Tutta colpa di Gauss: la perversione del tutti uguali. Bambini persi tra un quoziente intellettivo compreso tra 71 e 84

di Roberto Ghiaccio Nell’ormai rimpianto 2014 usciva un film, Tutta colpa di Freud, nel 2021 vorrei scrivere è tutta colpa di Gauss. Si capirà non sono certo di ispirazione freudiana, anzi, sono guassiano, psicometrista accanito, incallito, su ranghi percentili, distribuzioni, curve…però a tutto c’è un limite, e non è il limite di una funzione, ma il limite di una umanità, una biodiversità, una neuro varietà che non può annullarsi in un paradigma assimilazionista, dove chi si discosta dalla media, chi è un po’ ai limiti dei margini della campana deve rientrare all’interno della campana. Una nuova patologia bussa alle porte: la sindrome normotica. In un tempo in cui i bambini non vanno a scuola col grembiule ma col camice una WISC non si nega a nessuno, ovviamente una Wechsler Intelligence Scale for Children- IV. Eppure, il buon vecchio Gauss diceva, la più grande soddisfazione non è la conoscenza, ma il processo dell’apprendimento, non il possesso del sapere, ma il processo per raggiungerlo, oggi parliamo di quei bambini i cui processi o prodotti ricadono in una zona limite, proprio sulla parabola discendente della curva di Gauss. Il Funzionamento Intellettivo Limite (FIL) è definibile come una meta-condizione di salute che richiede specifiche cure pubbliche, educative ed anche attenzione legale. È caratterizzato da disturbi cognitivi che possono essere eterogenei e che sono tuttavia accumunati dalla presenza di un Quoziente Intellettivo (QI) totale il cui punteggio è compreso tra 71 e 84 e da un deficit nel funzionamento personale, che limita le attività e la partecipazione sociale (Salvador-Carullaa et al., 2013). I bambini FIL possono presentare deficit cognitivi, impaccio motorio e difficoltà nel costruire relazioni affettive soddisfacenti, in un quadro che aumenta sensibilmente la probabilità di sviluppare patologie psichiche durante l’adolescenza e l’età adulta, ponendo questi soggetti ai margini dell’attività sociale (Emerson, Einfeld, e Stancliffe, 2010; Hassiotis, Tanzarella, Bebbington, e Cooper. 2011). Ad oggi, anche dopo l’introduzione del DSM5, il FIL rimane una categoria clinica scarsamente definita ed anche marginale. Molto scarsa è la ricerca sul funzionamento intellettivo limite, si tratta di una specie di “limbo diagnostico” tra normalità e disabilità intellettiva. Nel 2000 il DSM IV-TR gli dedicava poche righe a pag. 783, nel 2013 il DSM 5 7 righe a pag.845. I l cosiddetto FIL, funzionamento intellettivo limite, non è presente come entità diagnostica all’interno dell’ICD 10, alle volte è forzato in nella categoria R41.8, «Altri sintomi e segni non specificati associati alle funzioni cognitive e alla coscienza». Il codice R41.83, che talora si riscontra in alcune diagnosi, non è un codice ICD ufficiale dell’OMS. Questo è un codice presente nella modifica statunitense dell’ICD-10-CM, utilizzato prevalentemente per scopi forensi e assicurativi. A dover di corona va ricordato che nel DSM IV i l Funzionamento Intellettivo Limi te (V62.89 e R 41.8) veniva collocato in «Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica», e venivano fornite specifiche indicazioni, in particolare sull’uso delle deviazioni standard, per porre la diagnosi: «Questa categoria può essere usata quando l’oggetto dell’attenzione clinica è associato con un funzionamento intellettivo limite, cioè, un QI di 71-84. I notevoli cambiamenti introdotti dal DSM- 5, e quelli che verrano introni dall’IDC -11 non sono solo terminologici e relativi ai criteri diagnostici, ma suggeriscono un cambiamento di rotta: minore ricorso ai punteggi di QI e una maggiore importanza ai processi di adattamento. Tuttavia, bisogna evitare di rendere il FIL un cestino psichiatrico, dall’alto rischio tassogeno moltiplicando etichette come ‘borderline cognitivo’, ‘funzionamento intellettivo borderline’, ‘slow learner’ che rendono la definizione ancora più ambigua. Il Fil si configura come una metasindrome, una meta-condizione per meglio dire, ancora non ben definita, in cui ricade tra il 14 ed il 7% della popolazione dove possiamo trovare gli esiti di sindromi genetiche e dismetaboliche, i residui di un ritardo dello sviluppo, gli effetti di altri disturbi del neruosviluppo, ADHD, autismo ad alto funzionamento, disturbi d’ansia e dell’umore, o anche, gravi disturbi dell’apprendimento reduci l’effetto San Matteo, ma anche forme di svantaggio socio-economico e scarsa stimolazione. Questa fascia “non normale ma neppure con ritardo” necessita di particolare attenzione, non solo dal punto di vista psicometrico, ma dal punto di vista potenziale, come il bambino risponde alle richieste socio-ambientali, alle richieste di apprendimento, ma soprattutto quali punti di forza trainanti del soggetto su cui fare leva ed ampliare l’area di sviluppo prossimale. Certo è che il Fil è una risultante, una condizione eterogenea, per cause e per profili di funzionamento, dove una debolezza cognitiva può portare a non rispondere in modo atteso e tipico alle richieste dell’ambiente esterno. Presentano una lentezza esecutiva, una fatica, che prescinde dall’impegno profuso. Son bambini