No, grazie: la scelta coraggiosa degli adolescenti

Gli adolescenti vanno educati anche a dire di no ad alcune regole del gruppo e ad alcuni giochi collettivi che possono compromettere il proprio benessere psicofisico. Anche lo psicoanalista Guy Corneau nel suo libro “Il meglio di se stessi” ci insegna che ognuno di noi nasce con una missione: realizzare la versione migliore di sé.Quando l’adolescente misura il proprio valore in base a quello che gli altri si aspettano da lui, commette un errore fondamentale: si scollega dalla parte più vera della sua persona. Tale atteggiamento porta l’adolescente a vivere per gli altri, invece di vivere con gli altri. Si finisce per recitare una parte o più parti, disconnettendosi dalla parte più vera del proprio essere.

L’effetto spettatore nei luoghi di lavoro

Perché si assiste a comportamenti scorretti senza intervenire e come promuovere la responsabilità individuale Il silenzio collettivo negli ambienti lavorativi Capita spesso, nei luoghi di lavoro, di assistere a comportamenti scorretti come microaggressioni, esclusione sociale, mobbing o vere e proprie violazioni etiche, senza che nessuno intervenga. Colleghi che evitano lo scontro, manager che fanno finta di non vedere, interi team che tacciono. Questo fenomeno ha un nome ben preciso nella psicologia sociale: l’effetto spettatore, o bystander effect.Originariamente studiato in situazioni di emergenza fisica (come nel celebre caso di Kitty Genovese a New York nel 1964), l’effetto spettatore si manifesta quando più persone assistono a un evento problematico ma nessuno si assume la responsabilità di agire, aspettandosi che “qualcun altro” lo faccia. Più spettatori ci sono, più cala la probabilità che ciascuno intervenga.Nel contesto lavorativo, questo meccanismo è particolarmente insidioso. Il timore di ritorsioni, la gerarchia, il desiderio di evitare conflitti e il bisogno di “non esporsi” rendono il silenzio una scelta apparentemente più sicura. Ma così facendo, il comportamento scorretto si normalizza, e chi ne è vittima si ritrova isolato due volte: dall’aggressore e da chi assiste senza dire nulla. Le cause psicologiche del non intervento Le ragioni per cui i dipendenti non intervengono di fronte a un comportamento scorretto sono molteplici, e affondano le radici in dinamiche sociali ben documentate: Diffusione della responsabilità: se siamo in tanti, sentiamo meno la pressione individuale ad agire. Ambiguità della situazione: spesso non è chiaro se ciò che si sta osservando è davvero “sbagliato” o se si sta esagerando. Conformismo e norme silenziose: se nessun altro interviene, si tende a pensare che “non sia poi così grave”. Timore di ritorsioni: paura di danneggiare le proprie relazioni professionali o la carriera. Disumanizzazione o distanza emotiva: chi agisce in modo scorretto può essere percepito come “potente” o intoccabile, mentre la vittima viene spesso isolata anche sul piano emotivo. Il costo del silenzio Ignorare un comportamento scorretto non significa essere neutrali. Anzi, spesso equivale a legittimarlo. Le conseguenze sono pesanti: Aumento del turnover tra i dipendenti. Diminuzione della motivazione e della fiducia organizzativa. Maggiore rischio di burnout per chi subisce o assiste. Peggioramento del clima aziendale e calo della produttività. In altre parole, il silenzio ha un costo economico, umano e culturale. Strategie per promuovere la responsabilità individuale Contrastare l’effetto spettatore non è semplice, ma è possibile. Serve un cambiamento sia culturale che strutturale, che responsabilizzi i singoli e favorisca una cultura del coraggio e della cura collettiva.Ecco alcune strategie concrete: 1. Formazione mirata su etica e comportamento Organizzare workshop e moduli formativi sul bystander effect, l’assertività, la gestione dei conflitti e il riconoscimento delle microaggressioni. La consapevolezza è il primo passo verso l’azione. 2. Creazione di canali sicuri per le segnalazioni La presenza di strumenti anonimi, come mailbox digitali o figure aziendali dedicate (es. “whistleblower advisor”), facilita il processo di denuncia senza esporsi direttamente. 3. Rafforzare la cultura del feedback Favorire una comunicazione aperta e non giudicante, dove i dipendenti si sentano liberi di esprimere disagio o dubbio senza temere ripercussioni. 4. Esempio dall’alto I leader hanno un impatto fondamentale: il loro comportamento modella quello degli altri. Se manager e responsabili intervengono tempestivamente contro le scorrettezze, anche il resto del team sarà più propenso a farlo. 5. Riconoscere e valorizzare chi interviene Premiare i “bystander attivi” con menzioni pubbliche, bonus etici o altre forme di riconoscimento può rafforzare comportamenti virtuosi. Conclusione Nel mondo del lavoro, l’effetto spettatore rappresenta un ostacolo invisibile ma potentissimo alla creazione di ambienti sani, equi e collaborativi. Superarlo non è una questione solo individuale, ma collettiva: si tratta di costruire una cultura in cui ciascuno senta che il proprio sguardo ha valore e il proprio silenzio un peso.Intervenire richiede coraggio, ma non intervenire può essere ancora più dannoso. E ogni piccola azione può diventare un grande esempio. Bibliografia Darley, J. M., & Latané, B. (1968). Bystander intervention in emergencies: Diffusion of responsibility. Journal of Personality and Social Psychology, 8(4p1), 377. Staub, E. (2003). The Psychology of Good and Evil: Why Children, Adults, and Groups Help and Harm Others. Cambridge University Press. Bowes-Sperry, L., & O’Leary-Kelly, A. M. (2005). To act or not to act: The dilemma faced by sexual harassment observers. Academy of Management Review, 30(2), 288–306. Latané, B., & Nida, S. (1981). Ten years of research on group size and helping. Psychological Bulletin, 89(2), 308. Ashford, S. J., Sutcliffe, K. M., & Christianson, M. K. (2009). Speaking up and speaking out: The leadership dynamics of voice in organizations. In Greenberg, J., & Edwards, M. S. (Eds.), Voice and Silence in Organizations(pp. 175–202). Emerald Group Publishing. Cortina, L. M. (2008). Unseen injustice: Incivility as modern discrimination in organizations. Academy of Management Review, 33(1), 55–75.

