Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

psicologia-digitale-comunicazione-covid

Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

fomo social natale smartphone

Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.

Empatia e social network: connettere le emozioni

empatia social network

Empatia e social network. È davvero possibile?Quando si parla di tecnologia si è abituati a pensare ad un qualcosa di freddo e privo di emozioni. Anche la comunicazione che avviene attraverso gli strumenti digitali appare spesso meccanica e impersonale perchè priva di elementi non verbali e paraverbali che ci forniscono indizi importanti sul nostro interlocutore. Nel corso degli anni, i social networks hanno cercato di colmare questo divario emotivo, rendendo la comunicazione sempre più empatica: prima integrando gli “stati d’animo” e le emoji tra i caratteri disponibili, poi inserendo gif e contenuti multimediali da poter condividere. Il paradosso che può verificarsi è che in una società iperconnessa non si riesca a creare connessioni. La risposta a questo fenomeno è l’empatia. La parola deriva dal greco e significa en-pathos: “sentire dentro”.Essere empatici significa riconoscere le emozioni altrui, comprendere il mondo dell’altro, la sua prospettiva, i pensieri, le emozioni e i sentimenti. L’empatia è un’abilità sociale, strettamente collegata all’intelligenza emotiva, che Daniel Goleman definisce come: “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli degli altri, di motivare se stessi e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali”. Questi concetti sono naturalmente assimilati alla presenza fisica, alla relazione vis a vis, ma non è sempre così.I social networks sono un calderone di emozioni, solo che attraverso lo schermo sono più difficili da intercettare. Ma lo stesso schermo per alcuni diventa una protezione che consente di esprimere liberamente vissuti ed emozioni, sia positive che negative. Anzi, potremmo dire che i social diventano una finestra aperta sul nostro mondo interiore, dove lasciamo trasparire molto più di quanto pensiamo. Allora qual è il problema? Il problema è che in rete si fa più fatica e distinguere cosa è reale da cosa non lo è, e a decodificare i messaggi, intrisi di emotività che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano ogni giorno. Occorre allenarsi all’ascolto empatico per comprendere il non detto e occorre investire sull’educazione emotiva dei giovani, per lavorare consapevolmente sulle loro emozioni e renderli capaci di comunicare il proprio mondo interiore all’esterno, anche sui social.

Iperconnessione e insonnia: siamo la società che non dorme mai

iperconnessione insonnia

Iperconnessione e insonnia: quando il nostro rapporto con la tecnologia genera stress.Nei precedenti articoli abbiamo parlato delle implicazioni psicologiche correlate all’uso delle nuove tecnologie. L’avvento di questi nuovi canali ha generato una profonda trasformazione nel modo di comunicare e relazionarci e nel comportamento umano online e offline nella sua globalità. Nonostante siano un preziosissimo strumento, l’uso poco consapevole dei social network e di internet può generare comportamenti disfunzionali, che si sono accentuati notevolmente durante il lockdown. Le fisiologiche limitazioni imposte dalla pandemia hanno portato a un utilizzo smisurato degli strumenti digitali per proseguire le normali azioni della vita quotidiana e colmare l’assenza di contatto e relazioni in presenza. Abbiamo visto così nascere problematiche di internet addiction e di social addiction, ovvero veri e propri casi di iperconnessione e dipendenza dai nuovi media. In particolare sono aumentati fenomeni come la nomofobia: l’utilizzo compulsivo dello smartphone e dei social network e la costante sensazione di perdersi qualcosa se non si è perennemente connessi. Ma lo stress generato dall’iperconnessione non riguarda soltanto i momenti di svago, anzi. L’introduzione dello smart working ha costretto le persone meno avvezze alla tecnologia ad apprendere e padroneggiare in breve tempo gli strumenti digitali, facendo i conti con un senso di inadeguatezza e impotenza che genera distress e frustrazione. L’iperstimolazione tecnologica del telelavoro e la costante reperibilità da remoto ha reso sempre più labili i confini tra vita privata e vita professionale, fonte di stress perpetrato che spesso genera in burnout: sindrome da esaurimento emotivo. L’estensione delle ore di lavoro, già difficili da conciliare con la vita domestica, ha portato ad una drastica riduzione delle ore di sonno caratterizzate inoltre da una scarsa qualità del riposo. Questo fenomeno è stato approfondito dall’indagine condotta dall’Università dell’Aquila durante il primo lockdown su 2.123 italiani, da cui è emersa una forte correlazione tra insonnia e dipendenza digitale.In particolare negli utenti che hanno intensificato l’esposizione ai dispositivi digitali, è stato riscontrato un notevole peggioramento della qualità del sonno, caratterizzato da sintomi di insonnia, riduzione delle ore di riposo e ritardo nelle fasi di addormentamento e risveglio. Ancora una volta questi risultati ci portano a riflettere sul bisogno di educazione e preparazione all’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie per integrarle nella propria vita quotidiana in maniera corretta, sana ed efficace.