che necessitano di più spiegazioni, di esempi più concreti, che sfruttano stili cinestetici. Necessitano di tempi più lunghi di pause più frequenti. Possiamo ritrovare un funzionamento neuropsicologico caratterizzato da: lentezza nell’ acquisizione delle informazioni, viscosità cognitiva nella ricerca-elaborazione di soluzioni, opacità nell’integrazione di informazioni, difficoltà nel generalizzare gli apprendimenti, difficoltà di planning e sequencing, difficoltà nella memoria di lavoro, labilità attentiva con facile distraibilità. La categoria Fil, terra di mezzo la confine tra normalità e patologia, vede in una chiara delimitazione psicometrica una vasta gamma di manifestazioni comportamentali. È un condizione complessa, caratterizzata da una grande variabilità, il QI nel range borderline deve associarsi a necessità di supporto per poter rispondere adeguatamente alle richieste del contesto di vita per poter definire una condizione clinica di FIL, la valutazione multidimensionale deve estendersi anche oltre che alle funzioni adattive anche alle funzioni di parenting. Il FIL è una condizione pervasiva che può influenzare i l funzionamento generale della persona (e.g. Nouwens et al., 2017). Gli individui con FIL incontrano molti ostacoli nel corso della vita e presentano più elevati rischi di manifestare problemi educativi, di salute mentale e sociali (e.g. Salvador-Carulla et al., 2013). Prestazioni scolastiche carenti aumentano i l rischio di abbandono scolastico (e.g. Karande et al., 2008) e difficoltà generalizzate negli apprendimenti (e.g. Ninivaggi, 2009). La letteratura ci segnala: Compromissioni a carico della memoria di lavoro (e.g. Alloway, 2010; Schuchardt et al., 2011), sia nella componente verbale che
IL POTERE SEDUTTIVO DI INTERNET

Perchè è necessaria un’educazione digitale di Loredana Luise Il tema della sicurezza di ragazzi e adolescenti che navigano in rete è un tema estremamente delicato e complesso che torna purtroppo spesso alla ribalta ogni qualvolta viene diffusa qualche notizia di cronaca legata al cattivo uso che i minori fanno, in molte casi, delle nuove tecnologie e di internet in particolare. Il termine “DIGITALE” viene usato spesso come sinonimo di tecnologia, di strumenti informatici (Internet, smartphone, tablet, Pc), in realtà digitale oggi è un termine che identifica un ambiente al cui interno si sviluppano, si creano e si mantengono delle relazioni. Questo è un nodo fondamentale del rapporto minori internet che, per necessità cronologica, ricercano al di fuori della famiglia stimoli e opportunità di confronto, facendo diventare la socializzazione il motore primario della loro vita. Quindi: DIGITALE E’ UN LUOGO DI RELAZIONE Spesso incontro genitori che manifestano preoccupazione rispetto al rapporto dei loro figli con il digitale, al punto di vietarne totalmente l’accesso; altri invece attribuiscono sufficiente fiducia ai figli e alla loro capacità di esplorare questo “nuovo” mondo lasciandoli da soli a gestirne l’utilizzo; altri ancora che consapevoli dei rischi e dei mille pericoli cercano di informarsi e di seguire le molte indicazioni che provengono da diverse fonti di informazione ma il dubbio che assale la maggior parte di loro è capire quale sia il giusto atteggiamento da un punto di vista educativo nei confronti del rapporto digitale e minori. Innanzitutto mi preme sottolineare che il web non va assolutamente demonizzato. LA TECNOLOGIA NON E’ POSITIVA O NEGATIVA in assoluto ma dipende da tanti fattori tra cui il MODO e il CONTESTO IN CUI LA SI UTILIZZA, e dai FATTORI DI PERSONALITA’ dei suoi fruitori ecc. Le opportunità fornite dall’uso di internet in termini di sviluppo cerebrale, personale e di apprendimenti in genere, sono documentate in diverse ricerche. Le App di apprendimento sono strumenti utilissimi non solo per l’acquisizione di nuovi contenuti ma anche di stimolazione e consolidamento. Alcuni studi hanno evidenziato ad esempio che i tanto demonizzati videogiochi sono in grado di stimolare abilità cognitive importanti e utili allo sviluppo cerebrale. Ad esempio in uno studio pubblicato sulla rivista Nature è stato evidenziato che dopo soli dieci giorni di gioco a “Medal of Honor”, i soggetti testati mostravano un drastico aumento dell’attenzione visiva e della memoria (Green &Bavelier, 2003). Le nuove tecnologie, come qualsiasi altra spinta cognitiva esterna, rappresentano inoltre anche per noi adulti una vera e propria fonte di attivazione della plasticità neuronale. Si parla molto oggi in neuroscienze di quanto sia importante stimolare il nostro cervello attraverso attività diversificate e inconsuete, in modo da salvaguardarsi dalla precoce degenerazione dei neuroni stessi e delle loro connessioni: in questo senso internet rappresenta anche per noi adulti un continuo esercizio di plasticità che ci salvaguardia dall’invecchiamento cerebrale precoce. