Funzionamento cognitivo e gli effetti della pandemia

Nell’ultimo anno e mezzo, la pandemia ha imposto un nuovo tipo di quotidianità. Soprattutto nei periodi di lockdown, essa è stata caratterizzata da isolamento e solitudine, carenza di stimoli esterni, monotonia, anche noia, che hanno influito sulla salute psico-fisica e sul funzionamento cognitivo della collettività. Molte persone ad ora riscontrano ancora difficoltà nello svolgere attività quotidiane. Fanno fatica a concentrarsi e ad occupare le giornate, si sentono stanchi e lenti nei movimenti. Hanno difficoltà nel trovare nuovi stimoli che gli permetterebbero di modificare la routine quotidiana. Molti hanno riscontrato un affaticamento o annebbiamento mentale Questo “annebbiamento mentale” può essere associato alla compromissione del normale funzionamento dei processi cognitivi, causata dalle restrizioni e dagli interventi messi in atto per contenere l’emergenza pandemica. Le funzioni cognitive come attenzione, memoria, percezione e ragionamento hanno bisogno di continue stimolazioni esterne e devono essere costantemente esercitate per mantenersi funzionali e attive. Il lockdown, e la pandemia in generale, ha messo a dura prova questo esercizio. L’Università di Padova ha sviluppato uno studio che ha indagato gli effetti del lockdown sul funzionamento cognitivo di 1215 persone tra i 18 e gli 88 anni Lo studio di Fiorenzano, Zabberoni, Costa e Cona (2021) ha dimostrato come il lockdown dovuto al COVID-19 ha avuto un sostanziale impatto sui processi cognitivi della popolazione. Si è riscontrato un peggioramento del funzionamento cognitivo globale rispetto al periodo pre-lockdown. Problemi nel funzionamento cognitivo sono stati per lo più percepiti nelle attività quotidiane che coinvolgono l’attenzione, l’orientamento temporale e le funzioni esecutive. Le abilità linguistiche non hanno subito alcun cambiamento. La memoria, al contrario, è risultata rafforzata, con una riduzione nei problemi di dimenticanza rispetto al periodo pre-lockdown. I ricercatori hanno associato tale risultato ai massicci cambiamenti del contesto dovuti al lockdown e quindi, in un certo senso, alla monotonia e all’isolamento. Durante le restrizioni, la quotidianità era caratterizzata da un ritmo meno frenetico. Questo ha ridotto al minimo anche i potenziali fallimenti della memoria, portando, quindi, a un miglioramento soggettivo della memoria. Problemi cognitivi e problemi di salute mentale risultano essere strettamente connessi I fattori di rischio rilevanti per il peggioramento delle funzioni cognitive, e anche della salute mentale, sono essere donna, essere giovane (sotto i 45 anni), lavorare da casa o essere sottoccupati. Lo studio, infatti, ha anche riportato un legame fra ansia, depressione e problemi cognitivi. All’aumentare dei sintomi psicologici depressivi o ansiosi corrispondeva una maggiore compromissione delle prestazioni cognitive quotidiane. Ad oggi, ancora molte persone risentono degli effetti psicologici dell’isolamento e della reclusione dovuti alla pandemia, riscontrando difficoltà nel riprendere attività quotidiane. Conoscere le conseguenze cognitive e psicologiche associate alla pandemia è cruciale per fornire interventi psicologici efficaci e di supporto, in particolare alle popolazioni vulnerabili. Bibliografia Fiorenzato E., Zabberoni S., Costa A., Cona G. (2021). Cognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy. PLoS ONE, 16(1): e0246204.
Le disuguaglianze di genere influiscono sulla salute delle donne?

