Miti e Mandati Familiari

di Ilenia Gregorio In psicologia e psicoterapia per “Mito Familiare”, si intende l’insieme di schemi cognitivi consci e inconsci con cui una famiglia interpreta la realtà interna o esterna al proprio nucleo e ricostruisce psicologicamente la propria storia. In effetti, un Mito Familiare si trova a metà fra elementi reali ed elementi di fantasia: al posto della mancanza viene costruito dalla famiglia un mito, cioè una serie di credenze integrate e condivise da tutti i membri del sistema che aiuta a forgiare una realtà utile ai bisogni emotivi del nucleo familiare ed è capace di creare un senso intorno a fatti ambigui che creano disagi. Ovviamente il mito condizionerà la realtà, diventando un codice di lettura di questa. Il mito familiare è tramandato di generazione in generazione. Esso è perpetuato attraverso il racconto di storie reali, aneddoti o attraverso la narrazione di accadimenti in forma di romanzo o leggenda, rielaborando o deformando attraverso la fantasia, i particolari della realtà. Le storie e le dinamiche sono raccontate e rinforzate all’interno della famiglia d’origine. Principio ancora più importante, le storie ricordano a ciascun membro ciò che deve essere e ciò che non deve essere, ciò che deve fare o non fare, i ruoli da ricoprire, i valori da perseguire, chi scegliere come partner, la modalità di relazionarsi con gli altri e, di conseguenza, la modalità di affrontare i problemi e rispondere agli eventi dolorosi. La trama familiare si ripete nel tempo. Direttamente o indirettamente, il sistema familiare influenza in modo rilevante ciò che siamo e ciò che facciamo. Il mito familiare definisce, pertanto, il mandato familiare che ogni individuo è indirettamente chiamato a portare avanti per non mancare di rispetto e adesione al patto di famiglia, (Andolfi, 1987), dove per “Mandato Familiare” intendiamo una serie di prescrizioni o messaggi che vengono passati all’interno di una famiglia. Questi possono essere espliciti, come le aspettative espresse dai genitori sui figli, o impliciti, incorporati cioè in comportamenti e atteggiamenti quotidiani che si radicano e prendono forma nella struttura di personalità di ciascun membro della famiglia.
Buone vacanze da Psicologinews.it

Le pubblicazioni riprenderanno a Settembre. Buone Vacanze!
LA TRAPPOLA DEL DOC

di Antonia Bellucci I l disturbo ossessivo compulsivo di personalità è il terzo disturbo di personalità più comune (Zimmerman, Rothschild, Chemlinski, 2005; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000). I l d i s t u r b o o s s e s s i v o – compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni: le o s s e s s i o n i s o n o i d e e , immagini o impulsi di tipo r i c o r r e n t e , p e r s i s t e n t e , involontario, intrusivo e ansiogeno. Le compulsioni (definite anche rituali) sono particolari azioni o atti mentali che i soggetti si sentono spinti a compiere ripetutamente per cercare di ridurre o prevenire l ’ a n s i a c a u s a t a d a l l e ossessioni.Tal e disturbo (DOCP) è caratterizzato, secondo il DSM-5, dalla presenza di specifici tratti di personalità: p r e o c c u p a z i o n e p e r i d e t t a g l i , perfezionismo, eccessiva devozione per lavoro e produttività, estrema coscienziosità, difficoltà a delegare compiti, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, testardaggine e rigidità.Tut to ciò compor ta una difficoltà nel funzionamento psicosociale ed una ridotta qualità della vita. I l funzionamento d e l l a personalità, a causa del disturbo, most ra evident i difficoltà nelle seguenti aree: identità, intimità, empatia, capacità di autodirezione, un rigido perfezionismo; possono essere presenti anche due o p i ù d e i s e g u e n t i t r a t t i psicopatologici di personalità: perseveranza, affettività r i s t r e t t a , e v i t a m e n t o dell’intimità. Ma cosa conduce a tutto ciò? Innanzitutto la qualità dell’attaccamento, come emerge dalle storie di vita di questi soggetti, è compromessa: spesso non si è formato un attaccamento sicuro e i pazienti hanno ricevuto poche cure ed un eccesso di protezione durante l’infanzia con un successivo fallimento nello sviluppo emotivo ed empatico (Nordhal, Stiles, 1997; Perry, Bond, Roy, 2007).È al t resì impor tante (Di Maggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) tenere in c o n s i d e r a z i o n e a n c h e circostanze relativamente r e c e n t i c h e p o s s a n o comunque aver contribuito alla cristallizzazione d i uno s c h e m a p a t o g e n o , consolidatasi nel tempo attraverso le esperienze ed u n a r a p p r e s e n t a z i o n e soggettiva del destino a cui andranno incontro i personali desideri nel corso delle relazioni con gli altri. E quindi, come risponde il paziente a questo suo mondo interiore? Tutto ciò mette l’individuo in condizione di r a g g i u n g e r e obbligatoriamente obiettivi, faticando a dedicarsi a m o m e n t i d i p i a c e r e e rilassamento; tali individui hanno bisogno di controllare gli altri e, se gli altri sfuggono al controllo, diventano ostili e possono avere esplosioni occasionali di rabbia sia a casa che al lavoro.Un soggetto con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può avere il desiderio di autonomia ed esplorazione ma immagina c h e s e m o s t r a spontaneamente l e sue emozioni e propensioni, l’altro si mostrerà critico, aggressivo, punitivo ed impositivo; in risposta, il soggetto prova p a u r a e s o g g e z i o n e e controlla emozioni (inibizione emotiva) e comportamento, rinuncia all’esplorazione bloccando i piani spontanei autogenerati e si conforma alle a s p e t t a