La tentazione: meglio combatterla o abbandonarsi?

Fra le esperienze quotidiane che ci mettono costantemente alla prova, c’è sicuramente la temuta tentazione. Secondo la psicologia, la tentazione è una sorta di conflitto interiore tra un divieto perentorio e il desiderio di trasgressione ad esso. Le tentazioni assumono molteplici forme e possono richiedere tante energie e strategie per poterle fronteggiare. Nessuno, purtroppo, può considerarsi immune all’esposizione alla tentazione; ciò che cambia, invece, è la capacità di autocontrollo di ciascuno e l’investimento emotivo personale. L’aspetto interessante dell’essere indotti in tentazione è rappresentato proprio dalla rigidità con cui viene imposto il divieto. Sembrerebbe infatti, che ci sia una corrispondenza esponenziale, secondo la quale più qualcosa sia vietata e più aumenta il desiderio di raggiungerla. La curiosità, ad esempio, spinge spesso i bambini a trasgredire, violando quindi le regole imposte, magari per garantire la loro sicurezza fisica. Sono, infatti, attratti proprio dai divieti imposti: non toccare quella fiamma, non urlare, non correre sui gradini, non mangiare in fretta. Tutte regole che stimolano la curiosità di capire l’ambiente e le conseguenze dei loro comportamenti.Gli adulti, invece, preferiscono l’appagamento di un desiderio o di un bisogno più fisiologico, come il mangiare oppure il tradimento, che porta ad un immediato e transitorio stato di benessere. Le restrizioni di una dieta ferrea, legami affettivi monotoni e abitudinari, per gli adulti, si trasformano in specchietti per allodole, che attraggono più delle eventuali conseguenze negative. Nasce così quel temporaneo tormento interiore, in cui bisogna decidere se far prevalere l’autocontrollo oppure rifugiarsi in un piacevole stato di beatitudine. La risposta, ovviamente, è tutta nelle conseguenze del proprio comportamento e in quanto sia importante per noi l’oggetto della tentazione. Abbandonarsi o combatterla diventa, quindi, una esperienza di arricchimento del proprio se: da un lato, permette infatti di comprenderne le conseguenze e dell’altro aiuta la propria autostima e autocontrollo.
Il frustrato e la sua tossicità verso se stesso e gli altri

L’aggettivo frustrato è sempre più diffuso come sinonimo di fallito, deluso e depresso. Fin da bambini, l’esperienza della frustrazione ci accompagna quotidianamente, perché non sempre è possibile appagare nell’immediato un bisogno o un desiderio. Già Freud, che ha introdotto il termine nei suoi studi psicologici, sosteneva l’aspetto positivo della frustrazione, come capacità di adattamento al mondo esterno. D’altro canto, però, il frustrato è colui che mette in atto meccanismi e comportamenti psicologici di rigidità e negatività. Dsl punto di vista psicologico, vittima della frustrazione è proprio chi di fronte ad uno stimolo fisico o ambientale non reagisce, ma ne percepisce soltanto gli aspetti negativi. I sintomi di tipo emotivo più comuni sono la rabbia, l’ansia e l’umore depresso. I comportamenti tipici, inoltre, sono l’evitamento delle persone e delle situazioni oltre alla procrastinazione. Il frustrato, nello specifico, ha una rigidità di pensiero fossilizzata su quanto sia difficile ottenere dei risultati, e tende a vivere prevalentemente nel passato. Perde totalmente di vista il qui e ora, rimarginando sulle sue difficoltà: non utilizza le proprie risorse interne per superare lo stato di empasse, ma “ si crogiola” in esso. Proprio per questo modo di fare, la sua autostima e il suo umore virano verso il basso, compromettendone la salute mentale e le relazioni interpersonali. La vicinanza, infatti, ad una persona con tali caratteristiche, soprattutto se ci sono legami affettivi, diventa purtroppo tossica. Gestire continuamente malumori, sconfitte anticipate, rabbia infondata aumenta sensibilmente il rischio di esporsi a situazioni spiacevoli. Si compromette purtroppo anche la motivazione al cambiamento o per lo meno a provarci, perdendo di vista proprio la capacità di adattamento utile per vivere. Il frustrato dovrebbe quindi interrompere questo modus operandi: un cambiamento di strategia orientato ad un’analisi realistica dei bisogni/aspettative/risultati. Il tutto deve essere corredato da entusiasmo, motivazione e fiducia in se stessi.
La tolleranza alla frustrazione: questa sconosciuta

