La strategia della mamma mandorla

La definizione di mamma mandorla si attribuisce a quella madre, o più in generale al genitore, che occupandosi di alimentazione dei propri figli, si limita a diete restrittive. Il termine é divenuto noto dopo la modella Yolanda Hadid concesse alla propria figlia, modella anche lei, di poter mangiare poche mandorle, da masticare lentamente e molto bene. L’attenzione sul corpo e più nello specifico nel peso, che con l’avvento dei social media, ha preso vigore, ha portato ad una visione distorta del concetto di dieta. In effetti, l’origine della parola dieta, indica uno stile di vita, le abitudini quotidiane, incluse quelle alimentari, che contribuiscono ad un benessere generale. Il termine, d’altro canto, ha assunto la sfaccettatura negativa di restrizione, alimentando la cultura della magrezza e della perfezione estetica, raggiungibile con i deficit calorici. Così come la maggior parte dei comportamenti vengono appresi nel contesto familiare, anche il regime alimentare comincia fin da piccoli e la presenza di una mamma mandorla può avere ripercussioni anche gravi sui figli. Un genitore mandorla, quindi, inculca la distorta informazione sui nutrienti e sulle quantità, nascondendosi dietro l’idea di un’alimentazione sana e naturale. Quindi oltre a trasmettere un atteggiamento restrittivo circa gli alimenti, si orienta il comportamento ad un estremo controllo del cibo e del proprio peso. L’idea trasmessa, quindi, non è un’educazione all’alimentazione sana, con attenzione ai macronutrienti e al bilanciamento di essi. Al contrario, si passa l’informazione che sia necessario solo il minimo apporto calorico, indipendentemente dagli alimenti che vengono ingeriti. Ovvio che abituare fin da piccoli a nutrirsi con mono-alimenti, porta con sé, squilibri fisiologici e di conseguenza rapporti del tutto deleteri con il cibo e con il proprio corpo. Risulta quindi necessaria, la sinergia tra genitori, medici, personale sanitario e scuola affinché ciascun bambino possa vivere serenamente il momento del pasto ed educarsi ad una sana alimentazione con ricadute positive sul proprio benessere.
Settembre: tempo di decluttering relazionale

Il mese di settembre rappresenta sicuramente il periodo per nuovi inizi e nuovi propositi. Una delle possibilità che si può offrire a sé stessi, per il proprio benessere psicologico, é il decluttering relazionale. L’esperienza di pulizia e di alleggerimento dalle cose e dai vestiti superflui, fatta in genere nei periodi di cambio di stagione, sta estendendosi con effetti positivi anche alle relazioni. Spesso ci si trascina dentro rapporti zavorranti e tossici, che giorno dopo giorno rappresentano un peso emotivo, che non lascia spazio né alla serenità e né alla crescita personale. Il mantenere nell’armadio abbigliamento in attesa di essere indossato fornisce stress emotivo proprio come quelle relazioni che, ferme come un treno su un binario morto, determinano stagnazione. L’idea di mettere ordine, di fare spazio lasciando andare via ciò che non aggiunge nulla al nostro benessere, ha notevoli benefici su più fronti. Al di là del maggior tempo da poter dedicare a sé stessi, dopo il decluttering, ciò che cambia profondamente é la qualità dei pensieri. Essi, infatti, si svuotano di risentimento e di lamentele, lasciando spazio a delle aspettative realistiche e funzionali. Sgombrare gli spazi fisici aiuta a creare un ambiente anche mentale più ricettivo e più predisposto ai cambiamenti. La consapevolezza è che non tutto ciò che abbiamo portato e conservato, debba necessariamente proseguire il viaggio con noi. Il passato, quindi, serve solo per capire ciò che é importante nel presente per portare nel futuro. Le delusioni, il rimuginare, le relazioni passate, devono trasformarsi in motivazioni per regalarsi emozioni positive. Un cambio stagione interiore che produce una fase di rinnovamento energizzante, fonte di benessere fisico e mentale.