Nella maggior parte delle società esistono disuguaglianze di genere tra donne e uomini nelle responsabilità assegnate, nelle attività intraprese, nell’accesso e nel controllo delle risorse, nonché nelle opportunità decisionali. Tali disparità, spesso, derivano dal più ampio contesto socio-culturale, che comprende anche il concetto di genere, gli attributi sociali e le opportunità associate all’essere maschio e femmina. In base alla definizione riportata da Global Health 50/50[1], il termine genere si riferisce alle norme socialmente costruite che impongono e determinano ruoli, relazioni e potere. Questi vengono appresi attraverso processi di socializzazione e sono mutevoli e specifici del contesto/tempo. Il genere determina ciò che è previsto, consentito e valutato in una donna o in un uomo in un determinato contesto. Modella il modo in cui ci comportiamo, agiamo e sentiamo, determina le nostre posizioni e ruoli nella società. Inoltre, ha un impatto sulla salute e sul benessere, influenzando sia i nostri comportamenti individuali sia come il sistema sanitario risponde ai nostri bisogni. Le disuguaglianze di genere colpiscono in particolar modo le donne su vari aspetti della loro vita, anche in quello della salute. Le donne sono particolarmente colpite da sfavorevoli fattori socio-economici e psico-sociali[3]. La disuguaglianza di genere si trasforma in rischio per la salute attraverso valori, norme, credenze e pratiche discriminatorie; esposizioni differenti e suscettibilità a malattie; pregiudizi, anche nei sistemi sanitari e nella ricerca sanitaria. Inoltre, le disuguaglianze di genere contribuiscono anche ad aumentare i livelli di stress e ansia[2]. L’uguaglianza di genere nella salute significa che tutte le persone hanno il diritto di realizzare il loro pieno potenziale per condurre una vita sana, contribuire allo sviluppo della salute e beneficiare dei risultati di questo sviluppo[1]. Lo studio di Roxo, Bambra e Perelman (2021)[3] ha analizzato come le differenze di genere hanno influenzato la salute fisica e mentale in Europa negli ultimi anni e come i livelli di parità e uguaglianza di genere nella società potrebbero aver modellato questi cambiamenti. Il grado di salute è stato analizzato attraverso una domanda self-report posta ai partecipanti. Il livello di disuguaglianza di genere è stato valutato attraverso il Gender Equality Index (GEI), un indice che mira a monitorare l’evoluzione dell’uguaglianza di genere in tutti i paesi europei. I risultati mostrano come le donne hanno maggiori probabilità di segnalare problemi di salute, nello specifico il 17% in più degli uomini, senza alcuna diminuzione significativa delle disuguaglianze di genere. I gruppi con meno istruzione hanno sperimentato le maggiori disuguaglianze di genere. I Paesi con una maggiore uguaglianza di genere nella società, ovvero con un punteggio GEI più alto, hanno mostrato maggiori problematiche di salute dovuti alle disuguaglianze di genere. La cattiva salute è quindi più comune nelle donne. Le disuguaglianze di genere sono spiegate, nella ricerca, dalle disparità socioeconomiche tra uomini e donne. Donne con un basso status socio-economico e inoccupate potrebbero dover affrontare problematiche di salute maggiori. Infatti, quando si tiene conto del livello di istruzione e dell’occupazione, le donne hanno persino un piccolo vantaggio in termini di salute rispetto agli uomini. I risultati mostrano che le disuguaglianze di genere nella salute sono persistenti tra il 2004 e il 2016, con una diminuzione non significativa. Questo immobilismo può essere correlato anch’esso alla bassa occupabilità femminile. Il divario occupazionale, infatti, è stato già descritto come uno dei principali fattori alla base delle disuguaglianze di genere nello stato di salute. La partecipazione femminile alla forza lavoro può infatti avere effetti benefici sulla salute delle donne, promuovendone l’emancipazione economica, l’interazione sociale e l’autostima. Tuttavia, le disuguagliante nella salute basate sul genere sono persistenti nonostante l’aumento della parità di genere nelle società, ovvero con l’aumento del GEI. Questo perché la parità di genere implica 2 movimenti necessari: l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore partecipazione degli uomini ai