Burnout genitoriale: quando prendersi cura diventa troppo

Essere genitori oggi significa spesso vivere una contraddizione: da un lato l’amore profondo e la gioia di crescere i propri figli, dall’altro un carico emotivo, organizzativo e mentale che può diventare schiacciante. In molti casi, la fatica quotidiana si trasforma in esaurimento emotivo vero e proprio: parliamo di burnout genitoriale, una condizione che sta emergendo con sempre maggiore frequenza nei contesti psicologici e familiari. Cos’è il burnout genitoriale? È uno stato di stress cronico legato al ruolo genitoriale, che si manifesta con tre elementi principali:• Esaurimento fisico ed emotivo: ci si sente svuotati, sopraffatti.• Distanziamento affettivo dai figli: non si riesce più a provare coinvolgimento o pazienza.• Percezione di inefficacia: ci si sente costantemente inadeguati come genitori. È importante sapere che non è una colpa, ma un campanello d’allarme che segnala un bisogno urgente di aiuto e riorganizzazione. Perché succede sempre più spesso? Viviamo in una società che:• Chiede ai genitori di essere presenti, preparati, perfetti, sempre.• Offre poca rete sociale e ancora meno supporti pratici (asili insufficienti, mancanza di tempo libero, carichi familiari diseguali).• Ha “privatizzato” l’educazione, rendendola un compito esclusivo delle famiglie. In particolare, le madri sono ancora oggi le più esposte al burnout, soprattutto quando lavorano a tempo pieno e si fanno carico della gestione domestica e dei figli quasi da sole. Come riconoscerlo? Alcuni segnali tipici:• Irritabilità e nervosismo costanti• Senso di colpa per non essere “abbastanza”• Perdita di piacere nelle attività familiari• Tendenza all’isolamento• Difficoltà nel sonno e nella concentrazione Come affrontarlo? 1. Parla del tuo malessere: non tenerlo dentro, non aspettare il crollo.2. Chiedi aiuto concreto: amici, familiari, servizi. Non è segno di debolezza, ma di consapevolezza.3. Condividi il carico: il lavoro genitoriale deve essere condiviso, non “eroico”.4. Ritaglia tempo per te: anche 10 minuti di pausa vera fanno la differenza.5. Valuta un supporto psicologico: il burnout genitoriale si può prevenire e trattare. Essere un buon genitore non significa annullarsi. Al contrario: un genitore che si ascolta, che riconosce i propri limiti, che chiede aiuto, offre ai figli un modello sano di autoregolazione e rispetto di sé.

