Emergenza salute mentale tra gli adolescenti

La salute mentale degli adolescenti è un tema che richiede sempre maggiore attenzione e interventi immediati e concreti. Ad oggi, si osservano pienamente le conseguenze della pandemia a livello di benessere psicologico, soprattutto nei confronti degli adolescenti. L’Autorità Garante dell’infanzia riporta come «La pandemia ha determinato un insieme di fragilità di entità crescente che riguardano sia l’aggravamento di disturbi neuropsichici già diagnosticati, sia l’esordio di disturbi in soggetti in condizioni di vulnerabilità, connessa alla condizione familiare, ambientale, socioculturale ed economica, e in soggetti sani che non presentavano alcuna diagnosi. I professionisti hanno assistito a una vera e propria «emergenza salute mentale». Comprendere come agire è di fondamentale importanza. Secondo l’OMS, nel mondo un individuo su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi mentali. In Europa, ben 9 milioni di adolescenti sono alle prese con problemi di salute mentale, segnati principalmente da depressione, ansia e disturbi comportamentali. In Italia nello specifico, dall’ultima indagine di Telefono azzurro, 1 ragazzo su 5 si sente in ansia, e per 1 su 3 chiedere aiuto ad un esperto di salute mentale è motivo di vergogna. Dalla pandemia, sono aumentate le problematiche riguardanti la salute mentale negli adolescenti. In particolare si parla di ansia, attacchi di panico, sintomi depressivi, autolesionismo, abbassamento del tono dell’umore, apatia, difficoltà a concentrarsi, problematiche nei rapporti sociali, solitudine ed solamento, in generale una paura del futuro, anche solo pensarlo o immaginarlo. Ai diversi fattori che influenzano questa nuova realtà, un ruolo significativo è assegnato all’abuso delle piattaforme social e i fenomeni negativi a esse correlati, come l’hate speech, il cyberbullismo, le fake news, modelli di bellezza irraggiungibili, assuefazione, tic e insonnia, che minano profondamente la salute mentale dei più giovani. A conferma degli effetti negativi che i social possono avere sul benessere degli adolescenti, si è osservato come la crescita dell’uso di smartphone e social media e l’aumento dell’isolamento siano legati a un calo della salute mentale collettiva. Il ridursi o addirittura venire meno dell’interazione diretta tra persone sta influenzando lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei ragazzi. Risulta necessario un intervento globale, che abbia come obbiettivo quello di pensare alla cura degli adolescenti, riconoscendo l’esistenza e la rapida diffusione di un disagio giovanile. Ascoltare gli adolescenti è fondamentale per rispondere in modo adeguato ed efficace ai loro bisogni di salute mentale. Una comunicazione efficace favorisce la fiducia e incoraggia l’apertura portando a un sostegno e a un intervento migliori.
Le ragazze stanno davvero bene? Adolescenza e violenza di genere

Con l’avvicinarsi dell’8 Marzo Giornata Internazionale della Donna, è necessario mantenere il focus, ora più che mai, su tematiche relative all’attuale situazione e al benessere globale delle donne, delle adolescenti e delle bambine. A tal fine, diventa fondamentale ascoltare e confrontarsi con le nuove generazioni, vedere come percepiscono le questioni di genere, come vivono nei ruoli a loro assegnati, come si interrogano su tali tematiche e come le trasformano e le adattano alla loro realtà. Questo tema, insieme a molti altri, è stato affrontato nel report “Le ragazze stanno bene?” pubblicato da Save The Children, che raccoglie i risultati di un’indagine svolta sulla violenza di genere in adolescenza. Stereotipi di genere: a che punto siamo? Per indagare le radici dei comportamenti violenti è necessario interrogarsi sulla pervasività degli stereotipi di genere tra le giovani generazioni.Secondo l’indagine ISTAT 2023 sugli stereotipi di genere, se da un lato iniziano a vedersi alcuni cambiamenticulturali, validi soprattutto per le donne, dall’altro lato è confermata la loro persistenza. Emerge una crescente consapevolezza delle donne sull’esistenza di stereotipi di genere riguardo alla cura della casa (chi è più predisposto a curare la casa tra uomo e donna) e nella valutazione delle capacità accademiche (come chi è più portato per materie scientifiche). Allo stesso tempo, però, i risultati evidenziano alcuni stereotipi ancora molto presenti, legati soprattutto alla cura dei figli e al successo nel lavoro. Se dai dati emerge una maggiore consapevolezza delle donne, tra il 2018 e il 2023 si allarga la distanza con le opinioni degli uomini. Le donne hanno dunque meno stereotipi, ma questo cambiamento non si registra per gli uomini, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità genitoriali e il lavoro. Le ragazze stanno bene? Il report di Save The Children Il 13 Febbraio 2024 Save The Children ha pubblicato un report intitolato “Le ragazze stanno bene? Indagine sulla Violenza di Genere Onlife in Adolescenza“, un lavoro di ricerca “volto ad esplorare il tema degli stereotipi e della violenza di genere interpellando direttamente gli adolescenti, un’indagine inedita sulla violenza di genere in adolescenza realizzata in collaborazione con IPSOS“. L’indagine analizza il tema degli stereotipi e del divario di genere nella vita affettiva e relazionale di un campione di adolescenti, nello specifico 800 tra ragazze e ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Inoltre, il report ha avuto anche l’obiettivo di “approfondire il tema della violenza di genere nella dimensione propria di vita degli adolescenti che intreccia la dimensione digitale con l’ambiente di vita quotidiano, in una dimensione che viene oggi definita “onlife””. Quello che emerge dal report è un quadro ancora critico: i risultati mostrano “una sensibilità e un interesse marcato rispetto ai temi affrontati – stereotipi di genere, emotività ed espressione emotiva, ruoli nelle relazioni intime e sessuali, violenza onlife, dinamiche di controllo e possesso nelle relazioni – nella maggioranza delle ragazze e dei ragazzi interpellati e una apertura al confronto sui temi della