Ricordare per vivere: il potere della memoria nella costruzione del sé e della comunità

Ricordare non è un atto del passato, ma un gesto del presente In un’epoca dominata dalla velocità, dal presente continuo, e dalla sovrabbondanza di stimoli, il ricordo sembra quasi un lusso. Fermarsi a ricordare richiede tempo, intenzione, apertura emotiva. Eppure, in psicologia sappiamo bene che la memoria non è un archivio statico, ma una funzione viva e dinamica, che ci permette non solo di conservare il passato, ma di dare senso al presente e orientare il futuro.Ricordare è un atto di costruzione: di noi stessi, delle nostre relazioni, della nostra identità. Sia sul piano individuale che su quello collettivo. È attraverso la memoria che ci riconosciamo, che comprendiamo da dove veniamo e che cosa ci ha plasmato. Le esperienze – anche quelle dolorose – quando vengono ricordate e integrate, diventano risorse. Se, invece, restano nell’ombra, rischiano di trasformarsi in nodi irrisolti, in traumi silenziosi. La memoria collettiva: una bussola per le comunità Anche le società hanno bisogno di ricordare. I riti civili, le commemorazioni pubbliche, le giornate della memoria non sono formalità. Sono strumenti simbolici fondamentali per l’elaborazione collettiva. Come un individuo che affronta un lutto o un trauma, anche una nazione può ammalarsi se non elabora il proprio passato.Eventi come il 25 aprile, la Giornata della Memoria, o le ricorrenze legate alla storia dei diritti civili servono proprio a questo: a tenere viva la coscienza storica, a non normalizzare la violenza, a coltivare gli anticorpi culturali contro l’indifferenza. Il 25 aprile, in particolare, è uno dei simboli più forti della “memoria attiva” italiana: non solo il ricordo della Liberazione, ma un’occasione per riaffermare valori come la libertà, la dignità, la responsabilità. La memoria come ponte tra generazioni Molti studi, anche nell’ambito della psicologia transgenerazionale, dimostrano che ciò che non viene detto tende a ripetersi. Il silenzio, nella trasmissione familiare e culturale, può essere più pesante della parola. La memoria – intesa come narrazione, dialogo, testimonianza – ha il potere di interrompere questi silenzi. Di trasformare ciò che è stato in qualcosa che può insegnare, ispirare, proteggere.Raccontare ai giovani la storia – e non solo quella ufficiale, ma anche quella vissuta, quella familiare – è un atto di cura. È dare strumenti per orientarsi nel presente, modelli per affrontare l’incertezza, spunti per costruire la propria identità. Ricordare, in questo senso, è anche un atto di amore verso le nuove generazioni. Le patologie dell’oblio L’oblio, se deliberato, può diventare una forma di difesa. Ma quando si cronicizza, rischia di trasformarsi in negazione. Una società che dimentica può sviluppare forme di “rimozione culturale”, che portano alla ripetizione di errori, all’indifferenza verso il dolore altrui, alla banalizzazione del male.Così come in terapia si lavora per far emergere e integrare ciò che è stato rimosso, anche nel lavoro culturale è fondamentale restituire visibilità a ciò che è stato escluso, dimenticato, marginalizzato. Non per restare ancorati al passato, ma per trasformarlo in consapevolezza. Ricordare per essere liberi C’è un legame profondo tra memoria e libertà. Chi non conosce la propria storia è più vulnerabile alla manipolazione, più esposto alla paura, meno capace di scegliere. Per questo, ricordare è anche un atto di liberazione. Non è un caso che le date legate alla memoria siano spesso anche feste della libertà.Il 25 aprile, ad esempio, celebra una liberazione storica, ma anche simbolica. È un invito a liberarsi dai conformismi, dall’apatia, dalla rassegnazione. Ed è per questo che, anche a distanza di decenni, quella memoria continua a parlarci, a scuoterci, a renderci più vivi. Ricordare per guarire Ogni atto di memoria è, in fondo, un gesto di cura. Cura verso noi stessi, verso la nostra comunità, verso la possibilità di costruire un mondo più consapevole. Ricordare è un modo per dire: “So da dove vengo, e per questo so dove voglio andare”. È anche un modo per dire: “Non sei solo, questa storia l’abbiamo vissuta insieme”.In un tempo che ci spinge a dimenticare in fretta, ricordare diventa un atto rivoluzionario. Un atto psicologico, culturale, umano. Una resistenza dolce contro il vuoto, contro la superficialità, contro la disumanizzazione. Bibliografia Assmann, A. (2011). Cultural Memory and Western Civilization: Functions, Media, Archives. Cambridge University Press. Caruth, C. (1996). Unclaimed Experience: Trauma, Narrative, and History. Johns Hopkins University Press. Kaës, R. (2005). Il lavoro psichico della trasmissione. Borla Editore. Jodelet, D. (2005). Le rappresentazioni sociali. Il Mulino. van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo: mente, corpo e guarigione del trauma. Cortina Editore. Ricoeur, P. (2000). La memoria, la storia, l’oblio. Raffaello Cortina Editore.
