La natura dell’ansia e le sue funzioni.

Cosa è realmente l’ansia e a cosa serve? Cosa succede nel nostro corpo? Quando si parla di ansia si fa riferimento a una reazione automatica, istintiva e naturale del nostro organismo quando ci troviamo dinanzi a ciò che percepiamo come pericoloso per la nostra sopravvivenza. A cosa serve dunque l’ansia? L’ansia come difesa dai pericoli: se si avvicinasse un cane mentre passeggiamo, una parte del nostro cervello registra l’evento come pericolo imminente e immediatamente attiva il sistema nervoso autonomo. Quest’ultimo rilascia adrenalina, un ormone, che attiva il corpo per difendersi dal pericolo. In particolare, il respiro si fa più frequente e i polmoni si espandono, aumentando la quantità di ossigeno disponibile nel sangue per i muscoli. In questo modo si ha la sensazione di mancanza d’aria, respiro affannoso, senso di costrizione al petto per effetto dell’iperventilazione. La pressione del sangue aumenta per trasportare più velocemente ossigeno e zuccheri richiesti dai muscoli, causando palpitazioni, tachicardia. La mente si concentra sul pericolo ignorando tutto il resto e questo amplifica ciò che si prova. La reazione automatica causata dall’adrenalina viene chiamata risposta di attacco o fuga perchè serve a scappare o ad affrontare il nemico. L’ansia anticipatoria: si può attivare la risposta di attacco o fuga anche solo pensando a qualcosa che ci fa paura, che è solo immaginato. Può essere utile soprattutto nei casi in cui il pericolo dovesse poi manifestarsi realmente. Una certa quota d’ansia può aiutare anche a migliorare le prestazioni quando dobbiamo affrontare attività impegnative, per effetto dell’adrenalina. Da ciò che si evince, dunque, sentirsi tanto agitati può sia essere utile per avere una maggiore attenzione sul compito, ma può anche interferire quando non si è concentrati sul compito, ma sui timori che hanno attivato la risposta di attacco o fuga. Risulta fondamentale quindi riuscire a trovare un livello di attivazione ottimale. Nel prossimo articolo parleremo del significato di ansia patologica e di come fa l’ansia dunque a diventare un disturbo.

L’ansia generalizzata: conoscerla per affrontarla

Quando si ha un problema, è normale provare ansia o preoccuparsi fino a quando non si trovano delle soluzioni oppure si impara a conviverci, laddove è difficile risolvere. Ma l’ansia generalizzata è un’altra cosa. Ci si preoccupa delle cose minime per tanto, troppo tempo. La differenza, dunque, tra chi soffre di Disturbo d’Ansia Generalizzata e chi no sta nel fatto di preoccuparsi in modo efficace o patologico, eccessivo. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta. Nel DSM-5-TR (APA, 2022) quali sono i criteri diagnostici? Ansia e preoccupazioni eccessive che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi; L’individuo ha difficoltà a controllare la preoccupazione; L’ansia o la preoccupazione è associata a 3 o più dei seguenti sintomi: sentirsi irrequieti, agitati; sentirsi stanchi facilmente; difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria; irritabilità; tensione muscolare; disturbi del sonno. Causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti, Non è attribuibile agli effetti di sostanze o altre condizioni mediche; Non è meglio specificato da un altro disturbo mentale. Le cause del disturbo d’ansia generalizzata possono essere variabili psicologiche, biologiche e ambientali in relazione tra loro che costituiscono anche dei fattori di rischio. Ad esempio, vivere esperienze traumatiche; essere stati esposti per lungo tempo a fattori di stressanti; soffrire di malattie croniche e invalidanti; avere la tendenza ad essere pessimisti, introversi, a favorire l’evitamento, ma anche il desiderio di avere tutto sotto controllo; avere in famiglia qualcuno che già ne soffre; vivere in un ambiente educativo che, anche se inconsapevolmente, sprona a considerare pericoloso il correre dei rischi e a temere troppo le responsabilità e gli errori, iperprotettivo e poco incoraggiante. Ovviamente questo non dà la certezza di sviluppare un disturbo d’ansia ma fa aumentare la vulnerabilità a svilupparlo. Nel prossimo articolo porteremo l’attenzione alla natura dell’ansia e alle sue funzioni.

