La “malattia emotiva” come espressione del sistema familiare

La teoria familiare della “malattia emotiva” nasce nell’ambito della terapia familiare sistemica e propone una visione diversa rispetto ai modelli tradizionali che considerano i disturbi emotivi (come ansia, depressione o disturbi psicosomatici) come problemi esclusivamente individuali. Secondo questa prospettiva, infatti, i sintomi emotivi non sono solo il frutto di disfunzioni “interne” alla persona, ma rappresentano l’espressione di difficoltà relazionali proprie del sistema familiare. Alla base di questa teoria c’è l’idea che la famiglia sia un sistema: un insieme di persone interconnesse, dove ciò che accade a un membro, in linea di massima, può avere effetti su tutti gli altri. Quando all’interno di una famiglia si verificano tensioni o squilibri, può accadere che un membro, spesso un figlio, manifesti un sintomo che, paradossalmente, ha la funzione di “mantenere” un certo equilibrio. In altre parole, il sintomo diventa un tentativo (per quanto disfunzionale) di ristabilire una forma di stabilità nel sistema familiare. Cosa accade nel sistema famiglia? Questi sintomi emotivi, come attacchi d’ansia, depressione o comportamenti disfunzionali, possono essere visti come una forma di comunicazione non verbale: esprimono conflitti, tensioni o emozioni non espresse apertamente tra i membri della famiglia. In questo senso, la malattia non è solo “dell’individuo”, ma “familiare”, perché nasce, si sviluppa e viene mantenuta dentro le dinamiche relazionali del nucleo familiare. Un altro aspetto centrale di questa teoria riguarda i ruoli che i membri della famiglia assumono. In contesti familiari problematici, capita spesso che si formino “triangolazioni”, cioè situazioni in cui un genitore coinvolge un figlio nei propri conflitti con l’altro genitore, caricandolo di responsabilità che non gli spettano. In questi casi, alcuni figli finiscono per diventare i “pacificatori” della coppia o, al contrario, si potrebbe evidenziare il cosiddetto “paziente designato”, ovvero colui che manifesta i sintomi per conto dell’intero sistema. Evidenze teoriche Tra i principali autori che hanno sviluppato queste idee annoveriamo Murray Bowen, il quale ha introdotto concetti come “differenziazione del sé” e “triangoli familiari”, utili a comprendere come i problemi emotivi si trasmettano da una generazione all’altra. Salvador Minuchin, invece, ha posto l’accento sulla struttura familiare e sull’importanza di confini chiari tra i ruoli. Dal punto di vista terapeutico, questa teoria porta a un cambiamento importante: l’obiettivo non è solo aiutare l’individuo che manifesta il sintomo, ma intervenire sull’intero sistema familiare e fronteggiare il “disagio” che sottende il sintomo, che sembra piuttosto essere solo la “punta dell’iceberg”. Il lavoro terapeutico mira a ristrutturare le relazioni, rendendole più funzionali, affinché ogni membro possa crescere in modo più sano, autonomo e consapevole e soprattutto aiutando i vari membri a comprendere tali dinamiche. In definitiva, la teoria familiare della malattia emotiva ci invita a spostare lo sguardo dal singolo individuo al contesto relazionale in cui è inserito. Inoltre, intervenire a livello sistemico significa aprire a nuove possibilità di dialogo, ridefinire i confini e favorire un ambiente più supportivo in cui ogni individuo possa crescere con maggiore libertà emotiva. Bibliografia Bowen, M. (2011). La Terapia familiare nella pratica clinica, Roma, Astrolabio. Minuchin, S. ( 1977). Famiglie e terapia della famiglia, Milano, Feltrinelli.
