Solitudine tra dolore e cura: la complessità dell’isolamento volontario

di Vincenzo Martone Ti è mai capitato di sentire il bisogno di stare solo, anche quando tutto intorno ti spingeva a fare il contrario? A me sì. E quando capita, mi torna spesso alla mente una frase di Jessica Lange, che in un’intervista disse:“Ho sempre vissuto con la solitudine. Ma non mi sono mai annoiata.” È davvero possibile che una condizione dalle mille sfaccettature, come la solitudine, tanto temuta in un mondo che è sempre più connesso, possa diventare uno spazio fertile, addirittura curativo?In questo articolo esploriamo cosa dicono le neuroscienze su solitudine, isolamento socialee fenomeni estremi come quello degli hikikomori. Scopriremo che non tutta la solitudine famale – e che, in certi casi, può perfino salvarci. Solitudine e dell’Isolamento Sociale: cosa ci dicono le neuroscienze? Diversi studi, di stampo neuroscientifico, hanno dimostrato che l’esclusione sociale,l’isolamento autoimposto (o quello subìto) e la solitudine sono associate all’attivazione dellestesse aree cerebrali implicate nel dolore fisico. In particolare, si è osservata un’attivazionedella corteccia cingolata anteriore e dell’insula anteriore, le stesse aree coinvolte neldolore affettivo, in studi come, ad esempio, quello di Eisenberger et al. (2003), i quali hannomostrato come l’esclusione simulata da un gioco attivi queste aree del cervello 1 . Altri studi,come quello di Kross et al. (2011), hanno altresì dimostrato che pensare ad un’esperienzadolorosa di rifiuto, attiva anche la corteccia somatosensoriale secondaria e l’insulaposteriore, normalmente associate al dolore fisico. Anche l’amigdala, parte del sistema limbico coinvolta nella risposta alla minaccia e all’ansia sociale, risulta frequentemente iperattiva nei soggetti che sperimentano solitudine cronica. Quando la solitudine è scelta volontariamente, si è però notato che gli effetti possono essere benefici. Essa consente uno spazio per la riflessione, la creatività e l’equilibrio mentale. A livello cerebrale, questa condizione è stata associata all’attivazione della rete neurale che compone il Default Mode Network (DMN) – un insieme di regioni (come lacorteccia prefrontale mediale e il cingolato posteriore) che si attivano durante stati di riposoe profonda introspezione.Difatti, studi recenti hanno evidenziato che brevi periodi di solitudine volontaria favoriscono l’attività riflessiva e migliorano l’umore e la creatività, proprio grazie al coinvolgimento del DMN 5 – diversamente, periodi prolungati di attivazione di questa rete rappresentano la presenza di un stato psicologico alterato, come ad esempio l’umore depresso. Hikikomori: La Solitudine Patologica Quando si indaga la solitudine, non si può fare a meno di menzionare il fenomeno deglihikikomori, il quale rappresenta un caso estremo di isolamento sociale (non) scelto.Originariamente osservato in Giappone, è oggi presente anche in molti paesi occidentali.Con il suddetto termine, ci si riferisce a giovani (prevalentemente uomini) che si ritirano dallavita sociale per mesi o anni, spesso vivendo isolati nella propria stanza. Le cause includono,per la maggiore, ansia sociale, pressione scolastica e disadattamento culturale – èquindi una risposta indotta da condizioni esterne.Studi epidemiologici stimano una prevalenza del 1–2% tra i giovani giapponesi 7 . La maggiorparte presenta comorbidità psichiatriche (disturbi dell’umore, ansia sociale, spettroautistico), e il loro isolamento è vissuto come doloroso e reattivo, non come introspezionebenefica 8-9 .Di conseguenza si possono ritrovare, fattori culturali e tecnologici (come l’iperconnessionedigitale e il ritiro nella vita online), i quali giocano un ruolo chiave nell’insorgenza delfenomeno 10 .Solitudine vs. Isolamento: Il Punto di Vista di Jessica LangeIn un’intervista rilasciata nel 2015 al programma DP/30: Emmy Watch, l’attrice JessicaLange ha dichiarato: “Lonely? That’s a condition I’ve been livied my whole life. But bored?no.” (“Sono sempre stata una persona solitaria. Ma non mi sono mai annoiata.”) 