PSICOTERAPIA ONLINE VS IN PRESENZA

Negli ultimi anni, soprattutto a seguito della pandemia da Covid-19, le piattaforme online che offrono servizi di psicoterapia hanno conosciuto un’espansione senza precedenti. Da strumenti di emergenza sono diventate oggi una valida alternativa — e talvolta una preferenza — rispetto alla modalità tradizionale in presenza. Ma cosa dice la psicologia a riguardo? E quali sono i pro e i contro di ciascun approccio? La psicoterapia, che si tratti di orientamento cognitivo-comportamentale, psicodinamico o sistemico-relazionale, è fondamentalmente una relazione d’aiuto. L’efficacia del trattamento dipende in gran parte dall’alleanza terapeutica, cioè dal legame di fiducia tra terapeuta e paziente. Numerosi studi indicano che la qualità di questa alleanza è uno dei principali predittori di successo, indipendentemente dall’approccio teorico. Ma questa alleanza si costruisce allo stesso modo online? Le piattaforme di terapia online (come Serenis, Unobravo, TherapyChat, ma anche servizi internazionali come BetterHelp o Talkspace) offrono una serie di vantaggi pratici: Accessibilità geografica: anche chi vive in zone rurali o all’estero può accedere facilmente al supporto psicologico Flessibilità oraria: più facilità nel trovare momenti compatibili con i propri impegni Minor impatto emotivo iniziale: alcune persone si sentono più a proprio agio nel cominciare un percorso dal proprio spazio sicuro, riducendo ansia e imbarazzo Tuttavia, ci sono anche svantaggi da considerare: Limitazioni comunicative: il canale digitale riduce la percezione di segnali non verbali (silenzi, posture, micro-espressioni) che spesso sono fondamentali nel lavoro terapeutico Problemi tecnici e ambientali: connessioni instabili, interruzioni domestiche o mancanza di privacy possono compromettere la qualità delle sedute Effetto “disconnessione”: alcuni pazienti riferiscono una sensazione di distanza emotiva, soprattutto se la relazione terapeutica non è ancora ben consolidata La terapia face-to-face rimane, per molti, lo standard d’oro. L’ambiente neutro dello studio terapeutico, il tempo dedicato esclusivamente alla seduta, e la possibilità di cogliere pienamente la comunicazione non verbale contribuiscono a una maggiore profondità dell’esperienza. Inoltre, alcuni quadri clinici — come i disturbi gravi della personalità o situazioni di dissociazione — possono richiedere una presenza più contenitiva e strutturata, difficile da riprodurre online. Le meta-analisi degli ultimi anni mostrano che la psicoterapia online è generalmente efficace e, in molti casi, comparabile a quella in presenza per disturbi come ansia, depressione e stress post-traumatico. Tuttavia, l’efficacia può dipendere da variabili come la motivazione del paziente, la stabilità della connessione internet e la competenza digitale del terapeuta. In conclusione, non esiste una modalità “migliore” in senso assoluto. La scelta tra terapia online e in presenza dovrebbe tener conto delle esigenze individuali, della tipologia del problema psicologico e del contesto di vita della persona. L’importante è che il setting, qualunque esso sia, favorisca una relazione terapeutica autentica, sicura e trasformativa.
DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.
