Disturbi Trigenerazionali: quando la storia familiare continua a parlarci

Ci sono momenti in cui sentiamo dentro di noi emozioni che non sappiamo collocare: una tristezza ‘antica’, una paura che arriva all’improvviso, un senso di responsabilità che pesa troppo per le nostre spalle. A volte reagiamo in modi che ci sorprendono, come se rispondessimo a qualcosa che non è qui, oggi, davanti a noi. E ci chiediamo: perché mi sento così?
La prospettiva sistemica ci ricorda che esistono storie che vivono silenziosamente nelle pieghe delle famiglie. Non solo racconti, ma atmosfere emotive, ruoli, compiti non detti, speranze infrante, traumi taciuti per proteggere tutti. Sono memorie che non passano attraverso le parole, ma attraverso i gesti, gli sguardi, la postura con cui affrontiamo la vita. Sono “voci” che ci abitano senza che ce ne accorgiamo, e che a volte parlano più forte delle nostre.
Cresciamo dentro sistemi familiari che si sono adattati come potevano agli eventi della vita. Alcune famiglie hanno imparato a non chiedere aiuto, altre a non esprimere vulnerabilità, altre ancora a proteggere gli altri a costo di perdersi. Questi modi di sopravvivere diventano presto regole non scritte, mandati invisibili che attraversano le generazioni: “Sii forte”, “non disturbare”, “non piangere”, “occupati tu degli altri”. Così, senza volerlo, entriamo in ruoli che non abbiamo scelto, ripetiamo ciò che è stato utile a qualcun altro molto tempo fa. E finiamo per sentirci inadeguati o sbagliati, quando in realtà stiamo portando una storia che non è nata con noi.
Tutto questo ci invita a fermarci, ad ascoltare, a ricostruire quel filo rosso che unisce passato e presente. Attraverso strumenti come il genogramma, la narrazione condivisa e la rilettura delle dinamiche familiari, diventa possibile vedere ciò che prima era solo una sensazione confusa. È un processo che porta luce sui legami nascosti, sulle emozioni ereditate, sulle aspettative interiorizzate. E, soprattutto, ci dà la possibilità di distinguere ciò che è “nostro” da ciò che appartiene alle generazioni venute prima.
Quando questa consapevolezza emerge, succede qualcosa di profondo: il peso emotivo cambia forma. Non si tratta più di “liberarsi” della propria famiglia o di cercare colpe, ma di restituire a ciascuno la propria parte di storia. Possiamo guardare alla nostra vita con occhi nuovi, riconoscere che alcune fatiche non sono un difetto ma un’eredità, e che proprio per questo possono essere trasformate.
E allora accade qualcosa di liberatorio: ci concediamo di vivere una storia diversa. Di interrompere un copione che non ci rappresenta più. Di scegliere, finalmente, la nostra direzione. Perché comprendere ciò che ci abita non significa restare intrappolati nel passato, ma recuperare la libertà di scrivere il futuro con maggiore consapevolezza, leggerezza e autenticità.