11 . Questafrase può definire una sorta di punto di arrivo alla consapevolezza dei propri statienterocettivi: perché ci insegna che l’isolamento indesiderato (come nel dolore del rifiutosociale o negli hikikomori) può ferire, ma la solitudine scelta può persino curare. È unospazio fertile dove si coltivano consapevolezza, creatività e benessere.Tecniche come la mindfulness e la meditazione, ampiamente usate per la gestione dell’ansiae della depressione, si basano proprio sulla valorizzazione del tempo in solitudine, comerisorsa per ritrovare sé stessi.Cosa si può fare nelle situazioni cui si percepisce un forte isolamento? Impara a distinguere isolamento e introspezione: Se senti che la solitudine tisvuota anziché nutrirti, parlane con qualcuno di fiducia o con un professionista. Nontemere l’aiuto Dedica tempo alla creatività: Scrivere, disegnare, camminare o anche soloosservare il paesaggio in silenzio può aiutare a trasformare la solitudine in occasionedi contatto con sé stessi. Riconosci i tuoi bisogni relazionali: Volersi bene significa anche sapere quando siha bisogno degli altri. Accetta la solitudine come condizione umana: Ogni persona sperimenta momenti di solitudine. Accoglierla senza giudizio può renderla meno spaventosa. Coltiva un rituale personale: Anche 10 minuti al giorno per una pratica riflessiva (meditazione, yoga, pilates, …) possono cambiare il nostro modo di “essere soli”. In Sintesi Tutto dipende dal valore che scegliamo di attribuire alla solitudine: se come rifugio o comeprigione. Ed è qui che entra in gioco la salute mentale, sempre frutto di una complessainterazione tra genetica e ambiente. Bibliografia: Eisenberger, N. I., Lieberman, M. D., & Williams, K. D. (2003). Does Rejection Hurt?An fMRI Study of Social Exclusion. Science, 302(5643), 290–292. Kross, E., Berman, M. G., Mischel, W., Smith, E. E., & Wager, T. D. (2011). Socialrejection shares somatosensory representations with physical pain. PNAS, 108(15),6270–6275. Cacioppo, J. T., et al. (2009). In the Eye of the Beholder: Individual Differences inPerceived Social Isolation Predict Regional Brain Activation to Social Stimuli. Journalof Cognitive Neuroscience, 21(1), 83–92. Andrews-Hanna, J. R. (2012). The Brain’s Default Network and Its Adaptive Role inInternal Mentation. The Neuroscientist, 18(3), 251–270. Fox, M. D., et al. (2005). The human brain is intrinsically organized into dynamic,anticorrelated functional networks. PNAS, 102(27), 9673–9678. Zhou HX, Chen X, Shen YQ, Li L, Chen NX, Zhu ZC, Castellanos FX, Yan CG.Rumination and the default mode network: Meta-analysis of brain imaging studiesand implications for depression. Neuroimage. (2020) Feb 1;206:116287. Kato, T. A., et al. (2019). Hikikomori : Multidimensional understanding, assessment,and future international perspectives. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73(8),427–440. Teo, A. R., & Gaw, A. C. (2010). Hikikomori, a Japanese Culture-Bound Syndrome ofSocial Withdrawal? A Proposal for DSM-5. Journal of Nervous and Mental Disease,198(6), 444–449. Tateno, M., et al. (2012). Hikikomori as a possible clinical term
ADOLESCENZA, IMPULSO E PASSIONE

una riflessione su agiti suicidari in adolescenza di Maurizio Tremaroli Sono un genitore prima che un terapeuta, ogni ragazzo che seguo è un po’ anche un figlio. Alla mia età ho maggior consapevolezza, ricordo cosa significa essere adolescenti, e mi accorgo che il mio modo di pensare di oggi è ciò che a quell’età detestavo. Ora comprendo come la distanza comunicativa sia insita nelle cose, perché l’adulto ha ormai modellato i suoi pensieri, dimenticando l’eccesso di un tempo, e l’adolescente non ha ancora imparato a contenere le spinte vitali, per poterle incanalarle in modo proficuo. Meglio accettare l’incomunicabilità per potersi aprirsi alla comprensione. La necessità di comprendere diventa urgenza quando la tragedia, come un improvviso fulmine nella calura estiva, squarcia la quiete di una tranquilla mattina assolata. Non una lontana notizia di cronaca, una passeggera perturbazione presto dimenticata, ma il doloroso bruciore dell’ustione che ferisce e tormenta alungo. Una adolescente di cui avevo intuito speranze e timori incrociandone casualmente l’esistenza, con un gesto irreversibile aveva gettato via ogni speranza di futuro, nel suo momento presente di lacerante disagio. Il fantasma della ragazza è rimasto a lungo nella mia mente. Al dolore, diluito dalla distanza e dal tempo, mescolato a impotenza e ideazione salvifica, è subentrato il bisogno di capire e di perdonare, di piangere per l’esito per comprenderne l’intento. Non credo al nichilismo, né all’istinto di morte; l’adolescente è affamato di vita, di esperienze e di amore. Rincorre la felicità , sfidando anche l’abisso, schiacciato dall’urgenza che le spinte emotive imprimono al suo esplorare. Ogni esistenza è un susseguirsi di fasi invariabili: un inizio, definito dal concepimento o dalla nascita, una fase di trasformazione, nella quale far maturare le potenzialità latenti, una fase di decadimento e fine. La vita è un processo evolutivo, un percorso nella dimensione del tempo, lungo cui si dipana la potenzialità biologica scritta nel codice genetico, alimenta dall’ambiente prossimo. Se il codice genetico che definisce ogni nuova esistenza è scritto nei frammenti univoci di una successione di nucleotidi, la sua essenza