La tolleranza alla frustrazione è la capacità personale di non amplificare il malessere e sofferenza, soprattutto di tipo psicologico. Partendo dalla definizione di frustrazione, essa è definita come una condizione psicologica in cui un forte desiderio non trova immediatamente un appagamento. Essa nasce quindi nel momento in cui alcuni impedimenti oppure ostacoli ne rallentano o addirittura vietano che il bisogno venga soddisfatto, con conseguente stato di piacere. La sua accezione negativa è quella fortemente conosciuta e temuta, proprio perché determina uno stato psico-fisico di dispiacere e tensione. Si fa, infatti, spesso riferimento all’idea che una mancata gratificazione generi frustrazione. Di conseguenza, si cominciano a manifestare i suoi sintomi più comuni, come la bassa autostima, l’ansia e la facile irritabilità. Proprio per questo stato di malessere che la accompagna, si è soliti pensare che sia meglio evitarla, cedendo a tutti i costi alla soddisfazione del bisogno che l’ha creata. Una sorta di legge del tutto e subito a cui bisogna sottostare per non soffrire, mai. Dal punto di vista psicologico, la frustrazione e la sua tolleranza ad essa, sono elementi che ci permettono di adattarci meglio all’ambiente. I primi approcci alla frustrazione si hanno già poco dopo la nascita: si pensi all’allattamento o al cambio del pannolino che per diversi motivi devono essere ritardati. Ovviamente l’ immaturità e la non autosufficienza del bambino lo fanno strillare fino a quando non sarà appagato il suo bisogno fisiologico. Durante la crescita, l’esposizione a continue rinunce o ritardi, spesso fossilizzano l’idea negativa che la frustrazione sia la condizione che crea esclusivamente malessere. D’altro canto, però, la tolleranza alla frustrazione ci aiuta a migliorare la comprensione delle nostre emozioni, grazie proprio alla sua attivazione sia fisica che psichica. Inoltre, un lasso di tempo fra il desiderio e la sua gratificazione determina un affinamento della capacità di resilienza e adattamento.
Inside out: dentro e fuori un’emozione

Il viaggio attraverso le emozioni è molto ben rappresentato dal film di animazione Inside out. L’emozione è un tipo particolare di esperienza soggettiva, determinato da una elevata attivazione fisiologica. È uno stato che serve al corpo per affrontare al meglio lo stimolo ricevuto dall’ambiente circostante. Il corpo infatti risponde con la contrazione dei muscoli scheletrici, l’aumento del battito cardiaco e della pressione, l’aumento della frequenza del respiro e il rilascio di sostanze ormonali. Questo stato di attivazione risulta essere utile o dannoso in base al compito da svolgere. In genere, uno stato di attivazione molto alto è utile nelle situazioni che richiedono un notevole dispendio di energia fisica. Al contrario, esso può risultare deleterio soprattutto per i compiti che necessitano uno sforzo intellettuale. Si pensi quindi, alla paura che permette la fuga in caso di pericolo e ad un esame a cui si rischia, invece, di fare scena muta. I primi studi antropologici e psicologici sulle emozioni hanno evidenziato che esse sorgono in modo spontaneo, automatico e rapido. Ekman identifica le emozioni umane di base, con paura, rabbia, disgusto, felicità e tristezza. Esse si fondano su una immediata valutazione dello stimolo, senza alcun giudizio razionale. Ognuna di esse è un andirivieni inside out, un’altalena tra contrazioni di muscoli facciali e attivazioni fisiologiche specifiche interne, che ne determinano così il riconoscimento. Le emozioni infatti sono cross-culturali, attraversano cioè tutte le culture e sono anche riconosciute dai primati e dai neonati. Grazie a questo intrecciarsi di emozioni, costruiamo nel corso degli anni, la nostra complessa personalità, l’immagine di noi stessi. Non ci basta il ricorso ad una sola di essa, abbiamo, infatti bisogno di ciascuna per poter comprendere meglio noi stessi e gli altri, con i quali interagiamo quotidianamente e contribuiscono ad una migliore comprensione del mondo interno e esterno.
Il Crawly possessed: cosa nasconde