compiti domestici e familiari[3]. Da solo, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro potrebbe non essere sufficiente per porre fine alle disuguaglianze di genere poiché le donne potrebbero essere maggiormente gravate dalle disuguaglianze nella divisione del lavoro domestico. Come sostiene Caroline Criado Perez nel libro “Invisibili” (2020), < l’espressione “donna lavoratrice” è una tautologia. Non esiste una “donna non lavoratrice”: esiste tutt’al più una donna che non viene pagata per il suo lavoro>, in riferimento alla mole di lavoro domestico e familiare a carico principalmente delle donne. L’Italia in particolare sembra aver avuto un significativo aumento del GEI nel 2015, passando negli anni da un alto livello di disuguaglianze di genere a un parziale miglioramento della situazione, attestandosi però ancora su un livello medio, mostrando significative disuguaglianze. Sebbene le società stiano diventando più eque, le disuguaglianze persistenti nell’occupazione e nel reddito portano ancora a differenze di salute sostenute tra uomini e donne[3]. Le differenze nell’istruzione e nell’occupazione hanno un ruolo nel plasmare le disuguaglianze di genere in materia di salute. Purtroppo la pandemia COVID-19 ha dato un duro colpo all’occupazione femminile in Italia e, di conseguenza, al raggiungimento della parità di genere. Secondo i dati ISTAT, il 70% di chi ha perso il lavoro nel 2020 è donna: hanno perso il lavoro 312.000 donne su un totale di 444.000 persone. In più, gli stipendi delle donne lavoratrici sono più bassi, in media, del 20% rispetto agli uomini. La parità di genere è riconosciuta come una delle più importanti determinanti della salute e dello sviluppo economico. Nonostante questo riconoscimento, la parità di genere rimane una questione complessa. Bisogna attuare una trasformazione culturale che permetta l’inclusione di valori di trasparenza, onestà, equità e giustizia per realizzare una vera uguaglianza di genere per tutti, ovunque. Parità di genere non significa che donne e uomini diventeranno uguali, ma che i diritti, le responsabilità e le opportunità di donne e uomini non dipenderanno dal fatto che siano maschio o femmina. Implica che gli interessi, i bisogni e le priorità sia delle donne che degli uomini siano presi in considerazione, riconoscendo e valorizzando la diversità dei gruppi. Raggiungere la parità di genere non è semplicemente funzionale per la salute e lo sviluppo. Il suo impatto ha ampi benefici collettivi, è una questione di
Giovani adulti in pandemia tra solitudine e resilienza

Durante la pandemia nei giovani adulti sono aumentati sentimenti di solitudine e isolamento, ma sono state messe in atto anche strategie di fronteggiamento delle difficoltà. La pandemia COVID-19 ha creato grandi sconvolgimenti nella vita delle persone in tutto il mondo. Abbiamo visto nell’articolo precedente (qui) come la pandemia abbia avuto effetti sull’adattamento psicosociale dei giovani adulti a causa dell’incertezza che pervade le loro vite e il loro futuro. I giovani adulti rappresentano una popolazione con un elevato rischio di problemi di salute mentale, soprattutto depressione e ansia. Una delle priorità è comprendere i meccanismi che spiegano l’aumento delle problematiche di salute mentale nei giovani adulti. Studi suggeriscono come, durante la pandemia, siano aumentati sentimenti di solitudine, con i giovani adulti che hanno riportato i livelli più alti[1]. La solitudine è strettamente collegata con problemi di salute mentale e fattori di rischio psicosociale, come sintomi depressivi, ansia sociale, dipendenze e comportamenti disfunzionali[2]. Tale situazione influenza inevitabilmente lo svolgimento del periodo di transizione che è l’Emerging Adulthood. Marchini e colleghi (2020) hanno infatti riscontrato un aumento della necessità, da parte dei giovani adulti, di avere un aiuto professionale per la loro salute mentale[2]. Tuttavia, quest’ultimo dato potrebbe anche essere considerato come una grande consapevolezza di sé e una buona capacità di resilienza da parte dei giovani adulti. Per resilienza psicologica si intende l’adattamento positivo alle avversità e la capacità di reagire alle sfide e di adattarsi al cambiamento. La resilienza è anche un processo adattivo che collega le singole risorse con