t i v e d e l l ’ a l t r o , sperimentando un senso di costrizione unitamente ad un senso di inefficacia personale, al quale segue un’ipertrofia della rilevanza delle regole (tratto ossessivo); può anche immaginare di mostrare le sue emozioni e propensioni, ma prevede che l’altro rimarrà deluso e soffrirà; in risposta, la persona prova colpa e perde convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati. Si crea così un circuito di mantenimento dei problemi interpersonali. Ques t e s t rategi e che i l soggetto sviluppa nel tempo per adattarsi all’aspettativa su come l’altro tratterà i suoi desideri elicitano, a loro volta, nell’altro delle risposte emotive e c omp o r t ame n t a l i c h e spesso, inconsapevolmente, confermano le credenze negative iniziali della persona, generando, in tal modo, u n c i c l o interpersonale patogeno che contribuisce a mantenere il d i s t u r b o . S i p e n s i , ad esempio, a l l a tendenza c o m u n e n e l d i s t u r b o ossessivo-compulsivo di personalità a sovraccaricarsi di impegni, di compiti, con grande difficoltà a delegare o a chiedere aiuto. A quel punto, non vedendosi aiutato (non avendolo chiesto) il paziente percepisce l ’ a l t r o come disattento, senza la volontà di fornirgli aiuto. L’altro da parte sua, non ascoltando le richieste d’aiuto, e a n z i f r o n t e g g i a n d o l’autosufficienza obbligata del paziente con personalità ossessivo-compulsiva, preferisce tenersi a distanza sentendo il proprio aiuto inutile e i propri interventi come inadeguati e criticabili. Il paziente però in alcuni momenti, sovraccarico dal lavoro e irritabile per la fatica, scoppia rabbiosamente alla vista dell’altro che non lo supporta e protesta per il supporto che, immoralmente, gli è stato negato. L’altro a q u e s t o p
Un’intricata danza di pensieri. Quando l’overthinking ci intrappola in una nebbia di incertezza

di Nicoletta Del Monaco Quando la mente si immerge troppo profondamente nei d e t t a g l i , nelle p o s s i b i l i conseguenze e nei “e se”, analizzando ogni aspetto di una situazione o decisione, può diventare un ostacolo, generando, in questo modo, un sovraccarico cognitivo, compromettendo la chiarezza e la capacità di prendere decisioni ponderate. In questa intricata danza di pensieri, ci si trova spesso intrappolati in una nebbia di incertezza, conducendo l’individuo che se ne trova immerso, a una sorta di paralisi mentale.L’Overthinking, conosciuto come pensiero eccessivo, è un intricato labirinto mentale che spesso ci trascina in un vortice di riflessioni incessanti, preoccupazioni eccessive sul futuro o rimuginazioni sul passato. Questo fenomeno, se lasciato senza guida, può diventare un territorio complesso e difficile da esplorare, le cui origini sono spesso correlate a fattori come l’ansia, l’autostima e la paura del giudizio sociale. Daniel Kahneman, nel libro “Thinking, Fast and Slow” esplora come la mente elabori le informazioni, spiegando in che modo l’overthinking possa i n fl u e n z a r e l a p r e s a decisionale quotidiana ed offrendo una profonda analisi d e l l a m e n t e u m a n a , suddividendo, quest’ultima in due sistemi distinti: il Sistema 1 (pensiero intuitivo, rapido ed automatico) e il Sistema 2 (il pensiero analitico, più lento e deliberato). Kahneman esplora come questi sistemi interagiscano d u r a n t e i l p r o c e s s o decisionale quotidiano. In situazioni normali, il Sistema 1 si attiva automaticamente per risparmiare tempo ed energia, ma può portare a giudizi veloci e talvolta impulsivi. D’altro canto, il Sistema 2 richiede uno sforzo cosciente e può essere coinvolto quando si t r a t t a d i d e c i s i o n i p i ù complesse o problematiche.L’overthinking, secondo Kahneman, emerge quando il Sistema 2 è iperattivo ed in una fase in cui si assiste e ad un’analisi eccessiva delle o p z i o n i e n e l l a preoccupazione di possibili esiti. Questo processo può portare a decisioni meno accurate, poiché l’eccessiva analisi può distorcere la percezione della realtà. A tal proposito, infatti, l’autore, sottolinea che comprendere come funzionano questi due sistemi può essere cruciale per migliorare la qualità delle decisioni, consigliando di essere consapevoli delle proprie tendenze cognitive e di bilanciare attentamente l’uso dei due sistemi in base al contesto con il quale entriamo in contatto.Un’analisi più approfondita sull’argomento si trova anche in “The Paradox of Choice” di Barry Schwartz, che affronta il concetto intrigante secondo il q u a l e , u n ‘ e c c e s s i v a disponibilità di opzioni, può g e n e r a r e s t r e s s e insoddisfazione anziché aumentare la felicità e la soddisfazione personale.Schwar t z esplora come viviamo in un’era in cui siamo sommersi da una molteplicità di scelte, che spaziano dalla selezione di prodotti nei supermercati alla scelta di carriere o partner di vita. Contrariamente a l l ‘ i d e a comune che più opzioni portino a una maggiore felicità, l’autore argomenta che la nostra capacità di fare s c e l t e p u ò e s s e r e compromessa quando ci troviamo di fronte a un eccesso di opzioni. Di fatti, quando ci sono troppe opzioni, le persone possono sentirsi sopraffatte dalla necessità di esaminare ogni possibilità, valutare i pro e i contro, e ant icipare ogni possibi le risultato ed è proprio in questo momento che emergono, secondo l’autore, i concetti chiave della “paralisi da analisi” e del “rimpianto del compratore”.Se il primo concetto mette in luce l’idea che, in determinate circostanze, una quantità eccessiva di opzioni può impedire alle persone di agire in modo efficiente e di godere appieno