concreta sarà progressivamente modellata dalla qualità del nutrimento. Le forme di vita complessa hanno processi di sviluppo lunghi, che necessitano di molte attenzioni; mentre alimentiamo l’apparato biologico, stiamo anche contribuendo a scrivere i codici di programmazione con cui l’individuo modellerà le sue reti neuronali, con le quali elaborare la mole di stimoli originati da sensazioni interne e da segnali che arrivano dall’ambiente circostante. Alla nascita i bisogni di un essere umano sono ben definiti: protezione, nutrimento e calore. Nel corso dello sviluppo e più avanti nell’arco della vita, ognuno si modella all’ambiente nel quale vive, nel contempo lo modifica per renderlo più adeguato alle sue personali esigenze, in un processo di costante aggiustamento e di ricerca di equilibrio; una di maturazione personale che rende ogni individuo un essere unico ed insostitibile. Tanta parte di quell’unicità è frutto di un accudimento che, soddisfacendo i bisogni primari, ha contribuito a modellare nell’immediato e in ogni futura interazione le aspettative dell’individuo rispetto alle figure con cui entrerà in relazione, fornendogli contemporaneamente anche la padronanza per riconoscere e modulare i picchi della sua emotività.La traiettoria e la velocità a cui percorriamo l’esistenza possono variare, potenza del libero arbitrio, ma ladirezione è uguale per tutti. Come per il destino di un oggetto che viene scagliato lontano, il percorso di vita è un movimento curvilineo di cui conosciamo il punto di inizio e di cui riusciamo a stimare il punto di arrivo, sapendo che potrebbe trovare imprevisti ostacoli o fortuiti rimbalzi a modificarne il termine.Il nostro percorso però non è così regolare come quello di un oggetto inanimato a cui imprimiamo un’accelerazione. La vita è caratterizzata da balzi evolutivi a cui non ci possiamo sottrarre, che in alcuni periodi dello sviluppo accellerano le trasformazioni maturative e ci portano rapidamente ad un più alto livello di funzionamento.Il più problematico tra i balzi evolutivi è la transizione dalla fanciullezza all’età adulta: l’adolescenza, l’ultima fase di crescita verso la completa maturazione fisica. Un lungo periodo caratterizzato da profonde trasformazioni somatiche e psichiche, a rendere più complessa la ricerca di equilibrio tra la gestione delle emozioni e la ricerca del proprio spazio sociale. Il raggiungimento della maturità riproduttiva, le capacità della mente di formulare pensieri astratti, rendono il ragazzo un individuo formalmente maturo, con una reattività emotiva intensa. Tuttavia, nel contesto sociale odierno, l’adolescente è confinato in una terra di mezzo, né fanciullo né adulto, a causa del lungo percorso di formazione necessario ad affrontare la complessità odierna e dalla difficoltà ad acquisire autonomia economica.Diventati adulti dimentichiamo le tempeste emotive di quel periodo, facciamo fatica a comprendere le tensioni, gli eccessi e le difficoltà dei nostri figli adolescenti. Siamo consapevoli di non capirli e di non essere capiti. È necessario correggere l’approccio, reimparare a leggere le loro emozioni, cercare una comunicazione possibile, che sappia essere traslata dal piano verticale, adulto-minore, a quella orizzontale, paritetica, individuo-individuo. L’accelerazione nei mutamenti intergenerazionali rispetto ai valori, alle esigenze, ai codici comunicativi, ha creato un muro di incomunicabilità enorme, ma anche, nell’adolescente, uno sconfinato bisogno di comprensione che non sappiamo leggere né assecondare. Le pulsioni giovanili quando emergono trovano un mondo degli adulti disilluso e privo di certezze, non in grado di delimitare gli argini etici e relazionali dell’agire sociale. Purtroppo il mancato contenimento diventa a volte dramma, a causa di agiti sempre più dirompenti, che si manifestano in forma diaggressione o di autolesione. Proviamo a guardare all’adolescenza, valorizzandone le pulsioni vitali, come all’età del cuore, ad indicare come coraggio, audacia, generosità, amore, incoscienza siano gli attributi che spesso emergononei giovani adulti; accettando che a volte possono essere vittime del loro stesso entusiasmo, dell’eccessodi sicurezza o dello sconforto che segue le prime sconfitte. Noi adulti dobbiamo essere ben attenti a difendere e valorizzare questo coraggio, che da sempre è la linfavitale del progresso della Società. Con il pieno ingresso nella maturità purtroppo si entra nell’età dominatadall’egoismo, alla generosità disinteressata si sostituisce il freddo opportunismo.Ma l’età del cuore è anche una corsa nel buio. Le prospettive cambiano improvvisamente, le emozionisono
BUONE VACANZE
Il ciclo del riposo: come prepararci mentalmente a “staccare” davvero?