Dipendenza affettiva: caratteristiche cliniche

Dipendenza affettiva e similitudini con le dipendenze da sostanze. Le fasi del processo di dipendenza affettiva descritte nel precedente articolo sono molto simili al processo di intossicazione acuta da una sostanza con umore euforico, cecità per le conseguenze negative, salienza e persistenza in memoria. Molti autori sottolineano anche come il potere di una relazione sentimentale di creare dipendenza come per le droghe dipenda dall’intensità del contatto iniziale: più intenso è stato il contatto, più il rischio di sviluppare una dipendenza è alto. L’addiction potrebbe essere vista come una possibile fase successiva nella quale il desiderio, inizialmente normale, acquisisce la connotazione di un bisogno compulsivo, con la sofferenza che inizia a prevaricare il piacere e con il persistere nella relazione nonostante le conseguenze negative che ne derivano. Il passaggio da amore passionale ad addiction includerebbe i tipici elementi della dipendenza da sostanze quali: craving, compulsività, perdita di controllo, coinvolgimento nonostante le conseguenze avverse. In termini comportamentali si passa da un ricorso all’oggetto di dipendenza per rinforzo positivo (sentire benessere) a uno per rinforzo negativo (evitare sensazioni negative, come ansia o tristezza). Quali sono le caratteristiche cliniche più implicate nella DA? Intossicazione. Quando una sostanza psicotropa entra nell’organismo avviene un’intossicazione dovuta agli effetti che la droga ha sul sistema nervoso centrale. Lo stesso può avvenire con l’innamoramento. Nella prima fase vi è un grosso quantitativo di piacere, un desiderio notevole, un’intossicazione acuta che spesso vede l’innamorato completamente assorbito dal pensiero e dal bisogno dell’oggetto delle sue attenzioni. Tolleranza o assuefazione. Nell’utilizzo di droghe, una ripetuta esposizione ad una sostanza determina nel tempo una variazione del livello iniziale di tolleranza, Bisogna aumentare la dose per raggiungere effetti uguali o simili a quelli delle prime assunzioni. Nelle relazioni vi è una prima fase di innamoramento in cui, superata l’intossicazione acuta, inizia una produzione di ossitocina nel cervello che contribuisce alla creazione di una relazione stabile stimolando rilassamento in un clima di fiducia. E’ possibile che questa fase fisiologica di “down” necessaria per lo sviluppo di una relazione stabile venga vissuto con un connotato spiacevole da chi necessita della conferma/gratifica/risoluzione ai propri timori abbandonici. Ciò si connette all’astinenza. Astinenza. I sintomi tipici sono depressione, incapacità di provare piacere, senso di vuoto e spingono il partner a giustificare ogni comportamento rinforzando il circolo vizioso di una dipendenza. Craving. Il desiderio impulsivo di ricorrere ad una sostanza psicoattiva è stimolato da fattori che innescano, tramite condizionamento, il desiderio della gratificazione. Nella dipendenza affettiva può essere inizialmente craving da ricompensa e poi da sollievo oppure ossessivo.

DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.

Concentrazione: come aiutare bambini e ragazzi a svilupparla?