violenza tra pari, allo stesso tempo mettono in luce l’esistenza di una considerevole percentuale di adolescenti che tende a “normalizzare” stereotipi di genere e comportamenti abusivi nelle relazioni tra pari”. Dati e risultati del report Emergono diversi risultati molto interessanti. Ad esempio, quasi il 70% degli adolescenti interpellati ritiene che le ragazze siano più predisposte a piangere dei maschi, maggiormente in grado di esprimere le proprie emozioni (64%), così come a prendersi cura delle persone in modo più attento (50%). Tra gli adolescenti prevale dunque una immagine della ragazza, e forse della donna, più competente da un punto di vista affettivo e relazionale. Interessanti sono i risultati rispetto all’avvicinamento dei ragazzi e delle ragazze alle questioni di genere: l’82% degli adolescenti, infatti, riporta di essere molto o abbastanza interessato alle tematiche di genere (ossia a quegli argomenti che trattano di stereotipi, comportamenti -compresa la violenza- e aspettative sociali associati a ragazzi e ragazze). Tra questi la maggior parte sono le ragazze (85%). L’attenzione quindi per le questioni di genere e la sensibilizzazione su questi temi è cresciuta, anche grazie agli strumenti digitali e ai nuovi canali di comunicazione e media. Per quanto riguarda comportamenti e atteggiamenti nelle relazioni intime e sentimentali, come controllo, possesso e consenso, la situazione sembra ancora abbastanza critica. Il 30% degli adolescenti (sia maschi che femmine) intervistati considera ancora la gelosia una prova d’amore; il 65% dichiara di essersi sentito controllato dal o dalla partner almeno una volta; il 52% degli adolescenti in una relazione di coppia dice di aver subito comportamenti violenti. Dai risultati dell’indagine emerge come i comportamenti di controllo nelle relazioni di coppia siano considerati accettabili e praticati da una rilevante percentuale di adolescenti, senza grandi distinzioni tra ragazzi e ragazze. Per quanto riguarda, invece, la percezione del consenso e gli atteggiamenti di violenza, il 43% degli adolescenti ritiene che una persona possa sottrarsi a un rapporto sessuale se veramente non lo desidera. Sulla stessa linea si muovono le opinioni rispetto ad altre forme di attribuzione di responsabilità della vittima nella violenza sessuale: ben il 29% degli adolescenti è molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire e/o di comportarsi, mentre il 24% pensa che se una ragazza non dice chiaramente “no” vuol dire che è disponibile al rapporto sessuale. “La persistenza di tali opinioni tra un numero significativo di adolescenti rimanda alla persistenza di profondi pregiudizi e stereotipi che vedono nella vittima una partecipazione alla responsabilità di condotte violente alla quale è assoggettata”. Interrogati sulle forme di violenza messe in atto o subite all’interno di una relazione intima, colpisce il dato d’insieme sulla frequenza della violenza di genere agita e subita: il 41% delle e degli adolescenti ha subìto un comportamento violento (il 52% tra chi ha o ha avuto una relazione) e il 30% (il 47% tra chi ha o ha avuto una relazione) lo ha attivato. Conclusioni I dati del report di Save The Children rimandano una fotografia della percezione della violenza, della sua diffusione e della resistenza a determinati stereotipi critica: è grandemente
Soft Skills: cosa sono le competenze trasversali

Per Soft skills o Competenze trasversali si intende una combinazione di abilità sociali, competenze comunicative, emotive e relazionali. Attraversano i vari campi di vita dell’individuo, come quello familiare, sociale, relazionale. Vengono apprese principalmente attraverso il vissuto e le esperienze personali, sebbene, recentemente, la crescente attenzione rivolta alle competenze trasversali abbia portato a integrarle anche nel contesto scolastico e formativo. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le ha definite come “competenze di vita” ovvero ciò che serve per affrontare la vita in maniera efficace. Sono suddivise in 10 punti: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress, comunicazione efficace, relazioni efficaci, empatia, pensiero creativo, pensiero critico, prendere decisioni, risolvere problemi. Possono, inoltre, essere raggruppate in 3 aree: emotive (consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress); relazionali (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci); cognitive (risolvere i problemi, prendere decisioni, pensiero critico, pensiero creativo). Le soft skills ricoprono un ruolo sempre più centrale all’interno del bagaglio di competenze richieste in vari ambiti, in particolare nel mondo del lavoro. Esse hanno a che fare con il “saper essere”, con il cosiddetto “fattore umano”, riguardano ciò che ci rende efficaci ed efficienti nel lavoro e anche in altri contesti della nostra vita. Riguardano le nostre capacità e competenze relazionali, gestionali, cognitive e di efficacia personale. Ultimamente, particolare attenzione viene posta alle “competenze emotive”, che sono alla base della nostra capacità di gestire efficacemente le relazioni interpersonali. Il termine competenze emotive racchiude al suo interno la consapevolezza di sé, ovvero la conoscenza di noi stessi, delle nostre emozioni, del nostro corpo e dei nostri pensieri, gestione delle emozioni e gestione dello stress. Non è semplice acquisire o sviluppare le soft skills, alcune volte sono capacità innate, ma si accrescono e si affinano nell’ambiente di vita. Sicuramente la scuola, e in generale ambienti di formazione, è un laboratorio privilegiato per far emergere e sviluppare le competenze trasversali. Nonostante questo anche le esperienze quotidiane sono fondamentali per acquisire e sviluppare le soft skills. Può essere utile identificare le soft skills che fanno già parte del nostro bagaglio personale, diverso per ognuno di noi, così da poter implementare quello che già c’è e riflettere su come spenderle nella vita quotidiana e non solo. Fatto questo, si potrà iniziare ad agire per colmare eventuali lacune e allenare nuove abilità utili per vivere meglio.