Ogni anno, in prossimità delle vacanze, molte persone esprimono un desiderio apparentemente semplice: staccare la spina. In particolare, noi psicologi necessitiamo di rigenerare le risorse cognitive ed emotive, proprio in virtù del fatto che lavoriamo in un ambito ad alta intensità relazionale. Scollegarsi dal lavoro, dai pensieri incessanti, dal ritmo pressante delle giornate. Fermarsi vuol dire, allora, rimettere a fuoco la “persona” oltre il proprio “ruolo”. Eppure, puntualmente, scopriamo che spegnere il computer non basta. Il corpo può anche essere in ferie, ma la mente… ancora no. La pausa estiva, pertanto, rappresenta una sana cesura nel ciclo terapeutico pur prevedendo un ritorno. Il paradosso della disconnessione Viviamo in una cultura che concepisce il riposo come un interruttore: on-off, lavoro o vacanza, produttività o relax. Ma la mente non funziona così. Non cambia stato per decreto. E questa illusione, pervasiva, anche tra i professionisti della salute mentale, può rendere le ferie un luogo ambiguo: desiderato e insieme disturbante. Quante volte, nei primi giorni di pausa, ci sentiamo più ansiosi, più nervosi, più “svuotati” di quanto ci aspettassimo? In chiave sistemica, potremmo dire che il nostro sistema (individuale, relazionale, professionale) ha bisogno di un tempo per riconfigurarsi. Gregory Bateson ci ricorderebbe che “la mappa non è il territorio”, ciò vuol dire che la realtà è più complessa di qualsiasi rappresentazione che ne possiamo fare: se entriamo in vacanza portandoci dietro la mappa mentale del nostro funzionamento operativo, non riusciremo ad accedere a un vero cambiamento di stato. Come psicologi, possiamo prenderci il compito, per noi e per i nostri pazienti, di trattare il riposo come parte del lavoro psichico e non come sua interruzione. Dove risiede il vero senso delle vacanze? Come professionisti della salute mentale sappiamo che riposare non è solo un bisogno fisiologico, ma un gesto di cura. È anche un atto clinico implicito. Un tempo di metabolizzazione, di integrazione silenziosa. Un momento in cui possiamo lasciare che qualcosa di nuovo maturi in noi, nel nostro modo di ascoltare, nella relazione con il lavoro e con l’altro, un processo simile alla fioritura di un tulipano. E allora, che la vacanza sia anche questo: un luogo di attraversamento, non di fuga. Una pausa che non ci allontana da noi stessi, ma ci riavvicina con delicatezza. Solo così può diventare un vero luogo di rigenerazione: non solo assenza di attività, ma presenza consapevole a sé.