Effetto Zeigarnik e i file mentali non chiusi

La psicologa lituana Zeigarnik teorizzò all’inizio del secolo scorso un fenomeno psicologico che porta il suo nome. Tale effetto riguarda il fatto che la mente umana ha la tendenza a ricordare, con maggiore facilità e insistenza, i compiti e le azioni rimaste incomplete. L’autrice, in seguito all’esperimento sottoposto ai suoi studenti, notò che quelle attività non completate creavano una tensione psicologica che impediva al cervello di concentrarsi su altri processi. Da qui, l’effetto Zeigarnik inquadra proprio quella tendenza delle persone a chiudere i cosiddetti cerchi mentali per evitare quindi l’ansia da completamento. Nella vita quotidiana, spesso, L’incalzare degli eventi, la procrastinazione, il sovraccarico cognitivo e lo stress giocano un ruolo determinante nel non portare a termine i compiti. Così facendo, l’individuo, anziché portare coscientemente l’attenzione altrove, lascia aperti dei processi cognitivi che creano tensione in sordina, fino a quando non vengono conclusi. Ne consegue spesso una sensazione di sopraffazione per tutte quelle cose ancora da dover fare, creando confusione e stress mentale. Capita di frequente, che il completamento del compito può essere risolto in breve tempo invece di lasciare il file mentale aperto. Ocomunque può essere scomposto in piccoli blocchi orientati alla conclusione che determinerebbe una situazione mentale di soddisfazione e ordine.
La riforma della disabilità

Il 30 giugno 2024 è entrato in vigore il decreto legislativo noto come Riforma della disabilità.Tale norma sta attuandosi già in alcune province sperimentali per poi essere attivata su tutto il territorio nazionale a partire da gennaio 2027.L’aspetto interessante e innovativo della riforma riguarda l’introduzione di una visione della malattia e della conseguente disabilità in un’ottica bio-psico-sociale.Dalla nascita del welfare ad oggi, benchè ci sia stata una crescente attenzione alla disabilità volta all’inclusione e alla riduzione del disagio, la vera svolta nasce proprio con questo decreto. Fino ad oggi, infatti, la disabilità è il suo accertamento era vincolato ad una prospettiva esclusivamente di tipo biologico. La malattia era vista in ambito medico legale e il suo accertamento si esauriva su dei criteri prevalentemente basati su deficit e menomazioni. La Convenzione ONU sui diritti della persona con disabilità ha imposto questo cambiamento di prospettiva che umanizza la persona con disabilità. Essa, infatti, inquadra non solo la patologia e i sintomi correlati, ma introduce ulteriori strumenti che tengono conto anche degli aspetti psicologici e sociali vissuti. Si raccordano quindi diagnosi anche di tipo funzionale e partecipativo, sostenendo finalmente una visione d’insieme dello stato di benessere dell’individuo. Un cambiamento questo, significativo che si traduce in un procedimento di accertamento più snello e determinato da un’equipe in cui c’è anche il professionista delle discipline psicosociali.
La stanchezza emotiva nell’era digitale: quando essere sempre connessi ci disconnette da noi stessi

Negli ultimi anni, sempre più persone riferiscono una sensazione diffusa di stanchezza che non è solo fisica, ma profondamente emotiva. Non si tratta semplicemente di “stress”, ma di una vera e propria fatica interiore legata al modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo nell’era digitale. Siamo costantemente connessi: notifiche, email, social network, aggiornamenti continui. Questa iperconnessione, se da un lato ci offre opportunità straordinarie, dall’altro rischia di sovraccaricare il nostro sistema cognitivo ed emotivo. Il cervello umano, infatti, non è progettato per gestire un flusso così intenso e continuo di stimoli. Cos’è la stanchezza emotiva digitale? La stanchezza emotiva digitale è una condizione caratterizzata da senso di esaurimento, irritabilità, difficoltà di concentrazione e, spesso, perdita di motivazione. Può emergere quando ci sentiamo costantemente “in allerta”, come se dovessimo rispondere subito a ogni richiesta o aggiornamento. Non è raro che questa condizione si accompagni a una percezione di vuoto o disconnessione: siamo presenti online, ma meno in contatto con noi stessi. Le cause principali Tra i fattori più rilevanti troviamo: I segnali da non sottovalutare La stanchezza emotiva non arriva all’improvviso: si costruisce nel tempo. Alcuni segnali precoci includono: Riconoscere questi segnali è il primo passo per intervenire. Strategie per ritrovare equilibrio Non è necessario “disconnettersi” completamente dalla tecnologia, ma imparare a usarla in modo più consapevole. Alcune strategie utili includono: Una nuova forma di consapevolezza Viviamo in un’epoca in cui essere sempre disponibili è spesso considerato un valore. Tuttavia, la vera sfida oggi è imparare a essere disponibili anche verso se stessi. Recuperare momenti di silenzio, rallentare e riconnettersi con i propri bisogni non è un lusso, ma una necessità psicologica. La tecnologia può essere uno strumento potente, ma solo se siamo noi a guidarla — e non il contrario. In un mondo che accelera, prendersi il diritto di fermarsi è un atto rivoluzionario.