L’importanza dell’autocura per il benessere psicologico: come prendersi cura di sé in modo efficace

Viviamo in una società che spesso celebra l’attività frenetica e la produttività senza sosta. Ci viene insegnato a non fermarci mai, a raggiungere sempre nuovi obiettivi, e ad essere costantemente impegnati. Ma c’è un aspetto che, se trascurato, può influire negativamente sul nostro benessere: l’autocura. Il concetto di “prendersi cura di sé” è essenziale non solo per la salute fisica, ma anche per quella psicologica. In questo articolo, esploreremo l’importanza dell’autocura, perché è fondamentale per il nostro equilibrio emotivo e mentale, e come possiamo praticarla in modo efficace nella nostra vita quotidiana. Cos’è l’autocura? L’autocura è un insieme di azioni e comportamenti che mettiamo in atto per prenderci cura di noi stessi, del nostro corpo, della nostra mente e delle nostre emozioni. Si tratta di uno strumento che ci permette di mantenere l’equilibrio interiore, ridurre lo stress, prevenire il burnout e promuovere la nostra salute mentale e fisica. L’autocura può assumere diverse forme, da un semplice momento di relax a pratiche più strutturate come la meditazione, l’esercizio fisico o il counseling psicologico. Perché l’autocura è fondamentale per il benessere psicologico?1. Previene il burnout e lo stress cronicoVivere in un mondo sempre connesso e pieno di stimoli può facilmente portarci a sentirci sopraffatti. L’autocura è fondamentale per prevenire il burnout, una condizione che può manifestarsi quando siamo costantemente sotto pressione senza dare il giusto spazio al riposo. Fare pause, dormire a sufficienza e dedicare tempo a se stessi sono pratiche che possono aiutarci a mantenere livelli di stress sotto controllo e a recuperare energia.2. Migliora l’autostima e la resilienzaPrendersi cura di sé aiuta a coltivare un rapporto positivo con noi stessi. Quando investiamo tempo e energie nel nostro benessere, miglioriamo la nostra autostima e la nostra percezione di valore. Questo, a sua volta, ci rende più resilienti di fronte alle difficoltà della vita, poiché sviluppiamo la capacità di affrontare le sfide con maggiore serenità e fiducia in noi stessi.3. Promuove la consapevolezza emotivaL’autocura non riguarda solo il corpo, ma anche la mente. Pratiche come la meditazione, il journaling o semplicemente riflettere su come ci sentiamo, ci aiutano a diventare più consapevoli delle nostre emozioni. Essere in grado di riconoscere e comprendere le proprie emozioni è essenziale per gestirle in modo sano, evitando che ci sopraffacciano o influenzino negativamente il nostro comportamento.4. Favorisce relazioni più saneQuando siamo in equilibrio con noi stessi, siamo anche in grado di costruire relazioni più sane e autentiche con gli altri. Prendersi cura di sé non significa solo fare cose da soli, ma anche imparare a riconoscere quando abbiamo bisogno di chiedere aiuto e di stabilire confini sani con gli altri. Le relazioni che non sono equilibrate possono diventare fonte di stress e frustrazione, ma con l’autocura impariamo a riconoscere i nostri bisogni e a rispettarli. Come praticare l’autocura in modo efficace?1. Stabilisci routine di riposo e sonno regolareLa qualità del sonno influisce enormemente sulla salute mentale. Dormire a sufficienza è fondamentale per permettere al corpo e alla mente di rigenerarsi. Creare una routine del sonno che favorisca il rilassamento (come spegnere i dispositivi elettronici prima di dormire o fare un bagno caldo) può fare una grande differenza.2. Dedica tempo a te stessoUn aspetto chiave dell’autocura è creare spazio per te stesso, lontano dalle responsabilità quotidiane. Che si tratti di leggere un libro, fare una passeggiata all’aria aperta o semplicemente rilassarsi senza alcuna pressione, queste attività ti aiuteranno a ricaricarti e a mantenere la tua energia emotiva.3. Fai esercizio fisicoL’attività fisica non è solo benefica per il corpo, ma ha anche effetti positivi sulla salute mentale. L’esercizio aumenta i livelli di endorfine, i neurotrasmettitori che favoriscono il buonumore e riducono lo stress. Non è necessario fare allenamenti intensi; anche una camminata quotidiana o un po’ di yoga possono fare miracoli.4. Pratica la meditazione o la mindfulnessLa meditazione e la mindfulness sono pratiche che ci aiutano a focalizzarci sul momento presente e a ridurre i pensieri negativi. Anche pochi minuti al giorno possono fare una grande differenza, migliorando il nostro benessere psicologico e riducendo l’ansia.5. Fai attività che ti piaccionoDedicare del tempo a hobby e attività che ti piacciono è essenziale per il benessere psicologico. Che si tratti di dipingere, cucinare, ballare o ascoltare musica, fare qualcosa che ci dà piacere ci permette di sentirci soddisfatti e appagati.6. Riflettere sulle proprie emozioniTenere un diario o semplicemente riflettere sulle proprie emozioni è un’altra forma importante di autocura. Scrivere ciò che si prova permette di esternare i propri sentimenti e di elaborare meglio le esperienze vissute, riducendo lo stress e favorendo la consapevolezza. L’autocura non è egoismo Molte persone, specialmente quelle che sono inclini a prendersi cura degli altri, potrebbero sentirsi in colpa nel dedicare tempo a se stesse. Tuttavia, è fondamentale comprendere che l’autocura non è un atto egoista, ma un atto di responsabilità verso se stessi. Solo quando ci prendiamo cura di noi possiamo essere veramente in grado di dare il nostro meglio agli altri, sia che si tratti della famiglia, degli amici o del lavoro. L’autocura non è un lusso, ma una necessità. Prendersi del tempo per sé non è solo utile, ma essenziale per mantenere un buon equilibrio psicologico e prevenire il burnout. Sfruttare le piccole abitudini quotidiane per migliorare la nostra salute mentale può fare una grande differenza nel nostro benessere complessivo. Ricorda, non c’è nulla di sbagliato nell’investire su di te; anzi, è il primo passo per vivere una vita sana e soddisfacente.