L’effetto Dunning-Kruger

Spesso pensiamo di saperne tanto su un argomento anche se in realtà non ci siamo informati abbastanza. A volte chi ne sa di meno pensa di saperne più di tutti gli altri. Come mai? L’effetto Dunning-Kruger può aiutarci a capire questo comportamento abbastanza diffuso. Cos’è l’effetto Dunning-Kruger? Consiste nel pregiudizio cognitivo secondo cui le persone sopravvalutano erroneamente la loro conoscenza o competenza in uno specifico campo. Può essere definito come un fenomeno psicologico che si verifica quando una persona con scarse conoscenze tende a sovrastimare le proprie competenze in un determinato campo, sottovalutando allo stesso tempo quelle degli altri. Questo fenomeno è stato identificato e descritto per la prima volta dagli psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Secondo gli studiosi, alcune persone avrebbero una percezione distorta della propria competenza e spesso si mostrano eccessivamente sicure delle proprie opinioni, nonostante l’evidente mancanza di conoscenza o abilità. Questo avviene in quanto vi è una forte mancanza di consapevolezza di sé, tanto da impedirgli di valutare le proprie competenze in modo adeguato. Al contrario, le persone altamente competenti tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie lacune e a mostrarsi meno sicure di sé. Tutto ciò può avere un impatto sia a livello psicologico che sociale. Lo studio David Dunning e Justin Kruger della Cornell University, in seguito ad un evento di cronaca alquanto bizzarro, in cui un uomo decise di rapinare due banche convinto di essersi reso invisibile dopo essersi cosparso di succo di limone, decisero di studiare l’accaduto sotto un profilo scientifico. Iniziarono, così, uno studio sui test di umorismo, grammatica e ragionamento logico coinvolgendo i propri allievi. Prima di svolgere i test, i partecipanti espressero il proprio grado di competenza in ognuno dei tre campi. I risultati dimostrarono come i partecipanti meno competenti si autovalutavano molto al di sopra delle proprie capacità, mentre i partecipanti più competenti si valutavano leggermente al di sotto. Conclusero così che coloro che hanno meno conoscenza in un campo sono spesso quelli che sopravvalutano le proprie competenze, mentre quelli più esperti sono quelli che sottostimano le proprie abilità. Il fenomeno venne chiamato effetto Dunning-Kruger. Inoltre, i risultati dello studio dimostrarono che le autovalutazioni non veritiere degli incompetenti sono molto difficili da correggere. L’effetto Dunning-Kruger e le conseguenze psicosociali Conseguenze possono osservarsi a livello dell’autostima, fino a distorsioni della realtà, della consapevolezza del sé, della percezione delle proprie capacità, dei successi e degli insuccessi, soprattutto nel rapporto con gli altri. L’effetto Dunning-Kruger conduce il più delle volte a un eccesso di fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Questa sovrastima porta, a sua volta, a prendere decisioni sbagliate, a problemi relazionali e spesso a compiere giudizi affrettati. Spesso ci si sente esperti di un argomento solo dopo aver letto sommariamente un articolo sporadico, o dopo aver letto notizie sparse sui social, arrogandosi anche il diritto di dare la propria opinione per certa, fino a voler spiegare agli altri perché si sbagliano. Si diventa subito certi della propria opinione e della sua unicità, fino ad affermarla con arroganza. Questo porta con sé anche un non voler confrontare varie fonti ed a non essere aperti ad ascoltare altre opinioni. Di conseguenza, spesso si danno giudizi affrettati e si mette da parte lo sviluppo di un pensiero critico e di una complessità che a volte è difficile da comprendere ed accettare. Il confronto, l’ascolto aperto del pensiero altrui, la volontà di informarsi di continuo e cercare sempre più fonti sono strumenti che possono aiutarci ad allontanare l’effetto Dunning-Kruger di cui, in modo maggiore o minore, potremmo tutti essere vittima.
Quale relazione tra disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa?