Ambivalenza emotiva: vivere emozioni opposte

Ci sono momenti in cui ci si sorprende a provare emozioni diverse, quasi incompatibili, e ci si chiede: com’è possibile sentire sollievo e tristezza allo stesso tempo? Come posso desiderare di restare e allo stesso tempo sentire il bisogno di partire? Spesso ci troviamo immersi in vissuti che non riusciamo a decifrare con chiarezza. Una parte di noi sa che non è tutto bianco o nero, eppure cerchiamo risposte nette, emozioni “pure”, sentimenti che dicano con precisione dove siamo. Quando questo non succede, può emergere un senso di confusione o inadeguatezza. E se invece non fosse confusione, ma complessità? Se l’ambivalenza non fosse un errore, ma una forma più autentica del sentire? Quando le emozioni non si escludono a vicenda Siamo spesso inclini a concepire le emozioni in termini dicotomici: felicità o tristezza, correttezza o errore, serenità o rabbia. Tuttavia, nella realtà di tutti i giorni, le situazioni raramente sono così delineate. Esistono momenti in cui le emozioni si affacciano insieme, intrecciate, senza escludersi a vicenda. È possibile, ad esempio, sentire affetto verso una persona e, al tempo stesso, provare rabbia per qualcosa che ha fatto. Oppure riconoscere che una scelta è giusta, ma far fatica ad accettarne le conseguenze emotive. L’ambivalenza non è un malfunzionamento della nostra interiorità. È una forma di consapevolezza emotiva che si affina soprattutto nei momenti di passaggio, quando siamo chiamati a fare i conti con scelte complesse, cambiamenti non voluti, relazioni che mutano. Emozioni contrastanti e significati profondi Le emozioni ambivalenti sono spesso segnali di qualcosa che ha valore. Proviamo ambivalenza di fronte a una persona significativa, a una decisione importante, a un evento che lascia un segno. Per esempio, si può provare gioia nel vedere un figlio crescere, ma anche malinconia per il tempo che passa. Oppure sentire senso di liberazione dopo la fine di una relazione dolorosa, e allo stesso tempo provare nostalgia, tristezza, smarrimento. Accogliere l’ambivalenza significa riconoscere che alcune emozioni non sono “giuste” o “sbagliate”, ma semplicemente vere. Sono la prova che qualcosa ci coinvolge in profondità, che siamo dentro un’esperienza che lascia traccia. In fondo, quello che realmente ci spinge non è mai semplice. L’urgenza di capire e la fatica di restare Quando siamo travolti da emozioni contrastanti, può sorgere il bisogno impellente di mettere tutto in ordine. Di scegliere, di chiarire. Vorremmo sapere da che parte stare, dare un nome preciso a ciò che sentiamo. Ma spesso non si tratta di scegliere un’emozione a discapito di un’altra. Si tratta, invece, di creare spazio per tutte. Di riconoscere che anche quando sembrano inconciliabili, le emozioni possono coesistere. E ogni cosa racchiude in sé una parte di verità. Restare in questa complessità non è facile. Richiede tempo. Richiede il coraggio di non forzare risposte. Di abitare una zona grigia, una terra di mezzo in cui le cose non sono ancora definite, ma iniziano a prendere forma. Emozioni che parlano lingue diverse A volte il cuore dice una cosa, la mente un’altra, il corpo un’altra ancora. Ci si sente spezzati, disorientati. Ma può essere utile pensare che ogni emozione parli una lingua diversa. La tristezza può dirci che stiamo perdendo qualcosa. La rabbia che c’è un limite violato. La paura che qualcosa ci mette in allerta. La gratitudine che, nonostante tutto, c’è stato qualcosa di buono. Quando le emozioni sembrano contraddirsi, forse stanno solo raccontando la stessa storia da punti di vista diversi. Non si tratta allora di scegliere quale ascoltare, ma di imparare ad ascoltarle tutte. E cercare di cogliere il significato che emerge da quell’intreccio. Conclusione L’ambivalenza emotiva non è debolezza, né disorientamento. È spesso il segno che siamo presenti a noi stessi, che stiamo attraversando un passaggio importante, che qualcosa in noi si sta riorganizzando. Concedersi di sostare in questo spazio intermedio, senza fretta, senza giudizio, è un atto di cura verso sé. Non serve sempre avere una risposta chiara. A volte, serve solo riconoscere che si è dentro un’esperienza piena, viva, stratificata. E che la complessità non va risolta, ma attraversata.