Dismorfia corporea: la battaglia contro lo specchio

Viviamo in una società in cui l’immagine assume un ruolo sempre più predominante, influenzata dai social media, dalla pubblicità e dagli standard estetici irraggiungibili imposti dalla cultura contemporanea. Questo costante confronto con modelli idealizzati può generare insoddisfazione e disagio, portando alcune persone a sviluppare una preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto fisico. Quando questa preoccupazione diventa opprimente e condiziona la vita quotidiana, può trattarsi di dismorfia corporea, un disturbo psicologico che ha un impatto significativo sul benessere individuale e sulle relazioni sociali. Cos’è la dismorfia corporea La dismorfia corporea è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva per uno o più difetti percepiti nell’aspetto fisico, anche quando questi difetti sono inesistenti o minimamente visibili agli altri. Le persone con questo disturbo possono trascorrere ore al giorno a controllare il proprio aspetto, cercando rassicurazioni o evitando situazioni sociali per paura di essere giudicate. Spesso, questa condizione si accompagna a comportamenti ripetitivi, come il controllo ossessivo allo specchio, la manipolazione della pelle o il ricorso costante a trattamenti estetici nel tentativo di correggere i difetti percepiti. Questa condizione non va confusa con l’insicurezza comune legata all’aspetto fisico. La dismorfia corporea è un disturbo che può interferire con diversi ambiti della vita quotidiana, rendendo difficile la gestione di relazioni, lavoro ed attività sociali. Cause e fattori di rischio Le cause della dismorfia corporea sono multifattoriali e possono includere: Esperienze di vita: episodi di bullismo, critiche ricevute durante l’infanzia o esperienze traumatiche possono contribuire allo sviluppo di una percezione distorta del proprio corpo; Influenze sociali e culturali: l’esposizione costante a immagini idealizzate del corpo può portare a confronti dannosi e insoddisfazione per la propria immagine. In particolare, i social media potrebbero amplificare questa condizione, offrendo un ambiente in cui la perfezione estetica è spesso enfatizzata attraverso filtri, ritocchi digitali e standard irrealistici. Fattori biologici e genetici: alcune ricerche suggeriscono una predisposizione familiare, indicando che chi ha parenti con disturbi d’ansia o ossessivo-compulsivi potrebbe essere più a rischi; In alcuni casi, la dismorfia corporea può essere associata ad altri disturbi psicologici, come depressione, ansia generalizzata o disturbi alimentari, aggravando ulteriormente la qualità della vita di chi ne soffre. L’impatto psicologico e sociale Chi soffre di dismorfia corporea può sviluppare sintomi di ansia, depressione e isolamento sociale. La costante insicurezza può interferire con la vita quotidiana, il lavoro, le relazioni e il benessere emotivo. Molte persone evitano situazioni sociali per paura di essere giudicate, rifiutando inviti a eventi o interazioni con gli altri. Il timore di apparire “imperfetti” può portare a un progressivo allontanamento dagli amici e dalla famiglia, contribuendo a un senso di solitudine e frustrazione. In alcuni casi, le persone cercano soluzioni attraverso interventi estetici, senza però ottenere la soddisfazione desiderata. La percezione distorta del proprio corpo, infatti, non dipende dal reale aspetto fisico, ma da processi mentali profondamente radicati. Di conseguenza, anche dopo un intervento chirurgico o un trattamento estetico, la persona potrebbe continuare a percepire il proprio corpo come difettoso, entrando in un circolo vizioso di insoddisfazione e ricerca continua di correzioni. Segnali d’allarme della dismorfia corporea Alcuni segnali che possono indicare la presenza della dismorfia corporea includono: Eccessivo controllo allo specchio o, al contrario, evitamento degli specchi; Ricerca continua di rassicurazioni sugli aspetti fisici percepiti come difetti; Confronto ossessivo con l’aspetto di altre persone, specialmente sui social media; Isolamento sociale o difficoltà a partecipare ad attività quotidiane per paura di essere giudicati; Uso eccessivo di filtri e fotoritocco sui social media per modificare la propria immagine; Tentativi ripetuti di nascondere o coprire le aree del corpo percepite come difettose; Episodi di ansia o stress intensi legati all’immagine corporea, con impatti significativi sul benessere emotivo. Conclusione La dismorfia corporea è un disturbo che può influenzare profondamente la qualità della vita di una persona. Essere consapevoli dei segnali d’allarme e rivolgersi a un professionista può fare la differenza nel recuperare un rapporto più sano con il proprio corpo. È essenziale promuovere una cultura dell’accettazione e della valorizzazione della diversità, per contrastare gli effetti negativi degli ideali irrealistici imposti dalla società. Diffondere consapevolezza su questa problematica è fondamentale per aiutare chi ne soffre a sentirsi meno solo e più compreso. L’educazione all’autostima e all’accettazione del proprio corpo fin dalla giovane età può prevenire l’insorgenza di disturbi legati all’immagine corporea e favorire un benessere psicologico più duraturo.