Schadenfreude, identità e privacy: il caso Astronomer e l’epoca della sorveglianza sociale

Talvolta, i momenti più significativi della nostra società non avvengono nelle aule parlamentari o nei tribunali, ma davanti a uno schermo, tra un video su TikTok e un tweet virale. È il caso, recente e lampante, di ciò che è accaduto al Gillette Stadium durante un concerto dei Coldplay, quando una kiss cam ha inquadrato due dirigenti di una startup di intelligenza artificiale — uno dei quali CEO, l’altra a capo delle risorse umane — in un momento privato, affettuoso e visibilmente imbarazzato. La scena, ripresa in diretta e successivamente rilanciata da una spettatrice su TikTok, è diventata virale nel giro di poche ore. In pochi giorni, l’intero mondo online conosceva già non solo il volto, ma anche i nomi, le posizioni lavorative, la situazione sentimentale e i profili social della coppia. Il tutto, senza che ci fosse alcuna indagine ufficiale o intervento da parte dei media tradizionali. Un’azione spontanea, collettiva, alimentata da migliaia di utenti che, motivati da una curiosità a metà tra il pettegolezzo e la giustizia fai-da-te, hanno trasformato un momento privato in uno scandalo internazionale. Ma oltre all’aspetto tecnico — la velocità con cui si può oggi risalire all’identità di una persona — questo caso ci rivela qualcosa di più profondo. Qualcosa che riguarda la nostra psicologia collettiva: il gusto, forse inconfessabile, che si può provare quando qualcuno “più in alto” cade. È qui che entra in gioco un termine tedesco che non ha una vera traduzione in italiano, ma che spiega perfettamente il fenomeno: Schadenfreude. 1. Il piacere segreto del crollo altrui: cos’è la Schadenfreude Schadenfreude è un sostantivo composto da Schaden (danno) e Freude (gioia): la gioia per il danno altrui, soprattutto quando questi altri sono percepiti come privilegiati, arroganti, o distanti da noi. Non si tratta di cattiveria pura, ma di un meccanismo umano molto antico: una reazione emotiva che pare riequilibrare, anche solo per un momento, le ingiustizie percepite nella scala sociale. Nel caso Astronomer, la dinamica è stata esemplare. L’interesse non era soltanto per il gossip romantico o la violazione della fiducia coniugale. Quello che ha acceso l’immaginario collettivo è stato vedere due persone in posizioni di potere — un CEO e una figura HR — agire in modo contraddittorio rispetto alle aspettative sociali. E quando queste contraddizioni vengono esposte pubblicamente, senza filtri, senza comunicati ufficiali né strategie di comunicazione, la reazione collettiva spesso si trasforma in un banchetto emotivo: meme, video reaction, tweet sarcastici. 2. Identità e sorveglianza sociale: quanto basta per essere smascherati Oltre alla dimensione emotiva, colpisce la rapidità con cui la rete è riuscita a identificare i protagonisti del video. Nessun nome, nessuna descrizione era stata fornita. Solo una ripresa su maxi schermo e una breve scena. Eppure, in meno di 24 ore, erano stati individuati attraverso tecniche OSINT, incrociando immagini pubbliche, dati professionali, foto sui social e dettagli visivi minimi. Questo è oggi alla portata di chiunque: un tatuaggio riconoscibile, un anello, uno sfondo. In un contesto di ipercondivisione digitale, l’identità è sempre meno anonima. La sorveglianza non è più delegata agli Stati o ai poteri forti: è diventata partecipativa, orizzontale. Chiunque può diventare sorvegliato — ma anche sorvegliante. Il punto non è solo che la privacy sia compromessa. È che è compromessa senza che ce ne rendiamo conto. Basta trovarsi nel riquadro di una fotocamera. E se quel fotogramma diventa virale, il mondo saprà chi sei — anche se tu non hai mai postato nulla. 3. La privacy come illusione: conseguenze personali e culturali La facilità di identificazione ha conseguenze drammatiche. Non solo per le persone coinvolte, che hanno dovuto affrontare un’umiliazione pubblica globale, chiudere profili, dimettersi. Ma per tutta la società. Perché mette in discussione il concetto stesso di confine tra pubblico e privato. Un gesto affettuoso, seppur controverso, in un contesto apparentemente anonimo — uno stadio — può diventare una prova virale. E da lì, può scatenare reazioni a catena che coinvolgono reputazioni, famiglie, strutture aziendali. La realtà è che oggi basta pochissimo per diventare oggetto di analisi, di giudizio, di ridicolizzazione collettiva. La privacy è diventata condizionata non tanto dalla legge, ma dalla morale pubblica, amplificata da piattaforme che premiano il contenuto più scioccante, divertente, virale. E se la caduta dell’altro diverte, è molto probabile che venga condivisa. 