delle loro decisioni, suggerendo a tal proposito che semplificando le scelte o riducendo il numero di opzioni disponibili, può aiutare a superare questa paralisi e portare a una maggiore stato di soddisfazione, il secondo, invece, si riferisce al senso di insoddisfazione o dubbio che può insorgere dopo aver effettuato una scelta tra diverse opzioni. Infatti, quando si è esposti a molte possibilità, c’è una maggiore probabilità che si inizino a considerare g l i scenari alternativi dopo aver effettuato una scelta, generando dubbi sulla decisione presa e portando a un senso di insicurezza.Sulla scia di quanto appena riscontrato, attraverso i libri degli autori sopraindicati, nella vita quotidiana, le persone che soffrono di overthinking, possono sperimentare una serie di effetti psicologici che influenzano il loro benessere emotivo e la qualità della vita g e n e r a n d o u n a compromissione e della salute me n t a l e e d e l l a p r e s a decisionale e dello stile comportamentale e della personale esperienza emotiva, la cui gravità dipenderà dalla durata e dall’intensità di tale fenomeno. Gli effetti più comuni includono:· ansia e preoccupazione costante nel momento in cui, le persone possono preoccuparsi in modo eccessivo su situazioni passate, presenti o future, creando una tensione emotiva costante;· difficoltà nel prendere decisioni anche di routine, temendo di fare la scelta sbagliata;· insonnia e disturbi del sonno;· autocritica e perfezionismo;· bassa autostima;· distorsione del pensiero in q u a n t o l e p e r s o n e potrebbero concentrarsi sui peggiori scenari possibili o interpretare i n modo negativo le situazioni, anche quando non vi è motivo di preoccupazione;· esaurimento mentale che potrebbe comportare un’eccessiva sensazione di stanchezza, incapacità di c o n c e n t r a r s i e u n a diminuzione delle energie mentali;· difficoltà nelle relazioni interpersonali poiché le persone, nell’essere troppo auto-assorbite, potrebbero non essere completamente presenti nelle interazioni sociali;· depressione in quanto la continua negatività e l’analisi
VIOLENZA CONTRO GLI OPERATORI SANITARI: RIFLESSIONI SUL FENOMENO

di Cinzia Saponara PREMESSANell’ambito dei programmi di prevenzione, gli operatori sanitari devono poter ricevere una formazione sui rischi specifici connessi con l’attività svolta, inclusi i metodi di riconoscimento di segnali di pericolo o di situazioni che possono condurre ad aggressione e di metodologie per gestire i pazienti potenzialmente aggressivi e violenti. Ci sono alcuni interventi che si sono rivelati più efficaci, presentati da numerose Linee guida, che vengono insegnati durante i training di formazione: “Le tecniche di De-escalation”, sono fondate sul riconoscimento che alla base degli atti di aggressività vi è un’attivazione psicofisiologica (arousal) che comporta cambiamenti somatici e psicologici primariamente cognitivi, che si producono in relazione alla percezione di una minaccia. Si utilizzano tecniche di comunicazione, verbale e non, atte a modulare gli stimoli positivi e quelli avversativi, con interventi di desensibilizzazione progressivamente volti a ridurre e contenere lo sviluppo naturale del ciclo dell’aggressività.Aggressività è una parola multidimensionale, o parola valigia. La sua complessità la si può ritrovare nella radice etimologica, la parola deriva dal latino AD GRADIOR, il verbo Gradior indica non solo attaccare ma anche un andare verso, anche la preposizione AD significa contro ma anche verso, allo scopo di. Questi molteplici significati sottolineano non solo l’intento di aggredire ma anche la possibilità di intraprendere un’azione e di raggiungere un obiettivo. La Violenza, invece, può essere definita come un atto, un agito contro l’altro con l’intenzione di provocare un danno estremo. Esistono svariate Teorie del Comportamento Aggressivo, che possono essere divise in quattro grandi gruppi:· Teorie biologiche, focalizzano l’attenzione sui correlati anatomici, biologici e fisiologici del comportamento aggressivo: Amigdala, serotonina, testosterone.· Teoria delle pulsioni e degli istinti espresse dall’Etologia e dalla Psicoanalisi, che considerano l’aggressività un istinto presente nell’individuo fin dalla nascita, I comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale ed al mantenimento della specie. Sia l’approccio freudiano che quello etologico considerano dunque l’aggressività come “naturale” ed inevitabile.· La Teoria Comportamentale vede l’ipotesi frustrazioneaggressività (Dollar,1939), ovvero ogni situazione che ostacola la tendenza dell’individuo a raggiungere un obiettivo, diventa origine di aggressività e provoca una sequenza comportamentale la cui risposta è un’offesa di solito rivolta verso l’oggetto ritenuto causa dell’impedimento.