Le critiche al corpo altrui nel body shaming

Bersaglio facile di critiche e giudizi negativi è il corpo altrui. Oggi si sente spesso parlare di body shaming perpetuato sia nella vita reale, ma ancor di più attraverso i social media. In questo fenomeno dilagante, il corpo diventa oggetto di offese, scherno e critiche anche molto pesanti. L’atteggiamento tipico è quello di indurre vergogna in qualcuno per una caratteristica fisica che non rispecchia gli standard di bellezza imposti dalla società. Ed ecco che il peso eccessivo, la peluria, la cellulite, muscoli non tonici, capelli diradati diventano alcune delle caratteristiche prese maggiormente di mira. Il problema principale di questo comportamento è legato alle conseguenze dirette sulla vittima. Spesso, pur riconoscendo obiettivamente, i propri difetti fisici, la persona bersagliata amplifica ulteriormente le critiche ricevute. La caratteristica fisica non è più una peculiarità che distingue dagli altri, ma assume la forma di un tormento interiore che causa ansia, depressione e fobia sociale. La fragilità della propria autostima, delle insicurezze corporee e relazionali creano un malessere interno, che compromette molte sfere. La modalità con cui sono mosse queste critiche non genera, quindi, nella vittima uno sprono al miglioramento. Al contrario, accuse e intimidazioni portano ad una chiusura in se stessi e ad una convinzione che quanto dicano gli altri sia verità assoluta. Adattarsi a questa situazione, però altera profondamente la percezione della propria immagine corporea. Ci si conforma così ai dettami di una società fondata su valori distorti di uguaglianza e libertà, in cui la massa non permette le differenze e l’individualità. Il body shaming è diventato uno degli esempi in cui la società si è involuta: non è più lo scherno tra bambini, l’innocuo prendersi in giro, che finiva con le risate di tutti. Le critiche oggi sono diventate purtroppo non solo pubbliche, ma anche deleterie e intrise di cattiveria, oltretutto gratuita.
Dietro la maschera del narcisismo: il caso mediatico di Filippo Turetta

Il caso dell’omicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica per la brutalità del crimine commesso da Filippo Turetta, suo ex fidanzato. Un giovane apparentemente timido, introverso e del tutto insospettabile. Proprio per tale ragione sembra essere importante soffermarsi sul “profilo psicologico” di questo tipo di aggressore. Questi, fanno quasi subito orientare gli esperti verso una diagnosi di disturbo di personalità con tratti narcisistici. Per queste personalità gli esperti sono propensi a parlare di “Narcisismo Patologico Covert“ Narcisismo covert: un volto insidioso del narcisismo Quando parliamo di narcisismo covert ci riferiamo ad un disturbo che ha manifestazioni molto subdole e si distacca nettamente dal narcisismo “palese”, che si caratterizza, invece, per arroganza e superiorità. Chi ne è affetto appare come fragile, dipendente emotivamente e bisognoso di cure ed approvazione. Il narcisista covert è spesso “passivo-aggressivo”, manipolatore e incline al vittimismo ed utilizza il senso di colpa come arma. Tutto questo cela, però, il bisogno di controllo patologico sugli altri. Dai resoconti di stampa sembrerebbe che nel rapporto tra Filippo Turetta e Giulia Cecchettin si sia evidenziata una forte dinamica di controllo. Il giovane aveva più volte riferito a Giulia che si sarebbe fatto del male qualora lei lo avesse rifiutato o abbandonato. Questo tipo di atteggiamento è tipico dei narcisisti covert che non tollerano il rifiuto e vivono la perdita dell’altro come una minaccia diretta alla propria identità, imponendo al partner la propria presenza nella sua vita vittimizzando sé stesso ed esercitando “dinamiche di potere”. Il disequilibrio narcisistico: il successo di Giulia Il successo accademico imminente di Giulia, che stava per laurearsi ed il suo crescente bisogno di autonomia, l’avrebbero condotta alla decisione di chiudere la relazione tossica, così come in tante altre storie. Storie che scatenano nel persecutore una vera e propria “crisi” dovuta al crollo dell’immagine di sé come “indispensabile per