Social, smartphone e il mito dell’individualismo: stiamo davvero diventando più soli?

Negli ultimi quindici anni, l’avvento degli smartphone e dei social network ha trasformato radicalmente il modo in cui comunichiamo, costruiamo relazioni e percepiamo noi stessi. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e X (ex Twitter) sono entrate nella quotidianità di miliardi di persone. Parallelamente, il tempo trascorso davanti allo schermo – tra notifiche, scroll infinito e messaggistica istantanea – è aumentato in modo significativo. In questo scenario, una domanda si impone: stiamo diventando più individualisti? E, se sì, in che senso? Individualismo: una definizione psicologica In psicologia, l’individualismo non è semplicemente “pensare a sé stessi”, ma indica una configurazione culturale e psicologica in cui l’autonomia, l’autorealizzazione e l’identità personale sono centrali. Secondo le ricerche di Geert Hofstede, le società individualiste tendono a valorizzare l’indipendenza e il successo personale più del senso di appartenenza al gruppo. Tuttavia, l’individualismo può assumere forme diverse: È soprattutto questa seconda declinazione che molti studiosi collegano all’uso intensivo dei social media. Connessione o isolamento? Una delle grandi contraddizioni dei social è questa: connettono ma isolano. Da un lato: Dall’altro: Studi longitudinali pubblicati su riviste come il Journal of Social and Clinical Psychology hanno evidenziato che una riduzione controllata dell’uso dei social può portare a un miglioramento del benessere soggettivo e a una diminuzione della solitudine. Narcisismo e cultura dell’immagine Un tema centrale è l’aumento dei tratti narcisistici nelle nuove generazioni. Il narcisismo, in psicologia clinica, è caratterizzato da: Le piattaforme visive, come Instagram e TikTok, incentivano la centralità dell’immagine. L’algoritmo premia ciò che cattura attenzione, spesso enfatizzando estetica, successo, performance. Si crea così una “vetrina permanente” dove l’identità rischia di diventare prodotto. Non è un caso che lo psicologo Sherry Turkle, nel suo libro Alone Together, sostenga che la tecnologia ci stia abituando a relazioni più controllabili e meno impegnative: possiamo modificare, filtrare, cancellare. La vulnerabilità – elemento essenziale dell’intimità autentica – viene ridotta. L’illusione dell’autosufficienza Un altro aspetto riguarda l’idea di autosufficienza. Lo smartphone diventa: Questo strumento concentra in sé funzioni che prima richiedevano interazione con altri: chiedere informazioni, confrontarsi, attendere. La gratificazione immediata riduce la tolleranza alla frustrazione e può rafforzare un atteggiamento centrato sull’immediatezza dei propri bisogni. Inoltre, l’algoritmo personalizza contenuti in base alle preferenze individuali, creando “bolle informative” (echo chambers). L’utente viene esposto prevalentemente a opinioni simili alle proprie, rafforzando la percezione che il proprio punto di vista sia centrale e condiviso. Non solo effetti negativi: l’altra faccia dell’individualismo È importante evitare visioni catastrofiste. L’individualismo digitale può avere anche aspetti positivi: In questo senso, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo e il significato psicologico che attribuiamo alla presenza online. Verso un equilibrio relazionale La vera questione