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione, rispetto alla relazione tra digitale e crescita, e’ quello non trascurabile dello sviluppo della personalitàche passa, per necessità cronologica, anche dal sempre maggiore bisogno di confronto con i pari. Nel 2022 i pari corrispondo anche al web e alle relazioni che vi si instaurano al suo interno, sia che siano noti, sconosciuti, vicini o lontani. Le piattaforme Social inoltre, offrono la possibilità di creare diversi sé possibili e se queste occasioni vengono utilizzate correttamente possono attivare un processo di arricchimento personale molto importante. Mentire in rete su chi si è realmente è facilissimo così come lo è la possibilità di costruirsi identità fasulle. A questo punto a livello di costruzione della personalità il rischio qual è con gli adolescenti? Probabilmente il rischio più grande è che alla fine i ragazzi non sappiano chi siano veramente e chi vogliano realmente diventare. Mi è capitato d’incontrare ragazzi con un numero indefinito di profili Instagram nei quali si presentavano con età diverse, identità sessuali definite o indefinite alla ricerca di capire quale immagine di loro potesse compiacere maggiormente il loro ego e il loro smodato bisogno di riconoscimento altrui. Il profilo che riceve più approvazioni solitamente è quello in cui si riconoscono temporaneamente ma che verrà presto sostituito da una nuova sperimentazione di sé possibile in tempi brevi. Altro aspetto da non sottovalutare è che il cervello dei bambini e degli adolescenti è funzionalmente e strutturalmente diverso da quello degli adulti. Le aree frontali del cervello, che nell’adulto governano le funzioni esecutive e i processi decisionali, completano la loro maturazione solo dopo i 20 anni. Queste aree sono deputate al ruolo di mediazione tra la spinta emotiva e la risposta comportamentale e da questo si spiega l’impulsività che caratterizza i bambini e gli adolescenti e la loro difficoltà a pianificare e progettare razionalmente. Tradotto in termini pratici vuol dire che riuscire a controllare l’impulsività della risposta, e pensare alle conseguenze del loro comportamento, è un’abilità che non si sviluppa completamente prima dei 20 anni. Quindi quando i ragazzi chattano, navigano o si scambiano opinioni all’interno dei “forum virtuali” o durante le sessioni di gioco online sono impulsivi quanto lo eravamo noi nei cortili o per strada alla loro età, con l’aggravante di essere in internet con un bacino d’utenza più ampio e lo spettro di molteplici pericoli virtuali che potrebbero divenire emotivamente reali. Ragazzi che si insultano durante le sessioni di gioco, che maltrattano pubblicamente gli altri sono frutto di questa scarsa capacità di autocontrollo che li governa e dell’errata percezione di anonimato assoluto e assenza di regole. Quando un genitore mi dice che si fida ciecamente del proprio figlio perché è assolutamente responsabile, io gli rammento sempre che purtroppo il suo cervello non è ancora pronto a essere sempre così infallibile e re DA DOVE ARRIVA IL POTERE SEDUTTIVO DELLA TECNOLOGIA? La seduzione arriva sopratutto dalla novità di stimoli che vengono percepiti dal rapporto con questo nuovo mondo esterno, poi dalla “trasgressione” nel frequentare stili di comunicazione così lontani da quelli degli adulti che sono capaci di regalare vere e proprie esperienze di emancipazione generazionale. ESSERE FINALMENTE CIO’ CHE SI VUOLE LONTANO DAL MONDO DEGLI ADULTI con un linguaggio tutto nuovo che
La motivazione, quella brutta bestia

di Marcella Tantillo Cosa vuol dire essere motivati? Significa avere quella grinta che non fa perdere di vista l’orizzonte, mentre ci si dirige verso una meta. Ecco, in due parole il nocciólo della questione sembrerebbe giusto la meta, ma in verità la faccenda è ben più complessa. Non solo perché talvolta la meta non è affatto chiara ed anche se lo fosse non è detto che sia una meta che la persona si è scelta autonomamente. E, ammettendo pure ciò, il discorso non finisce tutto qui, poiché non basta fissare un obiettivo per tenere testa alla sfida accolta. Intervengono infatti nel frattempo una serie di variabili legate alla percezione della fattibilità, della sforzo richiesto e una valutazione del tempo da impiegare per raggiungere l’obiettivo. Sicuramente gli esperti direbbero che basterebbe procedere per piccoli steps fino al raggiungimento della meta, e ciò aiuta, non c’é dubbio, ma anche qui intervengono ulteriori questioni che si frappongono: per cominciare l’energia in ogni singola marcia innestata, cioè.. È vero che non si può partire in quinta e si parte con la prima, ma bisogna anche partire pure se vi va piano… “provare” ad andare non é efficace: o si decide di andare o non si va, non ci sono vie di mezzo in questo, anche se si va a ritmo di lumaca. Il partire non contempla il “ci proveró” piuttosto il prefigurarsi ossia l’mmaginare l’azione. Ma… Non è mica finita qui! Talvolta fra il dire e il fare c’è un tempo breve, lungo, o lunghissimo, e il tempo che gli studiosi chiamano della “precontemplazione”, un momento in cui balena l’idea e poi, gradualmente si arriverebbe ad un bilancio tra vantaggi ma anche svantaggi di una scelta di agire oppure no…senza contare che, una volta che si é partiti, momenti di marcia in “folle”, rallentamenti, retromarcia, arresti e ripartenze sono molto frequenti…. Un percorso irregolare insomma quello che porterebbe alla meta. Una meta che acquista un valore inestimabile per l’impegno, il tempo che ha comportato e la cura di non aver buttato la spugna, mai.
