Social, smartphone e il mito dell’individualismo: stiamo davvero diventando più soli?

Negli ultimi quindici anni, l’avvento degli smartphone e dei social network ha trasformato radicalmente il modo in cui comunichiamo, costruiamo relazioni e percepiamo noi stessi. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e X (ex Twitter) sono entrate nella quotidianità di miliardi di persone. Parallelamente, il tempo trascorso davanti allo schermo – tra notifiche, scroll infinito e messaggistica istantanea – è aumentato in modo significativo.

In questo scenario, una domanda si impone: stiamo diventando più individualisti? E, se sì, in che senso?

Individualismo: una definizione psicologica

In psicologia, l’individualismo non è semplicemente “pensare a sé stessi”, ma indica una configurazione culturale e psicologica in cui l’autonomia, l’autorealizzazione e l’identità personale sono centrali. Secondo le ricerche di Geert Hofstede, le società individualiste tendono a valorizzare l’indipendenza e il successo personale più del senso di appartenenza al gruppo.

Tuttavia, l’individualismo può assumere forme diverse:

  • Individualismo sano: autonomia, responsabilità personale, capacità di scegliere.
  • Individualismo narcisistico: ricerca costante di approvazione, centralità dell’immagine, confronto competitivo.

È soprattutto questa seconda declinazione che molti studiosi collegano all’uso intensivo dei social media.

Connessione o isolamento?

Una delle grandi contraddizioni dei social è questa: connettono ma isolano.

Da un lato:

  • Permettono di mantenere rapporti a distanza.
  • Offrono spazi di espressione per minoranze e identità marginalizzate.
  • Favoriscono comunità di interesse.

Dall’altro:

  • Ridimensionano le interazioni faccia a faccia.
  • Favoriscono comunicazioni brevi, frammentate, meno empatiche.
  • Possono sostituire il tempo condiviso con tempo individuale davanti allo schermo.

Studi longitudinali pubblicati su riviste come il Journal of Social and Clinical Psychology hanno evidenziato che una riduzione controllata dell’uso dei social può portare a un miglioramento del benessere soggettivo e a una diminuzione della solitudine.

Narcisismo e cultura dell’immagine

Un tema centrale è l’aumento dei tratti narcisistici nelle nuove generazioni. Il narcisismo, in psicologia clinica, è caratterizzato da:

  • bisogno eccessivo di ammirazione,
  • senso grandioso di sé,
  • scarsa empatia.

Le piattaforme visive, come Instagram e TikTok, incentivano la centralità dell’immagine. L’algoritmo premia ciò che cattura attenzione, spesso enfatizzando estetica, successo, performance. Si crea così una “vetrina permanente” dove l’identità rischia di diventare prodotto.

Non è un caso che lo psicologo Sherry Turkle, nel suo libro Alone Together, sostenga che la tecnologia ci stia abituando a relazioni più controllabili e meno impegnative: possiamo modificare, filtrare, cancellare. La vulnerabilità – elemento essenziale dell’intimità autentica – viene ridotta.

L’illusione dell’autosufficienza

Un altro aspetto riguarda l’idea di autosufficienza. Lo smartphone diventa:

  • agenda,
  • memoria,
  • fonte di intrattenimento,
  • mediatore sociale.

Questo strumento concentra in sé funzioni che prima richiedevano interazione con altri: chiedere informazioni, confrontarsi, attendere. La gratificazione immediata riduce la tolleranza alla frustrazione e può rafforzare un atteggiamento centrato sull’immediatezza dei propri bisogni.

Inoltre, l’algoritmo personalizza contenuti in base alle preferenze individuali, creando “bolle informative” (echo chambers). L’utente viene esposto prevalentemente a opinioni simili alle proprie, rafforzando la percezione che il proprio punto di vista sia centrale e condiviso.

Non solo effetti negativi: l’altra faccia dell’individualismo

È importante evitare visioni catastrofiste. L’individualismo digitale può avere anche aspetti positivi:

  • Maggiore consapevolezza di sé.
  • Possibilità di esprimere identità plurime.
  • Accesso a reti di supporto online (gruppi di auto-aiuto, community tematiche).
  • Opportunità professionali e creative.

In questo senso, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo e il significato psicologico che attribuiamo alla presenza online.

Verso un equilibrio relazionale

La vera questione non è se i social ci rendano individualisti, ma che tipo di individualismo stiano promuovendo. Se un individualismo competitivo, basato sul confronto e sull’apparenza, o uno maturo, fondato sull’autenticità e sulla responsabilità.

Alcune strategie psicologiche utili possono essere:

  • Limitare il tempo sui social.
  • Coltivare relazioni faccia a faccia.
  • Praticare consapevolezza digitale (digital mindfulness).
  • Distinguere tra validazione esterna e valore personale.

La tecnologia è uno strumento potente: può amplificare sia l’isolamento sia la connessione. Sta alla cultura, all’educazione e alla consapevolezza individuale orientarne l’impatto.

Conclusione

L’era dei social e degli smartphone ha certamente accentuato dinamiche individualistiche, soprattutto nella forma di una maggiore centralità dell’immagine e della performance personale. Tuttavia, non siamo condannati a diventare più soli o narcisisti.

Il rischio non è l’individualismo in sé, ma la perdita di equilibrio tra identità personale e appartenenza relazionale. In definitiva, la sfida psicologica del nostro tempo è integrare il sé digitale con il sé relazionale, senza lasciare che uno sostituisca l’altro.

Fonti

  • Twenge, J. M. (2017). iGen. Atria Books.
  • Turkle, S. (2011). Alone Together. Basic Books.
  • Hofstede, G. (2001). Culture’s Consequences. Sage Publications.
  • Hunt, M. G., Marx, R., Lipson, C., & Young, J. (2018). No More FOMO: Limiting Social Media Decreases Loneliness and Depression. Journal of Social and Clinical Psychology.
  • Bauman, Z. (2013). Vita liquida. Laterza.