l’altro” ed al forte senso di abbandono. Di conseguenza questi uomini vivono un’escalation interna di frustrazione e rabbia con successiva perdita di controllo che li porta a compiere “gesti estremi”. Il caso di Filippo Turetta, dunque, rappresenta un drammatico esempio di come alcune dinamiche psicologiche se non affrontate e riconosciute in tempo possano degenerare in forme di violenza radicali. Analizzare tali tratti non vuol dire però giustificare! Al contrario, permette di comprendere i meccanismi che possono condurre a simili tragedie e di conseguenza di prestare attenzione ai “segnali d’allarme” nelle relazioni, per poter intervenire nel miglior modo possibile. Conclusioni: dalla prevenzione alla consapevolezza Il caso di Turetta ci impone una importante riflessione affinché si possa imparare a riconoscere le “dinamiche tossiche” prima che degenerino. La manipolazione emotiva, il controllo camuffato da amore e le minacce velate non sono segni d’affetto ma dei veri e propri campanelli d’allarme e non vanno sottovalutati. Un’educazione ai sentimenti fondata sul rispetto e sull’equilibrio emotivo è oggi necessaria tanto quanto la sensibilizzazione ai disturbi di personalità ed alle forme di disagio psicologico che, se ignorate, possono evolvere in comportamenti pericolosi e ad esiti tragici. Bibliografia Bruzzone R., 2024. Il Messaggero, 2023. La Stampa, 2025.
Il Fuorisalone: tra design e psiche

Ogni anno, ad Aprile, Milano si trasforma: le strade si riempiono di installazioni, performance e oggetti particolari. Il Salone del Mobile e il Fuorisalone non sono solo eventi di design: sono esperienze multisensoriali che parlano alla nostra mente e, soprattutto, al nostro inconscio. Ma cosa succede davvero nella nostra testa quando entriamo in uno showroom ipnotico o interagiamo con una sedia che sembra un’installazione d’arte? Il design come stimolo emozionale La psicologia ambientale ci insegna che gli spazi e gli oggetti non sono neutri: influenzano il nostro umore, il nostro comportamento, persino il nostro livello di stress. Al Fuorisalone, ogni dettaglio – dalla luce calda che filtra su una superficie porosa, al profumo diffuso in una sala d’attesa – è progettato per attivare precisi circuiti emotivi. La “psicologia del bello” e il principio di fluency Quando osserviamo un oggetto di design ben proporzionato, il nostro cervello lo “capisce” con facilità. Questo si chiama processing fluency: tutto ciò che è facilmente elaborabile ci appare automaticamente più bello, vero e desiderabile. È per questo che uno stand ben curato, con forme armoniche e colori bilanciati, ci attira più di uno troppo complesso o caotico. Durante il Fuorisalone, i brand lo sanno bene: minimalismo nordico, simmetrie giapponesi, materiali tattili e naturali vengono usati non solo per piacere esteticamente, ma per farci sentire a nostro agio, rilassati e anche più propensi all’acquisto. Il design come estensione dell’identità Secondo alcune teorie della psicologia sociale, ciò che possediamo e scegliamo riflette chi siamo – o chi vorremmo essere. Il design diventa quindi un linguaggio dell’io. E il Fuorisalone è il teatro perfetto in cui proiettare queste identità possibili. Noi, camminando tra gli showroom, non solo guardiamo: ci immaginiamo dentro quelle case, quelle vite, quei mondi alternativi. L’effetto wow e la memoria emozionale Infine, molti allestimenti puntano su quello che in psicologia si chiama effetto von Restorff: ricordiamo meglio ciò che si distingue. Installazioni che sfidano la gravità, oggetti che si muovono o reagiscono al tocco, spazi completamente oscuri o pieni di specchi: tutto serve a creare memorie forti, che durano nel tempo e rafforzano la brand identity. Questi ricordi non sono solo visivi, ma sensoriali e affettivi. Quando, mesi dopo, penseremo a quel tavolo o a quel brand, ci tornerà in mente anche l’odore, la musica, l’atmosfera. Questo non è altro che marketing emozionale. In conclusione, il Salone e il Fuorisalone sono molto più di una fiera del design: sono un laboratorio vivente dove psicologia e creatività si incontrano per modella esperienze facilmente ricordabili.