4. Psicologia della sorveglianza e dell’umiliazione virale Da un punto di vista psicologico, ciò che colpisce è il carico emotivo che questa esposizione forzata comporta. Le persone coinvolte si sono trovate in una spirale di visibilità non richiesta, dove ogni gesto, ogni espressione, è stata scomposta, analizzata, giudicata da milioni di sconosciuti. Questo genera quello che in psicologia viene definito “stress da iper-esposizione”, una forma di ansia sociale estrema, che può avere effetti traumatici. Studi dell’APA (American Psychological Association) mostrano come la perdita del controllo sulla propria immagine pubblica sia una delle principali fonti di disagio psicologico nei contesti digitali. Quando non siamo più padroni del modo in cui veniamo visti, o del contesto in cui un nostro comportamento viene interpretato, possiamo sviluppare senso di vergogna, paralisi decisionale, e tendenze evitanti. Inoltre, la viralità non è mai neutra. Amplifica tutto: il gesto, il giudizio, la condanna. Le persone che diventano virali per motivi imbarazzanti – anche per pochi giorni – riportano livelli di stress comparabili a quelli sperimentati in situazioni di lutto o licenziamento. A questo si somma l’angoscia della memoria digitale: ciò che oggi è virale, domani resta comunque ricercabile, archiviato, indicizzato. Anche gli osservatori, però, pagano un prezzo. Partecipare alla gogna pubblica può dare un’effimera sensazione di potere o giustizia. Ma spesso genera assuefazione, distacco emotivo e una progressiva erosione dell’empatia. La Schadenfreude, se troppo alimentata, anestetizza. 5. Conclusione: consapevolezza e cultura della responsabilità Il caso Astronomer è uno specchio dei nostri tempi. Racconta di quanto siamo rapidi a identificare, giudicare e condividere. Ma racconta anche di quanto siamo fragili. Oggi tutti possiamo essere smascherati, osservati, interpretati — anche se non lo vogliamo. E tutti possiamo contribuire, anche senza volerlo, alla caduta altrui. Riconoscere la Schadenfreude dentro di noi non significa assecondarla, ma comprenderla. Solo così possiamo imparare a rallentare prima del “condividi”.
Transizione organizzativa dall’interno

Quando un’azienda viene acquisita da un’altra, i riflettori sono puntati su numeri, strategie e sinergie. I comunicati ufficiali parlano di crescita, opportunità e ristrutturazione. Ma dietro le quinte di questi passaggi epocali, c’è qualcosa di molto più silenzioso e delicato: il vissuto psicologico di chi lavora nella parte acquisita.È questo il cuore della transizione organizzativa: un processo che non è solo economico o gestionale, ma profondamente umano. Cosa c’è dietro? Quali sentimenti si provano? La comunicazione di un’acquisizione può arrivare all’improvviso. Un’e-mail, una riunione straordinaria, un passaparola. In pochi minuti, ciò che sembrava stabile cambia forma. Il primo impatto emotivo varia da persona a persona: alcuni provano smarrimento, altri rabbia, altri ancora un senso di tradimento. Chi ha vissuto a lungo nell’azienda acquisita può sentirsi come se la propria “casa professionale” venisse invasa. È l’inizio di un cambiamento che tocca in profondità l’identità lavorativa e il senso di appartenenza. Anche se le persone mantengono il proprio posto di lavoro, vivono spesso una perdita simbolica: cambiano i riferimenti, i valori, i rituali aziendali. Il logo, lo stile comunicativo, le modalità decisionali. Tutto ciò che costituiva la “cultura” dell’azienda viene in parte assorbito o modificato. Questo processo è assimilabile a un lutto organizzativo, dove si piange la perdita di un sistema conosciuto, anche se non c’è una perdita concreta immediata. Uno degli aspetti più stressanti della transizione organizzativa è l’ambiguità. I cambiamenti non avvengono mai tutti in una volta. Si resta per mesi in una terra di mezzo: le vecchie regole non valgono più, ma le nuove non sono ancora chiare. Questa sospensione psicologica genera ansia, demotivazione e può alimentare voci e tensioni. Le persone si chiedono: “Cosa succederà al mio ruolo?” “Ci saranno tagli?” “Sarò in grado di adattarmi?” Ogni individuo reagisce a modo suo. C’è chi affronta la situazione con distacco o ironia, chi si chiude in un cinismo difensivo, chi cerca di cogliere il lato positivo e mettersi in gioco. La resilienza non è una dote magica, ma una risorsa che può essere coltivata. Spesso, le persone trovano forza nella comunità dei colleghi, nei piccoli rituali che resistono al cambiamento, nella possibilità di costruire insieme un nuovo senso di direzione. In questo contesto, la leadership gioca un ruolo cruciale. Non solo per dare informazioni, ma per contenere emotivamente la squadra. Ascoltare, essere presenti, creare spazi di confronto non è un lusso: è un bisogno organizzativo. Offrire supporto psicologico, anche solo temporaneo o tramite consulenze brevi, può fare la differenza. A volte, basta un luogo sicuro dove verbalizzare paure, dubbi e speranze. Ogni acquisizione è una transizione organizzativa che riguarda non solo contratti e strutture, ma persone. Prendersi cura di questa dimensione significa riconoscere che il lavoro non è solo prestazione, ma anche relazione, identità e senso. Umanizzare il cambiamento è la vera sfida. E anche la più grande occasione di crescita.