· La Teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 1973): l’aggressività può essere il prodotto della frustrazione solo se sin da bambini essa è stata appresa come risposta ad un aumento della tensione. Si ipotizza che il comportamento aggressivo venga acquisito attraverso l’imitazione di modelli parentali, dei coetanei, della televisione. Le tecniche di DE escalation hanno come matrice di riferimento il Modello Teorico Cognitivo Comportamentale, i vantaggi di questo modello sono:o Non stigmatizza l’aggressore;o Sottolinea la soglia di tolleranza individuale ai fattori trigger1;o Si focalizza sulla comprensione dei significati alla base del comportamento aggressivo;o Consente, attraverso il tempestivo riconoscimento dei segnali tipici della De escalation, di bloccare l’evolversi del comportamento aggressivo;o Mettere in atto comportamenti e strategie che promuovono la sicurezza e riducono le conseguenze del comportamento aggressivo;o Non è rilevante chi ha torto o ragione, si è tutti vincitori quando nessuno si fa male. L’unico obiettivo è la sicurezza. Il ciclo dell’aggressività si compone di 5 fasi (le fasi 1 e 2 sono quelle della peraggressione), per ciascuna delle quali vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento, che devono essere tempestive. Fattore scatenante, stimolo (reale o presunto) considerato minaccioso, che può innescare una spirale di violenza. Per ciascuna di queste fasi vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento che devono essere tempestive• In fase di PREAGGRESSIONE bisogna:Osservare la presenza di segni prodromici, fare una rapida valutazione del rischio e prendere decisioni rapide;Affrontare la situazione contigente o con la tecnica del Time out o con le Tecniche di DE Escalation.Il primo obiettivo deve essere quello di ridurre il livello della tensione in modo che sia possibile un minimo di dialogo. FASE 1 del Trigger = fattore scatenante, il ciclo inizia con un primo scostamento dal baseline psicoemotivo della condizione ordinaria.Comportamenti verbali e espressivi (mimici e comportamentali) rendono percepibile l’avvio del processo come uno stato di attivazione ed allerta. I fattori a cui il trigger è legato sono: – SPECIFICI: caratteristiche individuali dell’aggressore, disinibizione indotta dall’assunzione di sostanze, presenza di fattori di provocazione, CONTESTO: clima di tensione, atteggiamento degli operatori sanitari, attese prolungate, ELEMENTI STRUTTURALI: spazi privi di privacy , ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO è riconoscere e rimuovere il trigger, isolare la persona in ambiente neutro, con minori stimoli. FASE 2 della Escalation si manifesta con un aumento dello stato di agitazione psicomotoria con minacce ad alta voce, eloquio scurrile, gesticolazione vivace contro oggetti, arredamento o persone. Per gestire tali segnali premonitori e condurre ad azioni di de-escalation è necessario innescare uno stato di allerta volto a garantire la sicurezza del personale e di tutti i presenti per scongiurare le conseguenze di un eventuale atto violento improvviso.ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO Talk down: utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. FASE CRITICA FASE 3 Acting-out inteso come “rottura dell’equilibrio” sia a livello individuale (equilibrio tra forze interne e difese dell’Io), che relazionale con gli altri (equilibrio fino a quel momento relativamente stabile). ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. Quando le tecniche di de-escalation falliscono e il ciclo dell’aggressione raggiunge la fase critica, l’attenzione del personale sanitario deve essere focalizzata alla sicurezza e mirata alla riduzione delle conseguenze dell’atto violento. FASE 4 DEL RECUPERO POST CRISI In questa fase vi è una riduzione dello stato di agitazione, ma alta
L’ADHD prima dell’ADHD, l’osservazione che precede la nosografia

di Roberto Ghiaccio L’ A D H D n o n e s i s t e , è inventato, è sopravvalutato, è colpa dei genitori..è una forma di deresponsabilizzazione, è un americanata per vendere ritalin, sono solo alcuni dei pregiudizi che colpiscono questo disturbo e per comprendere l’ADHD oltre le sistemazioni nosografiche attuali è necessario ripercorre e r i c o s t r u i r e l a s u a descrizione. Ma chi furono i primi medici a d a r e u n v o l t o q u e s t a sindrome? E ’ o p i n i o n e c o m u n e c h e l a p r i m a descrizione risalga con ogni probabilità al medico scozzese Alexander Crichton (1763 – 1856) , che nella sua opera in due volumi, “An Inquiry Into the Nature and Origin of Mental Derangement” edita Londra nel 1798, descrisse una sindrome che sembrava avere caratteristiche molto simili al deficit di attenzione dell’ADHD. Nel capitolo dal titolo “On attention, and its Diseases”, Crichton così definiva il significato della capacità di attenzione: “When any object of external sense, or of thought, occupies the mind in such a degree that a person does not receive a clear perception from any other one, he is said to attend to it”.L’incapacità di partecipare allo stimolo esterno, diceva Crichton, si traduce in una difficoltà nel mantenere l’attenzione, difetto che egli riteneva core deficit e che quindi si rendeva evidente molto precocemente nella prima infanzia Il disturbo, caratterizzato da f a c i l e distraibilità, da iperattività e da i m p u l s i v i t à , d i v e n i v a conclamato nell’età scolare, quando rendeva il bambino incapace di partecipare alle attività scolastiche. Non di rado, diceva i l medico scozzese, questi bambini diventano aggressivi, sino “a rasentare la follia” Crichton, per il quale l’incapacità di mantenere un grado costante di attenzione per qualsiasi oggetto, derivava quasi sempre da una sensibilità patologica o innaturale dei nervi, aveva tuttavia osservato che tale disturbo andava comunqueregredendo con l’età. Ma quasi già nel 1775 Melchior Adam Wei kard des c r i veva bambini ed adulti con “Mancanza d i a t t e n z i o n e / A t t e n t i o Volubilis”facilmente distratto da tutto (anche dalla sua stessa immaginazione), persistente, i p e r a t t i v o e i m p u l s i v o , generalmente sbadato, volubile e baccanale, superficiale ovunque, per lo più spericolato, altamente i n s t a b i l e n e l l ’ e s e c u z i o n e . Weikard aveva anticipato che la disattenzione è più comune negli adulti e nelle donne, mentre nei bambini predomina l’iperattività. Weikard attribuiva ciò a una generale mancanza