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale

facebook-meta-metaverso

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale degli utenti.Nasce un nuovo mondo, una terza dimensione in cui il mondo online e offline si compenetrano dando vita ad una nuova realtà. Il termine “Meta” indica il Metaverso: un insieme di spazi virtuali generati dai computer e popolati da “avatar“ o ologrammi, in cui convergono diverse tecnologie che consentono di fare qualsiasi cosa. Nel Metaverso le persone potranno incontrarsi e interagire pur non essendo fisicamente nello stesso posto, potranno teletrasportarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento per svolgere le attività quotidiane o vivere esperienze eccezionali. Un mondo parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce per mezzo della propria identità digitale. Quali saranno gli effetti sulla nostra salute mentale? Stiamo assistendo alla genesi di una rivoluzione virtuale che stravolgerà la società al pari, se non più, di quella digitale.Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come “il nuovo Internet”, in versione aumentata. Il rischio più grande che corriamo è quello di distaccarci completamente dalla realtà. Vivere in un universo virtuale proiettando la nostra immagine ideale rischia di farci perdere di vista chi siamo realmente.Siamo preparati a questo upgrade? Proprio come accade nei social network con le fake news, saremo in grado di distinguere cosa è reale da cosa non lo è?Sono in tanti a nutrire delle preoccupazioni, addirittura la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha espresso su Twitter il proprio disappunto, definendo Meta “un cancro per la democrazia”. Corriamo il pericolo di affrontare una svolta epocale con candida incoscienza, senza sviluppare le strategie di coping necessarie per far fronte a questa trasformazione. Meta non è un semplice gioco, ma una nuova dimensione relazionale, un’altra faccia della nostra realtà che è bene identificare con consapevolezza per non farci trovare, ancora una volta, vulnerabili e impreparati. Per cogliere questa inestimabile opportunità di progresso occorre, come sempre, una buona dose di attenzione e una corretta educazione digitale.

Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

social network benessere psicologico

Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Benessere psicologico: gli effetti di Instagram sulla salute mentale

Gli effetti dei social network sulla salute mentale sono un argomento dibattuto da anni, non stupisce quindi l’attenzione mediatica che sta ricevendo il “caso Instagram”.Il Wall street Journal ha reso noti i risultati di alcuni studi condotti dall’azienda di Menlo Park, di cui Mark Zuckerberg sarebbe già da tempo a conoscenza. I risultati evidenziano che Instagram influisce negativamente sul benessere psicologico degli adolescenti, in particolare sulle ragazze. Dagli studi emerge una forte correlazione con il disturbo di percezione corporea, inoltre tutti i partecipanti all’indagine, in maniera concorde e spontanea, hanno affermato che Instagram provoca angoscia e accentua le tendenze depressive. Diverse sono le testimonianze di giovani donne che hanno incolpato il social per lo sviluppo di disturbi alimentari e pensieri suicidi. Eppure lo stesso Zuckerberg, che da tempo pianifica il lancio di una piattaforma interamente dedicata agli under 13, in un’audizione al Congresso nel marzo 2021 ha affermato che: “l’utilizzo di app social per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale”. Il quadro che emerge dalle ricerche effettuate è inequivocabile: Instagram, con la sua immagine patinata e i suoi canoni di perfezione così irraggiungibili, incide in maniera esponenziale sulla percezione di sé dei giovani, crea dipendenza e incoraggia condotte dannose per la salute psicofisica, incentivando ansie, stress, depressione e disturbi alimentari. Come fronteggiare un’emergenza di tale portata? A prescindere dagli sviluppi e dalle ripercussioni socio-culturali che avrà questa vicenda, c’è qualcosa che tutti noi nel nostro piccolo possiamo fare: aiutare i ragazzi a destreggiarsi nel mondo virtuale, a consolidare il loro sistema di relazioni offline e dare loro un solido bagaglio di idee, ideali e valori a cui riferirsi. L’attività di informazione e prevenzione è indispensabile, l’educazione digitale deve essere uno strumento per decodificare la rete e utilizzare i social network in maniera consapevole ed equilibrata.

DAD e psicologia: tra innovazione digitale e lacune relazionali

Lo scenario psico-sociale degli ultimi due anni ha cambiato profondamente il mondo scolastico già proiettato verso la scuola digitale, docenti e alunni a causa dell’emergenza pandemica si sono trovati ad affrontare la transizione tecnologica nel minor tempo possibile. L’adozione della didattica a distanza come modalità di insegnamento e apprendimento alternativo si è rivelata una grande opportunità nell’ambito dell’istruzione, ma anche un grande rischio per la salute psicologica di ragazzi, genitori e docenti.L’elemento che maggiormente ha caratterizzato quest’esperienza è sicuramente l’assenza di contatto umano che regola la creazione delle relazioni e lo sviluppo dell’empatia. Il confronto con l’altro e in particolare con il gruppo dei pari, è un tassello fondamentale per la costruzione dell’identità.La mancanza di relazione e l’isolamento vissuto davanti allo schermo portano gli studenti ad una fruizione passiva e poco stimolante dei contenuti formativi, la soglia di attenzione cala notevolmente e gli insegnanti da remoto fanno fatica a cogliere quei segnali tipici della comunicazione non verbale che fanno da feedback nel processo di apprendimento. L’utilizzo della tecnologia può presentare dei rischi anche per i nativi digitali: diventa fonte di stress e frustrazione se condiziona negativamente l’esperienza didattica; la costante presenza sui dispositivi (per ragioni didattiche o per svago), incrementa la possibilità di distrarsi e in concomitanza con la condizione di isolamento può sfociare progressivamente in dipendenza. Anche per i docenti la DAD presenta dei notevoli pericoli: dall’ansia da prestazione al burnout derivante dalla condizione di iperconnessione,fino al senso di inadeguatezza dovuto all’incapacità di gestire gli strumenti digitali da un giorno all’altro, che incide notevolmente sull’autostima e sul grado di soddisfazione lavorativa. La soluzione per una Scuola Digitale che possa garantire buone performance educative e tutelare la salute psico-fisica dell’intero sistema scuola, è un’attività preventiva di educazione digitale e accompagnamento alla transizione tecnologica. In questo modo sarà possibile creare degli equilibri sani e duraturi e scandire tempi e modi tra vita didattica online e vita offline.

Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.