non è se i social ci rendano individualisti, ma che tipo di individualismo stiano promuovendo. Se un individualismo competitivo, basato sul confronto e sull’apparenza, o uno maturo, fondato sull’autenticità e sulla responsabilità. Alcune strategie psicologiche utili possono essere: La tecnologia è uno strumento potente: può amplificare sia l’isolamento sia la connessione. Sta alla cultura, all’educazione e alla consapevolezza individuale orientarne l’impatto. Conclusione L’era dei social e degli smartphone ha certamente accentuato dinamiche individualistiche, soprattutto nella forma di una maggiore centralità dell’immagine e della performance personale. Tuttavia, non siamo condannati a diventare più soli o narcisisti. Il rischio non è l’individualismo in sé, ma la perdita di equilibrio tra identità personale e appartenenza relazionale. In definitiva, la sfida psicologica del nostro tempo è integrare il sé digitale con il sé relazionale, senza lasciare che uno sostituisca l’altro. Fonti
Il Linguaggio come strumento di benessere organizzativo
Il Linguaggio come strumento di benessere organizzativo perchè ogni organizzazione è un ecosistema regolato da un proprio codice linguistico. Attraverso la parola, il silenzio e la comunicazione non verbale, vanno in scena le sfumature organizzative. Spesso,infatti,proprio attraverso il linguaggio sotterraneo, (fatto di parole non dette), che si determina la presenza del singolo nel gruppo. Bisogna tener presente che l’organizzazione non è un’entità astratta, ma un sistema che “custodisce” gli individui con tutte le loro strutture emotive,percettive,sociali e personalogiche che,inevitabilmente,determinano l’identità dell’organizzazione. Varcare la soglia dell’ufficio non è mai solo un gesto fisico. È un risveglio dei sensi, un’attivazione neurocognitiva. In particolare il sistema limbico (e in particolare l’amigdala) agisce come un radar. Se il codice linguistico dell’organizzazione è inclusivo, il cervello rilascia ossitocina, favorendo la collaborazione e l’apertura mentale. Se si percepisce un linguaggio aggressivo, l’amigdala attiva una risposta di stress che induce ad attaccare o a scappare. Le parole e la sicurezza pisicologica Il linguaggio chiaro e trasparente è una leva strategica per costruire e mantenere il contratto psicologico anche tra datore di lavoro e dipendente.Le parole che usiamo definiscono aspettative, segnali di affidabilità e la percezione di equità, tutti elementi che Rousseau identifica come centrali per la fiducia e il comportamento organizzativo. Ciò che è sconosciuto per una persona all’interno di una organizzazione è vissuta come un’incognita che genera diffidenza e disagio di aprirsi all’altro. Per questo motivo è fondamentale che all’interno di una organizzazione vi sia un’accettazione incondizionata basata sulla comprensione empatica anche stabilendo limiti e confini,che sono necessari per la fluidità dei processi organizzativi.L’abilità linguistica sta nel rimanere in contatto con i vari membri dell’organizzazione,affidando sempre al linguaggio il ruolo di occasione da condividere. Ricordiamo che all’interno di una organizzazione i bisogni e le esigenze dei membri del gruppo sono alla base dell’organizzazione aziendale .La partecipazione organizzativa avverrà,infatti, in maniera proporzionale al grado di soddisfazione linguistica dei vari attori.
