Trenta anni (1992 – 2022) di neuropsicologia clinica in Campania: prima e dopo “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale”

di Michele Lepore, Psicologo, psicoterapeuta; Direttore scientifico Scuola Campana di Neuropsicologia (SCNp), Docente di Neuropsicologia c l i n i c a e f o r e n s e S c u o l a Specializzazione in Psicoterapia CSP, Casoria (Na) e Caserta Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania. Venti anni fa la pubblicazione del libro. Ma quel contributo fu solo il punto di arrivo di una complessa e laboriosa esperienza professionale, scientifica, organizzativa e personale degli autori coinvolti e di tanti altri colleghi, esperienza che, nel 2002, era già iniziata dieci anni prima. Sono grato al Prof. Alberto Grasso per aver accettato di contribuire a questo numero, con il racconto di “quel pomeriggio particolare”, agli inizi degli anni novanta, al pian terreno della Clinica Neurologica dell’Università “Federico II”. Alberto ha avuto un importante ruolo nella storia che raccontiamo, contribuendo a catalizzare quel processo per cui la Neuropsicologia campana scese “dalla torre eburnea”, come ci ricorda nel suo intervento, iniziando a intervenire nel campo della riabilitazione clinica. D’altra parte Dario Grossi è sempre stato innanzitutto un clinico, attento all’osservazione del paziente, con cui si relazionava sempre con grande naturalezza ed umanità. Non a caso nella prefazione del libro ci tenne a scrivere che “per presentare al pubblico i metodi e le tecniche u t i l i z z a t e abbiamo p r e f e r i t o descriverle discutendo i casi clinici […] in modo da evitare una sterile elencazione di procedure; si è ritenuto in questo modo di dare rilievo al carattere clinico ed applicativo, che è consono alla disciplina”. N e i p r i m i a n n i n o v a n t a i o frequentavo ancora il policlinico almeno una volta alla settimana. Ci ero arrivato come tirocinante nell’autunno del 1989, unico psicologo all’epoca. In quell’estate mi ero laureato alla Sapienza, a Roma. Avevo scritto la tesi con Arturo Orsini, Teoria e tecnica dei test, ed avevo eseguito una taratura del test di Corsi nei bambini. Allora n o n c ‘ e r a u n e s a m e d i Neuropsicologia ed io non ne sapevo niente. Nello scrivere la tesi, però, mi ero appassionato. Orsini fu contento del lavoro e mi propose di partecipare al bando per il Dottorato. Allora Roma era molto più lontana di ora da Avellino, dove ho sempre vissuto, e gli chiesi se avessi potuto continuare la collaborazione in una struttura più vicina a casa. Mi scrisse una lettera di presentazione e mi inviò da Dario Grossi. Iniziai, finalmente, il mio apprendistato clinico, collaborando anche alle attività di ricerca del gruppo, tutti neurologi. Così, agli inizi del 1992, non molto tempo dopo quel pomeriggio particolare, Dario mi propose di far parte di una prima equipe che avrebbe iniziato di lì a poco a riabilitare pazienti neurologici e nel maggio 1992 cominciammo in una clinica riabilitativa. Dopo poco r i p r o d u c e m m o i l m o d e l l o organizzativo con una seconda equipe campana. Furono anni appassionati ma anche faticosi, la riabilitazione cognitiva era agli esordi e spesso si basava sull’applicazione di tecniche volte a ripristinare la funzione danneggiata attraverso esercizi r i p e t i t i v i ( r e s t o r a t i o n ) , p e r l o p i ù standardizzati ed indicati sulla base della descrizione fenomenologica del disturbo, piuttosto che su un’analisi funzionale del meccanismo cognitivo danneggiato. Seguimmo invece un approccio diverso, considerati anche gli insuccessi pratici di quelle tecniche. L’“idea semplice” che viene descritta nell’introduzione del libro (“Storia di un’idea semplice” ) prevedeva che si facesse leva su un ruolo attivo del paziente, che doveva p r e l i m i n a r m e n t e d i v e n t a r e consapevole delle proprie difficoltà, descritte in termini funzionali a partire da modelli cognitivi noti, e quindi, insieme al riabilitatore, individuare delle strategie alternative d i soluzione d i un compito, attraverso il ricorso ad esercizi volti a stimolare i processi logici e di problem solving. Un approccio, quindi, basato sulla “reorganization”, volto al rimodellamento dei processi cognitivi. Poi, man mano che le nostre esperienze si accumulavano, fu presto chiaro che bisognava intervenire anche su altri aspetti, motivazionali, relazionali, sistemici, con il coinvolgimento dell’ambiente di riferimento (che, oltretutto, doveva imparare a sopperire ad alcune difficoltà insormontabili del paziente, attraverso, quindi, interventi c o m p e n s a t i v i ) . Q u e s t a consapevolezza ci costrinse ad un u l t e r i o r e ampliamento d e l l a prospettiva teorica e clinica, che sempre più dovette attingere anche a teor ie e prassi del sapere p s i c o l o g i c o – c l i n i c o e psicoterapeutico ed a riconoscere la n e c e s s i t à d i u n a p p r o c c i o interamente basato su un modello psicologico, piuttosto che medico, c u i , a l l ‘ e p o c a , e r a , i n v e c e , uniformata la riabilitazione da un punto di vista teorico, professionale ed organizzativo. Non più, quindi, una diagnosi descrittiva medica, ma una diagnosi funzionale cognitiva; non più la prescrizione di tecniche alla stregua di un farmaco e ripetizione di esercizi, ma i l coinvolgimento attivo del paziente nella consapevole ricerca di strategie; non più l’intervento parcellizzato sul disturbo cognitivo prodotto dalla lesione, ma la considerazione anche degli aspetti emotivi, motivazionali e relazionali nel loro insieme; non più il paziente come destinatario isolato della riabilitazione, ma il coinvolgimento del contesto familiare e relazionale in un’ottica sistemica.