Adolescenza oggi: ragazzi problematici o adulti più fragili?

di Francesca Vecchione L’adolescenza, si sa, è una fase di crescita delicata e critica. Negli ultimi anni si parla di un aumento delle problematiche tra i ragazzi. Crescono i disturbi d’ansia, aumentano i problemi alimentari, preoccupa l’aumento dei disturbi comportamentali in famiglia e a scuola.C’è stato effettivamente un cambiamento dei ragazzi e una intensificazione dei disturbi o è cambiato qualcosa nel funzionamento familiare?Essere adolescenti comporta dover affrontare nuove sfide evolutive. Significa dover fare i conti con un corpo che cambia, che si fa fatica a riconoscere e, a volte, ad accettare. Significa dover ridefinire il proprio ruolo da bambino a giovane adulto, imparare a gestire e a conquistarsi la propria indipendenza e autonomia. Trovare una definizione di sé stessi nel gruppo dei pari.Tutto questo lavoro di crescita comporta dei momenti di crisi, di sofferenza, di rottura degli equilibri che c’erano prima, per costruire una nuova ridefinizione di ruoli e della propria identità.Gli adulti che ruotano intorno a questi ragazzi come vivono i loro momenti di crisi? Sono in grado di essere d’aiuto nell’affrontare tutto questo?Quello che si osserva oggi è che, spesso, accanto alla sofferenza degli adolescenti ci sono adulti altrettanto in difficoltà. C’è una fatica dei genitori nel sostenere il dolore dei propri figli e ad accompagnarli nell’attraversarlo.Un adulto che si spaventa, tuttavia, non fa altro che aumentare il senso di inadeguatezza di un ragazzo in crescita.Quando il proprio figlio vive un momento difficile o di sofferenza, il genitore entra nel meccanismo del “dover fare”: sente che deve agire, deve fare qualcosa per “tirarlo fuori” da questa situazione. Questo, però, risponde ad un suo bisogno personale, che è quello di riconoscersi come il bravo genitore che risolve il problema. In questo modo, però, non sarà in grado di rispecchiare quelli che sono i reali bisogni del proprio ragazzo, che si sentirà non capito e non ascoltato nella sua sofferenza.L’adolescente non ha bisogno di qualcuno che gli trovi una soluzione per uscire dai suoi momenti di crisi ma di un adulto che non si spaventi davanti a questi, che sia in grado di accettarlo anche nel suo dolore, insegnandogli che nella crescita la crisi è fisiologica.Per affrontare le sfide evolutive dell’adolescenza e i momenti di crisi, anche quelli più gravi, gli adulti devono ritrovare la loro funzione di rispecchiamento. Devono limitare il loro bisogno di agire e imparare a osservare il ragazzo che hanno difronte. Imparare a vedere ciò che di bello e positivo c’è nel proprio figlio e non solo ciò che delude. Insegnare ai propri ragazzi che la crescita passa anche attraverso il fallimento e che il proprio valore sta nell’attraversarlo. Come genitori più che il saper fare è importante il saper esserci.