Prenotazioni last minute e i meccanismi psicologici

Prenotazioni last minute: due parole che evocano libertà, improvvisazione, occasioni irripetibili. Ma anche stress, caos e decisioni affrettate. Ogni estate (e non solo), milioni di persone scelgono di organizzare la propria vacanza all’ultimo momento. Alcuni per risparmiare, altri perché “non riescono a decidere”, altri ancora per l’adrenalina del tutto e subito. Ma cosa si nasconde davvero dietro questo comportamento sempre più diffuso? In questo articolo esploreremo i principali meccanismi psicologici che guidano le prenotazioni last minute, tra procrastinazione, ansia da scelta, bisogno di controllo e voglia di fuga. Perché dietro a una decisione impulsiva, spesso, si celano dinamiche molto più profonde. 1. Procrastinazione: rimandare per evitare l’ansia Una delle spiegazioni più comuni è legata alla procrastinazione. Rimandare la prenotazione può sembrare una scelta strategica, ma spesso è una reazione all’ansia generata dal dover decidere. Più opzioni ci sono, più la decisione ci paralizza: è il cosiddetto paradosso della scelta. Così si preferisce non scegliere affatto… almeno finché non si è costretti. 2. Bisogno di controllo (mascherato da flessibilità) Alcune persone evitano di pianificare in anticipo perché percepiscono la pianificazione come una perdita di libertà. In realtà, si tratta spesso di un bisogno profondo di controllare l’incertezza: posticipare la decisione dà l’illusione di essere liberi, ma può nascondere la difficoltà ad affrontare imprevisti o a tollerare l’attesa. 3. FOMO e FOBO: la paura di sbagliare scelta Viviamo in un’epoca dominata dalla FOMO (fear of missing out): la paura di perdere un’occasione migliore. Così, si aspetta l’ultimo secondo, nella speranza di trovare “l’offerta perfetta”. A volte entra in gioco anche la FOBO (fear of better options): e se prenoto ora, ma poi esce qualcosa di meglio? Questi meccanismi alimentano l’ansia e ci portano a un comportamento paradossale: pur desiderando il massimo, finiamo col fare scelte frettolose. 4. Impulsività e desiderio di gratificazione immediata Le prenotazioni last minute attivano anche il circuito della gratificazione immediata. Decidere e partire nel giro di poche ore o giorni può dare una forte scarica di adrenalina: è la soddisfazione del desiderio nel qui e ora. Chi ha una personalità impulsiva, o una bassa tolleranza alla pianificazione, trova in questa modalità una valvola di sfogo. 5. Giustificazioni razionali e narrazioni personali “Mi piace improvvisare”, “Non sopporto i piani rigidi”, “Sono fatto così”. Frasi come queste spesso accompagnano le prenotazioni last minute, e fungono da auto-giustificazioni. Costruiamo narrazioni identitarie per dare senso alle nostre scelte, anche quando sono frutto di ansia o insicurezza. In alcuni casi, però, la spontaneità è reale, e riflette un autentico desiderio di libertà e scoperta. Prenotare all’ultimo può generare stress, soprattutto se si è costretti ad accettare compromessi su prezzo, destinazione o qualità dell’esperienza. Può portare a insoddisfazione e frustrazione. Al contrario, per alcune persone rappresenta un’esperienza entusiasmante, una fuga dalla routine che le fa sentire vive e reattive. Tutto dipende dalla consapevolezza con cui si compie la scelta. Le prenotazioni last minute non sono né buone né cattive in sé: tutto dipende da cosa ci spinge a farle. Se conosciamo i nostri meccanismi interni – ansia, desiderio di controllo, bisogno di libertà – possiamo compiere scelte più consapevoli e viaggiare meglio. Non solo verso una destinazione, ma anche dentro di noi.