Dietro la maschera del narcisismo: il caso mediatico di Filippo Turetta

Il caso dell’omicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica per la brutalità del crimine commesso da Filippo Turetta, suo ex fidanzato. Un giovane apparentemente timido, introverso e del tutto insospettabile. Proprio per tale ragione sembra essere importante soffermarsi sul “profilo psicologico” di questo tipo di aggressore. Questi, fanno quasi subito orientare gli esperti verso una diagnosi di disturbo di personalità con tratti narcisistici. Per queste personalità gli esperti sono propensi a parlare di “Narcisismo Patologico Covert“ Narcisismo covert: un volto insidioso del narcisismo Quando parliamo di narcisismo covert ci riferiamo ad un disturbo che ha manifestazioni molto subdole e si distacca nettamente dal narcisismo “palese”, che si caratterizza, invece, per arroganza e superiorità. Chi ne è affetto appare come fragile, dipendente emotivamente e bisognoso di cure ed approvazione. Il narcisista covert è spesso “passivo-aggressivo”, manipolatore e incline al vittimismo ed utilizza il senso di colpa come arma. Tutto questo cela, però, il bisogno di controllo patologico sugli altri. Dai resoconti di stampa sembrerebbe che nel rapporto tra Filippo Turetta e Giulia Cecchettin si sia evidenziata una forte dinamica di controllo. Il giovane aveva più volte riferito a Giulia che si sarebbe fatto del male qualora lei lo avesse rifiutato o abbandonato. Questo tipo di atteggiamento è tipico dei narcisisti covert che non tollerano il rifiuto e vivono la perdita dell’altro come una minaccia diretta alla propria identità, imponendo al partner la propria presenza nella sua vita vittimizzando sé stesso ed esercitando “dinamiche di potere”. Il disequilibrio narcisistico: il successo di Giulia Il successo accademico imminente di Giulia, che stava per laurearsi ed il suo crescente bisogno di autonomia, l’avrebbero condotta alla decisione di chiudere la relazione tossica, così come in tante altre storie. Storie che scatenano nel persecutore una vera e propria “crisi” dovuta al crollo dell’immagine di sé come “indispensabile per l’altro” ed al forte senso di abbandono. Di conseguenza questi uomini vivono un’escalation interna di frustrazione e rabbia con successiva perdita di controllo che li porta a compiere “gesti estremi”. Il caso di Filippo Turetta, dunque, rappresenta un drammatico esempio di come alcune dinamiche psicologiche se non affrontate e riconosciute in tempo possano degenerare in forme di violenza radicali. Analizzare tali tratti non vuol dire però giustificare! Al contrario, permette di comprendere i meccanismi che possono condurre a simili tragedie e di conseguenza di prestare attenzione ai “segnali d’allarme” nelle relazioni, per poter intervenire nel miglior modo possibile. Conclusioni: dalla prevenzione alla consapevolezza Il caso di Turetta ci impone una importante riflessione affinché si possa imparare a riconoscere le “dinamiche tossiche” prima che degenerino. La manipolazione emotiva, il controllo camuffato da amore e le minacce velate non sono segni d’affetto ma dei veri e propri campanelli d’allarme e non vanno sottovalutati. Un’educazione ai sentimenti fondata sul rispetto e sull’equilibrio emotivo è oggi necessaria tanto quanto la sensibilizzazione ai disturbi di personalità ed alle forme di disagio psicologico che, se ignorate, possono evolvere in comportamenti pericolosi e ad esiti tragici. Bibliografia Bruzzone R., 2024. Il Messaggero, 2023. La Stampa, 2025.
Dismorfofobia e il “boom” della chirurgia estetica.

Una delle domande maggiormente frequenti negli ultimi anni è “Ma perché tutti vogliono cambiare il proprio aspetto?”. Il ricorso alla chirurgia estetica è, infatti, aumentato, in maniera esponenziale, ma dietro questa tendenza non c’è solo il desiderio di migliorarsi, bensì un vero e proprio fenomeno psicologico sempre più diffuso: la Dismorfofobia o Disturbo da Dimorfismo Corporeo (BDD- Body Dysmorphic Disorder). Cos’è la Dismorfofobia? La dismorfofobia è un disturbo psicologico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e debilitante per i difetti fisici percepiti che spesso sono inesistenti o minimi. Chi ne soffre può passare ore allo specchio per prestare attenzione a quella che suo avviso è un’imperfezione, cercare conferme dagli altri e ricorrere con in sistema alla chirurgi estetica. Rappresenta una tipologia di Disturbo Ossessivo Compulsivo in quanto le persone tendono a mantenere una attenzione focalizzata e selettiva sul proprio aspetto esteriore. Questo conduce ad una serie di sintomi e pensieri ripetuti che inducono a sofferenza ed è per tale ragion che vengono messi in atto dei comportamenti per ridurre la sintomatologia ed eliminare il “difetto percepito”. Social Media e Dismorfofobia Uno dei fattori principali che alimentano la dismorfofobia è l’uso massiccio dei social media. Instagram, TikTok e Snapchat hanno creato nuovi standard di bellezza, spesso irrealistici, grazie all’uso di filtri e tale fenomeno, noto come “Snapchat Dysmorphia”, porta molte persone a desiderare di