DI VIRUS, MUCCHE E MOSCHETTIERI

di Annalisa Perziano Finalmente scorgiamo all’orizzonte i primi vaccini (e le terapie) contro il Coronavirus che nel 2020 ha piegato il mondo economico, sanitario e psicologico. SARS-CoV-2 ha mandato in frantumi la realtà, la zona di comfort di ciascuno nel mondo. In meno di 12 mesi siamo passati dalle canzoni del Festival di Sanremo ai numeri della pandemia al miracolo della scienza concretizzato in vaccini e terapie, attraverso un tempo traumatizzato. Ma un virus, un vaccino sono qualcosa di esterno che, entrando nel nostro corpo, attiva difese immunitarie e psicologiche. “Lo straniero”, “l’altro”, il nuovo, il diverso da sempre alimentano paure e angosce. E se questo può aver salvato la nostra specie in alcune circostanze nella preistoria, oggi ci getta nel baratro di alcuni episodi di cronaca. Le pandemie nella storia, viste con gli occhi della scienza, ci insegnano che si vince solo tutti insieme, perché la salute del singolo dipende dalla salute della comunità e viceversa. La pandemia da Covid in corso invece vista con gli occhi di alcuni dimostra che non tutti abbiamo imparato la lezione, altro che historia magistra vitae! Nel 1798, quando imperversava l’epidemia del vaiolo, nacque il primo vaccino contro questa malattia, e la parola stessa vaccino: etimologicamente “di vacca”, dato che il vaccino del vaiolo veniva preso direttamente dalle mammelle delle mucche. E puntuale una voce urlò al complotto che mirava a trasformare gli uomini in mucche.Ebbene ad oggi non abbiamo evidenze di alcun vaccinato contro il vaiolo diventato mucca, e non ci aspettiamo fantasiose mutazioni genetiche dovute ai vaccini contro SARS-CoV-2, al contrario ci aspettiamo che anche questa volta il virus venga debellato. Paura e ignoranza sono trasformate in paranoia, discriminazione e distruttività rivolte contro non il virus invisibile, bensì chi ne è visibile vittima. Casuali coincidenze spaziali e temporali diventano arbitrari nessi causali: l’epicentro dell’incipit della pandemia in Cina ha scatenato odio e paura contro “i cinesi”; il personale sanitario è passato rapidamente da eroe a untore. Derealizzazione, depersonalizzazione, negazione sono difese psicologiche atte a proteggerci in situazioni traumatiche, intollerabili. Se a queste aggiungiamo pre-giudizi, errori cognitivi e pensiero magico ecco illustrato il cortocircuito di alcune menti. Attenzione, le menti di tutti noi funzionano così, solo che alcuni di noi riescono a reagire: a documentarsi, a comprendere e dunque ad adattarsi. Paura e ignoranza – conoscenza e pensiero critico: 0 – 3. Perché conoscere significa capire. Capire il presente, il passato e in parte anche il futuro. A proposito di futuro, chi è interessato ad approfondire le righe qui sopra, resti sintonizzato: seguiranno altri articoli più specifici. Nel frattempo contro i(l) virus, non certo contro le persone né contro le regole di prevenzione, “uno per tutti, tutti per uno!”
Essere genitori, essere madri: adottare la vita dell’altro.

di Assunta Sagliocco “Non conosciamo mai l’amore di un genitore finché non diventiamo genitori noi stessi. “ (Henry Ward Beecher) La genitorialità è considerata nella teoria classica, come uno stadio di sviluppo nella vita di un adulto. In termini più attuali la genitorialità va intesa non tanto e non solo come una fase dello sviluppo che viene raggiunta sotto la spinta biologica e fantasmatica a procreare, ma come un processo trasformativo che evolve nel corso della vita e attraverso il quale viene sviluppata una costellazione di capacità affettive e psichiche. La domanda che sempre un genitore dovrebbe porsi è: cosa necessita la vita del figlio. Un bambino, nella sua condizione di figlio, è condizione stessa della vita umana: è al mondo grazie all’altro, bisognoso dell’amore dell’altro, non padrone delle proprie origini. Per i primi anni di vita, dipende esclusivamente da chi si prende cura di lui, da chi soddisfa i suoi bisogni fisici e psichici, ma non sempre queste funzioni sono svolte bene dai suoi genitori, solo perché sono loro, coloro che lo hanno generato. Lo saranno solo se avrà accanto a se‘dei genitori sensibili, capaci di sintonizzarsi sulle sue esigenze, offrendogli tutte le cure e l’affetto di cui avrà bisogno nel corso degli anni, riuscendo ad affrontare con luile diverse fasi della vita che si susseguiranno, con empatia e duttilità.E questo può accadere attraverso qualsiasi forma di genitorialità. Nel corso della vita, si incontrano molti padri e madri, cioè figure che simbolicamente svolgono queste funzioni, e allo stesso modo si possono avere più figli, in quanto essere genitori è prima di tutto far esperienza del prendersi cura, dell’accettazione dell’altro diverso da noi, ma che amiamo senza remore. Madre e padre, al di là delle rappresentazioni stereotipate, dunque, sono innanzitutto, due funzioni simboliche di cui la vita umana ha bisogno. L’amore materno è un sentimento e come tale, può esistere o non esistere, essere o non esserci, perdersi, non scontato. Dimora Pines afferma che :”può esistere gravidanza senza capacità di assumersi il ruolo di madre e maternità senza l’esperienza di gravidanza: donne non madri nel senso biologico ma capaci di amore materno e donne madri, incapaci di attitudine materna”.Fino ad un certo periodo, il senso materno era concepito come un istinto innato,radicato nella natura femminile, predisposizione biologica che attendeva solo il momento di manifestarsi. Secondo questa prospettiva, al fenomeno biologico