Disabilità e progetto di vita: la svolta psicologica

Il progetto di vita, introdotto con la Legge 27/2021 e il successivo D.L.g.s 62/2024 si configura come uno strumento che aiuta le persone con disabilità a pianificare il presente e il futuro nel rispetto delle potenzialità e delle difficoltà,considerando barriere e facilitatori.

L’ansia generalizzata: conoscerla per affrontarla

Quando si ha un problema, è normale provare ansia o preoccuparsi fino a quando non si trovano delle soluzioni oppure si impara a conviverci, laddove è difficile risolvere. Ma l’ansia generalizzata è un’altra cosa. Ci si preoccupa delle cose minime per tanto, troppo tempo. La differenza, dunque, tra chi soffre di Disturbo d’Ansia Generalizzata e chi no sta nel fatto di preoccuparsi in modo efficace o patologico, eccessivo. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta. Nel DSM-5-TR (APA, 2022) quali sono i criteri diagnostici? Ansia e preoccupazioni eccessive che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi; L’individuo ha difficoltà a controllare la preoccupazione; L’ansia o la preoccupazione è associata a 3 o più dei seguenti sintomi: sentirsi irrequieti, agitati; sentirsi stanchi facilmente; difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria; irritabilità; tensione muscolare; disturbi del sonno. Causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti, Non è attribuibile agli effetti di sostanze o altre condizioni mediche; Non è meglio specificato da un altro disturbo mentale. Le cause del disturbo d’ansia generalizzata possono essere variabili psicologiche, biologiche e ambientali in relazione tra loro che costituiscono anche dei fattori di rischio. Ad esempio, vivere esperienze traumatiche; essere stati esposti per lungo tempo a fattori di stressanti; soffrire di malattie croniche e invalidanti; avere la tendenza ad essere pessimisti, introversi, a favorire l’evitamento, ma anche il desiderio di avere tutto sotto controllo; avere in famiglia qualcuno che già ne soffre; vivere in un ambiente educativo che, anche se inconsapevolmente, sprona a considerare pericoloso il correre dei rischi e a temere troppo le responsabilità e gli errori, iperprotettivo e poco incoraggiante. Ovviamente questo non dà la certezza di sviluppare un disturbo d’ansia ma fa aumentare la vulnerabilità a svilupparlo. Nel prossimo articolo porteremo l’attenzione alla natura dell’ansia e alle sue funzioni.