L’insicurezza lavorativa è un indicatore di lavoro precario che si riferisce alla paura di perdere il proprio posto di lavoro. La precarietà lavorativa è un processo soggettivo, involontario e incontrollabile che anticipa la perdita di una situazione lavorativa che si desidera mantenere. È una rilevante fonte di stress, con conseguenze negative sulla salute mentale delle persone. Nello specifico, sono stati osservati effetti sul benessere psicologico, sulla depressione, sull’ansia e anche in relazione all’ideazione suicidaria, nonché al benessere fisico. Disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa Diversi sono i fattori che influenzano l’insicurezza lavorativa. Oltre al contesto socioeconomico, si è osservato come anche la disuguaglianza di genere e, in generale, la situazione delle donne nel contesto sociale e culturale possa influire sull’insicurezza lavorativa. Esistono ampie prove empiriche che mostrano le discriminazione che le donne subiscono sul posto di lavoro [1], che si ripetono e aumentano nel corso degli anni. Ciò si traduce in fenomeni specifici come il divario retributivo di genere, la segregazione professionale, tassi più elevati di lavoro part-time e informale tra le donne, nonché un maggiore onere del lavoro di cura. La disuguaglianza sociale tra uomini e donne si verifica in tutti gli ambiti della vita, ma è nel mondo del lavoro che è particolarmente evidente e preoccupante. In questo scenario, la precarietà del lavoro potrebbe essere un fenomeno che risente di questa disuguaglianza. La ricerca di Menéndez-Espina et al. (2020) Menéndez-Espina et al. (2020) hanno sviluppato uno studio con lo scopo di identificare come la disuguaglianza di genere e l’insicurezza lavorativa siano correlate. Per fare ciò, hanno sviluppato uno studio predittivo della precarietà del lavoro, suddiviso per genere, considerando le variabili sociodemografiche e lavorative come antecedenti. Il campione comprendeva 1.005 dipendenti (420 uomini e 585 donne) di età compresa tra 18 e 65 anni residenti in Spagna. La domanda posta dalla ricerca è: i fattori demografici e lavorativi legati all’insicurezza lavorativa hanno un effetto diverso su donne e uomini? Questa domanda si basa sulla posizione più debole che tipicamente occupano le donne nel mercato del lavoro, insieme ad altri fattori legati anche a una maggiore difficoltà di accesso al lavoro. Tale ricerca ha confrontato i risultati di uomini e donne per studiare l’influenza del contesto sociale e culturale sull’insicurezza lavorativa. In generale, è stato riscontrato che le differenze tra uomini e donne rispetto allo sviluppo dell’insicurezza lavorativa riflettono la disuguaglianza di genere sul lavoro. Le donne hanno mostrato un punteggio più alto nella precarietà lavorativa rispetto agli uomini. Inoltre, è stato confermato come il livello di insicurezza lavorativa aumenta nel caso in cui ci si trovi in una posizione lavorativa debole, come il lavoro informale, i contratti temporanei, il lavoro part-time e si abbia subito un taglio salariale nell’ultimo anno, ma in modo diverso negli uomini e nelle donne. I risultati relativi all’influenza dell’istruzione riflettono una realtà in evoluzione: mostrano come l’insicurezza lavorativa cresce anche ai livelli educativi e professionali più elevati nel campione maschile. La sua rilevanza nel gruppo degli uomini e non in quello delle donne potrebbe essere collegata alla loro tendenza a concentrarsi maggiormente sulla carriera professionale, mentre le donne sono costrette a dividere la propria attenzione tra lavoro e famiglia. Inoltre, questo è uno dei fattori che genera la segregazione occupazionale, in particolare il cosiddetto soffitto di cristallo. Si osserva che le variabili del successo e della carriera professionale (categoria lavorativa, reddito familiare), mantenute e riprodotte dai ruoli tradizionali, diventano più importanti negli uomini. Al contrario, le donne sono condizionate da un ambiente lavorativo altamente discriminatorio e segregante che spesso le sottopone a percentuali più elevate di povertà lavorativa, lavoro part-time, discriminazione, salari più bassi, ecc. Queste circostanze determinano le aspettative di entrambi i sessi, quindi anche l’insicurezza lavorativa percepita varia. L’insicurezza lavorativa, quindi, colpisce entrambi i gruppi di genere, ma le condizioni in cui cresce questa percezione sono significativamente influenzate dalla disuguaglianza di genere. Tali risultati dimostrano come la reale uguaglianza sul lavoro non è ancora stata raggiunta. La vita delle donne è condizionata dalla loro duplice presenza in due tipi di lavori: sia nei lavori retribuiti che nel lavoro necessario alla cura e al mantenimento della famiglia. Continua ad esistere la necessità di un profondo cambiamento sociale riguardo ai ruoli di genere, che equipara le condizioni di uomini e donne sia nell’ambiente di lavoro che nei percorsi di vita. Nel frattempo, le misure di parità e di equilibrio di questi contesti di disuguaglianza aiutano a compiere ulteriori passi in quella direzione, come l’attuazione di politiche efficaci di uguaglianza, non discriminazione e conciliazione per entrambi i sessi. Si tratta di un fenomeno che deve essere affrontato con un approccio olistico che consideri sia il livello individuale (riparativo), sia quello sociale (organizzativo e contestuale). Fonti Menéndez-Espina S, Llosa JA, Agulló-Tomás E, Rodríguez-Suárez J, Sáiz-Villar R, Lasheras-Díez HF, De Witte H and Boada-Grau J (2020) The Influence of Gender Inequality in the Development of Job Insecurity: Differences Between Women and Men. Front. Public Health 8:526162. doi: 10.3389/fpubh.2020.526162 [1] Buonocore F, Russo M, Ferrara M. Work–family conflict and job insecurity: are workers from different generations experiencing true differences? Community Work Fam. (2015) 18:299–316. doi: 10.1080/13668803.2014.981504
