i f a t t i , r i c h i e d e c u r e e competenze p a r t i c o l a r i , rapporti continui con le Strutture Sanitarie ed ha, comunque, anche nella migliore delle ipotesi, grande rilievo sulla vita sociale del paziente e della sua famiglia, sui suoi progetti, sulle sue aspirazioni. Il bambino fino ai 6-7 anni ha un comportamento del tutto particolare vede la sua malattia cronica come una colpa, l e terapie come maltrattamenti e avverte come dolore tutte le tensioni, i bisogni e i disagi caratteristici della sua situazione. In questa f a s e d e l l a v i t a i l comportamento della madre è importantissimo una madre che si sforza di trasmettere serenità e consapevolezza, avrà maggiori possibilità di infondere tranquillità al bambino; una madre ansiosa avrà, al contrario, un bambino a g i t a t o , p r e o c c u p a t o , spaventato. Qui il supporto psicologico specifico, gioca un r u o l o fondamentale: l o psicologo dovrà mettere in c a m p o t u t t a l a s u a competenza e le tecniche specifiche, dovrà accogliere, contenere ed implementare le risorse del bambino e della sua mamma, spiegando bene t u t t o q u e l l o c h e s t a succedendo e sostenendo al massimo la figura materna o comunque genitoriale. Dopo i 7 anni il bambino affronta la malattia con maggiore coscienza capisce bene quello che gli viene detto, localizza i disturbi, quando soffre fisicamente si s e n t e ancora “ p u n i t o ” , maltrattato, perseguitato. Il supporto psico-sociale e la famiglia devono aiutarlo a mantenersi obiettivo, a non strutturare delle interpretazioni devianti, devono guidare il piccolo paziente ad avere un atteggiamento positivo nei confronti della vita in genere e della sua terapia in particolare. Si capisce bene come sia sempre di più indispensabile un colloquio chiaro, onesto, sereno e costante da parte dell’équipe curante. Nell’età adolescenziale la situazione diventa sempre più difficile (di per sè questo il p e r i o d o d e l l a v i t a p i ù complesso dal punto di vista psicologico e sociale). Il ragazzo può assumere atteggiamenti di difesa, con negazione della malattia che v i e n e v i s t a come u n a minaccia, un impedimento alla propria autonomia, una aggressione alla “immagine di sè. E’ vero che la negazione d e l l a m a l a t t i a p u ò rappresentare una protezione, almeno nelle fasi iniziali, ma l’adolescente in questo caso non accettando la propria condizione, probabilmente non accetterà nemmeno le terapie propostegli. E’ importante quindi che egli prenda piena coscienza del proprio stato, che possa esaurientemente usufruire del sostegno della famiglia, del personale sanitario e delle strutture di afferenza perché, senza un adeguato supporto, e senza risorse alternative, potrebbe “regredire” sino a mettere in atto comportamenti i n f a n t i l i . S o l i t a m e n t e