assomigliare alle versioni modificate di sé stesse, generando un senso di insoddisfazione per il proprio aspetto reale. A peggiorare la situazione è la costante esposizione a influencer e celebrità che promuovono una bellezza “ritoccata”, facendo sembrare la chirurgia estetica una pratica comune e necessaria per sentirsi accettati. Aumento della Chirurgia Estetica: Moda o Necessità? Secondo recenti studi, il numero di interventi estetici è in continua crescita. In particolare sembra essersi diffuso altresì il fenomeno del turismo estetico che permette di accedere a determinate tipologie di interventi a costi ridotti. Il problema principale è che, per chi soffre di Dismorfofobia, la chirurgia estetica non è mai una soluzione definitiva. Dopo un primo intervento, spesso l’attenzione si sposta su un altro “difetto”, innescando un circolo vizioso di insoddisfazione e ulteriori operazioni. Molti pazienti scoprono che, nonostante i cambiamenti estetici, il disagio psicologico persiste o addirittura peggiora. Dunque la chirurgia estetica è come una sorta di “spirale della dipendenza!” Come si viene fuori da questa spirale? Sicuramente l’approccio alla Dismorfofobia deve essere di natura multidisciplinare, ma in particolar modo con la psicoterapia è possibile lavorare sulla percezione distorta di sé e sull’accettazione del proprio corpo. Inoltre, bisognerebbe lavorare su un uso maggiormente consapevole dei social media e sulla promozione della cosiddetta “body neutrality“. Da ultimo, ma non per importanza bisogna sottolineare che è assolutamente necessario un percorso di supporto psicologico prima di sottoporsi alla chirurgia, così da poter distinguere i “desideri estetici” dalle “ossessioni patologiche”. Conclusioni L’incremento del ricorso alla chirurgia estetica è un fenomeno molto complesso, legato a fattori psicologici, sociali e culturali. Se da un lato il progresso in medicina permette di migliorare il proprio aspetto in maniera più efficiente, dall’altro sarebbe di fondamentale importanza prestare attenzione alle motivazioni che conducono a tali cambiamenti e soprattutto se gli stessi sono solo la “punta di un iceberg” di un disagio differente e celato. Il vero cambio di rotta, infatti, parte dall’accettazione di sé e non passa solo dall’estetica, ma dalla capacità di riconoscere la differenza tra bellezza autentica e “modelli imposti” dalla società.
L’equilibrio tra i tre mondi: una chiave per il benessere psicologico

Il Modello di Articolazione Intersistemica, sviluppato da Baldascini, rappresenta un’importante chiave di lettura per comprendere il funzionamento della psiche umana in relazione ai sistemi che la influenzano. Questo approccio mette in evidenza il concetto di tre sistemi fra loro “interconessi”: Cognitivo, Emotivo e Motorio-Istintuale. L’intento è esplorare il significato di ognuno di essi ed il modo in cui interagiscono, ma soprattutto l’importanza della figura dello psicoterapeuta nel facilitare un equilibrio dinamico tra le diverse dimensioni dell’esperienza umana. Difatti, queste tre parti a volte sono in armonia, ma altre volte invece, ci si può trovare in un “disequilibrio” che induce ad una “disarmonia”. Come viene articolato questo modello? I tre sistemi fondamentali che consentono di comprendere meglio il nostro funzionamento sono: Il sistema cognitivo, legato al pensiero ed alla razionalità. Il sistema emotivo, legato alle emozioni Il sistema motorio-istintuale, responsabile dell’impulso e della risposta immediata agli stimoli. Se tali sistemi comunicano in modo fluido tra loro, ci sentiamo in equilibrio, se invece, uno di essi prende il sopravvento sugli altri possiamo sperimentare “disagio psicologico”. Se il sistema cognitivo domina infatti, si rischia di vivere troppo nella mente, ad analizzare ogni situazione razionalizzando eccessivamente. Se, invece, l’emotivo è troppo forte si rischia di essere travolti dai sentimenti ed il rischio è la vulnerabilità. Infine, quando è il motorio istintuale a prendere il sopravvento, si rischia di agire in maniera impulsiva e la gestione delle emozioni può diventare impossibile. Come si ritrova l’equilibrio? Il ruolo della terapia Il Modello di Articolazione Intersistemica di Baldascini ci mostra quanto sia fondamentale l’apporto del terapeuta nel ristabilire il benessere. Esso nasce dall’integrazione di pensiero, emozione ed azione. Nessuno di questi sistemi è “giusto” o “sbagliato”, ma è il loro equilibrio a determinare la nostra capacità di affrontare la vita in modo armonioso. La Terapia diventa, quindi, un viaggio di riconversione e di integrazione, e supporta il paziente nel ritrovare un equilibrio più “sano” tra le sue diverse dimensioni di esistenza. Ma c’è una buona notizia: l’equilibrio non è qualcosa di statico, ma un processo in continuo movimento che possiamo coltivare con consapevolezza ed ascolto di noi stessi! In fondo, la felicità sta nel trovare un modo autentico di abitare il nostro mondo interiore, le nostre azioni ed il mondo che ci circonda. Bibliografia L’adolescente tra appartenenze e trasformazioni, Luigi Baldascini.