Amare senza “schiacciare”

Ci sono momenti in cui la tenerezza è così intensa da diventare quasi ingestibile. Un neonato tra le braccia, un animale che dorme, una persona amata in una condizione di vulnerabilità. E insieme all’impulso a proteggere, accudire, avvicinarsi, emerge un pensiero sorprendente: “ti stritolerei”, “sei così tenero che ti mangerei”. Questa esperienza, apparentemente paradossale, ha un nome: tender aggression. Un fenomeno che ci costringe a interrogarci su come funzionano le emozioni quando l’amore è troppo intenso per essere contenuto. Ma che fenomeno è? La cute aggression indica la presenza di impulsi aggressivi simbolici in risposta a stimoli altamente affettivi e teneri. Non si tratta di desiderio di far male, né di perdita di controllo, ma di una risposta automatica del sistema emotivo quando la tenerezza supera una certa soglia. La ricerca neuroscientifica suggerisce che, di fronte a un’elevata attivazione del circuito della ricompensa, il sistema nervoso recluti anche emozioni di segno opposto per ristabilire equilibrio. L’aggressività, in questo contesto, non distrugge il legame: lo regola. La psicologia definisce questo fenomeno come risposta emotiva che emerge quando la tenerezza supera la capacità di contenerla. Non è aggressività nel senso comune del termine, non ha nulla a che fare con la violenza. È piuttosto un segnale del fatto che il sistema emotivo è sovrastimolato. Davanti a qualcosa di estremamente tenero, affiora un impulso che ha la forma dell’aggressività: il desiderio di stringere troppo forte, di mordere, di trattenere più del necessario. Il termine cute aggression può trarre in inganno, perché non descrive un’intenzione a ferire, quanto piuttosto un tentativo, spesso inconsapevole, di regolare un eccesso emotivo. Non siamo abituati a pensare che anche la tenerezza possa essere difficile da sostenere. Siamo più familiari con l’idea che siano la rabbia, la paura o il dolore a richiedere contenimento. Eppure, ogni emozione intensa, indipendentemente dal suo segno, sollecita il sistema nervoso. Quando l’attivazione supera una certa soglia, il corpo cerca un modo per ridurre la pressione interna. In questo senso, la cute aggression non interrompe la tenerezza, ma la rende sostenibile. È come se introducesse una distanza minima, sufficiente a impedire che l’esperienza diventi “to much”. Quando la tenerezza è troppa Colpisce il fatto che la cute aggression passi spesso attraverso il linguaggio. Non mordiamo davvero, non stringiamo davvero: diciamo di volerlo fare. Le parole diventano il luogo in cui l’impulso può restare simbolico, senza trasformarsi in gesto. È un passaggio sottile ma fondamentale: quando l’emozione trova una forma rappresentabile, non ha bisogno di essere agita. E il discorso è valido sia per le emozioni positive che per quelle negative. La cute aggression ci mostra che l’ambivalenza non è un difetto, ma una risorsa. Possiamo provare affetto e una spinta aggressiva nello stesso istante, senza che questo renda l’amore meno autentico. Conclusioni In fondo, la cute aggression ci parla di un tema più ampio: la difficoltà a contenere ciò che sentiamo quando è troppo bello, troppo intenso, troppo vicino. Ci ricorda che amare non è solo lasciarsi attraversare dall’emozione, ma anche imparare a dosarla. Forse, dietro a quelle frasi dette ridendo, c’è una competenza emotiva che sta cercando di formarsi: la capacità di stare nell’intensità senza esserne travolti.
Il dono come “danza” relazionale

Nel periodo natalizio il dono occupa una posizione centrale: lo attendiamo, lo scegliamo, lo offriamo, talvolta lo temiamo. Eppure, nella sua apparente semplicità, il dono non è mai un gesto neutro. In una prospettiva psicologica sistemico–relazionale, il dono non può essere ridotto a un oggetto o a un atto individuale: è sempre un evento relazionale, inscritto in una rete di significati, aspettative e storie condivise. Donare significa entrare in relazione, o rinegoziarla. Il dono come comunicazione Gregory Bateson ci ha insegnato che non si può non comunicare. Il dono, allora, è una forma di comunicazione particolarmente densa: comunica appartenenza, riconoscimento, debito, affetto, potere, riparazione, talvolta distanza. Non è tanto che cosa si dona, ma che cosa quel dono dice all’interno del sistema relazionale in cui circola. In questo senso, il dono è sempre un meta-messaggio: parla della relazione, più che dell’oggetto. Il dono come scambio, non come atto unilaterale Nella prospettiva sistemica, non esistono atti isolati. Il dono vive all’interno di una circolarità: dare, ricevere, restituire. Quando uno di questi passaggi si inceppa, il dono può perdere la sua funzione generativa e diventare peso, obbligo, o strumento di controllo. Pensiamo ai doni che “non si possono rifiutare”, a quelli che creano un debito implicito, o a quelli che arrivano per colmare un vuoto relazionale mai nominato. In questi casi il dono non apre, ma chiude; non connette, ma vincola. Il dono sano, potremmo dire, è quello che lascia spazio alla libertà dell’altro: di accoglierlo, trasformarlo, ricambiarlo a modo proprio. Il dono nei sistemi familiari All’interno delle famiglie, il dono è spesso carico di significati, difatti, può rappresentare: Durante le festività, questi significati tendono a intensificarsi. Il dono diventa un luogo in cui si condensano alleanze, esclusioni, aspettative non dette. A volte ciò che pesa non è il dono in sé, ma ciò che non può essere detto senza di esso. Donare e ricevere: due competenze relazionali Spesso parliamo della difficoltà di donare, ma in clinica emerge con forza anche la difficoltà di ricevere. Ricevere implica esporsi, accettare di occupare un posto nella mente e nel cuore dell’altro, tollerare la dipendenza reciproca. In una cultura che valorizza l’autosufficienza, il dono ci ricorda che siamo esseri interdipendenti. Accettarlo può essere un atto di fiducia profonda nel legame. Conclusione: il dono come atto che tiene insieme In una lettura sistemico–relazionale, il dono non è mai solo un gesto stagionale. È un atto che contribuisce a tenere insieme il sistema, a nutrirlo o, talvolta, a segnalarne le fragilità. Forse il Natale, più che chiederci che cosa donare, ci invita a domandarci: che tipo di relazione sto alimentando con questo gesto? Perché, in fondo, il dono più significativo è quello che fa spazio all’incontro, e lascia qualcosa di vivo tra le persone.