eventi che si verificano nel mondo esterno. Gli individui resilienti possono “riprendersi” dalle avversità e ripristinare l’omeostasi poiché riducono efficacemente lo stress. Le persone resilienti imparano anche dalle loro esperienze di coping, sia quando il loro coping è efficace e ottiene risultati favorevoli, sia quando non riesce a produrre i risultati desiderati. Il coping è un processo attivo e intenzionale che l’individuo mette in atto per rispondere ad un evento stressante. Se è funzionale alla situazione, può mitigare e ridurre la portata stressogena dell’evento, ma se è disfunzionale ad essa, può anche amplificarla. La resilienza consente alle persone di perseverare, creando un cambiamento nell’ambiente per mitigare la minaccia e ottenere il risultato desiderato[3]. Ognuno di noi ha dovuto trovare le proprie risorse personali per affrontare le nuove sfide derivanti dalla pandemia e la resilienza è un’abilità fondamentale per fronteggiarle. Anche se soli e smarriti, i giovani adulti risultano essere resilienti e capaci di mettere in atto strategie di coping per fronteggiare le difficoltà. Shigeto e colleghi (2021) hanno esaminato le tipologie di coping messe in atto dai giovani adulti per fronteggiare gli stressor (fattori di stress) correlati alla pandemia. Avendo come punto di partenza la Teoria transazionale dello stress di Lazarus e Folkman (1984), i risultati dello studio suggeriscono come i giovani adulti abbiano utilizzato sei tipologie di coping qualitativamente distinte. Esse si differenziano in base al livello di percezioni degli intervistati della loro resilienza, l’uso di strategie di coping focalizzate sul problema o sulle emozioni e della flessibilità delle proprie strategie quando affrontano un fattore di stress (in questo caso, una pandemia globale). Essere resilienti e avere una buona flessibilità nella messa in atto delle strategie di coping permette ai giovani adulti di fronteggiare meglio l’imprevedibilità degli esiti della pandemia[3]. Il fattore che sembra avere un maggiore ruolo protettivo per la sofferenza psicologica nei giovani adulti è il supporto percepito[2]. Marchini e colleghi confermano, nella loro ricerca, l’importanza di differenti tipi di contatto sociale, sia online che offline, con amici e familiari, durante i momenti più duri della pandemia. Il supporto tra pari è risultato essere il maggiore fattore protettivo per la sofferenza psicologica durante i periodi di lockdown[2]. Il bisogno fondamentale di appartenenza, inteso come desiderio di attaccamenti interpersonali, sembra essere un fattore protettivo contro la solitudine e la potenziale depressione negli adolescenti e nei giovani adulti. In conclusione, le ricerche suggeriscono l’importanza di sviluppare nei giovani adulti resilienza e flessibilità, oltre a specifiche capacità di coping che possano aiutare a compensare gli effetti psicologici dei cambiamenti derivanti dalla pandemia o da altre crisi future. Inoltre, è necessario comprendere i sentimenti di solitudine dei giovani e mettere in atto interventi che permettano di creare connessioni e mitigarne gli effetti sulla salute mentale. I giovani dovrebbero poter fare affidamento sugli altri per alleviare il peso della crisi pandemica sulla loro salute mentale. Pertanto, la comprensione delle conseguenze della pandemia sulla salute mentale individuale e dei fattori protettivi e di rischio correlati può aiutare a fornire aiuto e assistenza mirati alla popolazione più giovane. Fonti [1] Lee C.M., Cadigan J.M. & Rhew I.C. (2020). Increases in loneliness among young adults during the COVID-19 Pandemic and association with increases in mental health problems. Journal of Adolescent Health, 67: 714-717. https://doi.org/10.1016/j.jadohealth.2020.08.009 [2] Marchini S., Zaurino E., Bouziotis J., Brodino N., Delvenne V. & Delhaye M. (2020). Study of resilience and loneliness in youth (18-25 years old) during the COVID-19 pandemic lockdown measures. J Community Psychol, 49: 468-480. DOI: 10.1002/jcop.22473 [3] Shigeto A., Laxman D.J., Landy J.F. & Scheier L.M. (2021). Typologies of coping in young adults in the context of the COVID-19 pandemic. The Journal of General Psychology, DOI: 10.1080/00221309.2021.1874864. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York, NY: Springer.