Solitudine: l’epidemia silenziosa del nostro tempo

Viviamo nell’epoca della connessione continua: social network, chat, call e notifiche ci tengono costantemente in contatto con gli altri. Eppure, non siamo mai stati così soli. La solitudine non è solo un’emozione spiacevole: è diventata una vera e propria condizione di disagio psicosociale, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di una “crisi globale della salute mentale” in cui la solitudine gioca un ruolo chiave. Cos’è davvero la solitudine? La solitudine non è semplicemente essere soli: è sentirsi non visti, non ascoltati, non appartenenti. Può colpire chiunque, anche chi è circondato da persone. Ne esistono varie forme:• Solitudine sociale: mancanza di relazioni significative.• Solitudine emotiva: assenza di intimità o connessione profonda.• Solitudine esistenziale: senso di vuoto e di isolamento anche in mezzo agli altri. Chi ne soffre di più? Le ricerche mostrano che la solitudine colpisce trasversalmente, ma è in aumento soprattutto tra:• Adolescenti e giovani adulti, sempre più connessi ma sempre meno legati.• Anziani, spesso esclusi dai ritmi e dai linguaggi della società digitale.• Neogenitori, che vivono un isolamento spesso invisibile.• Persone con disabilità o condizioni croniche, per cui la solitudine è anche una barriera pratica. Quali effetti ha sulla salute? La solitudine cronica è associata a:• Aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno• Peggioramento della salute fisica (infiammazione, ipertensione, sistema immunitario indebolito)• Comportamenti a rischio (abuso di sostanze, dipendenze, ritiro sociale)• Una riduzione dell’aspettativa di vita paragonabile a quella di fumo e obesità. Cosa possiamo fare, come individui e come comunità? 1. Ricostruire relazioni significative: meglio pochi legami autentici che tanti superficiali.2. Chiedere e offrire ascolto vero: senza fretta, senza giudizio.3. Creare spazi di appartenenza: gruppi, associazioni, iniziative locali che mettano in relazione persone con storie diverse.4. Chiedere aiuto: la psicoterapia è uno spazio sicuro dove esplorare anche il senso di vuoto relazionale. La solitudine è una delle grandi sfide del nostro tempo, ma non è una condanna. Possiamo riconoscerla, nominarla, affrontarla. E, soprattutto, possiamo ricominciare a costruire connessioni autentiche, lente, nutrienti.

Tristezza silenziosa: ciò che si prova “senza motivo”

Capita a volte che la giornata cominci come tante altre, senza particolari scossoni, eppure qualcosa dentro si muove in modo diverso. Un senso di malinconia, lieve ma persistente, si affaccia tra i pensieri. Si va avanti con le consuete attività, si rispettano gli impegni, eppure quella sensazione rimane lì, sullo sfondo, come una dissonanza in una melodia conosciuta. Non ci sono motivi evidenti, nessun evento a cui attribuire quel sentire. E allora ci si interroga, si cerca una spiegazione. Ma il bisogno di capire rischia di diventare una lotta con ciò che non è immediatamente chiaro. Quando una tristezza emerge senza apparente ragione, spesso si attiva un meccanismo automatico: metterla in dubbio, metterla da parte, minimizzarla. In fondo, tutto sta andando bene (o almeno così sembra). Ma forse è proprio in questi momenti, in cui le emozioni non si lasciano afferrare con precisione, che serve uno sguardo più morbido, più paziente. Quando l’emozione precede la comprensione In un contesto culturale che tende a privilegiare il controllo e la chiarezza, facciamo fatica ad accettare ciò che non sappiamo spiegare. Ci è stato insegnato, in modo più o meno esplicito, che le emozioni devono avere una causa precisa, possibilmente razionale. Ma il nostro mondo interno segue logiche meno lineari. Ci sono vissuti che emergono con ritardo, pensieri che restano sullo sfondo, stati emotivi che si affacciano senza annunciarsi. Non sempre ciò che proviamo è immediatamente comprensibile. E non per questo è meno vero. Spesso la tristezza che sembra emergere “senza motivo” è in realtà un segnale di cambiamenti interiori in atto dentro di noi. Potrebbe essere una fatica emotiva accumulata nel corso del tempo, il risultato di bisogni lasciati senza risposta o di problemi ancora irrisolti. Oppure è semplicemente una fase fisiologica, un’oscillazione naturale dell’umore, che chiede uno sguardo meno giudicante e più accogliente. Il rischio della negazione Quando non troviamo un motivo per legittimare un’emozione, possiamo cadere nella tentazione di metterla a tacere. Si tenta di svagarsi, di reagire, di trovare una spiegazione razionale. Tutti meccanismi comprensibili, e talvolta utili nel breve termine. Ma se diventano l’unico modo di gestire il disagio, rischiano di svalutarlo. La tristezza negata non scompare: si fa più silenziosa, ma resta. E talvolta, ritorna con maggiore forza. Forse, il punto di partenza potrebbe essere diverso. Non tanto chiedersi “da dove arriva?”, ma provare a dire a se stessi: “posso permettermi di sentirmi così, anche se non so ancora perché?”. Accogliere, senza forzare un significato Legittimare un’emozione non significa giustificarla razionalmente. Significa riconoscerla come reale e degna di attenzione. Anche quando non si riesce a nominarla del tutto, anche quando non si è certi del senso che ha. In psicologia si parla spesso dell’importanza di validare i propri stati interni. In questo caso, si tratta di dare dignità alla tristezza senza pretendere che fornisca subito una spiegazione. È un esercizio che richiede ascolto, pazienza e disponibilità ad abitare zone d’ombra senza fretta di rischiararle. È proprio in questi spazi, spesso poco esplorati, che può emergere qualcosa di significativo. Un’intuizione, una consapevolezza nuova, una lettura diversa di sé. La tristezza come voce interiore Ci sono momenti in cui la tristezza è una forma di linguaggio del corpo e della psiche. Un messaggio sussurrato, che chiede attenzione. Può indicare un bisogno di rallentare, un desiderio di cambiamento, o semplicemente una fase di passaggio in cui ci si sente più vulnerabili. Non sempre ha un significato immediatamente interpretabile, ma ciò non la rende meno autentica. In questi casi, forzarsi a “stare bene” può essere una forma di autoesclusione emotiva. Al contrario, accogliere ciò che si prova, pur con delicatezza e misura, apre lo spazio per una maggiore coerenza interna, una forma di rispetto verso se stessi. Conclusione Ci sono emozioni che non si lasciano spiegare subito. Alcune arrivano all’improvviso, altre crescono lentamente, altre ancora restano sul fondo per giorni, in attesa di essere viste. La tristezza che non ha un nome chiaro è una di queste. In quei momenti, lo scopo non è subito quello di trovare una risposta, ma di concedersi il tempo per rimanere ancorati al presente. Di sostare dentro a ciò che si prova, senza giudizio, senza fretta.Non tutto ha bisogno di essere analizzato nell’immediato. Alcuni vissuti, se ascoltati con rispetto, trovano da sé un significato. Magari non oggi, non domani, ma quando si sarà pronti. Nel frattempo, si può imparare a stare accanto a sé stessi anche nei giorni più opachi, offrendo alla propria interiorità lo stesso ascolto che offriremmo a chi amiamo.