Binge drinking e drunkoressia : l’abbuffata alcolica

di Anna Borriello, Francesca Dicè “B i n g e drinking’’,‘‘drunkoressia’’, ti è mai capitato di imbatterti in queste espressioni? Proviamo a fare un po‘ di chiarezza su questo fenomeno che, come un vero e proprio trend, sta spopolando sempre più tra i giovani – e non – portando con sé molteplici risvolti non soltanto sul piano fisico, come p o t r e s t i a m p i a m e n t e immaginare, ma anche e soprattutto sul versante psicologico. Fin dagli albori dell’umanità l’uso e l’abuso di alcol ha accompagnato la vita dell’uomo assumendo, nel corso dei secoli, svariate valenze culturali. Le bevande alcoliche sono state utilizzate come alimento, simbolo di sacralità nei riti religiosi, mezzo di connessione con i s t a n z e u l t r a t e r r e n e , automedicazione, elemento di convivialità e strumento di aggregazione sociale. Stabilire il limite tra uso tradizionale e u s o p a t o l o g i c o è continuamente oggetto di studio in ambito medico, psichiatrico, sociologico e politico. Distinguendo dunque un’abitudine non patologica da u n a d i p e n d e n z a , raggruppiamo i bevitori in tre diverse categorie: I bevitori abituali e non abituali, la cui attitudine al bere non provoca danni e che possono, nel caso si renda utile o n e c e s s a r i o i n t e r r o m p e r e t a l e consuetudine; Coloro che, avendo s v i l u p p a t o u n a d i p e n d e n z a , n o n riescono a rinunciare al bere, nemmeno nel momento in cui tale c o m p o r t a m e n t o provoca evidenti danni a l l a s a l u t e , all’andamento delle loro relazioni interpersonali o lavorative. Coloro, per i quali ogni interesse, motivazione o iniziativa ruota intorno al bere. Ma l’abuso alcolico è un vizio, una moda, un sintomo o una malattia? Oggigiorno al consumo moderato di alcoldurante i pasti, si stanno sostituendo i consumi fuori pasto, consumi eccessivi e ad a l t a i n t e n s i t à . Quando parliamo di Binge drinking, termine inglese introdotto nel panorama italiano all’inizio degli anni 2000, facciamo riferimento alla cosiddetta “abbuffata di alcolici”, ovvero ad una condotta disfunzionale assunta da una persona quando ingerisce volutamente quantità ripetute di alcol in misura maggiore alle sue capacità psicologiche e fisiologiche; nello specifico, come puntualizza la British Medical Association, con tale termine s‘intende il bere, con il preciso proposito di ubriacarsi ( r i c e r c a d e l l ‘ e f f e t t o psicoattivo), di solito in contesti di socialità, una quantità convenzionalmente misurata in “6 o più bicchieri di bevande alcoliche –in a rowin fila” in un breve arco di tempo. E’ dunque il numero di drink consumati in un’unica occasione che definisce q u a n t i t a t i v a m e n t e i l comportamento di Binge Drinking. I l dr ink v iene consumato molte volte in modo quasi consecutivo e r a p i d o , o v v e r o s e n z a sorseggiare, tutto d’un fiato. Si tratta di una tendenza che si a c u i s c e n e l fi n e settimana derivata dalla v o l o n t à d e i r a g a z z i d i provocarsi uno stat o di alterazione in determinate occasioni. Recenti studi americani hanno dimostrato come il più delle volte il binge drinking si associa a quella c h e v i e n e d e fi n i t a “ d r u n k o r e s s i a ” , o v v e r o la restrizione alimentare a cui si sottopongono soprattutto i ragazzi prima di consumare alcolici, al fine non solo di limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso ma anche di potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, incrementando così il rischio di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi della sfera psichica. Lo scopo di tali abbuffate alcoliche risiede nel provare ebbrezza fino ad arrivare all’ubriacatura completa con p e r d i t a d i c o n t r o l l o e intossicazione. Se ripetuto nell’ arco di sei mesi, quattro sono i criteri per diagnosticare un episodio di Binge drinking: – eccessivo consumo di alcol;– assunzione di alcol rapidamente in un breve arco di tempo;– bere fino ad ubriacarsi e a sentirsi male;– bere in compagnia in p a r t i c o l a r i e v e n t i . Ad oggi, nella popolazione giovanile, il consumo di alcol è in forte crescita già tra gli 11 e i 15 anni di età. I dat i dell’Istituto Superiore della Sanità fanno emergere come il 42% dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 34 anni che mette in atto il binge drinking beve alcolici fuori pasto. In tale contesto, le ripetute bevute raramente hanno carattere occasionale, tendono perlopiù a diventare un atteggiamento frequente sino a trasformarsi in vera e propria dipendenza, fisica e psichica, da alcool, con conseguenti sintomi da astinenza quali: depressione, a l t e r a z i o n e d e l l ’ a t t i v i t à circadiana e disturbi del sonno, disturbi sessuali, irritabilità nonché problemi di performance c o g n i t i v e ,compromettendo così attività scolastiche, lavorative, ma anche le più semplici attività che scandiscono la routine quotidiana. Secondo Hudolin (2015)