Giovani 20-30enni e le conseguenze della pandemia

La pandemia ha colpito duramente gli Emerging Adults, i giovani tra 20 e 30 anni, a livello lavorativo, sociale e di salute mentale. L’emergenza sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia COVID-19 ha avuto un forte impatto in ogni aspetto della vita. L’incertezza, l’insicurezza, l’instabilità per il presente e per il futuro sono sentimenti comuni all’intera popolazione. La crisi ha colpito in modo diverso i vari gruppi demografici e sociali. Si è riscontrato come, tra le categorie maggiormente colpite, vi siano i giovani, in particolar modo i giovani tra i 18 e i 30 anni circa. Tale categoria può essere definita dei giovani adulti o degli Emerging Adults. Come sostenuto da Arnett[1], l’Emerging Adulthood (età adulta emergente), è quel periodo di sviluppo tra l’adolescenza e l’età adulta. È caratterizzata da instabilità, dovuta a cambiamenti di residenza, delle relazioni, del lavoro o della carriera accademica. Ulteriore caratteristica è l’essere concentrati su se stessi, in quanto gli Emerging Adults si trovano a dover sviluppare per proprio conto le competenze necessarie alla loro vita e a dover acquisire una migliore comprensione di chi sono e quali sono i loro obiettivi. Questa fase della vita è caratterizzata anche da cambiamenti pervasivi del Sé, cambiamenti dell’identità e cambiamenti nelle relazioni interpersonali. Lo sviluppo dell’autonomia è un aspetto centrale in questa fase della vita. È, quindi, un periodo critico della crescita caratterizzato da molti eventi e cambiamenti che possono contribuire in modo significativo al benessere della persona. Per i giovani tra i 20 e i 30 anni la crisi COVID-19 pone rischi considerevoli nei settori dell’istruzione, dell’occupazione, della salute mentale e del reddito disponibile. Secondo il report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), basato su sondaggi condotti tra 90 associazioni in 48 Paesi[2], la pandemia avrà conseguenze sull’educazione, sulla ricerca del lavoro, sulla salute mentale e sul reddito disponibile dei più giovani, sia a breve che a lungo termine. Le nuove generazioni versavano già in una situazione svantaggiata nel periodo pre-Covid, in quanto sono le meno occupate, quelle con i redditi più bassi e i più insoddisfatti della propria occupazione. La pandemia non può che aggravare una situazione già critica. Eurofond[3] ha osservato, inoltre, come la categoria ad essere esposta ad un maggiore rischio di depressione post-Covid sia quella dei giovani con meno di 35 anni. Ciò che spaventa maggiormente è il futuro, sia in termini personali che lavorativi. L’incertezza e l’instabilità generano preoccupazioni per il presente e per il futuro e sono fonte di ansia per i giovani. Inoltre, possono avere un forte impatto negativo sul funzionamento personale e interpersonale. In tempi di pandemia, tali sentimenti si acuiscono e potrebbero fermare i giovani nell’attuare aspirazioni e progetti di vita. In più, le restrizioni sociali, l’impossibilità di riunirsi e di incontrare coetanei hanno drasticamente diminuito la possibilità dei giovani di sviluppare reti sociali e di rafforzare il loro capitale sociale. La mancanza di interazioni sociali ha anche danneggiato la loro salute mentale, le cui tracce sono rimaste visibili anche una volta allentate tali restrizioni. Ricerche sul benessere psicologico dei giovani italiani tra i 20 e i 30 anni in pandemia, hanno osservato come essi riportano, rispetto al passato, livelli maggiori di ansia e stress[4,5]. Sembrano riportare anche un’alta percezione dei rischi dovuti al virus che sembra essere associata, in parte, ad alti livelli di ansia[4]. Caratteristiche come l’instabilità e la bassa prevedibilità del periodo hanno aumentato le difficoltà dei giovani a reagire con successo alle criticità. Anche l’improvvisa interruzione di una vita sociale ha aumentato la percezione di solitudine e la conseguente vulnerabilità psichica. Tuttavia, un’alta capacità di resilienza, una forte autostima e un atteggiamento positivo nelle relazioni sembrano essere fattori che proteggono i giovani 20-30enni dal forte carico emotivo scaturito dall’emergenza pandemica[4]. Essere giovani tra 20 e 30 anni nella società post-covid significa essere colpiti meno duramente in termini di salute fisica dal virus ma maggiormente per quanto riguarda la salute mentale e le conseguenze sociali ed economiche. Spesso additati dai media come incoscienti e inconsapevoli degli effetti del virus, al contrario, noi ventenni e trentenni abbiamo un’alta percezione del rischio e stiamo cercando solo, come tutti, di trovare un nostro modo di fronteggiare la nuova realtà. È necessario monitorare gli Emerging Adults e il loro funzionamento psicologico in tutte le fasi dell’emergenza pandemica. Essa ha infatti influenzato in modo critico il lavoro, lo studio, la vita sociale e la salute mentale dei giovani in un periodo della loro vita caratterizzato da una forte instabilità e continui cambiamenti personali e interpersonali. È importante monitorare i livelli di stress e ansia dei giovani anche dopo le fasi acute dell’emergenza sanitaria, poiché un’ansia elevata e alti e prolungati livelli di stress espongono ad alte probabilità di incorrere in severi disturbi mentali e fisici. Infine, sarà necessario implementare interventi psicologici sulla salute mentale e programmi di supporto anche nel post-covid, per monitorare e aiutare i giovani a far fronte alle conseguenze dell’emergenza. Fonti [1] Arnett J.J. (2015). Emerging Adulthood. The winding road from the late teens through the twenties. USA: Oxford University Press. [2] OECD (2020). Youth and Covid-19: response, recovery and resilience. Oecd.org/coronavirus [3] https://www.eurofound.europa.eu/publications/blog/youth-in-a-time-of-covid [4] Germani A., Buratti L., Delvecchio E., Gizzi G. e Mazzeschi C. (2020). Anxiety Severity, Perceived Risk of COVID-19 and Individual Functioning in Emerging Adults Facing the Pandemic. Front. Psychol., 11:567505; doi: 10.3389/fpsyg.2020.567505 [5] Germani A., Buratti L., Delvecchio E. e Mazzeschi C. (2020). Emerging Adults and COVID-19: The Role of Individualism-Collectivism on Perceived Risks and Psychological Maladjustment. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 3497; doi: 10.3390/ijerph17103497
Natura e benessere, quale connessione?