e fisiologico della gravidanza, corrisponde un determinato comportamento materno che si manifesta per un tempo prolungato, comprensivo dell’allevamento e dell’educazione del bambino fino a quando non diviene adulto. Successivi studi, hanno consentito di sfatare molti luoghi comuni sulle donne, e in particolare sul senso materno come una qualità innata, presente in ogni donna. Oggi la maternità non coincide più dunque solo con l’esperienza effettiva della gestazione ma, grazie al potere della scienza, e grazie all’adozione, si è estesa ad altre possibili forme che come ci ricorda Massimo Recalcati, indicano una sua funzione essenziale: “la madre è il nome dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto, che la trattiene nelle proprie mani impedendole di precipitare, è il nome del nostro primo soccorritore”. E citando dal suo libro “Le mani della madre”, ci ricorda che per diventare madre non basta mettere a disposizione il proprio corpo, il proprio utero, ma è necessario un “si” radicale, un’apertura del proprio essere, un accoglimento senza riserve della vita attesa, senza il quale la vita non trova ospitalità. Come afferma [Ansermet; 2004]: “ogni figlio è un figlio adottivo”, nel senso che deve essere adottato da un desiderio e il legame di filiazione deve essere costruito e inventato indipendentemente da un riscontro biologico e storico. Ed è questo ciò che rende una madre “sufficientemente buona”, come direbbe Winnicott. Inoltre, con l’esperienza clinica è stato possibile notare come in situazioni favorevoli, dove la nascita non è conseguenza diretta di un bisogno o di un progetto, ma dove il figlio viene amato per il fatto stesso di essere al mondo, vi può essere una maggiore spinta alla crescita anche per i genitori, che sono più centrati sul legame di coppia, possono elaborare traumi e conflitti passati, focalizzandosi anche sull’ambiente sociale. Potremmo dunque dire che l’eredità che un genitore deve lasciare a un proprio figlio, deve andare oltre la trasmissione genetica, deve essere presente nell’inseguimento del desiderio di realizzare se stesso. La verità è che legami che durano nel tempo si fondano sull’incomprensibilità. Bisognerebbe amare un figlio, non perché ci assomiglia, ma proprio perché è diverso da noi. Probabilmente il più grande regalo che gli possiamo fare è desiderarlo, desiderare il suo arrivo. E Lacan, ci ricorda che amare è dare all’Altro quello che non si ha. Dopotutto è vero che la vita del figlio proviene dall’altro, ma deve realizzarsi come vita propria.
Dal nucleo al “sistema”

di Francesca Giuglielmetti Una delle cose che spesso risulta incomprensibile ai piú è perché, anche quando ci si trova palesemente davanti al disagio di un singolo, il terapeuta della famiglia convochi tutto il nucleo. Ora confesso che, nonostante tutti gli anni di studio, questa faccenda mi è stata realmente chiara solo passeggiando in una vigna. Si, una vigna, ma non una qualsiasi eh!, ma una magnifica, dolcemente adagiata sulle sponde del lago di Toblino, in Trentino. Durante la passeggiata (strategicamente ricercata per digerire la dodicesima portata di un pranzo di nozze) lo sguardo mi cadde su un elemento decisamente anomalo rispetto al contesto: davanti ad ogni filare c’era infatti un bellissimo cespuglio di rose. La questione doveva essere assolutamente indagata! Così, anche per sfuggire al Karaoke che incombeva, mi misi alla ricerca di una risposta. Fu la saggia zia, grande intenditrice di Gewürztraminer, a spiegarmi che la rosa ha una funzione ben precisa nei vigneti poiché è una “pianta spia”, una vera e propria sentinella, in grado di prevenire le “malattie” del vigneto. Il viticoltore guarda la rosa pensando al vigneto poiché il fiore manifesta in tempi prematuri rispetto al filare, i sintomi dovuti ad eventuali patologie. Attraverso la rosa il viticoltore monitora lo stato di salute del filare e, se necessario, è in grado di intervenire rapidamente nel caso in cui la malattia minacci la sua vigna. La passeggiata, ripresa all’imbrunire dopo i necessari chiarimenti, mi portó a pensare che il terapeuta, proprio come il viticoltore attento, per prima cosa nell’accogliere una famiglia cercherà ed osserverà la rosa. Quello che in letteratura si chiama “paziente designato” altro non è che un fiore bellissimo e delicato che porta in sé, anticipandolo al terapeuta, tutto il dolore del nucleo familiare. Le famiglie giungono in terapia letteralmente portate da un sintomo, da un disagio, da una difficoltà di uno dei suoi componenti. Mentre la famiglia, comprensibilmente, è tutta focalizzata sul disagio del suo membro, il terapeuta sa che il “paziente” è parte di un sistema. Il terapeuta sa poi che per essere efficace il suo intervento dovrà partire dal paziente, riconoscerne il dolore e prendersene cura ma sa anche che il paziente, così come la rosa, pur nella sua peculiarità, è parte del sistema e che la cura per essere efficace, pur iniziando dal paziente, deve coinvolgere e riguardare tutto il filare ossia tutta la famiglia. Nel prendersi cura della rosa il viticoltore si interconnette alla vigna e fa in modo che la sofferenza della rosa non sia stata vana ma sia servita a far crescere rigoglioso il vigneto; Nel prendersi cura del “paziente” il terapeuta si interconnette alla famiglia e fa in modo che tutto il suo dolore, la sua sofferenza ed il suo disagio siano riconosciuti nella funzione protettiva del singolo individuo che, sofferente e fragile, sta offrendo un’occasione di cura a tutta la famiglia.