Strategie per aumentare le capacità di concentrazione in bambini e ragazzi. Molto spesso giungono in terapia genitori che sono in difficoltà per come aiutare i propri figli a concentrarsi ed essere più attenti davanti ad un compito scolastico e non. Le difficoltà di concentrazione più comuni possono riguardare: perdere dettagli importanti in una conversazione, non riuscire a rimanere concentrati nello svolgimento di un’attività, lasciarsi distrarre, non essere attenti dinanzi a delle istruzioni. Ma a cosa è legata la capacità di concentrazione? La capacità di concentrazione è legata alle capacità di apprendimento, all’intelligenza, allo sviluppo del linguaggio e ai risultati scolastici. I bambini e i ragazzi con difficoltà nelle funzioni esecutive possono, ad esempio, sentirsi affaticati in vari aspetti della concentrazione, tra cui l’attenzione sostenuta e l’attenzione divisa. L’attenzione sostenuta può essere considerata come la durata dell’attenzione, il tempo necessario per completare un’attività. L’attenzione divisa, invece, è la capacità di suddividere l’attenzione e fare cose diverse contemporaneamente. Quali strategie possono essere utilizzate? L’automonitoraggio. Si può aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere quando è concentrato e quando non lo è. Può essere utile avviare una riflessione per dare al ragazzo un’immagine di riferimento su cosa è la concentrazione e come appare dall’esterno. Ad esempio, l’immagine potrebbe essere, durante i compiti, il ragazzo seduto alla scrivania, con i dispositivi spenti, il corpo fermo, lo sguardo sui compiti. Successivamente, lo stesso, dovrà imparare a notare quando è concentrato e quando non lo è, con un timer ad intervalli casuali. Quando suona, dovrà segnare da solo su una tabella se è concentrato o meno in quel momento. Offrire loro il potere di scelta. E’ più facile concentrarsi su qualcosa che piace rispetto a ciò che non piace o è difficile. Dunque, si potrebbe lasciare il ragazzo libero di scegliere a chi chiedere aiuto in caso di difficoltà oppure mettergli davanti delle strategie di organizzazione dello studio, consentendogli comunque di scegliere quella che ritiene più utile.

VIVERE LA VITA: COME CONNETTERSI AL QUI E ORA

Come praticare la connessione con le esperienze piacevoli della vita Tutti noi esseri umani troppo spesso siamo costantemente agganciati a pensieri negativi. Quello che tendiamo a fare è focalizzarci su ciò che ci manca, confrontandoci con i nostri amici o familiari. Allora ci concentriamo sul non essere sposati, sull’essere single, sul non avere un figlio, su “com’era bello il passato” o su “quanto preoccupa il futuro”. Tutto vero. I pensieri hanno il potere di prendere il sopravvento, facendoci dimenticare il presente. Questi pensieri sono utili? Questa è la domanda più importante che ci possiamo porre nei momenti in cui i pensieri negativi ci sovrastano. Certo non è cosi semplice e scontato, ma, avendo chiaro ciò che conta, potremmo riuscire ad essere presenti praticando la connessione. Cosa significa? Significa essere pienamente consapevoli della nostra esperienza nel qui e ora, tirandoci fuori dal passato e dal futuro. Se non lo facciamo, è come se guardassimo il nostro film preferito indossando gli occhiali da sole. E per arricchire la nostra vita e renderla significativa, è importante agire attraverso azioni efficaci e che ci permettano di muoverci in una direzione che abbia valore. Alcuni esercizi di connessione Nei momenti in cui la mente inizia a portarti a spasso, prova innanzitutto a notarlo e riporta l’attenzione su uno dei seguenti esercizi: Nota tutto ciò che puoi vedere, toccare o sentire con l’udito, con il gusto o con l’olfatto. Com’è la temperatura? E la luce? Nota cinque suoni che puoi udire, cinque oggetti che puoi vedere. Nota la posizione del tuo corpo, come tieni le braccia, le spalle, le gambe. Esamina anche le sensazioni interne dalla testa fino alla punta dei piedi. Nota il tuo respiro, la cassa toracica che si alza e si abbassa e l’aria che entra ed esce dalle narici. Nota tutti i rumori che senti, quelli nella stanza e quelli fuori. Questi sono soltanto degli esempi di come ogni giorno possiamo allenare la capacità di essere presenti, semplicemente recuperando la concentrazione ogni volta che ci rendiamo conto di essere sconnessi.