L’anginofobia è una paura limitante

anginofobia

Una fobia trasversale che può manifestarsi sia nei bambini che negli adulti è l’anginofobia. Essa si presenta come una paura, spesso irrazionale ed esagerata di deglutire. La sensazione di soffocamento, dovuta all’inserimento di cibo o liquidi, diventa così importante da limitare non solo l’alimentazione, ma anche la vita sociale in generale. L’insorgere di questa fobia spesso è legata ad una esperienza traumatica vissuta in prima persona, in cui si è stati protagonisti di un episodio di soffocamento. Da ciò scaturisce quindi un pensiero ansiogeno e ricorrente non solo di fronte allo stimolo del cibo, ma anche in assenza. Si instaura una forma di anticipazione del problema che porta a stati ansiosi e attacchi di panico. In un contesto del genere, spesso anche le relazioni sono disfunzionali. In primis, si tende ad evitare il più possibile situazioni di convivialità, per ridurre l’esposizione a stimoli che generano angoscia. D’altro canto, anche le relazioni più intime possono subire danni. Questo perché la vittima dell’anginofobia, purtroppo limita le occasioni di ingestione di cibo solo ed esclusivamente in presenza di qualcuno che possa eventualmente soccorrerlo. Talvolta si sceglie qualcuno in particolare su cui riporre la propria fiducia di salvataggio e ci si aspetta da quest ultimo forme estreme di comprensione più che di soccorso. Altra caratteristica dell’anginofobia è la monopolizzazione della conversazione: il fobico concentra su di sé l’attenzione degli altri, lasciando poco spazio ad altri argomenti. Psicologicamente parlando, è un disturbo che porta con sé problemi legati all’autostima, la creazione di rituali ossessivo-compulsivi onde scongiurare il soffocamento. Ragion per cui, una volta escluse cause di natura organica, bisogna lavorare sul controllo della reazione allo stimolo stressante.