Quando il giudizio degli altri diventa troppo importante: il fenomeno dell’ansia sociale

di Loredana Luise Negli ultimi tempi incontro sempre più spesso ragazzi o ragazze che mi raccontano di provare una forte ansia, soprattutto in situazioni nelle quali devono riuscire a dimostrare il loro valore agli altri, come nelle interrogazioni a scuola e nelle gare sportive. Lavorando negli sportelli d’ascolto a scuola mi capita d’imbattermi in ragazzi dagli 11 anni in su, che mi riferiscono di sentirsi minacciati da quello che gli altri possono pensare, e non necessariamente dagli adulti, quanto piuttosto dai loro coetanei. E’ una vera e propria necessità di evitare figuracce, o situazioni imbarazzanti, che possano metterli in cattiva luce rispetto al gruppo, del quale ricercano continuamente l’approvazione. Spesso sono ragazzi timidi e taciturni che osservano in silenzio le dinamiche del gruppo, ma a volte sono anche soggetti ben inseriti che invece si sentono sempre sotto giudizio dei loro coetanei. Mi capita di ricevere richieste di consulenza da parte di genitori preoccupati dei loro figli che manifestano questo tipo di disagio emotivo, e altre volte da parte di insegnanti che si trovano a gestire situazioni piuttosto difficili e particolari nel contesto classe. La pandemia ha peggiorato la situazione L’ansia sociale è un fenomeno conosciuto e studiato lungamente, ma probabilmente, le situazioni di isolamento degli ultimi due anni, legate alla situazione pandemica, hanno notevolmente esacerbato questa sintomatologia. La mia sensazione è che chi probabilmente già prima della pandemia in qualche modo provava molta apprensione per i contesti di prestanza, avendo sperimentato per lungo tempo l’isolamento, ed evitato situazioni di gruppo o semplicemente di confronto, sia ancora più disabituato a dimostrare agli altri quanto valga veramente. Limite tra timidezza e ansia sociale I ragazzi timidi e riservati sono sempre esistiti, noi tutti abbiamo avuto un compagno talmente timido dall’averne sentito a malapena la voce, ma il limite tra timidezza ed evitamento per ansia sociale è molto sottile. Molti soggetti timidi riescono comunque a essere prestanti e a vivere il loro stato di riservatezza come una caratteristica personale anche apprezzata o apprezzabile, altri invece, lottano con la paura di confrontarsi al punto da isolarsi. La riduzione delle esperienze sociali e delle situazioni di confronto pubblico ha sicuramente fornito invece esperienze piacevoli di isolamento che hanno rafforzato la strategia di evitamento dei contesti pubblici di confronto. Il fenomeno dell’isolamento sociale da parte di ragazzi, giovani adulti e anche adulti è oramai una realtà in crescendo e va di pari passi con l’iperconnessione ad internet e il progressivo estraniamento da contesti di vita concreta. Anche chi da lungo tempo lavora in smartworking, ed ha da sempre delle caratteristiche di personalità tendenti all’individualità, sicuramente predilige la situazione che vive evitando i contesti di confronti che sono da sempre fonte di ansia, con il rischio di non riuscire più a gestire però un futuro rientro in un contesto sociale. Quali sono i vissuti di chi vive questo stato emotivo I ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto o che vengono con le famiglie in consulenza privata riportano spesso come sintomi anticipatori stati di tachicardia, iperventilazione, difficoltà a deglutire o problemi gastrointestinali. Gli effetti sull’evento specifico invece sono l’impossibilità o la difficoltà a parlare, l’annebbiamento, l’amnesia momentanea o lo stato confusionale generalizzato. Tra gli adulti che nel tempo hanno imparato a riconoscere i sintomi mi raccontano di utilizzare varie strategie di evitamento che spesso però si correlano con sintomi fisici precisi dei quali sanno fare dettagliatamente il resoconto. A conferma di uno studio condotto da Beck e Emery la modalità che utilizzano questi soggetti per valutare le situazioni a rischio ha un doppio codice. Quando sono lontani dallo stimolo fonte d’ansia, hanno una valutazione completamente razionale mentre appena si avvicinano alla situazione ansiogena utilizzano un codice del tutto irrazionale che non consente loro di affrontarla in modo adeguato, per lo meno emotivamente. Molti di loro riescono anche a essere comunque produttivi e precisi ma lo sforzo per raggiungere tale perfezione va notevolmente a discapito di un minimo equilibrio emotivo e lontanissimo dalla possibilità di poter godere del risultato. Altri invece sono in tale difficoltà che pregiudicano notevolmente il risultato inanellando una serie d’insuccessi l’uno sull’altro che minano completamente la loro autostima. Ma qual è l’origine di questo estremo bisogno di approvazione altrui? L’ansia sociale è un vero e proprio disturbo multifattoriale e per tale motivo si presume che possa originare da fattori genetici, da fattori ambientali e educativi o in alcuni causi da eventi traumatici. Molti studi confermano il fatto che crescere con un genitore che ha un vissuto simile, con molta probabilità comporterà l’insorgere di questa sintomatologia: l’ipervigilanza, l’atteggiamento fobico controllante o le eccessive aspettative di risultati e successi come modalità educativa dei genitori sono altri fattori predisponenti. L’autostima è sicuramente il valore chiamato in causa principalmente in questi contesti esperenziali. Un soggetto che non ha un’adeguata autostima, che vive da sempre grandi insicurezze rispetto le sue capacità e potenzialità, sicuramente teme molto di più il giudizio degli altri rispetto a chi è riuscito ad accrescere la propria autostima e il proprio valore personale. Quindi le modalità di attacamento con i genitori o le figure di accudimento, una tendenza educativa giudicante e molto attenta alle apparenze e all’immagine pubblica possono sicuramente influire sull’insorgenza di questi vissuti emotivi. Quando si trasforma in un vero e proprio disturbo Sappiamo che è impossibile prescindere completamente dal giudizio degli altri. In una società in cui la ricerca del LIKE sui social e della continua approvazione di massa, il rischio che si corre è che si perda di vista l’importante processo di autodeterminazione e di valore personale che sono necessari alla formazione dell’autostima. Se già da bambini si inizia a vivere i contesti sociali in questo modo, la vita diventa veramente faticosa, ed in effetti molti studi dimostrano come sia logorante per il fisico e per la mente mantenere costanti questi alti livelli d’ansia e di connessa ipervigilanza. Riconoscere quanto prima in modo razionale la possibilità di incorrere in un vero e proprio disturbo è il primo passo, affrontare un preciso percorso per gestire la sintomatologia e lavorare sui pregressi
Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it
Cara Rose, sei certa che Jack sia esistito davvero?