ADHD: indicazioni per i genitori

Suggerimenti ai genitori per gestire i comportamenti problematici di bambini con ADHD. Nello scorso articolo si è parlato del Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività e di cosa possono fare gli insegnanti per aiutare questi bambini a regolare i propri comportamenti. Quando si parla delle famiglie, la situazione è più delicata perchè spesso i genitori non sanno cos’è l’ADHD e pensano che possa essere l’educazione in casa acausare il problema. Infatti, davanti ad un bambino con comportamenti problematici, i genitori si muovono tra due posizioni: uno stile educativo iperautoritario oppure l’assecondare i “capricci” del bambino finendo per renderlo ingestibile. Diventa importante allora un intervento di parent training che possa insegnare ai genitori come comportarsi dinanzi ai comportamenti problematici del figlio. Cosa può fare un genitore? E’ opportuno non ripetere sempre le stesse regole o critiche verbali, poichè non si tratta di un problema di comprensione ma di un problema di performance, di agito pratico. Occorre usare commenti positivi, premi, ricompense piccole, frequenti e tempestive. Occorre individuare pochi comportamenti problema su cui intervenire e cercare la collaborazione del bambino spiegando chiaramente e positivamente cosa gli si sta chiedendo: occorre rinforzare, sostenere ed incoraggiare i risultati positivi sulla linea dei comportamenti individuati. Le punizioni sono efficaci nell’immediato ma non a lungo termine. C’è bisogno di elogiare molto questi bambini per quello di nuovo che riescono a fare. Occorre conoscere le situazioni in cui l’instabilità o i problemi aumentano. Sapere cosa eccita e cosa acquieta consente di prevedere come comportarsi nelle diverse situazioni. E’ importante che i genitori riescano a dividere i propri problemi da quelli dei figli e che non pensino di essere “cattivi genitori”. Le difficoltà comportamentali dei propri figli non dipendono da questo. Occorre parlare con il bambino ma non sul bambino in sua presenza. E’ utile ritagliarsi una mezz’ora speciale della giornata per stare con i propri figli per il solo piacere di divertirsi, senza fare compiti (Floor time). E’ un momento in cui si può fare quello che vuole lui, partecipando al suo gioco senza assumere il controllo ma essendone coinvolti.

ADHD: indicazioni per la scuola e per gli insegnanti

Cosa possono fare gli insegnanti per i bambini con ADHD? Vediamolo insieme. Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo del neurosviluppo. I disturbi dello sviluppo neurologico sono condizioni neurologiche che appaiono nella prima infanzia, di solito prima dell’entrata a scuola, e compromettono lo sviluppo del funzionamento personale, sociale, scolastico e/o lavorativo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. L’ADHD genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti, i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino. Come può rispondere la scuola? Gli interventi psicoeducativi non fanno sparire i sintomi dell’ADHD, ma creano condizioniper cui al bambino è possibile vivere delle relazioni sociali più appaganti in un contesto dipiù adeguato benessere per la crescita della persona. Possono migliorare l”impatto” deldisturbo, attenuandone gli effetti. Ad esempio sarebbe opportuno occuparsi di: Strutturare una routine: la giornata può essere organizzata secondo un preciso “copione” (es.: si entra, si saluta, ci si prepara il banco). L’insegnante controlla se tutti hanno il materiale, presenta le attività del giorno e indica i tempi previsti, comunica quando si può fare una pausa. Attenuare i distrattori: far sedere l’alunno nei primi posti o togliere quanto di distraente è solitamente appeso alle pareti della classe risulta essere da subito una buona strategia. Inoltre, ridurre gli elementi di disturbo presenti sul banco, utilizzare solo il materiale strettamente necessario allo svolgimento dell’attività proposta. Permettere i movimenti possibili. Vale il principio della sostituzione: tra due comportamenti non adattivi, se non possiamo eliminarli del tutto, tolleriamo il meno disadattivo. Piuttosto che l’alunno corra per la classe, scappi, butti giù il materiale dal banco del compagno, consentiamogli ogni tanto di stare in piedi al suo banco, di giocherellare con qualcosa mentre aspetta che gli correggiamo il compito, di scarabocchiare su un foglio apposito. Possiamo concordare con lui queste concessioni, contribuirà a rasserenare il nostro rapporto reciproco. Individuare i punti di forza del bambino e rinforzarli. Stabilire un accordo condiviso. Creare una token economy di classe può essere utile per lavorare sui comportamenti più problematici.

E’ possibile evitare di pensare a quello che non si vuole pensare?

