SANREMO: un fenomeno psicologico collettivo

Ogni anno il Festival di Sanremo riesce in qualcosa di straordinario: fermare il Paese. Per una settimana, milioni di persone guardano le stesse esibizioni, commentano gli stessi momenti, discutono delle stesse polemiche.
Ma cosa rende questo evento così potente dal punto di vista psicologico?
Sanremo non è solo una gara canora, è un rito collettivo. E i riti, in psicologia sociale, hanno una funzione fondamentale: creano coesione, rafforzano l’identità e danno forma a una narrazione condivisa. Anche chi dice di “non guardarlo” finisce spesso per intercettarne frammenti, meme, discussioni. È quasi impossibile restarne completamente fuori, perché Sanremo non è solo un programma televisivo: è un’esperienza culturale sincronizzata.
Sapere che milioni di persone stanno vivendo lo stesso momento nello stesso istante produce un senso di appartenenza. Si crea una comunità simbolica, un “noi” temporaneo che commenta, applaude, critica e si emoziona insieme.
A livello individuale, il coinvolgimento passa spesso attraverso l’identificazione. Scegliamo un artista, una canzone, una “parte”. Le nostre preferenze diventano parte della nostra identità.
In questo processo entrano in gioco diversi meccanismi cognitivi.
L’effetto di mera esposizione ci porta a gradire di più ciò che vediamo e ascoltiamo ripetutamente. Dopo cinque serate, interviste, backstage e clip sui social, anche la canzone che inizialmente ci sembrava anonima può diventare familiare e quindi più piacevole. La familiarità genera una sensazione di vicinanza, quasi di relazione.
I social network amplificano tutto. Il bias di conferma ci spinge a cercare contenuti che rafforzino la nostra opinione iniziale, mentre il bandwagon effect ci rende più inclini ad apprezzare ciò che percepiamo come già popolare. Se un artista diventa virale, cresce la probabilità che venga percepito come “oggettivamente” valido. In realtà, stiamo semplicemente assistendo a dinamiche di influenza sociale.
Negli ultimi anni, poi, l’esperienza psicologica di Sanremo si è trasformata grazie al Fantasanremo.
Con questo gioco parallelo, lo spettatore non è più soltanto osservatore: diventa giocatore. Sceglie la propria squadra, studia strategie, spera nei bonus e teme i malus. Anche eventi imprevedibili, come un outfit eccentrico, una gag sul palco, un gesto spontaneo, possono tradursi in punti.
Dal punto di vista psicologico, il Fantasanremo introduce un elemento chiave: l’illusione di controllo.
Pur non potendo influenzare realmente ciò che accade sul palco, il partecipante sperimenta una sensazione di partecipazione attiva. Inoltre, il sistema di punteggi legato a eventi spesso imprevedibili attiva un meccanismo di rinforzo intermittente: non sappiamo quando arriverà il “colpo di scena” che farà guadagnare punti, e proprio questa incertezza aumenta l’eccitazione e il coinvolgimento.
La competizione tra amici aggiunge un ulteriore livello emotivo. Non si tratta più solo di “mi piace questa canzone”, ma di “spero che il mio artista faccia qualcosa che mi faccia vincere”.
Forse il segreto della longevità del Festival di Sanremo sta proprio qui: nella sua capacità di adattarsi, di integrare nuovi linguaggi come il Fantasanremo, e di trasformare uno spettacolo televisivo in un’esperienza psicologica collettiva, partecipata e continuamente rinegoziata.
Sanremo non è solo qualcosa che guardiamo. È qualcosa che, per una settimana, viviamo insieme.