La natura ha senza dubbio un ruolo significativo per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo, anche e soprattutto in periodo di pandemia. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il benessere corrisponde ad uno “stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Consiste, quindi, in uno stato di equilibrio tra piano biologico, psichico e sociale dell’individuo e caratterizza la qualità della vita di ogni persona. Diversi sono i fattori che incidono sul benessere individuale, tra questi un ruolo fondamentale lo svolge l’ambiente esterno in cui le persone vivono. La Psicologia ambientale si occupa proprio di comprendere il rapporto delle persone con i propri ambienti di vita e studia le transazioni in cui l’ambiente, naturale e costruito, fornisce ristoro o infligge stress. Negli ultimi tempi i temi della sostenibilità e della gestione degli ambienti naturali sono diventati sempre più urgenti. Si studiano così i comportamenti che inibiscono o promuovono scelte sostenibili, che migliorano la natura, i correlati di tali comportamenti e gli interventi per aumentare azioni a favore dell’ambiente. Recenti ricerche hanno posto l’accento sull’importante ruolo che hanno l’ambiente e la natura nell’aiutare l’individuo a raggiungere un ottimale livello di benessere, sostenendo come la qualità della vita umana sia strettamente correlata con la qualità dell’ambiente, anche naturale, in cui l’individuo vive. Ronen e Kerret (2020) hanno proposto un nuovo approccio al benessere, definito “sustainable wellbeing” (benessere sostenibile), che integra aspetti del benessere individuale e del benessere ambientale. Tale concetto unisce la definizione di benessere propria della psicologia positiva, ovvero la capacità della persona di condurre una vita piena e ricca caratterizzata da emozioni positive, soddisfazione per la vita, ricerca di significato e presenza di relazioni significative, con la definizione della sostenibilità ambientale, che adotta un approccio che tiene conto non solo dell’individuo ma anche del tempo, della società e della biosfera. Il sustainable wellbeing sostiene quanto il miglioramento del benessere individuale sia correlato al miglioramento del benessere degli altri membri della società e dell’ambiente naturale. Di conseguenza, i bisogni dell’uomo, della società e dell’ambiente sono componenti tra loro collegati (Ronen e Kerret, 2020). L’ambiente naturale ha avuto un ruolo significativo per il benessere e la salute dell’individuo anche durante la pandemia Covid-19. Robinson e colleghi (2021) hanno esplorato il ruolo della natura in relazione alla salute durante le fasi della pandemia. Hanno riscontrato che, in tale periodo, le persone hanno trascorso più tempo nella natura e hanno visitato più spesso parchi o aree verdi. Queste azioni hanno comportato benefici in termini di salute e benessere e i partecipanti alla ricerca sostenevano che stare nella natura li aiutasse a fronteggiare le criticità dovute alla pandemia. Il 95% delle persone, che hanno visitato un nuovo ambiente naturale a seguito del Covid-19, ha riferito di averlo fatto per la propria salute e benessere. Inoltre, essi percepiscono l’ambiente naturale come una fonte di riduzione dello stress e dell’ansia. Simili risultati sono stati riscontrati anche nella ricerca di Pouso e colleghi (2021), che hanno osservato come il contatto con la natura durante le fasi di lockdown abbia aiutato le persone a fronteggiare gli effetti negativi della quarantena sulla loro salute mentale. Inoltre, coloro che avevano spazi all’aperto accessibili o elementi naturali visibili dalle loro abitazioni hanno provato maggiori emozioni positive. La ricerca mostra come il contatto diretto con la natura, anche dalla propria abitazione, riduca la probabilità di riscontrare sintomi di depressione e ansia. Ovviamente sono presenti altre variabili che influenzano gli esiti di salute mentale durante la pandemia, come età, genere, resilienza e