Strategie per evitare di rimuginare e amplificare stati d’animo negativi. Quante volte è capitato a tutti noi di avere un pensiero rispetto al comportamento di un’altra persona e di iniziare a rimuginare, rimanendo intrappolati in qualcosa che sembra non avere soluzione. Perchè accade? I pensieri diventano oggetto di rimuginio quando perdono il contatto con i fatti. Per questo motivo, vengono valutati non per quello che sono, ma per le emozioni a cui danno vita. Le emozioni allora generano pensieri giudicanti e chi soffre a causa delle emozioni negative, crede di poterle diminuire utilizzando i pensieri che esse stesse producono. Facciamo un esempio: penso che Michele non abbia una buona opinione di me, mi sento triste, penso che ha ragione in fondo. Cerco di non provare tristezza e di non pensarci, amplificando in realtà il contenuto del mio pensiero. Cosa si potrebbe fare? Tradurre i pensieri in descrizione dei fatti potrebbe essere la cosa più utile da fare. Comprendere da quali fatti hanno avuto origine determinate emozioni consente di scegliere poi i comportamenti più efficaci per uscire dalla sofferenza, anzichè rimuginare. Il pensiero viene utilizzato come uno strumento potentissimo per affrontare i problemi, ma questo ci porta spesso ad allontanarci dalla realtà delle cose. Dimentichiamo che l’esperienza deriva sempre dal contatto, attraverso i sensi, con l’esterno. Quando siamo agganciati a pensieri che ci limitano la visione esterna, dovremmo imparare a distinguere tra giudizi/opinioni e fatti; imparare a riconoscere quali sono le reazioni automatiche che avvengono e a osservare e descrivere ciò che accade. In questo modo si può agire consapevolmente. Seguire una regola senza tener conto del contesto è una forma di pliance. Il tracking serve invece a spostare l’attenzione dal contenuto di una regola alla sua funzione. In questo modo si può tenere traccia dei propri comportamenti e degli effetti reali.

Mindfulness a scuola

Mindfulness: alcune pratiche da utilizzare a scuola La scuola rappresenta un contesto fondamentale per lo sviluppo dei bambini, non solo per gli apprendimenti ma anche per gli aspetti psicosociali. Sicuramente molti insegnanti manifestano a lungo andare segnali di stress, demotivazione, diminuzione dell’energia che può condizionare negativamente gli apprendimenti dei bambini. Il senso di autoefficacia è considerato un fattore protettivo, ovvero la consapevolezza della propria efficacia nell’affrontare situazioni difficili con la convinzione che, con impegno e tecniche adeguate, sia possibile raggiungere determinati obiettivi educativi (Bandura, 2000). Questa risorsa può essere potenziata con la mindfulness. Per praticare percorsi di mindfulness che vedano insieme insegnanti ed allievi è importante che: vengano pianificate le attività in momenti che siano agevoli per tutti; sia creato un contesto funzionale all’interno dell’aula, dove svolgere le pratiche; sia pianificata una routine; vengano coinvolti gli allievi nella creazione dello spazio mindful; vengano coinvolti anche i genitori per svolgere alcuni esercizi a casa con i propri figli. Alcuni esempi di pratiche di mindfulness: Il respiro Cercate di inspirare profondamente l’aria. Fate attenzione al momento in cui trattenete il respiro. Poi espirate e fate attenzione a ciò che provate. E’ caldo? Freddo? Provate a focalizzarvi su ciò che sentite quando fate brevi inspirazioni ed espirazioni. Che tipo di sensazioni provate? E ora lasciate che il respiro abbia il suo naturale ritmo. Qualcosa è cambiato nella vostra mente? Quale tipo di respiro vi fa sentire più tranquilli? Usate il respiro che più vi aiuta a stare bene con voi stessi. Nei panni di uno studente Cercate un posto tranquillo, sedetevi, prendete tre respiri profondi, chiudete gli occhi e immaginate il vostro allievo difficile sulla porta. Mettetevi nei suoi panni, guardate il mondo dalla prospettiva dei suoi anni, della sua situazione familiare, dei rapporti con i compagni, del suo concetto di sè come allievo non diligente, che spesso ha interazioni difficili con gli insegnanti, che lascia a metà il suo compito. Come si sentirà? Con quali preoccupazioni entra nell’aula? Che cosa si aspetta da voi? Quali sono i suoi sogni? I suoi limiti? Cosa gli impediscono di fare? E quali sono i suoi punti di forza? E voi adesso cosa gli direte? Volete provare a mettere in evidenza i suoi punti di forza oggi?