Sull’importanza del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza sulle donne è un problema di salute di proporzioni globali. È un fenomeno in crescita che ha numerose conseguenze non solo sulle donne, a livello psicologico, sociale e relazionale, ma sulla società tutta. È un fenomeno pervasivo, per cui sono necessari interventi decisi ed efficaci a livello sociale e culturale, insieme ad una presa in carico globale delle donne. In questo quadro, gli psicologi possono svolgere un ruolo fondamentale. Il 25 novembre appena trascorso è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ufficializzata dalle Nazioni Unite nel 1999. È una giornata di riflessione, confronto, rabbia, dolore, forza e coraggio. I dati condivisi sono sempre più allarmanti e disegnano una situazione che sottolinea l’importanza di giornate come il 25 novembre. Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Tra il 1° gennaio e il 19 novembre 2023 in Italia sono stati commessi 106 femminicidi. Sono state uccise 106 donne, una ogni tre giorni. 87 donne sono state uccise in ambito familiare o affettivo, di cui 55 per mano del partner o dell’ex. Sono 30.581 le chiamate registrate al numero antiviolenza 1522 nei primi 9 mesi del 2023 (dati Istat). Circa i due terzi delle chiamate viene poi indirizzata ai servizi più idonei, che in oltre 9 casi su 10 sono centri e servizi antiviolenza, case protette e di accoglienza. Nel 2023, il 47,6 per cento dei casi ha chiesto aiuto poiché vittima di violenza fisica, a seguire c’è la violenza psicologica. La maggior parte delle vittime riporta un lungo vissuto di violenze e in quasi 8 casi su 10 si tratta di violenza in ambito domestico. In oltre la metà dei casi i figli hanno assistito alla violenza. Le vittime hanno dichiarato di aver paura di morire, di temere per la propria incolumità e dei propri cari, di provare ansia e di essere in grave stato di soggezione. Emerge una persistente resistenza a denunciare: solo il 15,8% ha denunciato la violenza subita a causa della vittimizzazione secondaria da parte del sistema giudiziario e dei media. Nonostante tutto questo, si investe ancora troppo poco in prevenzione. Se ne parla ancora poco, spesso in modo confuso. Il ruolo degli psicologi, tra i tanti, è proprio quello di aiutare a sensibilizzare sul tema: conoscerne gli aspetti psicologici, ma anche sociali e culturali, imparare a riconoscere i primi segnali di violenza, sviluppare sensibilità ed empatia, aiutare ad assumere un atteggiamento non giudicante ma accogliente del dolore altrui, riflettere su come si parla di violenza e perché spesso si innalzano difese consce o meno nelle discussioni sul tema. Sono tante le modalità di condivisione e prevenzione del problema della violenza contro le donne, ma qualcosa deve muoversi. Deve avvenire un cambiamento radicale a livello sociale e culturale, dobbiamo comprendere che tutti ne facciamo parte e assumerci, come individui e come società, la responsabilità di dover intervenire, adesso.
Adolescenti del 21° secolo: nuove sfide e risorse

L’adolescenza è stata a lungo concettualizzata come un periodo di “storm and stress”, letteralmente “tempesta e stress”. La caratterizzazione è entrata nella psicologia dalla ricerca sullo sviluppo adolescenziale condotta da Hall. Tuttavia con il tempo le esperienze che vivono gli adolescenti e il contesto di sviluppo sono andati sempre più modificandosi, di conseguenza è necessario comprendere tali cambiamenti e implementare sempre più una nuova visione degli adolescenti nel 21° secolo che consideri adeguatamente la diversità dell’esperienza evolutiva attualmente esistente. Un aspetto primario della caratterizzazione della tempesta e dello stress nell’adolescenza è che gli adolescenti mostrano caratteristiche più negative, o indesiderabili, negli ambiti dell’esternalizzazione (ad esempio, comportamenti pericolosi a rischio), dell’interiorizzazione (ad esempio, disturbi dell’umore, ansia, tristezza) e delle relazioni genitore-figlio (ad esempio, conflitto) rispetto agli individui più giovani e più anziani; tali comportamenti, infatti, sono elevati durante questo periodo di sviluppo (Buchanan et al., 2023).L’aumento dei comportamenti a rischio malsani o pericolosi durante l’adolescenza è preoccupante e, allo stesso modo, il declino del benessere potrebbe essere avvertito in modo acuto per alcuni adolescenti.Numerose notizie recenti riportano che gli adolescenti di oggi stanno vivendo una crisi di salute mentale, che potrebbe essere stata esacerbata, ma preceduta, dalla pandemia di COVID-19. È fondamentale comprendere i fattori sociali ed ecologici che portano a queste tendenze storiche. È anche importante riconoscere che una parte significativa di adolescenti riferisce stati d’animo positivi, come indicato da bassi (e spesso decrescenti) livelli di interiorizzazione e alti livelli di benessere. Correggere le caratterizzazioni unilaterali dei giovani potrebbe essere importante per promuovere comportamenti ancora più positivi e meno negativi tra gli adolescenti (Buchanan et al., 2023). Secondo la teorizzazione della tempesta e dello stress, le difficoltà dell’adolescenza sono causate in gran parte da sviluppi biologici universali (ad esempio, cambiamenti tipici dello sviluppo negli ormoni o nel cervello). Tuttavia le forze ambientali svolgono un ruolo centrale. Diversi articoli parlano del ruolo del contesto e delle esperienze specifiche nel modellare il comportamento degli adolescenti. Ad esempio, le differenze tra paesi e le diverse influenze culturali sembravo avere un ruolo significativo nell’influenzare sviluppi positivi o negativi nella vita degli adolescenti. Gli studi parlano anche dell’importanza di comprendere l’impatto delle esperienze vissute dagli adolescenti, in quanto documentano le interazioni tra fattori demografici, individuali e contestuali. Molteplici meccanismi (culturali, familiari, individuali) lavorano insieme nel sostenere o ostacolare la personalità sana e lo sviluppo socio-emotivo durante l’adolescenza. Un contesto teorico accurato per lo sviluppo adolescenziale dovrebbe assumere tale complessità. Come notato anche da Ballard et al. (2022), sarebbe fruttuoso che ulteriori ricerche esaminassero l’impatto delle identità e dei contesti intersezionali, inclusa l’oppressione legata all’etnia, al genere, alla classe sociale, alla disabilità e all’orientamento sessuale, sulle differenti esperienze durante l’adolescenza. Una comprensione accurata dei predittori biologici e contestuali del comportamento adolescenziale è fondamentale a causa delle implicazioni per la prevenzione e l’intervento. L’ipotesi che il comportamento degli adolescenti sia determinato in buona parte dal contesto, potrebbe portare a maggiori sforzi – da parte dei genitori e delle istituzioni – per influenzare positivamente il comportamento degli adolescenti. Una nuova concettualizzazione dell’adolescenza contemporanea richiede quindi attenzione ai contesti e ai fattori individuali che possono, insieme, supportare lo sviluppo ottimale degli adolescenti. Fonti Buchanan CM, Romer D, Wray-Lake L and Butler-Barnes ST (2023) Editorial: Adolescent storm and stress: a 21st century evaluation. Front. Psychol. 14:1257641. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1257641 Ballard PJ, Hoyt LT and Johnson J (2022) Opportunities, challenges, and contextual supports to promote enacting maturing during adolescence. Front. Psychol. 13:954860. doi: 10.3389/fpsyg.2022.954860