di Fabio Battisti “Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi” Una Rose ultracentenaria è l’unica in grado in grado di ricordare una delle più belle storie d’amore d’inizio e fine del XX secolo. Lo sfondo cinematografico del Titanic sembra quasi una scusa per narrarla, soprattutto per giustificare la sua breve durata attraverso una tragedia nella sciagura. Ma siamo sicuri che il naufragio abbia avuto esclusivamente questa funzione? Le funzioni psichiche del cinema sono conosciute quanto sottovalutate e molteplici. L’idea della grande storia d’amore che termina suo malgrado ricorda tanto le mitiche vicende di “Via col vento” e “Casablanca”, nelle quali la relazione, cristallizzata nel tempo, permetteva al grande pubblico di immedesimarsi per via delle frustrazioni sentimentali del passato oppure per le insoddisfazioni correlate con la vita matrimoniale. In “Titanic” tuttavia la decisione non appartiene ad uno o entrambi i protagonisti, quanto a un fato cinico che tronca l’esistenza di uno dei due amanti. Quest’ultimo sembra tuttavia completare il “rituale iniziatico” che caratterizza il racconto stesso di Rose: le conferma che diventerà una donna libera, emancipata, sicura di sè, a prescindere dalle situazioni economiche e sociali nelle quali si ritroverà a vivere scambiando la sua identità con una ragazza defunta, totalmente speculare a quella di una ragazza ricca intrappolata in un destino di schiava e sull’orlo del suicidio. L’idea struggente dell’amore perduto appare un dazio obbligato, da pagare per essere salvata e traghettata verso una nuova vita, anagrafica e mentale. Il fatto è che Jack sembra fin troppo funzionale e curato, calato ad arte in quello che si rivelerà il processo evolutivo di Rose. Visto che di mezzo c’è una sciagura con in mezzo migliaia di vittime e questa ragazza a distanza di oltre 80 anni ricorda tutto…potrei concedermi una deformazione professionale? Uno shock del genere non avrà comportato un trauma, in grado di dare forma e contenuti al bisogno di essere salvata sia dalla morte fisica che da quella interiore? Come ricorda nel finale, “Jack mi ha salvato, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”: un Principe Azzurro, già di suo poco credibile, al confronto passerebbe per un dilettante. D’altra parte oltre a Jack vengono a mancare i suoi amici, mentre chi lo ha conosciuto non si potrà più riconfrontare con Rose per eventuali smentite. Esiste quindi la possibilità che non viva soltanto nei suoi ricordi, ma nella sua immaginazione. Inverosimile? Eppure stiamo parlando di un periodo storico nel quale Freud curava le “paralisi isteriche” e altre problematiche riguardanti quelle donne rispecchianti le condizioni sociali e psichiche di Rose, incastrate tra agiatezze economiche e vincoli culturali dell’epoca. Solo che non c’era tempo e spazio per la Psicoanalisi e tanto meno per gestire eventuali conseguenze post-traumatiche: l’esigenza di Rose di liberarsi dalla prigione dorata si sarebbe correlata al trauma stesso, includendovi la possibilità di un’ampia zona d’ombra dove nascondere un amore in ogni caso impossibile. C’è una forte possibilità che “My heart will go on” di Celine Dion si riferisca a una figura immaginaria? Scusatemi, non si tratta di un “esperimento sociale” per polarizzare l’odio di una generazione verso il mio mestiere. Non dimentichiamo che in ogni caso l’intera storia d’amore è di per sè un evento di fantasia, come tante trasposizioni cinematografiche. Quello che potrebbe sorprendere in realtà sono le nostre capacità adattive, anche nei momenti più gravi, nei contesti più insopportabili e perfino nelle…patologie, seppur controproducenti in queste situazioni sono comunque un tentativo di tutela da qualcosa di insopportabile e devastante. In fondo, qualora Jack fosse stato veramente il frutto dell’immaginazione di Rose, chi avrebbe ritenuto giusto biasimarla?