condizioni socio-demografiche; tuttavia, mantenere un contatto con la natura in situazioni estreme ha un significativo impatto positivo sulla salute mentale delle persone. Vi sono sempre più riscontri che sostengono come l’esposizione al mondo naturale apporti potenziali benefici per la salute mentale e il benessere. Tali benefici sottolineano il grande valore della conservazione e della protezione dell’ambiente naturale. In situazioni estreme come quelle della pandemia, l’importanza degli ecosistemi naturali per proteggere il benessere delle persone è più evidente che mai, in termini di resilienza psicologica, capacità di resistenza e fronteggiamento delle difficoltà. Per la Psicologia ambientale la domanda chiave, nata in tempi di pandemia, è comprendere come la presente situazione possa essere utilizzata per incentivare comportamenti pro-ambiente e supportare appropriate misure politiche (Reese et al., 2020). La crisi pandemica potrebbe fungere, infatti, da apripista per un rinnovamento collettivo dei modi in cui si tratta la natura e l’intero ecosistema, portando nuove risposte alla crisi climatica e alle relative misure politiche. Bibliografia Pouso S., Borja A., Fleming L.E., Gòmez-Baggethun E., White M.P. & Uyarra M.C. (2021). Contact with blue-green spaces during the COVID-19 pandemic lockdown beneficial for mental health. Science of the Total Environment, 756, 143984 Reese G., Hamann K.R.S., Heidbreder L.M., Loy L.S., Menzel C., Neubert S., Trӧger J. & Wullenkord M.C. (2020). SARS-Cov-2 and environmental protection: A collective psychology agenda for environmental psychology research. Journal of Environmental Psychology, 70, 101444 Robinson J.M., Brindley P., Cameron R., MacCarthy D. & Jorgensen A. (2021). Nature’s role in supporting health during the COVID-19 pandemic: a geospatial and socioecological study. Int. J. Environ. Res. Public Health, 18, 2227 Ronen T. & Kerret D. (2020). Promoting sustainable wellbeing: integrating positive psychology and environmental sustainability in education. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 6968
Elaborazione del Lutto Durante la Pandemia COVID-19

L’elaborazione del lutto è inevitabilmente influenzata dall’emergenza pandemica e presenta fattori di rischio per lo sviluppo di un lutto complesso. La pandemia da COVID-19 non ha solo modificato drasticamente il nostro modo di vivere, ma anche il modo di affrontare la morte ed elaborare il lutto. I cambiamenti sociali e comportamentali scaturiti dall’emergenza hanno ostacolato l’usuale processo di elaborazione del lutto e modificato il tipo di supporto fornito ai dolenti. Le fasi di elaborazione del lutto normale, secondo il modello di Kübler-Ross[1], vanno dalla negazione dell’evento luttuoso, passando attraverso rabbia, patteggiamento e depressione, per poi pervenire ad una sua accettazione. Diversi fattori permettono di agevolare tale processo, primo fra tutti il supporto sociale. Altri invece, definibili come fattori di rischio, possono portare ad una mancata elaborazione del lutto, incorrendo nello sviluppo di un lutto complicato o patologico, denominato Disturbo da lutto prolungato (PGD). Durante l’emergenza pandemica, i maggiori fattori di rischio per l’elaborazione del lutto riguardano le circostanze in cui si verifica la morte e le misure adottate per mitigare la diffusione del virus[2] Le circostanze della morte sono cambiate, essa arriva all’improvviso e inaspettatamente. Le persone muoiono da sole oppure con vicino solo il personale medico. Per i parenti è quasi impossibile fargli visita per le restrittive politiche anti-Covid. Questa impossibilità di vedere il proprio caro, porta a sentimenti di colpa verso se stessi, incertezza e confusione circa le circostanze della morte. Tali aspetti potrebbero prolungare le fasi di negazione e di rabbia dell’elaborazione del lutto. A tutto ciò, si aggiunge la quasi impossibilità di dire addio al defunto attraverso rituali culturali e religiosi. Questi