She can be everything. L’attuale condizione delle bambine e delle ragazze, tra ostacoli e salute mentale

Le bambine, le ragazze e le donne possono essere tutto, “she’s everything”, ce lo ha ricordato a gran voce anche Barbie nel film di recente uscita. Dobbiamo essere fiere e orgogliose di quello che siamo e non dobbiamo porre limiti al nostro potenziale e alle nostre aspirazioni. Tutto vero e con una grande carica motivazionale, ma l’attuazione di queste convinzioni si scontra quotidianamente con una realtà che tiene poco conto delle ragazze e delle donne, che continua a perpetrare violenza e isolamento, che fatica a raggiungere la parità di genere, che rafforza sistematicamente gli stereotipi e i pregiudizi di genere, che non lotta abbastanza per l’emancipazione e l’empowerment femminile. A pochi giorni dalla Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze dell’11 Ottobre istituita dall’ONU è fondamentale capire a che punto siamo, cosa stiamo facendo e cosa è necessario fare per abbattere questi ostacoli, sia psicologici che culturali che sociali, che impediscono alle ragazze e alle donne di sfruttare il loro vero potenziale. A che punto siamo? Report InDifesa 2023 “Il mondo sta deludendo le donne e le ragazze”, è quanto scritto nel report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti delle donne UnWoman¹, che dettaglia le differenze di genere lungo il percorso per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati per il 2030. In occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle donne, la fondazione Terre Des Hommes ha pubblicato la XII edizione del report InDifesa, che descrive l’attuale condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo. Il report riporta quali sono i principali ostacoli che ritardano la piena parità di genere in vari ambiti e nei vari continenti; l’obiettivo è quello di creare consapevolezza al fine di implementare interventi per la promozione dei diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo, per difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all’istruzione, all’uguaglianza e alla protezione. Il quadro riportato mostra quanto ancora siamo lontani dal raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze, obiettivo dell’Agenda 2030. Come riportato, “se i trend attuali continueranno, infatti, più di 340 milioni di donne e ragazze vivranno ancora in estrema povertà entro il 2030. […] Molto è stato fatto dal 2015 a oggi per garantire l’istruzione femminile, ma nel 2030 saranno ancora 110 milioni le bambine e ragazze che non potranno andare a scuola perché costrette a sposarsi, perché rimaste incinte, perché nel loro Paese è in corso un conflitto e le strade non sono sicure, perché la loro famiglia è molto povera e preferisce investire sull’istruzione dei loro fratelli, perché la mamma ha molti figli, per questo devono occuparsi anche delle faccende domestiche. […] Ne serviranno invece 286 [anni] per rimuovere tutte le leggi che discriminano donne e ragazze in tutti i Paesi del mondo.” Negli ultimi 10 anni, In Italia le violenze sessuali sono aumentate del 44%. Nel 2022, sono stati registrati 1603 abusi e nell’88% dei casi le vittime sono bambine e ragazze. La violenza di genere è un’emergenza reale. É una violenza sistemica e non si può più ignorare né trovare giustificazioni. “Il 31% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subìto almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale. Tra le adolescenti che sono in una relazione, emerge che 1 su 4 è stata vittima almeno una volta di violenze e abusi da parte del partner. Poco meno della metà delle vittime chiede aiuto per timore di non essere creduta o dello stigma sociale”. E la salute mentale? Il report di Terres des Hommes dedica un intero capitolo alla salute mentale delle bambine e delle ragazze. La loro salute mentale è in crisi: da anni gli esperti rilevano un peggioramento preoccupante, aggravato dagli anni di pandemia e isolamento sociale. I dati riportati sono allarmanti. Secondo una ricerca² sviluppata negli Stati Uniti nel 2021, “tre ragazze adolescenti su cinque hanno dichiarato di sentirsi “tristi o senza speranza” quasi ogni giorno per almeno due settimane di fila, al punto da dover interrompere le proprie attività quotidiane. Una percentuale doppia rispetto a quella dei coetanei maschi e la più alta negli ultimi 10 anni”. In queste condizioni aumentano pericolosamente anche gli atti di autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio: “un terzo delle studentesse delle scuole superiori ha dichiarato di aver “preso seriamente in considerazione l’idea di togliersi la vita”[…] mentre il 24% ha proprio elaborato un piano per farlo. Poco più del 13% ha tentato il suicidio e il 4% ha richiesto cure mediche a seguito del proprio gesto”. Quella del suicidio è a livello mondiale la terza causa di morte tra le adolescenti che hanno tra i 15 e i 19 anni. Anche l’Italia riporta un grave peggioramento della salute mentale delle ragazze, soprattutto per quanto riguarda le adolescenti. Secondo quanto riportato dal report dell’Istituto Superiore di Sanità³, “una ragazza su 2 ha dichiarato di aver risentito negativamente della pandemia di Covid-19 per quel che riguarda la propria salute mentale, a fronte di un ragazzo su 3. […] Meno della metà (43%) delle tredicenni e solo una su 3 (32%) tra le 15enni pensa di avere un buon benessere psicologico, a fronte del 73% e 64% dei coetanei maschi. Il 74% delle ragazze intervistate riferisce di avere avuto almeno due sintomi di malessere (mal di testa, di stomaco, di schiena, sentirsi giù di morale, irritabilità, nervosismo, giramenti di testa e difficoltà nell’addormentamento) più di una volta a settimana negli ultimi sei mesi, dato in crescita rispetto ai dati 2017/2018. Per i ragazzi il dato si ferma al 49%. Le ragazze, inoltre, riferiscono più sintomi rispetto ai coetanei maschi con un andamento crescente per età”. Sviluppare conoscenza per generare consapevolezza Come numerosi studi hanno ampiamente dimostrato, la pandemia ha incrementato il disagio psicologico e le donne, soprattutto adolescenti e giovani adulte, sono coloro che stanno pagando il prezzo più alto. Le ragazze tendono maggiormente ad interiorizzare il conflitto, l’ansia, lo stress e la paura e risultano più vulnerabili agli standard irrealistici di bellezza e perfezione imposti dalla società, che generano sofferenza psicologica,
Migrazione e nostalgia di casa: quali effetti sulla salute mentale dei rifugiati?