Disturbi Trigenerazionali: quando la storia familiare continua a parlarci

Ci sono momenti in cui sentiamo dentro di noi emozioni che non sappiamo collocare: una tristezza ‘antica’, una paura che arriva all’improvviso, un senso di responsabilità che pesa troppo per le nostre spalle. A volte reagiamo in modi che ci sorprendono, come se rispondessimo a qualcosa che non è qui, oggi, davanti a noi. E ci chiediamo: perché mi sento così? La prospettiva sistemica ci ricorda che esistono storie che vivono silenziosamente nelle pieghe delle famiglie. Non solo racconti, ma atmosfere emotive, ruoli, compiti non detti, speranze infrante, traumi taciuti per proteggere tutti. Sono memorie che non passano attraverso le parole, ma attraverso i gesti, gli sguardi, la postura con cui affrontiamo la vita. Sono “voci” che ci abitano senza che ce ne accorgiamo, e che a volte parlano più forte delle nostre. Cresciamo dentro sistemi familiari che si sono adattati come potevano agli eventi della vita. Alcune famiglie hanno imparato a non chiedere aiuto, altre a non esprimere vulnerabilità, altre ancora a proteggere gli altri a costo di perdersi. Questi modi di sopravvivere diventano presto regole non scritte, mandati invisibili che attraversano le generazioni: “Sii forte”, “non disturbare”, “non piangere”, “occupati tu degli altri”. Così, senza volerlo, entriamo in ruoli che non abbiamo scelto, ripetiamo ciò che è stato utile a qualcun altro molto tempo fa. E finiamo per sentirci inadeguati o sbagliati, quando in realtà stiamo portando una storia che non è nata con noi. Tutto questo ci invita a fermarci, ad ascoltare, a ricostruire quel filo rosso che unisce passato e presente. Attraverso strumenti come il genogramma, la narrazione condivisa e la rilettura delle dinamiche familiari, diventa possibile vedere ciò che prima era solo una sensazione confusa. È un processo che porta luce sui legami nascosti, sulle emozioni ereditate, sulle aspettative interiorizzate. E, soprattutto, ci dà la possibilità di distinguere ciò che è “nostro” da ciò che appartiene alle generazioni venute prima. Quando questa consapevolezza emerge, succede qualcosa di profondo: il peso emotivo cambia forma. Non si tratta più di “liberarsi” della propria famiglia o di cercare colpe, ma di restituire a ciascuno la propria parte di storia. Possiamo guardare alla nostra vita con occhi nuovi, riconoscere che alcune fatiche non sono un difetto ma un’eredità, e che proprio per questo possono essere trasformate. E allora accade qualcosa di liberatorio: ci concediamo di vivere una storia diversa. Di interrompere un copione che non ci rappresenta più. Di scegliere, finalmente, la nostra direzione. Perché comprendere ciò che ci abita non significa restare intrappolati nel passato, ma recuperare la libertà di scrivere il futuro con maggiore consapevolezza, leggerezza e autenticità.