hanno la funzione di aiutare le persone in lutto a superare la negazione e lo shock dell’evento, fornire supporto sociale e facilitare l’accettazione della realtà della perdita. In tempo di pandemia, questo viene meno, a causa della quasi impossibilità di organizzare rituali collettivi e di fornire sostegno attraverso la presenza fisica delle persone care. Anche il contesto in cui si verifica il lutto diventa un fattore complesso per l’elaborazione del lutto. Il dover “rimanere a casa” e il non potersi ritrovare con altre persone, se non virtualmente, possono inasprire il senso di isolamento sociale e la solitudine, che sono già aspetti critici dell’esperienza del lutto[2]. In sintesi, l’emergenza sanitaria sta causando tassi elevati di morti e di conseguenti lutti. Questi ultimi vengono affrontati con non poca difficoltà a causa del complesso contesto emergenziale in cui si verificano e della presenza di fattori di rischio specifici, che possono portare ad un lutto complesso. Il ruolo dello psicologo durante il complesso processo di elaborazione del lutto è, mai come in questo momento, di fondamentale importanza. Egli può sostenere il dolente, accompagnarlo nella ricostruzione del significato della perdita, promuovendo l’adattamento alla stessa[3] e la sua integrazione nella propria narrazione di vita. Bibliografia 1 – Kübler-Ross E. (1969). On death and dying. New York: Macmillan 2 – Goveas J.S. & Shear, M.K. (2020). Grief and the COVID-19 Pandemic in older adults. Am J Geriatr Psychiatry, 28:10, p.1119-11253 3 – Zhai Y. & Du X. (2020). Loss and grief amidst COVID-19: A path to adaptation and resilience. Brain, Behavior, and Immunity, 87: 80-81
SALUTE MENTALE E PANDEMIA COVID-19 IN ITALIA

La pandemia ha avuto forti ripercussioni sulla salute mentale. Diverse ricerche svolte sul territorio italiano hanno riscontrato significativi esiti di salute psicologica. La pandemia da Covid-19 ha cambiato radicalmente le nostre abitudini e il nostro stile di vita. L’Italia è stato tra i primi paesi ad essere travolto, in maniera rapida e improvvisa, dal virus, registrando un forte impatto sul benessere psicologico. Gli studi riguardanti la salute mentale sviluppati sul territorio italiano, riguardano le prime settimane di lockdown nazionale In questo periodo, la popolazione ha dovuto affrontare una nuova realtà, fatta di isolamento, incertezza e distanziamento sociale. Tutto ciò ha avuto effetti significativi sull’equilibrio psico-emotivo delle persone. I principali esiti di salute mentale riscontrati in questi studi sono sintomi depressivi e ansiosi [2,4,5,6,7,10], stress psicologico [1,2,4,5,7,8] e sintomi da stress post-traumatico [2,10]. Tali sintomi, inoltre, sono peggiorati durante le ultime settimane del lockdown [4,5]. Donne, giovani [2,3,4,7,9,10] e persone con preesistenti problemi di salute fisica o mentale presentano una maggiore incidenza di tali problematiche [4]. Inoltre, avere conoscenti o familiari che hanno contratto il virus [2,7] o averlo contratto in prima persona [4], risultano essere ulteriori fattori di rischio. Allo stesso modo, lo sono dovere lasciare casa per lavoro [7] e trascorrere molto tempo su internet [5]. Di contro, un alto livello di soddisfazione per la propria vita, vivere con membri della famiglia o conviventi [4,5] e ricevere supporto familiare [6], sono fattori protettivi rispetto alla possibilità di riscontrare esiti negativi di salute psicologica. In conclusione, la situazione emergenziale ha avuto un forte impatto sulla salute mentale della popolazione italiana. Questo soprattutto in termini di stress percepito e presenza di sintomi depressivi e ansiosi . È quindi urgente e necessario pensare interventi psicologici funzionali a livello nazionale. Questi devono avere il compito di aiutare le persone a fronteggiare gli effetti dell’emergenza pandemica sul benessere psicologico. La bibliografia è al seguente link /wp-content/uploads/2021/03/scientific-febbraio-2.pdf