Mindfulness a scuola

Mindfulness: alcune pratiche da utilizzare a scuola La scuola rappresenta un contesto fondamentale per lo sviluppo dei bambini, non solo per gli apprendimenti ma anche per gli aspetti psicosociali. Sicuramente molti insegnanti manifestano a lungo andare segnali di stress, demotivazione, diminuzione dell’energia che può condizionare negativamente gli apprendimenti dei bambini. Il senso di autoefficacia è considerato un fattore protettivo, ovvero la consapevolezza della propria efficacia nell’affrontare situazioni difficili con la convinzione che, con impegno e tecniche adeguate, sia possibile raggiungere determinati obiettivi educativi (Bandura, 2000). Questa risorsa può essere potenziata con la mindfulness. Per praticare percorsi di mindfulness che vedano insieme insegnanti ed allievi è importante che: vengano pianificate le attività in momenti che siano agevoli per tutti; sia creato un contesto funzionale all’interno dell’aula, dove svolgere le pratiche; sia pianificata una routine; vengano coinvolti gli allievi nella creazione dello spazio mindful; vengano coinvolti anche i genitori per svolgere alcuni esercizi a casa con i propri figli. Alcuni esempi di pratiche di mindfulness: Il respiro Cercate di inspirare profondamente l’aria. Fate attenzione al momento in cui trattenete il respiro. Poi espirate e fate attenzione a ciò che provate. E’ caldo? Freddo? Provate a focalizzarvi su ciò che sentite quando fate brevi inspirazioni ed espirazioni. Che tipo di sensazioni provate? E ora lasciate che il respiro abbia il suo naturale ritmo. Qualcosa è cambiato nella vostra mente? Quale tipo di respiro vi fa sentire più tranquilli? Usate il respiro che più vi aiuta a stare bene con voi stessi. Nei panni di uno studente Cercate un posto tranquillo, sedetevi, prendete tre respiri profondi, chiudete gli occhi e immaginate il vostro allievo difficile sulla porta. Mettetevi nei suoi panni, guardate il mondo dalla prospettiva dei suoi anni, della sua situazione familiare, dei rapporti con i compagni, del suo concetto di sè come allievo non diligente, che spesso ha interazioni difficili con gli insegnanti, che lascia a metà il suo compito. Come si sentirà? Con quali preoccupazioni entra nell’aula? Che cosa si aspetta da voi? Quali sono i suoi sogni? I suoi limiti? Cosa gli impediscono di fare? E quali sono i suoi punti di forza? E voi adesso cosa gli direte? Volete provare a mettere in evidenza i suoi punti di forza oggi?

La comunicazione assertiva: un ponte verso relazioni sane e efficaci

La comunicazione assertiva rappresenta un approccio fondamentale per esprimere in modo chiaro ed efficace i propri bisogni, desideri e opinioni, rispettando al contempo quelli degli altri. Questo stile comunicativo favorisce relazioni sane e contribuisce a ridurre i conflitti, migliorare l’autostima e promuovere la fiducia reciproca. Definizione di comunicazione assertiva La comunicazione assertiva è la capacità di esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni in modo aperto, onesto e appropriato, senza essere aggressivi o passivi. Gli individui assertivi sono in grado di difendere i propri diritti e rispettare quelli degli altri, trovando un equilibrio tra le proprie esigenze e quelle degli interlocutori. I Tre stili di comunicazione 1. Aggressivo: la comunicazione aggressiva implica la volontà di dominare o controllare gli altri, spesso a scapito dei loro diritti. Gli individui aggressivi possono usare un linguaggio duro, minaccioso o intimidatorio. 2. Passivo: la comunicazione passiva è caratterizzata dalla sottomissione e dalla rinuncia ai propri bisogni e diritti per evitare conflitti. Le persone passive possono avere difficoltà a esprimere i propri sentimenti e spesso si sentono sfruttate o ignorate. 3. Assertivo: la comunicazione assertiva si posiziona tra i due estremi. Le persone assertive esprimono i loro bisogni e sentimenti in modo diretto e rispettoso, senza violare i diritti altrui. Caratteristiche della comunicazione assertiva ⁃ Chiarezza: essere chiari e specifici su ciò che si vuole comunicare.⁃ Onestà: esprimere i propri sentimenti e pensieri autentici.⁃ Rispetto: riconoscere e rispettare i diritti e le opinioni degli altri.⁃ Ascolto attivo: prestare attenzione e mostrare interesse per ciò che l’altro sta dicendo.⁃ Comportamento non verbale: utilizzare un linguaggio del corpo congruente, come il contatto visivo e una postura aperta. Benefici della comunicazione assertiva 1. Miglioramento delle relazioni: le relazioni interpersonali tendono a migliorare quando si adotta uno stile comunicativo assertivo, poiché favorisce il rispetto reciproco e la comprensione. 2. Riduzione dello stress: esprimere i propri bisogni e sentimenti in modo chiaro e rispettoso può ridurre lo stress e l’ansia associati ai conflitti irrisolti. 3. Aumento dell’autostima: l’assertività contribuisce a sviluppare un senso di autoefficacia e autostima, poiché permette di difendere i propri diritti e bisogni. 4. Risultati positivi nei conflitti: la comunicazione assertiva facilita la risoluzione dei conflitti in modo costruttivo, portando a soluzioni vantaggiose per entrambe le parti. Tecniche di comunicazione assertiva 1. Messaggi “Io”: utilizzare frasi che iniziano con “Io” per esprimere i propri sentimenti e bisogni, riducendo il rischio di accusare o incolpare l’altro. Ad esempio, “Io mi sento frustrato quando non vengo ascoltato durante le riunioni”. 2. Tecnica del disco rotto: ripetere calmo e fermo il proprio punto di vista o richiesta senza arrabbiarsi o cedere, mantenendo la propria posizione. 3. Concordare sui fatti: riconoscere le verità nelle affermazioni dell’altro senza cedere o compromettere i propri diritti. Ad esempio, “Capisco che sei occupato, ma ho bisogno di chiarire questo punto con te”. 4. Gestione delle emozioni: imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, evitando di reagire in modo impulsivo o aggressivo. La comunicazione assertiva è una competenza essenziale che può essere appresa e sviluppata con pratica e consapevolezza. Adottare uno stile comunicativo assertivo non solo migliora la qualità delle relazioni interpersonali, ma contribuisce anche al benessere psicologico individuale. Attraverso la chiarezza, l’onestà e il rispetto reciproco, la comunicazione assertiva crea un ambiente in cui tutti possono sentirsi valorizzati e compresi.