Quando il parto lascia cicatrici invisibili: Violenza Ostetrica e impatti psicologici

La “violenza ostetrica” è un fenomeno molto complesso sia da definire che da analizzare. Con questo termine si intende l’insieme degli atti e dei comportamenti dei professionisti sanitari nei confronti delle donne durante il travaglio e il parto che possono essere identificati come forme di violenza fisica, verbale o psicologica. Il fenomeno della violenza ostetrica viene identificato come “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna” (Venezuela, 2007). Inoltre, viene adottata una spiegazione psico sociale al fenomeno grazie al costrutto di “violenza strutturale”, col quale si intende un particolare tipo di violenza che viene esercitata in modo indiretto; essa non ha bisogno di un attore per essere eseguita, è prodotta dall’organizzazione sociale stessa ed è agita da singoli e da gruppi nel quotidiano (Galtung, 1990). La violenza ostetrica viene presa in considerazione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la prima volta nel 2015 e, nel 2016 viene identificata come una pratica che lede il diritto delle donne al diritto alla salute (OMS, 2015). Da un punto di vista psicologico si riferisce a una serie di atteggiamenti e pratiche spesso caratterizzate da abuso di potere che possono manifestarsi durante la gravidanza, il parto o il post-parto. Una serie di ricerche hanno rilevato che il 76% delle donne riferisce di aver subito almeno una forma di violenza ostetrica legata al parto, esperienza che nel tempo tende ad associarsi a difficoltà psicologiche nonché sociali. La svalutazione del vissuto Spesso, quando si ha a che fare con tali vissuti si manifesta da parte degli operatori sanitari un mancato riconoscimento, o ancora un approccio teso a salvaguardare delle “procedure di sistema” anche a scapito del benessere delle pazienti. In questo senso, dunque, si potrebbe far luce sull’accezione più propriamente “sessista” nei confronti di donne che manifestano in assoluta libertà il proprio disagio e che tendenzialmente pongono domande rispetto al proprio dolore fisico. Dagli studi emerge, infatti, che le pazienti spesso menzionano una inadeguatezza delle pratiche da parte degli operatori soffermandosi su temi quali: abbandono, incuria, maltrattamento, mancanza di supporto. Tali sensazioni sembrano altresì avere numerose correlazioni con lo sviluppo della Depressione Post-Partum. Quando si sviluppa tale patologia, la madre percepisce una realtà intrisa in modo costante di sentimenti negativi e di una sintomatologia fisica caratterizzata da spossatezza e mancanza di energie. Per tale ragione la donna sente ulteriormente di non essere in grado di assumere il “ruolo di madre ideale”, ovvero quella che ha introiettato nella sua mente (Pellizzaro, 2024). Conclusioni La violenza ostetrica persiste nel tempo e nelle maggior parte dei casi si identifica nella carenza del personale, negli eccessivi carichi di lavoro e nella mancanza di materiali e attrezzature. A tal proposito quindi il processo del parto andrebbe ripensato e riformulato permettendo alle donne di riacquisire il “controllo” sul proprio corpo. Bibliografia Galtung J., Florio S.(2014) Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare. University Press:Pisa Pelizzari, E. (2024) “Violenza reale e ideologia di genere. Le cause di morte in Italia. Uno sguardo ai dati.”
Dipendenza affettiva: il bisogno di amare e di essere amati a qualunque costo!

La dipendenza affettiva è annoverata tra le forme di dipendenza relative al comportamento. Essa, malgrado non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati dal DSM-5, è inserita tra le “New Addiction” in materia di dipendenza di natura comportamentale. Un gruppo di ricerca (Reynaud et. al., 2010) ha studiato tale fenomeno partendo dalle analogie riscontrate con la dipendenza da uso di sostanze. Di cosa parliamo? Un modello disadattavo nella relazione d’amore che conduce ad una angoscia significativa e ad una ripetizione di atteggiamenti disfunzionali che conducono altresì ad una riduzione delle attività sociali. Il tema della dipendenza affettiva ha radici molto profonde. Tuttavia, l’espressione dipendenza affettiva entra nel linguaggio psicopatologico solo nel 1986, grazie alla psicoterapeuta americana Robin Norwood, con il suo libro Donne che amano troppo, in cui descrive le caratteristiche di quello che l’autrice definisce un “amore pericoloso”. E’ considerata una forma di amore ossessivo, simbiotico e fusionale, una modalità “non proprio sana” di vivere le relazioni. Essa si sviluppa generalmente tra due partner adulti, ma può anche manifestarsi tra terapeuta e paziente, o tra genitori e figli (Borgioni, 2015). Analogie con il fenomeno della tossicodipendenza Tra la dipendenza affettiva e la tossicodipendenza intercorrono molte analogie. Esse sono dimostrate anche grazie