Il crawly possessed è una nuova moda/challenge che sta diffondendosi tra i giovani. I social media non finiscono mai di stupire e di inventarsi novità, che non sempre hanno qualcosa di positivo. Dalla piattaforma cinese e pian piano anche sugli altri social e siti di messaggistica, video che mostrano il crawly possessed diventano sempre più virali. Nello specifico, questa nuova tendenza consiste nel gattonare in gruppo, soprattutto nei centri commerciali. Quindi, un numero variabile di ragazzi, si organizza sul web e poi si incontra nel luogo scelto, per mettere in scena questa esperienza di gruppo. Gli stessi ideatori, nel tentativo riuscito, purtroppo, di fare proseliti, si inquadrano come una setta con uno scopo sociale ben preciso. Il punto nodale dell’esperienza è caricare i partecipanti di energia e adrenalina pura, Inoltre, i promotori di tale attività, sostengono che sia un modo per allontanare l’ansia, soprattutto di tipo sociale. Nelle prime manifestazioni del fenomeno, i partecipanti, oltre al gattonare avevano anche atteggiamenti da posseduti, da cui il nome, con la conseguenza di spaventare gli spettatori ignari. Dal punto di vista psicologico, un atteggiamento del genere determina sicuramente l’appartenenza al gruppo e l’adattarsi alle regole di esso. Ovviamente, però, non tutte le direttive gruppali hanno risvolti positivi. Innanzitutto, l’esibizione in pubblico, attraverso una pantomima, può aiutare il protagonista a migliorare l’autostima e il concetto di sè. D’altro canto, l’adeguarsi ad un comportamento del genere, in cui si invade lo spazio altrui, spaventando anche l’osservatore, non può di certo considerarsi funzionale. Inoltre, nei messaggi di invito ad unirsi a questa setta, così come si autodefiniscono, manifestano apertamente l’idea dell’ossessione per questi atteggiamenti che definiscono sociali, ma che hanno poco a che vedere con l’altro.
Scialla: un modo di dire giovanile

Il gergo giovanile è ricco di neologismi; e il termine Scialla è uno di questi. L’espressione èusata prevalentemente col significato di “stai sereno, tranquillo”. Rappresenta, quindi, una sorta di consiglio a rilassasi. I giovani d’oggi, infatti, spesso nelle discussioni generazionali con i propri genitori, ricorrono alla parola Scialla, per rimodulare i toni “surriscaldati”. Si sa che, in genere, soprattutto durante il periodo adolescenziale, genitori e figli litigano spesso. Questo comporta un alimentare malumori, incomprensioni e arrabbiature varie. I genitori, quindi, si ritrovano spesso a perdere la pazienza, la capacità di ascolto e di empatia nei confronti dei figli “disubbidienti”. Anche se in effetti stanno semplicemente esprimendo il loro desiderio di emancipazione ed individualizzazione. In contesti del genere, Scialla costituisce lo strumento per ripristinare gli equilibri emotivi. Laddove, la discussione sta prendendo pieghe orientate al nervosismo e allo scontro, un modo per fermare il flusso di negatività è rappresentato proprio da questo neologismo. Il termine è talmente usato che ne sono state create derivazioni, come sciallare e sciallato, ed è arrivato anche all’attenzione dell’Accademia della Crusca. Ovviamente, l’aspetto interessante di questa parola, dal punto di vista psicologico è da ricercare nel significato di questa parola. Da un lato vediamo i giovani, che con i loro modi di fare molto tranquilli, al limite del superficiale, che insegnano agli adulti a riprendere in mano il controllo sulle proprie emozioni. Ci troviamo, quindi, di fronte ad una situazione in cui i ruoli si capovolgono: i genitori , che dovrebbero essere esempio di equilibrio sono richiamati all’ordine dai figli, mediante un invito ad evitare lo scontro. Sembrerebbe quasi uno sminuire il senso e il contenuto della discussione, ma che in realtà non è altro che un modo per riportare al dialogo costruttivo i protagonisti
Punto e virgola: da segno di punteggiatura a simbolo