Orfani di femminicidio e tutele psicologiche

La violenza domestica è un problema sempre più diffuso che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Molti bambini vivono in ambienti violenti e subiscono traumi profondi. Le conseguenze possono essere gravi, portando a difficoltà emotive come ansia, depressione e mancanza di fiducia in se stessi. La violenza contro le donne è spesso causata da discriminazione, senso di superiorità, disturbi psicologici ed esclusione sociale. Recenti eventi di cronaca hanno mostrato quanto sia importante capire non solo chi commette questi crimini, ma anche il ruolo delle vittime. Secondo la teoria delle ‘finestre rotte’, se un bambino orfano viene trascurato, altri in situazioni simili potrebbero essere a loro volta abbandonati.
Il ciclo della violenza: dinamiche psicologiche e criminologiche nella violenza di genere.

di Rosalba Madeo Secondo l’ISTAT (report novembre 2024), il 31,5 % delle donne ha subito nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale. Dobbiamo sapere che la violenza di genere non è sempre evidente in quanto si manifesta e si sviluppa attraverso complesse dinamiche psicologiche che intrappolano nell’insieme la diade coinvolta in una relazione apparentemente normale. Uno dei modelli più utilizzati per spiegare questo processo è quello del ciclo dellaviolenza di Lenore Walker che aiuta a comprendere le dinamiche relazionali e psicologiche che si instaurano in contesti di abuso e controllo. Le fasi del ciclo della violenza Il modello a tre fasi, descritto da Lenore Walker, evidenzia come la violenza si manifesti in modo ciclico:Fase della tensione: caratterizzata da un clima di irritabilità, controllo e conflittualità; la vittima cerca di placare l’aggressore.Fase dell’aggressione: esplode la violenza vera e propria, che può assumere diverseforme fisica, psicologica, sessuale, economica…Fase della luna di miele: l’aggressore si mostra pentito, chiede scusa, promette cambiamento, spesso con gesti affettuosamente eclatanti.Con il tempo, quest’ ultima fase di calma tende a scomparire e le esplosioni di violenza diventano sempre più ravvicinate. Alcuni modelli aggiungono una quarta fase: la calma apparente, in cui la tensione è sospesa, ma la vittima rimane in uno stato di allerta costante. Perché è difficile spezzare il ciclo? L’idea che basti “andarsene” è una pericolosa semplificazione poiché sono diversi i meccanismi psicologici che spiegano perché le vittime rimangano intrappolate:Trauma bonding: l’alternanza tra maltrattamenti e momenti positivi crea un legame distorto ma solido. Dissonanza cognitiva: difficile accettare che una stessa persona possa essere amorevole e violenta.Impotenza appresa: esperienze ripetute di fallimenti generano passività.Vergogna e colpa: la vittima può pensare di meritare ciò che subisce o di doverlo nascondere per vergogna.Isolamento sociale ed economico: ostacolano l’accesso ad aiuti esterni. L’aggressore: controllo, potere e manipolazione Un modello centrale nella criminologia contemporanea è quello del coercive control teorizzato da Evan Stark. Si tratta di una forma di violenza continua e pervasiva, non necessariamente fisica ma costruita attraverso svalutazione, controllo di aspetti quotidiani (finanze, relazioni sociali, abbigliamento), minacce.Questo controllo sistematico mina l’identità della vittima e può rendere invisibile la violenza all’esterno. Uscire dal ciclo è possibile Riconoscere la violenza come tale è il primo passo, accedere a reti di supporto sociale come centri antiviolenza, psicologi e servizi territoriali, permette poi di ricostruire la propria autonomia.Il ciclo della violenza non è solo un insieme di atti aggressivi, ma rappresenta una struttura psicologica e relazionale molto complessa. Conoscere e riconoscere queste dinamiche significa superare stereotipi, attuare il non giudizio e saper costruire un futuro di spazi sicuri. La violenza di genere si combatte soprattutto con l’informazione, la prevenzione ed il sostegno attivo.Numeri e servizi dedicati: il 1522 è attivo h24, gratuito e anonimo.