di disciplina e stimolazione, a una cattiva educazione nella prima infanzia o, più insolitamente e più recentemente ai suoi tempi, alla disregolazione d e l l e fibre cerebrali dovuta a sovra o sotto stimolazione.Dopo circa cinquant’anni un medico tedesco pose un tassello importante nella storia della sindrome dell’ADHD e lo fece in modo abbastanza curioso. Heinrich Hoffmann (1809 – 1894) aveva s t u d i a t o m e d i c i n a all’università di Heidelberg, approfondendo poi gli studi ad Halle ed a Parigi. Hoffmann nel 1845 scrisse un libro / filastrocca per bambini dal titolo “Der Struwwelpeter, ovvero storielle e immagini divertenti per bambini dai 3 ai 6 a n n i ” , d a l u i s t e s s o d i s e g n a t e , n e l q u a l e descriveva le malefatte di un bambino che presentava tutte le caratteristiche del bambino iperattivo e impulsivo. Esemplare la scenetta nel q u a l e i l b a m b i n o , s o p r a n n o m i n a t o anche Zappelphilipp, sordo agl i ammonimenti dei genitori, che lo invitavano alla calma e alla compostezza. Alla fine, dopo essersi dimenato e dondolato sulla sedia, si tira addosso la tovaglia con tutte le stoviglie, le posate e le bottiglie. Lo scopo delle filastrocche, d o v e v a e s s e r e essenzialmente educativo, illustrando in modo esagerato, l e c o n s e g u e n z e d i comportamenti sbagliati nei bambini: igiene personale, distrazione congenita, gioco con oggetti pericolosi, essere disobbedienti, crudeltà verso gli animali. Nel 1889 Thomas Smith Clouston (1840-1925) ipotizzò che i bambini iperattivi e con disturbi del comportamento f o s s e r o a f f e t t i da una condizione di overactive neurons in the higher cortexes of the brain. Il consiglio terapeutico di Clouston era quello di utilizzare il bromuro come sedativo. Agli inizi del XX secolo fu i l pediat ra inglese George Still (1868 – 1961) ad interessarsi dei bambini affetti da iperattività e disturbi dell’attenzione. Still oltre modo è ricordato per aver scoper to l’artrite r e u m a t o i d e g i o v a n i l e sistematica che prende appunti il nome id morbo di Still. Il pediatra inglese nel descrivere i bambini con i sintomi dell’ADHD, introdusse il concetto di “deficit del controllo morale”, riteneva che i disturbi comportamentali potessero essere spiegati con la mancanza di “morale”. Se pur con una vena moralistica e dressaggistica Still accenna al deficit di inibizione e funzioni esecutive introducendo la comorbidità, quasi il continuo con i futuri disturbi del comportamento.Alfred Frank Tredgold (1870 – 1952) nel suo volume Mental deficiency (Amentia) edito a Londra nel 1908, descrisse alcuni casi clinici di bambini con sintomi ascrivibili ad una sindrome
I Problemi Psico-sociali del paziente pediatrico con patologia cronica

di Ilenia Gregorio Le patologie croniche sono malattie dalla prognosi incerta e a decorso ingravescente che richiedono un rapporto continuativo e diretto con le strutture e gli operatori s a n i t a r i . L a N a t i o n a l Commission on Chroni c Illness degli USA, nel 1956, ha definito malattie croniche tutte quelle patologie caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche (Bertola e Cori, 1989). A differenza delle malattie acute, che alterano lo stile di vita per un periodo di tempo circoscritto, i pazienti affetti da patologie croniche – e spesso anche i loro familiaridevono adattare le loro abitudini, i loro spazi e i loro tempi in base alla malattia, al suo decorso e alle terapie necessarie (Krulik e coll., 1999). L’impatto psico-sociale delle malattie croniche, infatti, si manifesta a diversi livelli, i n t r a p s i c h i c o e d interpersonale, nell’ambito f a m i l i a r e , s c o l a s t i c o e l a v o r a t i v o e a l i v e l l o macrosociologico.Già dagli anni ’30 Anna Freud metteva in evidenza che una “malattia fisica” poteva avere gravi conseguenze sullo sviluppo psicologico del bambino, soprattutto se di l u n g a d u r a t a . L’ospedalizzazione e le cure p r o l u n g a t e p o t e v a n o compromettere in modo anche importante, il delicatissimo processo evolutivo del piccolo ammalato, con conseguenze diverse correlate all’età di insorgenza della patologia, alla sua gravità e al suo protrarsi. Dai primi studi di Anna Freud ad ora lo scenario è gradualmente cambiato se consideriamo che i progressi terapeutici hanno trasformato molte patologie incurabili in malattie con sopravvivenza prolungata, incrementando, però, i problemi sociali. Oggi giorno, le strutture sanitarie si sono attrezzate per i pazient i con patologi e c r o n i c h e i n m o d o d a consentire loro la migliore q u a l i t à d i v i t a ( C e n t r i Specialistici e Day Hospital con afferenza di competenze p a r t i c o l a r i ) ; sono nate Associazioni di malati spesso integrate da adeguati Comitati Scientifici, che attualmente tendono ad aggregazioni sempre più interessanti (Consulte di Associazioni); la vita politica, anche se con fatica, sta realizzando che la questione “malato cronico” interessa milioni di persone e che sarà necessaria una particolare sensibilità nei suoi confronti. La malattia cronica, d i f a t t i , r i c h i e d e c u r e e competenze p a r t i c o l a r i , rapporti continui con le Strutture Sanitarie ed ha, comunque, anche nella migliore delle ipotesi, grande rilievo sulla vita sociale del paziente e della sua famiglia, sui suoi progetti, sulle sue aspirazioni. Il bambino fino ai 6-7 anni ha un comportamento del tutto particolare vede la sua malattia cronica come una colpa, l e terapie come maltrattamenti e avverte come dolore tutte le tensioni, i bisogni e i disagi caratteristici della sua