Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte I

Il Cyberbullismo è un fenomeno dilagante che ogni giorno diventa più diffuso e pericoloso.Il termine “cyber” afferisce a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia o che ne deriva, mentre per “bullismo” si intende il perpetrarsi di comportamenti malevoli ai danni di una vittima che non ha la possibilità di difendersi. Nel 2006 Peter K. Smith e collaboratori definirono il cyberbullismo come: “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi”. (Smith et al., 2008). Questa modalità differisce dal bullismo tradizionale per alcuni aspetti distintivi: innanzitutto la possibilità da parte del cyberbullo di agire in forma anonima, il che contribuisce ad una sorta di “deresponsabilizzazione” degli atti compiuti; la condivisione e diffusione tempestiva, esponenziale e virale di contenuti lesivi nei confronti della vittima; il numero illimitato di spettatori e la possibilità di perpetrare l’attività dannosa all’infinito, mettendo online filmati o contenuti che riguardano il soggetto bullizzato. Gli effetti del Cyberbullismo assumono il carattere di una vera e propria persecuzione e sono devastanti per tutti gli attori coinvolti nel processo.Il cyberbullo, che spesso è stato a sua volta vittima di violenza o bullismo, presenta generalmente difficoltà nelle relazioni sociali. La sua condotta di estrema prepotenza può essere associata al disturbo antisociale di personalità, mentre l’eccessiva aggressività può essere una spia del consumo di sostanze stupefacenti. La vittima vive in un perenne stato di ansia, presenta difficoltà cognitive a livello di attenzione e concentrazione e può soffrire di attacchi di panico, stati fobici e depressivi e avere idee o atti suicidari. Gli spettatori sono testimoni involontari, vedono minacciato il proprio benessere emotivo, percepiscono l’ambiente come minaccioso e violento, si sentono spaventati e impotenti e vivono la paura di subite attacchi analoghi. Nel prossimo articolo approfondiremo le diverse forme di cyberbullismo, come fare a riconoscerne i segnali e come intervenire per prevenire e contrastare questo fenomeno.
Rapporto tra social network e psicologia: i nuovi disturbi psicologici

Nei precedenti articoli abbiamo sviscerato da differenti prospettive il rapporto tra la psicologia e la tecnologia: abbiamo visto gli effetti sul comportamento e sul pensiero critico, le ricadute sociali, comunicative e relazionali connesse all’utilizzo dei social network e l’impatto dei nuovi modelli del “villaggio globale” nella costruzione della propria identità e dei rapporti interpersonali. Oggi approfondiremo la sezione più scomoda dell’intricato rapporto tra psicologia e strumenti digitali, ovvero i nuovi disturbi psicologici derivanti dall’uso improprio o compulsivo di internet e dei social. L’information overload addiction è una forma di dipendenza comportamentale che presenta caratteristiche ossessivo-compulsive e costringe l‘utente a navigare continuamente sul web e a ricercare una mole ingente di informazioni allo scopo di essere costantemente aggiornato. La Social Addiction consiste nella necessità di consultare in social in maniera ossessiva e compulsiva e provoca assuefazione, rendendo gli utenti incapaci di disconnettersi. La Nomofobia può essere definita come la paura irrazionale di rimanere disconnessi dal proprio smartphone ed è accompagnata dalla costante sensazione di perdersi qualcosa. Rende gli utenti ossessivi e incapaci di distaccarsi dal proprio cellulare. Un nuovo fenomeno che sta spopolando tra i giovani è il Vamping: l’abitudine di restare svegli fino all’alba, condividendo dei post, messaggiando, giocando, guardando dei video o scrollando tra i feed delle reti sociali. Oltre a delineare una dipendenza nell’uso degli strumenti digitali crea forti scompensi del ritmo sonno-veglia. Infine, la Sindrome di Hikikomori che nasce in Giappone ma si sta espandendo progressivamente in America e in Europa e consiste nel ritirarsi fisicamente dalla vita sociale. Un isolamento volontario totale che colpisce gli individui più introversi e sensibili e presenta una forte correlazione con la dipendenza da internet. Per contrastare l’insorgenza di questi disturbi sarebbe opportuno investire nell’educazione digitale a partire dall’età scolare, affichè i ragazzi apprendano sia dalla famiglia che dalla scuola gli strumenti di base per vivere serenamente e consapevolmente il rapporto con la tecnologia.
Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.
Pensiero critico sui social network, cronaca di un binomio (im)possibile?