Viaggio degli adolescenti e indipendenza emotiva

In passato, molte famiglie avevano tanti figli e spesso facevano fatica a sbarcare il lunario. A volte, i ragazzi e le ragazze cominciavano a lavorare già da adolescenti per aiutare i genitori. Questo impediva loro di vivere esperienze di svago e di viaggiare. Attualmente, la maggior parte delle famiglie ha meno figli e, in linea di massima, le condizioni economiche sono migliorate. Questo aspetto economico consente agli adolescenti di fare più esperienze di svago e anche di viaggiare. Ma il viaggio favorisce l’indipendenza emotiva? È difficile pensare che un adolescente non abituato a risolvere problemi in autonomia, possa diventare emotivamente indipendente semplicemente viaggiando. Come afferma Paulo Coelho, la vera libertà non si riduce alla mera assenza di legami, ma risiede nella fondamentale capacità di affrontare e superare attivamente le sfide che la vita inevitabilmente presenta. L’indipendenza emotiva significa saper gestire le proprie emozioni da soli, senza dipendere troppo dagli altri per avere approvazione, supporto o conferme. Se un ragazzo non ha l’opportunità di confrontarsi con i propri pensieri e le proprie difficoltà emotive, non potrà raggiungere l’indipendenza emotiva. Come afferma Carl Jung, Chi guarda fuori, sogna; chi guarda dentro, si sveglia. Questo significa che per capire chi siamo e cosa vogliamo, dobbiamo guardare dentro di noi. Solo riflettendo sui nostri sentimenti possiamo davvero crescere e diventare emotivamente indipendenti. L’indipendenza emotiva In alcuni casi, la spinta verso l’indipendenza deriva da situazioni di bisogno e dalle sfide che la vita ci presenta. Quando un adolescente affronta richieste importanti e difficoltà, inizia a “riflettere“, passando dall’emozione alla motivazione e dal pensiero al ragionamento. È interessante osservare come, quando si è costretti a risolvere un problema da soli, si sviluppi un senso di responsabilità e gratificazione personale. Spesso si vedono adolescenti che vivono in ambienti difficili affrontare le sfide, trovando soluzioni creative ai problemi e reagendo con maturità a situazioni complicate. Ad esempio, ci sono adolescenti che devono bilanciare scuola e lavoro. Questi ragazzi imparano a gestire i soldi, a capire l’importanza del lavoro e a prendere decisioni. In questo modo, acquisiscono una maggiore autonomia rispetto ai loro coetanei e sviluppano anche una certa indipendenza emotiva. Pensiamo a un adolescente che si prende cura di un fratello. Impara a gestire le sue esigenze e a sviluppare empatia e responsabilità. Anche se queste esperienze risultano difficili e, probabilmente, devastanti aiutano a diventare più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle degli altri. Questo è il primo passo verso l’indipendenza emotiva. In sintesi, sebbene il viaggio possa offrire esperienze divertenti e piacevoli, è spesso la vita, con le sue difficoltà e sfide, a offrire le vere opportunità di crescita e indipendenza. Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Ecco tutto il segreto dell’autonomia e l’unico principio di una educazione in cui si tratta di imparare a imparare da soli (Raoul Vaneigem).
L’influenza della percezione di sé sulla salute mentale: come la visione di noi stessi modella il nostro benessere

La percezione che abbiamo di noi stessi gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana e nel nostro benessere psicologico. Come ci vediamo, come ci giudichiamo e come valutiamo il nostro valore influenzano profondamente le nostre emozioni, le relazioni e le nostre decisioni. In questo articolo, esploreremo come la percezione di sé impatta la salute mentale, quali sono le sue radici e come possiamo migliorare la nostra autopercezione per promuovere una vita più sana e soddisfacente. Cos’è la percezione di sé? La percezione di sé si riferisce al modo in cui vediamo noi stessi, come ci definisco e come interpretiamo il nostro valore. Include la consapevolezza dei nostri punti di forza e debolezza, dei successi e degli insuccessi, nonché delle nostre emozioni e comportamenti. La percezione di sé non è sempre oggettiva, ma spesso è modellata da esperienze passate, feedback sociali e convinzioni culturali, e può variare enormemente da persona a persona. La relazione tra percezione di sé e salute mentale1. Autostima e autocriticaLa nostra autopercezione influisce direttamente sulla nostra autostima. Se vediamo noi stessi in modo negativo o crediamo di non essere abbastanza bravi, potremmo soffrire di bassa autostima, che può portare a ansia, depressione e sentimenti di inadeguatezza. Al contrario, un’immagine di sé positiva e sana favorisce una buona autostima, contribuendo a una