Procrastinazione: perchè preferiamo il “poi”

La procrastinazione è un fenomeno che quasi tutti hanno sperimentato almeno una volta nella vita. È quel comportamento che ci porta a rimandare attività importanti a favore di compiti meno urgenti o più piacevoli. Sebbene possa sembrare un atteggiamento innocuo, la procrastinazione può avere conseguenze significative sul benessere personale, sulla produttività e sulle relazioni interpersonali. Possibili cause della procrastinazione Prima di tutto, è importante capire che la procrastinazione non è semplicemente il risultato della pigrizia o della mancanza di forza di volontà. Infatti, le sue radici sono spesso molto più complesse e possono includere fattori psicologici, emotivi e comportamentali. In primo luogo, la paura del fallimento è una delle cause principali della procrastinazione. Le persone, in altre parole, rimandano i compiti perché temono di non essere all’altezza e preferiscono evitare l’ansia associata al possibile fallimento. Il perfezionismo, in secondo luogo, gioca un ruolo significativo. I perfezionisti spesso procrastinano perché temono di non riuscire a realizzare il compito alla perfezione, paralizzandosi di fronte alla necessità di fare tutto in modo impeccabile. Inoltre, la mancanza di motivazione può portare alla procrastinazione. Quando un compito non è percepito come interessante o significativo, la motivazione cala drasticamente, inducendo a rimandare. Allo stesso modo, il sovraccarico di lavoro può contribuire alla procrastinazione. Di fronte a una quantità eccessiva di lavoro, ci si può sentire sopraffatti e non sapere da dove iniziare, il che porta a rimandare tutto. Infine, la bassa autostima può indurre alla procrastinazione. Le persone con bassa autostima dubitano delle proprie capacità di completare un compito con successo e, di conseguenza, tendono a rimandarlo. Gli effetti della procrastinazione La procrastinazione può avere numerosi effetti negativi che vanno oltre il semplice ritardo nel completamento delle attività. Alcuni esempi: Stress e ansia: rimandare continuamente i compiti può portare a un aumento dello stress e dell’ansia, soprattutto quando le scadenze si avvicinano; Ridotta produttività: la procrastinazione cronica può influire negativamente sulla produttività complessiva, rendendo difficile completare progetti importanti; Problemi relazionali: la procrastinazione può causare tensioni nelle relazioni, sia sul lavoro che nella vita personale, poiché gli altri possono percepire questo comportamento come mancanza di rispetto o impegno; Impatto sul benessere: l’ansia e lo stress associati alla procrastinazione possono avere un impatto negativo sul benessere fisico e mentale, contribuendo a problemi di salute come l’insonnia, la depressione e l’aumento della pressione sanguigna. Strategie per superare la procrastinazione Fortunatamente, ci sono diverse strategie che possono aiutare a combattere la procrastinazione e a migliorare la produttività e il benessere generale. Alcune strategie possono essere: Suddividere i compiti: spezzare i compiti più grandi in piccole attività gestibili può rendere il lavoro meno intimidatorio e più affrontabile. Questo approccio può aiutare a costruire un senso di progresso e realizzazione; Stabilire obiettivi chiari e specifici: avere obiettivi chiari e raggiungibili può aumentare la motivazione e fornire una direzione. Gli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Achievable, Rilevanti e Temporalmente definiti) sono particolarmente efficaci; Creare un piano di lavoro: pianificare in anticipo e creare un programma dettagliato può aiutare a mantenere il focus e a evitare di rimandare i compiti. Questo può includere la definizione di scadenze intermedie e la concessione di piccole ricompense per il completamento delle attività; Ridurre le distrazioni: identificare e minimizzare le distrazioni è fondamentale per mantenere la concentrazione. Questo può includere la gestione del tempo sui social media, la creazione di un ambiente di lavoro privo di distrazioni e l’uso di tecniche che prevedono periodi di lavoro concentrato seguiti da brevi pause; Cercare supporto: Parlare delle proprie difficoltà con amici, familiari o un professionista può fornire il supporto necessario per affrontare la procrastinazione. A volte, semplicemente condividere i propri obiettivi con qualcun altro può aumentare la responsabilità e la motivazione. Conclusione La procrastinazione è un comportamento complesso che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana. Comprendere le cause sottostanti e sviluppare strategie efficaci per affrontarla è essenziale per migliorare la produttività e il benessere generale. Con un approccio consapevole e proattivo, è possibile superare la procrastinazione e raggiungere i propri obiettivi con successo.