agli studi di neuroimaging. Questi ultimi evidenziano come l’innamoramento attivi le medesime aree cerebrali deputate al piacere ed ai sistemi di ricompensa (in particolare l’area mesolimbica). Entrambi i tipi di dipendenze possono essere accompagnati da Meccanismi di difesa quali negazione e razionalizzazione. Inoltre, entrambe compromettono gravemente la qualità della vita poiché conducono a: Isolamento sociale Depressione e bassa autostima Dipendenza distruttiva Alla base di esse vi è senza alcun dubbio il bisogno impellente di “colmare” un vuoto, un dolore non elaborato, una profonda insicurezza. Dunque, sebbene sembrino manifestazioni così diverse, in realtà, esse rispondono ad un bisogno tipicamente umano di sentirsi “al sicuro”. L’importanza della Psicoterapia Il trattamento della dipendenza affettiva (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) si struttura sul raggiungimento di obiettivi a breve e lungo termine: Il primo obiettivo, a breve termine, è affrontare e risolvere la sofferenza attuale del paziente in termini di sintomi e disfunzioni comportamentali. Il secondo obiettivo, a lungo termine, consiste nell’affrontare le esperienze precoci di abbandono, di trascuratezza fisica ed emotiva, di maltrattamenti, abusi ecc. che generalmente sono alla base della convinzione di non valere nulla e di non essere degni di essere amati che caratterizzano i pazienti che soffrono di Dipendenza Affettiva. In parallelo, la terapia mira ad aiutare i pazienti ad avere accesso a quello che provano, ai loro desideri e ai loro scopi e a utilizzarli per compiere delle scelte autonome. Con il lavoro psicoterapeutico si aiutano i pazienti a instaurare relazioni affettive basate sulla reciprocità. Bibliografia: AGNELLI, I. Dipendenza affettiva. Un disturbo autonomo in asse I o in asse II?. Psicoterapeuti in formazione, 2014.GANDOLFI, A. Romantic love e love addiction: dall’amore alla dipendenza. State Of Mind, 7 Settembre 2017REYNAUD, M. L’amore è una droga leggera. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, 2009.RINELLA, L. La Dipendenza Affettiva: quando l’amore diventa ossessione. Psicologia Benessere, 2019
La buioterapia: curare attraverso il buio

La Buioterapia è una innovativa modalità terapeutica che utilizza il buio, la musica e la pratica psicoterapeutica sistemico relazionale come strumento per la conoscenza e la cura del sé. Questa modalità terapeutica riesce a predisporre la persona al cambiamento. In particolare modo sembra essere efficace nel promuoverne il benessere psicofisico. In cosa consiste? La buioterapia è una pratica che si basa sull’esposizione controllata dell’oscurità per periodi di tempo stabiliti. Il focus principale è sul mio, in quanto capace di aiutare il corpo e la mente a raggiungere uno stato di profondo rilassamento. Si basa su esperienze guidate di “full immersion” nell’oscurità e viene condotta in ambienti per l’appunto privi di luce. In tali spazi, tutti gli stimoli esterni devono essere eliminati per garantire la possibilità ai partecipanti di: praticare la mindfulness: per approfondire la connessione con sé stessi. riflettere nel silenzio: al fine di cogliere l’esperienza sensoriale. praticare una sorta di isolamento visivo: attivando la respirazione profonda che “calma” corpo e mente. Esistono programmi che prevedono ritiri di più giorni che garantiscono una maggiore introspezione e di conseguenza conducono ad una stato di consapevolezza superiore. Altri invece possono essere strutturati diversamente e durare solo poche ore. Cosa ci dicono gli esperti? La ricerca sulla buioterapia è ancora agli albori, ma gli studi sul sonno supportano l’importanza del buio. Essa, infatti, è vista come una modalità del tutto innovativa per connettersi con il proprio mondo interiore e per prestare attenzione a quegli “elementi del sé” a cui non si dona molta luce. Essendo una pratica nuova non ha ancora ottenuto un consenso unanime, ma molti esperti in psicologia e neuroscienze ammettono benefici dell’oscurità sulla salute mentale. Nello specifico è utile per: La regolazione del ritmo circadiano: gli esperti ritengono che l’esposizione al buio consente di regolare i ritmi sonno-veglia La riduzione dello stress: molti psicologi spiegano che il buio può ridurre il sovraccarico emotivo. La salute mentale: attraverso tecniche di minfulness, il buio favorisce ai pazienti la possibilità di connettersi con le proprie emozioni più profonde. La stimolazione della creatività: la mente, quando entra in uno stato di ritiro può dedicarsi all’elaborazione di idee nuove ed in linea con implicazioni creative. Come si struttura l’intervento? Il modello di intervento prevede la possibilità di utilizzare la Buioterapia sia in un percorso individuale, che di coppia, di gruppo o familiare. Ognuno di questi presuppone una motivazione diversa della persona o delle persone