mente più equilibrata e ottimista.2. Rendimento e successoLa percezione che abbiamo delle nostre capacità e del nostro valore influisce sulle nostre aspettative di successo. Se ci vediamo come capaci e degni, è più probabile che intraprendiamo sfide con maggiore fiducia e perseveranza. Una visione distorta o negativa di sé, invece, può generare dubbi, paura del fallimento e rinuncia precoce, ostacolando la realizzazione dei propri obiettivi.3. Relazioni interpersonaliLa percezione che abbiamo di noi stessi influisce anche sulle relazioni con gli altri. Se abbiamo una buona percezione di sé, siamo più propensi a stabilire relazioni sane, basate sul rispetto e sull’empatia. Se, invece, ci vediamo come insufficienti o non degni di amore, potremmo avere difficoltà a instaurare legami profondi o potremmo attirare persone che non rispettano i nostri bisogni emotivi.4. Gestione dello stress e resilienzaLa percezione di sé influisce anche sulla nostra capacità di gestire lo stress e le difficoltà. Le persone con una visione positiva di sé tendono a essere più resilienti, affrontando le sfide con una maggiore capacità di adattamento. Coloro che hanno una percezione negativa di sé, invece, potrebbero essere più vulnerabili allo stress e alla ruminazione, incapaci di gestire le avversità con equilibrio. Le cause di una percezione di sé distorta1. Esperienze infantiliLe prime esperienze di vita, in particolare quelle legate ai genitori e alla famiglia, influenzano profondamente la nostra autopercezione. Critiche costanti, mancanza di affetto o esperienze traumatiche possono portare a una visione distorta e negativa di sé.2. Confronto socialeIn un mondo sempre più digitalizzato, il confronto con gli altri è inevitabile. I social media, in particolare, amplificano la tendenza a confrontarsi, portando a sentirsi inferiori o non all’altezza. Le aspettative irrealistiche che derivano dal confronto sociale possono minare la nostra autopercezione e alimentare insicurezze.3. Cultura e stereotipi socialiLa cultura in cui viviamo gioca un ruolo determinante nella nostra percezione di noi stessi. I canoni estetici, i ruoli di genere e le aspettative sociali possono creare pressioni che influenzano il nostro modo di vedere il nostro corpo, le nostre capacità e il nostro valore.4. Esperienze di fallimento o criticheLe esperienze negative, come il fallimento in un’area importante della vita (ad esempio nel lavoro, nelle relazioni o negli studi), possono alterare la nostra visione di noi stessi. Le critiche e la sensazione di non essere riusciti a raggiungere gli standard che ci siamo posti o che gli altri si aspettano da noi possono creare una visione distorta e insoddisfacente del nostro valore. Come migliorare la percezione di sé1. Sfida i pensieri negativiUn passo fondamentale per migliorare la percezione di sé è imparare a riconoscere e sfidare i pensieri negativi e autocritici. Spesso, siamo i nostri critici più severi. Esercitarsi a identificare i pensieri irrealistici e sostituirli con affermazioni più equilibrate e gentili può ridurre il carico emotivo negativo.2. Accetta l’imperfezioneNessuno è perfetto, e accettare le proprie imperfezioni è fondamentale per sviluppare una visione sana di sé. Imparare a vedere gli errori come opportunità di crescita piuttosto che come fallimenti può contribuire a una visione più positiva di sé.3. Coltiva la gratitudinePraticare la gratitudine ci aiuta a focalizzarci sugli aspetti positivi della nostra vita, compreso il nostro valore personale. Scrivere ogni giorno le cose per cui siamo grati può cambiare il nostro focus, spostandolo da ciò che ci manca a ciò che abbiamo e apprezziamo.4. Riconosci i successiSpesso, tendiamo a minimizzare i nostri successi o a non riconoscere i nostri punti di forza. Imparare a celebrare anche i piccoli successi quotidiani e a riconoscere ciò che facciamo di buono contribuisce a costruire una visione più positiva e realistica di noi stessi.5. Cerca supporto psicologicoSe la percezione di sé è particolarmente negativa e difficilmente modificabile, potrebbe essere utile cercare il supporto di un professionista. La psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), è molto efficace nel trattare le distorsioni cognitive e nel migliorare l’autopercezione. La percezione di sé è uno dei fattori più influenti nella nostra salute mentale e nel nostro benessere complessivo. Investire tempo ed energie per migliorare come ci vediamo e accettarci per quello che siamo può avere un impatto profondo sulla nostra vita. Cambiare la nostra percezione di noi stessi non è un processo immediato, ma è uno dei passi più potenti che possiamo compiere per vivere in modo più autentico, sereno e soddisfatto.