situazione. In questa f a s e d e l l a v i t a i l comportamento della madre è importantissimo una madre che si sforza di trasmettere serenità e consapevolezza, avrà maggiori possibilità di infondere tranquillità al bambino; una madre ansiosa avrà, al contrario, un bambino a g i t a t o , p r e o c c u p a t o , spaventato. Qui il supporto psicologico specifico, gioca un r u o l o fondamentale: l o psicologo dovrà mettere in c a m p o t u t t a l a s u a competenza e le tecniche specifiche, dovrà accogliere, contenere ed implementare le risorse del bambino e della sua mamma, spiegando bene t u t t o q u e l l o c h e s t a succedendo e sostenendo al massimo la figura materna o comunque genitoriale. Dopo i 7 anni il bambino affronta la malattia con maggiore coscienza capisce bene quello che gli viene detto, localizza i disturbi, quando soffre fisicamente si s e n t e ancora “ p u n i t o ” , maltrattato, perseguitato. Il supporto psico-sociale e la famiglia devono aiutarlo a mantenersi obiettivo, a non strutturare delle interpretazioni devianti, devono guidare il piccolo paziente ad avere un atteggiamento positivo nei confronti della vita in genere e della sua terapia in particolare. Si capisce bene come sia sempre di più indispensabile un colloquio chiaro, onesto, sereno e costante da parte dell’équipe curante. Nell’età adolescenziale la situazione diventa sempre più difficile (di per sè questo il p e r i o d o d e l l a v i t a p i ù complesso dal punto di vista psicologico e sociale). Il ragazzo può assumere atteggiamenti di difesa, con negazione della malattia che v i e n e v i s t a come u n a minaccia, un impedimento alla propria autonomia, una aggressione alla “immagine di sè. E’ vero che la negazione d e l l a m a l a t t i a p u ò rappresentare una protezione, almeno nelle fasi iniziali, ma l’adolescente in questo caso non accettando la propria condizione, probabilmente non accetterà nemmeno le terapie propostegli. E’ importante quindi che egli prenda piena coscienza del proprio stato, che possa esaurientemente usufruire del sostegno della famiglia, del personale sanitario e delle strutture di afferenza perché, senza un adeguato supporto, e senza risorse alternative, potrebbe “regredire” sino a mettere in atto comportamenti i n f a n t i l i . S o l i t a m e n t e
Binge drinking e drunkoressia : l’abbuffata alcolica

di Anna Borriello, Francesca Dicè “B i n g e drinking’’,‘‘drunkoressia’’, ti è mai capitato di imbatterti in queste espressioni? Proviamo a fare un po‘ di chiarezza su questo fenomeno che, come un vero e proprio trend, sta spopolando sempre più tra i giovani – e non – portando con sé molteplici risvolti non soltanto sul piano fisico, come p o t r e s t i a m p i a m e n t e immaginare, ma anche e soprattutto sul versante psicologico. Fin dagli albori dell’umanità l’uso e l’abuso di alcol ha accompagnato la vita dell’uomo assumendo, nel corso dei secoli, svariate valenze culturali. Le bevande alcoliche sono state utilizzate come alimento, simbolo di sacralità nei riti religiosi, mezzo di connessione con i s t a n z e u l t r a t e r r e n e , automedicazione, elemento di convivialità e strumento di aggregazione sociale. Stabilire il limite tra uso tradizionale e u s o p a t o l o g i c o è continuamente oggetto di studio in ambito medico, psichiatrico, sociologico e politico. Distinguendo dunque un’abitudine non patologica da u n a d i p e n d e n z a , raggruppiamo i bevitori in tre diverse categorie: I bevitori abituali e non abituali, la cui attitudine al bere non provoca danni e che possono, nel caso si renda utile o n e c e s s a r i o i n t e r r o m p e r e t a l e consuetudine; Coloro che, avendo s v i l u p p a t o u n a d i p e n d e n z a , n o n riescono a rinunciare al bere, nemmeno nel momento in cui tale c o m p o r t a m e n t o provoca evidenti danni a l l a s a l u t e , all’andamento delle loro relazioni interpersonali o lavorative. Coloro, per i quali ogni interesse, motivazione o iniziativa ruota intorno al bere. Ma l’abuso alcolico è un vizio, una moda, un sintomo o una malattia? Oggigiorno al consumo moderato di alcoldurante i pasti, si stanno sostituendo i consumi fuori pasto, consumi eccessivi e ad a l t a i n t e n s i t à . Quando parliamo di Binge drinking, termine inglese introdotto nel panorama italiano all’inizio degli anni 2000, facciamo riferimento alla cosiddetta “abbuffata di alcolici”, ovvero ad una condotta disfunzionale assunta da una persona quando ingerisce volutamente quantità ripetute di alcol in misura maggiore alle sue capacità psicologiche e fisiologiche; nello specifico, come puntualizza la British Medical Association, con tale termine s‘intende il bere, con il preciso proposito di ubriacarsi ( r i c e r c a d e l l ‘ e f f e t t o psicoattivo), di solito in contesti di socialità, una quantità convenzionalmente misurata in “6 o più bicchieri di bevande alcoliche –in a rowin fila” in un breve arco di tempo. E’ dunque il numero di drink consumati in un’unica occasione che definisce q u a n t i t a t i v a m e n t e i l comportamento di Binge Drinking. I l dr ink v iene consumato molte volte in modo quasi consecutivo e r a p i d o , o v v e r o s e n z a sorseggiare, tutto d’un fiato. Si tratta di una tendenza che si a c u i s c e n e l fi n e settimana derivata dalla v o l o n t à d e i r a g a z z i d i provocarsi uno stat o di alterazione in determinate occasioni. Recenti studi americani hanno dimostrato come il più delle volte il binge drinking si associa a quella c h e v i e n e d e fi n i t a “ d r u n k o r e s s i a ” , o v v e r o la restrizione alimentare a cui si