che si accostano a tale esperienza, ma l’idea comune a tutte le modalità è proporre un lavoro di conoscenza profonda delle proprie emozioni. La persona, immersa nel buio potrà senz’altro contare sull’apporto di un “altro” da sé col quale interagire e con il quale si appresta a trasformare. La coppia che vive un momento di difficoltà, di solitudine, di crisi nel vivere l’esperienza insieme può ritrovare il senso del proprio amore originario, dare un nuovo senso al presente per progettare un futuro più luminoso. Sostare insieme al buio può riattivare quella complicità e quella intimità sulle quali fondare una relazione d’amore di coppia o sulla quale immaginare un’altra scelta di vita. Il gruppo è una dimensione molto particolare, quello che si crea tra le persone accomunate dalla stessa esperienza e, nello specifico di questi incontri, quello che avviene al buio tra più persone che non possono conoscersi attraverso gli occhi, è qualcosa di molto arricchente per i singoli, per i conduttori, e per il gruppo in sè. Quello che permette tutto questo è il senso di appartenenza al gruppo e la creazione di una specie di “mente gruppale” che agisce per la crescita di ogni membro. La famiglia è come un gruppo tenuto insieme dall’appartenere alla stessa storia e dall’avere una pregressa intimità che rende unica la loro relazione. Insieme si può percorrere un viaggio di discesa nella profondità della propria storia per permettere ai singoli di non vivere la famiglia come una prigione, ma di sentirne l’appartenenza. Conclusioni Studi recenti dimostrano che tale tecnica è ancora preliminare e necessita di ulteriori studi affinché si possano confermare i suoi benefici. In tal senso, infatti, la buiotrapia, intesa come pratica strutturata, è ancora in fase di sviluppo e necessita di ulteriori studi per confermare appieno i suoi benefici.
Epilessia: impatto psicologico e strategie di gestione

L’epilessia è una patologia neurologica caratterizzata da crisi ricorrenti e imprevedibili che coinvolgono anomalie nell’attività elettrica del cervello. Sebbene sia spesso trattata come una condizione puramente medica, l’impatto psicologico dell’epilessia è altrettanto rilevante e richiede un’attenzione specifica. Impatti Psicologici dell’Epilessia Chi soffre di epilessia spesso si trova a dover affrontare una serie di sfide psicologiche che vanno ben oltre la gestione delle crisi fisiche. L’imprevedibilità degli attacchi può creare sentimenti di ansia e paura costante. L’ansia anticipatoria, ovvero la paura che possa verificarsi una crisi in qualsiasi momento, può limitare significativamente la qualità della vita e condurre all’isolamento sociale. In aggiunta all’ansia, molte persone con epilessia sperimentano depressione. I sentimenti di frustrazione per l’impossibilità di controllare le crisi, combinati con la possibile stigmatizzazione sociale, possono portare a una bassa autostima e alla sensazione di essere “diversi” dagli altri. La depressione può essere ulteriormente esacerbata dagli effetti collaterali di alcuni farmaci antiepilettici, che possono influenzare negativamente l’umore e il livello di energia. In alcuni casi, soprattutto nelle forme di epilessia più severe, si possono verificare disturbi cognitivi legati alla malattia stessa o ai trattamenti. Difficoltà di memoria, concentrazione e pianificazione possono rendere la vita quotidiana più complessa, contribuendo allo stress psicologico. La Stigmatizzazione Sociale La stigmatizzazione è uno degli aspetti psicologici più debilitanti legati all’epilessia. Sebbene vi sia una crescente sensibilizzazione sull’argomento, ancora oggi molte persone con epilessia si trovano ad affrontare pregiudizi e discriminazioni. Ciò può derivare da una comprensione limitata della malattia, associata alla paura e alla disinformazione. Le crisi epilettiche, in particolare quelle più visibili, possono spesso portare a reazioni negative o distanziamento da parte di chi osserva dall’esterno. Questo senso di esclusione sociale può aumentare il rischio di isolamento, aggravando ulteriormente lo stress psicologico e la depressione. Affrontare l’epilessia da un punto di vista psicologico richiede un approccio multifattoriale. Oltre al trattamento medico e farmacologico delle crisi, è essenziale includere strategie che promuovano il benessere mentale e riducano l’impatto della malattia sulla qualità della vita. Alcune delle strategie più efficaci includono: Psicoterapia: La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) è una delle forme di terapia psicologica più utilizzate per aiutare le persone con epilessia. La TCC può insegnare strategie per gestire l’ansia, affrontare la depressione e sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio stato emotivo, aiutando le persone a gestire meglio lo stress legato alla malattia. Supporto Sociale: Partecipare a gruppi di