Esseri umani in cerca di una vita migliore. Questa è l’essenza del fenomeno migratorio. Come sottolineato da Renos Papadopoulos (2007), essere un migrante o un rifugiato non è una condizione psicologica di per sé, bensì una condizione politico-sociale che può avere implicazioni psicologiche. Alcune persone diventano migranti perché sono forzate, in maniera diretta o indiretta, ad abbandonare la propria casa a causa di politiche estreme o azioni militari messe in atto da gruppi di persone o dallo stesso Stato; per tali ragioni, sono costrette a spostarsi in un altro posto nel mondo. Alcune persone diventano, quindi, migranti o rifugiati come conseguenza di avverse circostanze socio-politiche, nel tentativo di iniziare una nuova vita. La vita del migrante è spesso caratterizzata da perdita, sofferenza, rottura dei legami con la famiglia ed il luogo d’origine, violenza, disorganizzazione dell’identità, potenziali esperienze traumatiche che comportano la perdita di parti sane del Sé e, con esse, la speranza e la fiducia nel futuro. Diverse meta-analisi attestano il carico di salute mentale vissuto dai rifugiati legato alle esperienze traumatiche prima e durante la migrazione forzata, moderato da fattori di stress post-migrazione. Uno di questi fattori di stress è il semplice fatto di aver lasciato la propria casa, in caso di sfollamento forzato o persecuzione politica, spesso senza sapere quando o se mai sarà possibile un ritorno. Bhugra et al. (2011) descrivono come la migrazione porti universalmente alla “perdita di ciò che è familiare” e che il lutto per questa perdita può causare un disagio significativo, un fenomeno che Eisenbruch (1991) chiamava “lutto culturale”. Nostalgia di casa, salute mentale e rifugiati La nostalgia di casa nei rifugiati dovrebbe essere considerata come un fattore di rischio che aggrava problematiche relative alla salute mentale e/o come conseguenza di uno scarso adattamento psicologico. La nostalgia di casa sembra essere un’esperienza piuttosto universale che si manifesta su diversi livelli: emotivo (ad esempio, desiderio di casa, sensazione di solitudine, umore abbattuto), cognitivo (ad esempio, pensieri preoccupanti su ciò che è mancato), comportamentale (ad esempio, comportamento introverso o aggressivo) e somatici (ad esempio perdita di peso, disturbi del sonno). Esiste una sostanziale sovrapposizione con i sintomi depressivi e, inoltre, è stato riscontrato che la nostalgia di casa è correlata all’ansia e alla rabbia. Un desiderio eccessivo di casa potrebbe interferire con l’adattamento a un nuovo posto e, viceversa, i problemi di adattamento potrebbero esacerbare la nostalgia di per sé. La separazione dalla famiglia e lo stress generato dall’entrare in contatto con nuovi posti e nuove culture sono stati identificati nei rifugiati come importanti fattori che contribuiscono allo scarso adattamento post-migrazione e a problematiche di salute mentale (Rosner et al, 2022). La ricerca di Rosner et al. (2022) Rosner et al. (2022) hanno esplorato l’associazione tra nostalgia di casa e salute mentale in una popolazione di rifugiati. Individui provenienti da diversi paesi (N = 99) richiedenti asilo in Germania sono stati valutati per la nostalgia di casa, le variabili legate alla migrazione (ad esempio, numero di perdite e fase della procedura di asilo) e i sintomi di salute mentale (sintomi di depressione, stress post-traumatico e dolore prolungato). Il campione era formato da 99 individui che avevano presentato domanda di asilo in Germania. I tassi di una probabile diagnosi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) erano alti (45%) così come di depressione (42%). Inoltre, quasi tutti i partecipanti (92%) hanno riferito la perdita di almeno una persona cara e il 20% ha soddisfatto la diagnosi di disturbo da lutto prolungato (PGD). I partecipanti hanno mostrato livelli sostanziali di nostalgia di casa. Nel complesso, la segnalazione di una maggiore nostalgia di casa è stata associata a problemi di salute mentale più gravi, in particolare a sintomi depressivi e a sintomi di stress post-traumatico. Tuttavia, nel campione, l’associazione con i sintomi di salute mentale era principalmente guidata da quegli elementi che facevano emergere problemi di adattamento rispetto alla nuova situazione o da quelli che facevano leva su sentimenti di isolamento. Sono stati individuati tre fattori che influivano sulla salute mentale dei rifugiati: (1) difficoltà di adattamento e solitudine, (2) ruminazioni sulla casa e (3) famiglia e/o amici scomparsi. Mentre le difficoltà di adattamento e la solitudine – oltre al tempo trascorso dall’arrivo in Germania – erano associate a problemi di salute mentale (sintomi depressivi e di stress post-traumatico), il rimuginare sulla casa era correlato a variabili legate alla migrazione (numero di perdite e status di asilo). I problemi di adattamento alla nuova situazione sembrano promuovere l’associazione con più gravi problemi di salute mentale nei rifugiati (Rosner et al, 2022). Il campione ha mostrato una forte nostalgia di casa, che potrebbe essere spiegata