sottopongono soprattutto i ragazzi prima di consumare alcolici, al fine non solo di limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso ma anche di potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, incrementando così il rischio di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi della sfera psichica. Lo scopo di tali abbuffate alcoliche risiede nel provare ebbrezza fino ad arrivare all’ubriacatura completa con p e r d i t a d i c o n t r o l l o e intossicazione. Se ripetuto nell’ arco di sei mesi, quattro sono i criteri per diagnosticare un episodio di Binge drinking: – eccessivo consumo di alcol;– assunzione di alcol rapidamente in un breve arco di tempo;– bere fino ad ubriacarsi e a sentirsi male;– bere in compagnia in p a r t i c o l a r i e v e n t i . Ad oggi, nella popolazione giovanile, il consumo di alcol è in forte crescita già tra gli 11 e i 15 anni di età. I dat i dell’Istituto Superiore della Sanità fanno emergere come il 42% dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 34 anni che mette in atto il binge drinking beve alcolici fuori pasto. In tale contesto, le ripetute bevute raramente hanno carattere occasionale, tendono perlopiù a diventare un atteggiamento frequente sino a trasformarsi in vera e propria dipendenza, fisica e psichica, da alcool, con conseguenti sintomi da astinenza quali: depressione, a l t e r a z i o n e d e l l ’ a t t i v i t à circadiana e disturbi del sonno, disturbi sessuali, irritabilità nonché problemi di performance c o g n i t i v e ,compromettendo così attività scolastiche, lavorative, ma anche le più semplici attività che scandiscono la routine quotidiana. Secondo Hudolin (2015)
Dal Ring al Mito: La Leggenda del Pugile Indomito

di Federico Rossi Se Nietzsche avesse mai visto un pugile in azione, forse avrebbe sostituito la sua “stella danzante” con un pugile vittorioso. Dopotutto, il pugilato, con la sua danza brutale di forza e strategia, è una metafora potente per la vita stessa. E proprio come un pugile affronta un avversario sul ring, noi affrontiamo le nostre sfide quotidiane, sia fisiche che mentali. Il pugilato rappresenta un viaggio di trasformazione, dove ogni incontro è un confronto con le proprie paure, limiti e insicurezze. Gli atleti non affrontano solo un avversario fisico, ma anche le loro debolezze interne. Questo viaggio dell’eroe si riflette nelle storie di pugili italiani come Giovanni Parisi ed internazionali come Muhammad Ali e James J. Braddock (Cinderella Man), che hanno superato immense difficoltà per raggiungere il successo. Di fatto il pugilato è innaturale in quanto richiede di andare contro il nostro istinto naturale di evitamento del dolore. Invece di scappare dal dolore, il pugile lo affronta direttamente. La sua lotta contro tutto e tutti diventa un reiterante agito borderline, un tentativo di confrontarsi con la sofferenza fisica e mentale per riuscire a sentire l’insentibile. La sua battaglia col mondo (e con se stesso) avviene come una perpetua lotta oggettuale contro il prossimo avversario. Questo processo di confronto e superamento del dolore fisico e mentale diventa essenziale per la sua crescita personale ed evoluzione come essere umano. Come disse Alejandro Jodorowsky, “Psiche,” anima in greco, significa anche “farfalla”. Nasciamo con un bruco di anima, il nostro lavoro è dargli ali e volo. Il pugile ci insegna il potere della resilienza quale forza per riprendersi dalle difficoltà, recuperando da sconfitte e infortuni per tornare sul ring più forti di prima. Questo concetto diventa ispirazione quotidiana alla vita di tutti i giorni: le avversità mettono alla prova il nostro carattere, ci spingono a cercare dentro di noi risorse inaspettate e ci mostrano il nostro vero io. La magia di questo sport si cela proprio qui, nel coraggio di inseguire un sogno che solo il cuore ardente può scorgere. Un sogno che sfida ogni limite, che spinge oltre la sopportazione, verso l’orizzonte sconfinato dell’anima. Perché nel profondo del ring si combatte una battaglia silenziosa. Non solo contro un avversario, ma contro i propri demoni, le paure che sussurrano dubbi e incertezze. Ma il pugile indomito non cede. Trasforma il dolore in carburante, la sua sofferenza in forza propulsiva, nota come volontà. Il pugilato così trascende, diventa più di uno sport; è metafora di vita. Ci insegna che la vera forza non sta nell’evitare il dolore, ma nel fronteggiarlo. La lotta con ogni avversario diventa un viaggio di scoperta del proprio Sé, un percorso di crescita e di trasformazione umana. Chi combatte, lotta contro le avversità della vita stessa, intraprende un percorso di continuo miglioramento, con il fine ultimo di volare più in alto del proprio dolore e delle avversità, di superarlo, proprio come un bruco che diventa farfalla. In questa luce, possiamo vedere il pugilato non solo come una disciplina fisica, ma come una lotta intrapsichica che può insegnarci a essere resilienti, coraggiosi e autentici. La vera essenza della boxe non è nel vincere o nel perdere, ma nel trovare la forza di lottare, sempre e comunque. È nell’abbracciare le proprie ferite, trasformandole in ali che ci permettono di volare più in alto superando ogni limite ed avversità. Nel profondo, il pugilato si rivela un balsamo curativo per chi è stato spezzato dalla vita. E alla fine, è questa autenticità, questa capacità di affrontare e superare il caos dentro di noi, che ci permette di partorire le nostre stelle danzanti. Come disse Albert Camus: “Essere diversi non è una cosa né buona né cattiva. Significa semplicemente che sei abbastanza coraggioso da essere te stesso.”