supporto o entrare in contatto con persone che condividono la stessa esperienza può essere estremamente utile. La condivisione delle proprie difficoltà e paure con chi ha vissuto esperienze simili permette di sentirsi meno soli e più compresi. Inoltre, un ambiente di supporto familiare e amicale solido può aiutare a ridurre il senso di isolamento. Interventi Educativi: Educare le persone che vivono con qualcuno affetto da epilessia, così come il pubblico in generale, può ridurre lo stigma. Maggiore è la conoscenza della malattia, minore sarà la tendenza a discriminare o fraintendere chi ne soffre. Questo tipo di intervento è fondamentale per costruire una società più inclusiva. Mindfulness e Gestione dello Stress: Tecniche di rilassamento come la mindfulness e la meditazione possono essere molto utili per gestire l’ansia e lo stress. Questi strumenti aiutano le persone a concentrarsi sul presente e a ridurre la preoccupazione costante legata alla possibilità di future crisi. Gestione del Sonno e Stile di Vita: L’epilessia è spesso influenzata da fattori come lo stress e la mancanza di sonno. L’adozione di uno stile di vita equilibrato, che includa una corretta igiene del sonno e la gestione dello stress, può migliorare sia il benessere fisico che psicologico. Depressione e Autostima La depressione è la sfida psicologica più dura per chi vive con l’epilessia. Affrontare la malattia giorno dopo giorno può condurre ad un “senso di impotenza” e sconforto. Molte persone con epilessia subiscono discriminazioni e stigmatizzazioni e ciò conduce ad una visione negativa di sé rendendo ancora più complessa la gestione di tale condizione. Conlusioni L’epilessia non è solo una condizione medica, ma una sfida complessa che coinvolge profondamente la sfera psicologica. Per chi ne soffre, affrontare la malattia richiede una visione integrata che includa il supporto psicologico oltre al trattamento medico. Affrontare e gestire le emozioni e gli stati mentali legati all’epilessia può migliorare significativamente la qualità della vita, contribuendo a ridurre lo stigma e a promuovere un’esperienza di vita più serena e soddisfacente. Bibliografia Liou H., Chen R., Chang Y. (2005). “Health related quality of life in adult patients with epilepsy compared with a general reference population in Taiwan” in Epilepsy Research, 64, 151–159. Modi A.C. (2009). “The impact of a new pediatric epilepsy diagnosis on parents: Parenting stress and activity patterns” in Epilepsy & Behavior, 14, 237–242. Prassouli A., Katsarou E., Attilakos A., Sarafidou J., Mastroyianni S., Voudris K., Scardoutsou A., Konstantopoulos A., Antoniadou I. (2008). “Behavioral and emotional problems in children with idiopathic epilepsy and well–controlled seizures” in Pediatrics, 121, 101–109.
KINTSUGI: la foglia d’oro che rende preziose le ferite

Il Kintsugi è una tecnica giapponese usata per riparare le ceramiche attraverso l’uso dell’oro. La tecnica consiste nel riunire i frammenti dell’oggetto rotto donandogli un aspetto nuovo e soprattutto rendendolo più prezioso. Una volta uniti i pezzi, infatti, ciò che si ricava è un pezzo unico e pregiato. Questa tecnica va ben oltre la semplice riparazione e non si concentra solo sulla funzionalità dell’oggetto, quanto piuttosto sulla sua estetica. La pratica del Kintsugi, in un’ottica psicologica può avere una valenza diversa, ma in qualche modo complementare. Difatti, se noi ci considerassimo degli oggetti che possono “rompersi” a seguito di eventi dolorosi che attraversano la nostra vita, avremmo la possibilità di evolverci, attraverso l’uso di strategie di resilienza. La resilienza, secondo la sua definizione è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Le cicatrici diventano bellezza da esibire Come le crepe di un oggetto che si rompe, così anche le ferite lasciano tracce diverse su ognuno di noi. Questa arte ha un grande valore poichè aiuta a comprendere in quale maniera le cicatrici del passato vengono valorizzate attraverso l’accettazione delle imperfezioni. Attraverso l’utilizzo di un collante naturale mescolato con l’oro liquido si trasformano gli oggetti ai quali viene donata una forma nuova. I frammenti si uniscono fra loro creando delle linee dorate quasi a mo’ di “ferite da colmare”. L’arte del Kintsugi insegna il valore delle cose che non seguono la direzione “sperata” e ci si ritrova a dover fare i conti con una “spaccatura” provocata da un dolore molto forte, da una speranza disattesa, da un sogno infranto. Queste ferite, sono senz’altro permanenti dentro di noi, ma non vanno nascoste, quanto piuttosto trattate ed elaborate o, per meglio dire “indossate” con fierezza, come un abito sartoriale. In tale ottica la filosofia del Kintsugi è una vera e propria lezione di vita! Il Kintsugi in arteterapia In artetarapia è una tecnica dal forte valore simbolico e sottolinea come il