Nei precedenti articoli abbiamo affrontato a più livelli i cambiamenti sociali e comportamentali dovuti all’introduzione della tecnologia nella nostra quotidianità, ma c’è un punto focale alla base di questo processo: l’evoluzione del pensiero in chiave 4.0. Già in passato si era molto discusso del fenomeno conosciuto come agenda setting, ovvero il potere dei media di filtrare e manipolare l’informazione focalizzando l’attenzione degli utenti soltanto su temi prestabiliti, orientando così l’opinione collettiva. Un processo simile ma più raffinato avviene sui social network, canali su cui ogni giorno vengono pubblicati e ricondivisi milioni di contenuti di varia natura: Per filtrare le notizie viene impiegato un algoritmo basato sulla meaningful interaction, che mostra all’utente soltanto i contenuti con cui ha interagito e verso i quali ha mostrato interesse. Questa modalità, apparentemente efficace e funzionale, crea una comfort zone virtuale sempre più ovattata e ristretta.Diversi studi hanno dimostrato che l’algoritmo espone l’utente a contenuti simili a quelli ricercati tendendo sempre di più ad un’estremizzazione del tema, contribuendo a un’informazione rigida e incontestabile. Si origina così la cosiddetta “bolla di filtraggio”: gli utenti visualizzano notizie sul loro feed, gli algoritmi propongono contenuti simili e gli individui si ritrovano in una bolla in cui hanno accesso solo a informazioni che non fanno altro che confermare le proprie convinzioni. In un primo momento siamo noi stessi a stabilire la nostra “agenda” di interesse, ma ben presto la nostra capacità decisionale passa all’algoritmo che ci rinchiude in questa bolla per rendere l’esperienza sui social più gratificante e duratura possibile. Tale processo dà impulso a un ulteriore fenomeno: la Camera dell’eco. L’Echo chamber si riferisce a una situazione in cui una persona riceve su internet una serie di informazioni o idee che rafforzano il suo punto di vista, senza avere accesso ad altre risorse che potrebbero fornire una diversa prospettiva e dunque una visione più obiettiva della situazione.Le conseguenze sono esponenziali: innanzitutto un progressivo isolamento dovuto alla rigidità e alla limitazione dei temi a cui ci si espone, è come se i nostri interessi ci venissero inoculati in maniera ipodermica, annientando ogni stimolo verso la curiosità, l’apertura a nuovi argomenti e la ricerca proattiva delle informazioni.I social diventano degli strumenti di distrazione di massa che omettono alla nostra vista informazioni importanti.Ci stiamo abituando a una pigrizia intellettuale senza precedenti: ci accontentiamo delle informazioni forniteci senza verificare la fonte, senza ricercare una voce critica, fuori dal coro. Ci esercitiamo a pensare che la nostra opinione sia vera e inconfutabile, perché rafforzata e dimostrata da una mole di notizie, perdiamo così la capacità di metterci in discussione. La soluzione, come sempre, è la consapevolezza e l’intenzionalità: internet è un potentissimo strumento al servizio dell’uomo, un’enorme risorsa che però non può essere considerata esaustiva. Abbiamo bisogno di essere educati, orientati e preparati all’inesauribile fonte digitale che sgorga dai nostri schermi, solo così la tecnologia rappresenta una ricchezza e non minaccia.
Social influencer: la risonanza sociale dei protagonisti del web

Internet ha generato una profonda evoluzione dei modelli comunicativi e sociali: in una prospettiva egocentrica, ogni utente dotato di un account ha la possibilità di costruire la sua vetrina virtuale, una finestra sul mondo digitale che permette di esporre la propria vita (reale o fittizia che sia) alla platea virtuale in ascolto. Nello scenario di tale sovraesposizione mediatica, le aziende sono state costrette a inventare nuove strategie per avvicinarsi al pubblico e per differenziarsi dalla pubblicità tradizionale riaffermando il bisogno di unicità e genuinità in chiave 4.0. Proprio in questo contesto nascono gli influencer: personaggi talmente popolari in rete da avere la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte degli utenti. A cosa si deve il loro successo? Nonostante la figura dell’influencer sia molto cambiata nel tempo, trasformandoli da ragazzi della porta accanto a vere e proprie web star, conserva un fattore decisivo: la credibilità e la fiducia agli occhi del consumatore. Il follower istintivamente si identifica con il personaggio, prova empatia e fiducia, si immedesima nella storia narrata e assimila il messaggio veicolato. Uno dei rischi di questo fenomeno è l’Highlight Reel Effect:i follower confrontano la loro vita con quella patinata esibita dagli influencer, questo genera insicurezza e insoddisfazione, fino alla depressione. Si tende sempre più al raggiungimento di un’immagine ideale, di un modello di perfezione estetica e di status sociale di un mondo dorato e inaccessibile.Esistono dei pericoli anche per la salute psicologica dell’influencer, perennemente sotto stress e sotto i riflettori per restare fedele all’immagine di perfezione costruita, schiavo dei like da cui dipendono la sua affermazione sociale e la sua carriera e continuamente esposto ad una gogna mediatica per ogni passo falso commesso. Come anticipato, gli influencer si stanno evolvendo: consapevoli del loro potere di persuasione lo esercitano per portare l’attenzione su temi di grande impatto sociale, come il body shaming, la discriminazione e la violenza di genere, il razzismo e surriscaldamento globale. La tecnologia con la sua viralità può essere un mezzo per diffondere messaggi positivi con una potenza straordinaria, la chiave è non farsi sopraffare dallo strumento, ma mettere mente e cuore nel messaggio.
La psicologia del web: gli effetti di Internet sul comportamento umano