La natura dell’ansia e le sue funzioni.

Cosa è realmente l’ansia e a cosa serve? Cosa succede nel nostro corpo? Quando si parla di ansia si fa riferimento a una reazione automatica, istintiva e naturale del nostro organismo quando ci troviamo dinanzi a ciò che percepiamo come pericoloso per la nostra sopravvivenza. A cosa serve dunque l’ansia? L’ansia come difesa dai pericoli: se si avvicinasse un cane mentre passeggiamo, una parte del nostro cervello registra l’evento come pericolo imminente e immediatamente attiva il sistema nervoso autonomo. Quest’ultimo rilascia adrenalina, un ormone, che attiva il corpo per difendersi dal pericolo. In particolare, il respiro si fa più frequente e i polmoni si espandono, aumentando la quantità di ossigeno disponibile nel sangue per i muscoli. In questo modo si ha la sensazione di mancanza d’aria, respiro affannoso, senso di costrizione al petto per effetto dell’iperventilazione. La pressione del sangue aumenta per trasportare più velocemente ossigeno e zuccheri richiesti dai muscoli, causando palpitazioni, tachicardia. La mente si concentra sul pericolo ignorando tutto il resto e questo amplifica ciò che si prova. La reazione automatica causata dall’adrenalina viene chiamata risposta di attacco o fuga perchè serve a scappare o ad affrontare il nemico. L’ansia anticipatoria: si può attivare la risposta di attacco o fuga anche solo pensando a qualcosa che ci fa paura, che è solo immaginato. Può essere utile soprattutto nei casi in cui il pericolo dovesse poi manifestarsi realmente. Una certa quota d’ansia può aiutare anche a migliorare le prestazioni quando dobbiamo affrontare attività impegnative, per effetto dell’adrenalina. Da ciò che si evince, dunque, sentirsi tanto agitati può sia essere utile per avere una maggiore attenzione sul compito, ma può anche interferire quando non si è concentrati sul compito, ma sui timori che hanno attivato la risposta di attacco o fuga. Risulta fondamentale quindi riuscire a trovare un livello di attivazione ottimale. Nel prossimo articolo parleremo del significato di ansia patologica e di come fa l’ansia dunque a diventare un disturbo.
Quiet quitting: il lavoro senza coinvolgimento

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, si parla sempre più spesso di “quiet quitting”, letteralmente “abbandono silenzioso”.Ma non si tratta di licenziarsi, bensì di qualcosa di più sottile: rinunciare al coinvolgimento emotivo nel lavoro, svolgendo solo le mansioni minime necessarie, senza slancio o investimento personale. Un fenomeno sempre più comune tra giovani adulti, ma che riguarda anche professionisti esperti, manager, insegnanti, operatori sanitari. Cosa spinge verso il quiet quitting? Molti fattori psicologici contribuiscono:• Senso di sfruttamento o mancanza di riconoscimento• Stanchezza emotiva cronica (spesso vicina al burnout)• Valori disallineati con quelli dell’organizzazione• Percezione che “dare di più non serva a nulla”• Ricerca di un equilibrio vita-lavoro che finora è mancato Non è sempre un segno di svogliatezza: può essere una forma di auto-protezione, un tentativo (più o meno consapevole) di preservare il proprio benessere mentale. Quali rischi comporta? • Sul piano individuale: frustrazione, apatia, demotivazione profonda.• Sul piano organizzativo: perdita di creatività, spirito d’iniziativa, collaborazione.• Sul piano relazionale: calo della qualità delle interazioni tra colleghi e con i superiori. Cosa può fare la psicologia? 1. Ascoltare il disagio senza giudizio: il quiet quitting è un sintomo, non il problema.2. Promuovere ambienti di lavoro sani, in cui il benessere psicologico sia un obiettivo e non un lusso.3. Lavorare sull’identità professionale: aiutare le persone a ritrovare un senso nel lavoro che fanno.4. Favorire la comunicazione interna tra lavoratori e datori di lavoro per prevenire il disimpegno. Il quiet quitting è un segnale forte: ci dice che molte persone non vogliono più sacrificare la propria salute mentale per il lavoro.Ma ci ricorda anche che serve un nuovo patto tra persone e organizzazioni, fondato su rispetto, ascolto e reciprocità. Se senti che stai vivendo qualcosa di simile, parlarne con uno psicologo può aiutarti a capire se è solo stanchezza passeggera o il segnale di un malessere più profondo da affrontare.