Il frustrato e la sua tossicità verso se stesso e gli altri

frustrato

L’aggettivo frustrato è sempre più diffuso come sinonimo di fallito, deluso e depresso. Fin da bambini, l’esperienza della frustrazione ci accompagna quotidianamente, perché non sempre è possibile appagare nell’immediato un bisogno o un desiderio. Già Freud, che ha introdotto il termine nei suoi studi psicologici, sosteneva l’aspetto positivo della frustrazione, come capacità di adattamento al mondo esterno. D’altro canto, però, il frustrato è colui che mette in atto meccanismi e comportamenti psicologici di rigidità e negatività. Dsl punto di vista psicologico, vittima della frustrazione è proprio chi di fronte ad uno stimolo fisico o ambientale non reagisce, ma ne percepisce soltanto gli aspetti negativi. I sintomi di tipo emotivo più comuni sono la rabbia, l’ansia e l’umore depresso. I comportamenti tipici, inoltre, sono l’evitamento delle persone e delle situazioni oltre alla procrastinazione. Il frustrato, nello specifico, ha una rigidità di pensiero fossilizzata su quanto sia difficile ottenere dei risultati, e tende a vivere prevalentemente nel passato. Perde totalmente di vista il qui e ora, rimarginando sulle sue difficoltà: non utilizza le proprie risorse interne per superare lo stato di empasse, ma “ si crogiola” in esso. Proprio per questo modo di fare, la sua autostima e il suo umore virano verso il basso, compromettendone la salute mentale e le relazioni interpersonali. La vicinanza, infatti, ad una persona con tali caratteristiche, soprattutto se ci sono legami affettivi, diventa purtroppo tossica. Gestire continuamente malumori, sconfitte anticipate, rabbia infondata aumenta sensibilmente il rischio di esporsi a situazioni spiacevoli. Si compromette purtroppo anche la motivazione al cambiamento o per lo meno a provarci, perdendo di vista proprio la capacità di adattamento utile per vivere. Il frustrato dovrebbe quindi interrompere questo modus operandi: un cambiamento di strategia orientato ad un’analisi realistica dei bisogni/aspettative/risultati. Il tutto deve essere corredato da entusiasmo, motivazione e fiducia in se stessi.