prendersi cura delle ferite consenta di “guarire” e di venire fuori dal loop del trauma. Non è di certo un caso che questa arte nasca in Giappone, terra nella quale si sono verificati diversi eventi catastrofici e del tutto incontrollabili. Da un punto di vista simbolico da questo “atto creativo” emerge la capacità di “andare oltre“. I momenti difficili vanno considerati come delle vere e proprie opportunità di crescita, l’insegnamento principale è legato al non arrendersi alle sconfitte e all’adattamento ai cambiamenti. Il Kintsugi in psicoterapia Da questa arte ne derivano anche molti contributi rispetto alla pratica psicoterapeutica, dove emerge che il fondere insieme esperienze negative e positive conduce a miglioramenti significativi. Entrambe le discipline insegnano a comprendere il dolore, a riconoscerne le cause e a contrastarlo in virtù di una spinta verso la vita. La pratica psicoterapeutica non viene utilizzata nell’ottica di eliminare nell’immediato le ferite emotive, ma di riunire i “pezzi” dei nostri vissuti per trovarne un nuovo equilibrio nella nostra mente al fine di esaltare l’individuo nella sua maggiore complessità. Bibliografia Maraini, F., (2006). Giappone e Mandala Milano: Electa Mondadori. Okakura, K., (2016). Il libro del tè, Milano: Garzanti. Yanagi, S., (1997). Un’arte senza nome. La visione buddhista della bellezza, Servitium editrice. Santini, C., (2022). Kintsugi: l’arte segreta di riparare la vita. Rizzoli Editore
La coppia adottiva: famiglia…in divenire

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta al bisogno sociale di “cura” dei bambini privi di un contesto familiare adeguato ed al tempo stesso una espressione del desiderio “generativo” delle famiglie. Sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del familiare, essenziali oggi per riflettere sul vero significato dell’esser genitori e dell’esser figli. Tutto questo sottintende che l’adozione scaturisce da una “doppia ferita”, quella della fecondità mancata della coppia e quella connessa invece all’abbandono del bambino. Cosa vuol dire nello specifico diventare genitori adottivi? All’inizio della sua storia, la coppia adottiva è impegnata a costruire la propria identità. E’ un processo attraversato da profonde crisi. L’impossibilità di generare un figlio impone in qualche modo la separazione da un progetto desiderato, dall’immagine che ci si era fatti del proprio bambino e dall’immagine di sé (Gambini, 2007). La scelta adottiva giunge quasi sempre al culmine di un processo che porta la coppia a “gettare la spugna”, a seguito di numerosi tentativi di una generatività “naturale”. Tale scelta però, non deve essere il prodotto della negazione di sofferenza e tanto meno una scelta dettata dalla logica del “ripiego”. Non bisogna, dunque, cercare nel figlio adottivo un surrogato di quello biologico. L’adozione, è intesa come un vero e proprio “atto creativo”, nel senso che genera un nuovo legame. Divenire genitori adottivi significa collocare in qualche modo la nascita di un figlio in uno spazio che si discosta da quello “usuale” e fisico e porla in una “astrazione” psichica dove si “ri-nasce” partendo da un coinvolgimento per lo più emotivo (Galli-Viero, 2006). Cosa accade alla coppia? La coppia adottiva è chiamata ad adattarsi al cambiamento che si genera rispetto alla genitorialità stessa. Inoltre, a seguito dell’abbinamento del minore la coppia è tenuta ad adottare un ulteriore cambiamento rispetto allo “spazio” da riservare al proprio figlio finora soltanto immaginato, adesso reale e presente. In tal senso, appare necessario l’intervento da parte dei servizi i quali operano una vera e propria formazione attraverso equipe multidisciplinari atte a fornire strumenti di supporto all’educazione del minore. In particolare bisogna tenere presente che la genitorilità non è “innata” ma può e deve essere appresa attraverso logiche di fluidità e dinamicità. La famiglia adottiva nasce da un incontro di due biografie che si impegnano nell’accogliere reciprocamente le proprie storie. Conclusioni Se è vero che l’adozione è un processo complesso e puntualmente in divenire, è altrettanto vero che la dimensione adottiva non è temporanea ma definitiva, ragion per cui l’obiettivo principale è quello di creare una famiglia senza “etichette” e senza confini. Bibliografia Bastianoni P., Turino A. (2007), Famiglie e genitorialità oggi. Nuovi significati e prospettive, Milano, Unicopoli. D’Andrea A. (2000) Itempi dell’attesa. Come vivono l’adozione il bambino, la coppia, gli operatori, Milano, Franco Angeli. Gambini P. (2007), Psicologi della famiglia, Milano, Franco Angeli. Lucariello S. (2008), Portato da una cometa: il viaggio dall’adozione, Napoli, Guida. Paradiso L. (2015) Prepararsi all’adozione: le informazioni, le leggi, il percorso formativo personale e di coppia per adottare un bambini, Milano, Unicopoli.