da diverse ragioni: di regola, non hanno scelto di essere separati dalla propria casa, ma circostanze terribili li hanno costretti a lasciare casa e i propri cari. Inoltre, la separazione momentanea spesso si trasforma in perdita definitiva, sia essa la perdita della casa o dei propri cari. Infine, i rifugiati si trovano spesso ad affrontare fattori di stress legati al “nuovo posto” molto impegnativi, ad esempio un reddito molto basso o nullo, restrizioni riguardanti l’alloggio o l’occupazione e uno status di asilo incerto; questi sono tutti determinanti sociali della salute mentale, di cui si dovrebbe essere consapevoli (Rosner et al, 2022). In conclusione La valutazione della nostalgia di casa nelle popolazioni di rifugiati ha anche una grande importanza clinica. La nostalgia di casa è un tema ricorrente che viene spesso sollevato durante il trattamento da pazienti costretti a lasciare il proprio paese e che sono in cura per disturbo da stress post-traumatico e/o altri problemi di salute mentale. Ad esempio, Stroebe et al. (20) hanno proposto un modello a doppio processo per affrontare la nostalgia di casa (DPM-HS) che potrebbe informare anche i professionisti della salute mentale che lavorano con i rifugiati: soffrendo di nostalgia, gli individui oscillano tra l’intrusione e l’evitamento riguardo sia ai sintomi legati alla perdita che ai problemi di adattamento; hanno bisogno di acquisire strategie di regolazione delle emozioni più funzionali che consentano loro di affrontare il dolore e il desiderio,
Intimate Partner Violence (IPV), Adolescenti e Giovani Donne

L’adolescenza e la giovane età adulta rappresentano un periodo cruciale in cui si gettano le basi per la salute e la vita futura delle donne. Essere vittima di violenza di genere in questo periodo della vita potrebbe influenzare in futuro il benessere fisico e psicologico delle adolescenti e delle donne giovani adulte. Lo studio multinazionale dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica contro le donne, condotto tra il 2000 e il 2004 in 10 paesi, ha rilevato che tra il 13 e il 61% delle donne in una relazione di coppia, di età compresa tra 15 e 49 anni, ha riferito di aver subito violenza fisica o sessuale dal loro partner. Si presume che la prevalenza della violenza da parte del partner (Intimate Partner Violence, IPV) sia ancora più elevata tra le adolescenti e le giovani donne. Per IPV (intimate partner violence) si intende violenza fisica e/o sessuale da parte del proprio partner. L’IPV è la conseguenza di una complessa combinazione di fattori individuali, relazionali e sociali. La ricerca del 2014 di Stöckl et al. è stata tra le prime ad aver analizzato la prevalenza dell’IPV tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni ed ha esplorando i fattori di rischio ad essa associati in nove paesi. I risultati mostrano come la prevalenza nell’arco della vita dell’IPV variava dal 19 al 66% tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni, con una prevalenza superiore al 50% riportata nella maggior parte dei paesi analizzati. I fattori significativamente associati all’IPV includevano l’essere stati testimone di violenza contro la madre, l’abuso di alcol, il coinvolgimento in liti da parte del partner, una prima esperienza sessuale indesiderata o forzata, i frequenti litigi con il partner e un suo comportamento controllante. Si è osservato come le adolescenti e le giovani donne corrono un rischio sostanzialmente più elevato di sperimentare l’IPV rispetto alle donne più anziane. Questa ricerca mostra come le adolescenti e le giovani donne sono maggiormente a rischio di sperimentare atti di violenza fisica e sessuale, con tassi di prevalenza che vanno dall’8 al 57% per l’IPV fisico e sessuale, superiore a quello tra le donne anziane riscontrato nella maggior parte dei paesi. L’adolescenza e la prima età adulta rappresentano un periodo importante per gettare le basi per relazioni sane e stabili, nonché per la salute e il benessere generale delle donne. L’elevata prevalenza dell’IPV tra gli adolescenti e le giovani donne è allarmante. Garantire che le adolescenti e le giovani donne godano di relazioni libere dalla violenza è un investimento fondamentale per il loro futuro. Le politiche e i servizi volti a prevenire e affrontare la violenza di genere devono aumentare i programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema, i quali devono essere adattati per raggiungere in modo efficace le adolescenti e le giovani donne, ma anche gli adolescenti e i giovani adulti uomini. Gli effetti della violenza di genere sulla salute delle donne, in particolare sulla salute sessuale, riproduttiva e mentale, richiedono inoltre l’integrazione di strategie per affrontare l’IPV, promuovere l’uguaglianza di genere e favorire relazioni affettive eque attraverso programmi incentrati sulla promozione e la salvaguardia della salute delle donne. Bibliografia Stöckl et al.: Intimate partner violence among adolescents and young women: prevalence and associated factors in nine countries: a cross-sectional study. BMC Public Health 2014 14:751.