Oggi essere presenti online equivale a esistere. Internet e i social networks hanno riempito prima i nostri momenti di svago, successivamente gli ambienti professionali come preziosi strumenti di marketing, ma mai avremmo immaginato che un giorno si sarebbero sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione e di relazione.La rete ha proposto un nuovo modello di villaggio globale caratterizzato da infinite occasioni di socialità costantemente e immediatamente accessibili. Un universo digitale che si è autogovernato, dettando ai suoi utenti le regole per il riconoscimento e l’accettazione sociale. Come siamo cambiati nel corso di questa trasformazione e in che modo il web ha condizionato i nostri comportamenti?Iperconnessi e sovrastimolati, siamo così ininterrottamente bombardati da una moltitudine di informazioni da aver quasi dimenticato come ricercarle in maniera autonoma. L’utilizzo privilegiato dei social come mezzo di relazione e gratificazione ci rende spesso dipendenti o depressi.Inoltre, essere perennemente iperconnessi non ci rende più multitasking, al contrario, più distratti e meno abili nel passare da un compito all’altro. Da una prospettiva sociale, una delle più grandi innovazioni del web è stata l’uguaglianza: ogni utente in questa agorà virtuale ha pari opportunità di far sentire la propria voce e di ricevere consenso, si annulla così il divario socioculturale esistente nella vita reale.Il concetto dell’autoaffermazione di sè ci porta ad un’altra caratteristica peculiare della rete, l’egocentrismo: i social networks in particolare sono il terreno più fertile per la comunicazione “autocentrata” che va dalla pubblicazione di selfie, a monologhi e contenuti autocelebrativi. Ogni volta che abbiamo la possibilità di parlare di noi stessi il nostro organismo rilascia dopamina, neurotrasmettitore associato a sensazioni di benessere, come se il nostro cervello ricompensasse il nostro egocentrismo. Un principio analogo avviene quando riceviamo dei like: automaticamente impostiamo il nostro comportamento online sulla base dei feedback dei nostri followers, secondo il meccanismo del reward learning.Ovviamente questa “fame di like” ci porta a idealizzare la propria personalità enfatizzando i pregi e restituendo un’immagine virtuale che non sempre corrisponde al vero. Anche il nostro modo di comunicare cambia, in assenza dei feedback immediati dati dalla comunicazione non verbale, i toni sono accentuati, diretti, anche aggressivi. La compenetrazione tra l’individuo e l’universo digitale è in continuo divenire, l’auspicio per il futuro è quello di rimettere al centro l’uomo nella sua più vera e autentica essenza, per ristabilire l’immagine di una società imperfetta quanto genuina, fragile quanto sensibile e bisognosa di percepirsi comunità.
Il potere della psicologia al tempo della rivoluzione digitale

La psicologia è la risposta alla lacuna emozionale di una società digitale plasmata e trasformata dalla rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. La rivoluzione tecnologica e digitale degli ultimi vent’anni ha profondamente trasformato il nostro modo di comunicare, interagire, apprendere e vivere le relazioni. Non solo: la possibilità di fruire in qualsiasi momento di una mole illimitata di informazioni immediatamente accessibili ha modificato il nostro modo di reagire agli stimoli e di prendere decisioni. Abbiamo subito e/o accolto il cambiamento senza essere pienamente in grado di gestirlo e abbiamo lasciato i nativi digitali a sperimentare la rete, in particolare i social network, da autodidatti, senza un modello educativo a cui ispirarsi. Si è creata così una frattura tra il mondo reale e virtuale a cui le persone si sono progressivamente adeguate, dando vita al fenomeno della “società digitale” La psicologia ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale in questa transizione, per aiutare gli individui a rimettersi al centro dell’ecosistema e riappropriarsi del proprio essere, con la consapevolezza che la tecnologia è un efficace ma mero strumento e che i social network sono un mezzo di comunicazione ed espressione della propria autenticità. In questo marasma di stimoli e informazioni è necessaria un’educazione emozionale per non essere governati dal fenomeno, ma diventare consci delle grandi opportunità dell’innovazione ed essere preparati ai rischi di un uso improprio o superficiale. Solo così potremo andare verso la rivoluzione del futuro, una società nuovamente “human-centric” ma con l’ausilio del digitale.