Unmasking the Maze: A Psychological Exploration of Italian Bureaucracy

di Federico Rossi Historical Context and Cultural Influences: Italian bureaucracy, often a source of amusement and exasperation in equal measure, is deeply rooted in the nation’s historical and cultural evolution. The legacy of Italy’s fragmented past, from the Roman Empire’s centralized power to the modern Republic’s regional mosaic, shapes its current bureaucratic practices. Italy’s path to unification in 1861 brought together a patchwork of regions, each with its own administrative practices and cultural influences. This historical fragmentation is evident in the varying efficiency and styles of regional bureaucracies. The South, influenced by centuries of feudal and monarchical rule, contrasts sharply with the more centralized and efficient administrative traditions of the North. Stereotypes about Italians – charming, family-oriented, yet disorganized – extend to perceptions of Italian bureaucracy. These stereotypes, while simplistic, capture elements of the cultural realities that influence bureaucratic practices. The historical influence of past rulers, from the Bourbon kings in the South to the Austro-Hungarian Empire in the North, has left a lasting impact on local administrative styles. The South, with its history of feudalism and monarchy, tends to have a more personalized and flexible approach to bureaucracy, prioritizing relationships over rigid procedures. In contrast, the North, shaped by more centralized and rational administrative traditions, often adheres more strictly to rules and established processes. Walter Lippmann’s concept of stereotypes as “pictures in our heads” that simplify reality is particularly relevant here. Stereotypes about Italians being disorganized and inefficient reflect broader societal and historical contexts. However, these stereotypes fail to capture the complex reality of Italy’s bureaucratic challenges. Psychological and Theoretical Perspectives: Max Weber’s theory of bureaucracy emphasizes rationality, specialization, and the elimination of personal biases in administrative functions. However, the Italian context often deviates from this ideal due to cultural and historical influences. Bureaucracy in Italy, or perhaps more accurately, “Italianocracy,” sometimes mirrors the hierarchical and feudal structures of the past, where personal relationships and loyalties can hold more weight than strict adherence to rules. Freudian theories on personality provide a fascinating, if imperfect, lens to view regional differences in Italian bureaucracy. The North’s rigid, rule-bound approach might resonate with an obsessive-compulsive personality type, focusing on order and control. The South’s flexible, relational approach could reflect a more adaptable, even “hysterical” personality type, characterized by emotional responses and a focus on building connections. Efforts to reform and modernize Italian bureaucracy face significant challenges. The legacy of political instability and frequent government turnover has hindered long-term reform efforts. Issues such as the lack of qualified personnel, outdated technology, and pervasive corruption continue to plague the system. There is a stark contrast in the efficiency of public administration between the North and the South. Northern regions often exhibit higher productivity and better public services, partly due to more effective local governance. The South, however, struggles with inefficiencies, partly due to historical underdevelopment and ongoing socio-economic challenges. The Tangible Toll of Inefficiency: The inefficiencies of Italian bureaucracy have a real impact on citizens’ daily lives and the economy. Businesses face significant administrative burdens, and individuals often encounter delays and frustrations when dealing with public services. A 2017 European Commission report ranked Italy 18th out of 19 Eurozone countries for public service efficiency. Imagine the wasted hours and lost productivity! Additionally, the OECD reports that Italy has one of the highest regulatory burdens among its member countries, further complicating bureaucratic processes. The persistence of bureaucratic inefficiencies can be traced back to Italy’s cultural and psychological landscape. The country’s historical tendency towards hierarchical and personalized governance, where navigating the system often relies on “knowing someone,” continues to influence how bureaucracy functions today. The concept of “bella figura,” the importance of maintaining a positive public image, can sometimes override practical efficiency considerations. Breaking the Cycle: A Path Towards Reform Understanding the psychology of Italian bureaucracy, a complex tapestry woven from history, culture, and regional variations, is crucial for addressing the inefficiencies and challenges of the system. Effective reforms must consider the historical and cultural context to be successful. For example, streamlining processes and utilizing technology can improve efficiency without sacrificing the importance of personal interaction in Southern regions. Success stories already exist – highlighting specific examples of streamlined processes in specific areas can offer a more optimistic outlook and inspire further reform efforts. Beyond Efficiency: A More Vibrant Italy Improving the efficiency of Italian bureaucracy is not just about administrative reform; it’s about alleviating the daily stresses faced by millions of Italians and those who wish to live, work, or visit this beautiful country. As an exasperated citizen once remarked, “The only exercise Italians get is running from one bureaucratic office to another!” By simplifying processes and reducing bureaucratic burdens, we can create a more welcoming and less. References: European Commission. (2017). Public Service Efficiency Report. OECD. (2020). Regulatory Policy Outlook. Lippmann, W. (1922). Public Opinion. Weber, M. (1946). From Max Weber: Essays in Sociology. Freud, S. (1895). Studies on Hysteria.