Gianni Rodari, nel 1960, pubblicò una filastrocca per bambini dedicata proprio al punto e virgola, per omaggiare uno dei segni della punteggiatura. Secondo la grammatica italiana, il punto e virgola è un segno di interpunzione tra due frasi, in cui c’è una connessione tra le cose precedenti e successive, ma c’è anche una sorta di distacco fra esse. Proprio per la sua natura ambigua di continuità/discontinuità tra passato e presente, esso ha assunto un ruolo simbolicodal significato psicologico. Negli ultimi anni, infatti, con il diffondersi della moda dei tatuaggi , il punto e virgola è un simbolo molto richiesto, come disegno permanente sulla pelle. Esso è appunto diventato il simbolo della speranza per il futuro. Con questo disegno, si mette un punto al passato e ci si apre al presente con nuovi occhi. Spesso, è oggetto di tatuaggio anche per coloro che hanno tentato il suicidio, dopo una depressione più o meno grave o comunque un momento buio. Molti adolescenti, inoltre, con passato autolesionista, lo scelgono a testimonianza della possibilità di riscatto. Rappresenta, quindi, la rinascita, il desiderio di lottare sempre, di riuscire a trovare nuove vie di fuga, nuove strategie di adattamento. Questo segno è una sorta di sensibilizzazione verso temi delicati, come la morte, in cui si legge la metafora di una vita che non finisce, ma si trasforma in altre possibilità ed esperienze. Un piccolo simbolo che apre a riflessioni grandi sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro.
Il breadcrumber nelle relazioni interpersonali

Una nuova parola mutuata dai social che riguarda le relazioni virtuali, e non solo, è breadcrumber. Come molti altri termini ha una origine anglosassone e deriva dal verbo “spargere briciole”. E’ ormai una parola di uso comune per definire un comportamento vero e proprio, con delle tecniche relazionali specifiche. In primis, il breadcrumber utilizza questo atteggiamento, cerca di far avvicinare un’altra persona con piccoli e invitanti comportamenti. Mette in atto cioè, degli atteggiamenti e allusioni, che denotano interesse. Una sorta di corteggiamento, in cui messaggi, complimenti, attenzioni in generale fanno abbassare le difese. Per richiamare il termine stesso, sparge delle briciole per attirare a sé la propria vittima, per poi sparire del tutto senza un apparente motivo. In effetti, non è una vera e propria sparizione. Dopo un po’, infatti al breadcrumber fa il suo ritorno con la stessa strategia comportamentale. Quindi si crea un circolo vizioso in cui si spargono briciole di avvicinamento e poi si sparisce. In realtà questo atteggiamento ha una motivazione ben precisa e soprattutto di natura psicologica. Insieme all’orbiting e al ghosting, il breadcrumbing rapprenta un comportamento molto diffuso nelle relazioni soprattutto virtuali, ma che poi si ripercuotono anche in quelle reali. Innanzitutto è una forma di manipolazione dell’altro, della propria vittima che determina un senso di potere sull’altro, soprattutto se viene riaccolto nella relazione. C’è un problema di autostima in entrambi i protagonisti: da un lato c’è colui che ha bisogno di conferme affettive, tornando all’attacco, e dall’altro un desiderio di affezione e cedimento alle lusinghe. Ambedue, quindi, giocano la loro partita in una distorta relazione, in cui nessuno si assume la responsabilità delle loro azioni e di troncare definitivamente un rapporto del genere.
I fantasmi in rete: il fenomeno del ghosting

Negli ultimi tempi, si sta diffondendo il fenomeno dei fantasmi del web: il ghosting. Esso consiste in un atteggiamento di sparizione completa e improvvisa in cui si interrompono i rapporti in modo brusco; comportamento utilizzato sempre più frequentemente soprattutto nelle relazioni on line. Insieme all’orbiting e al breadcrumbing, con il ghosting si attuano comportamenti in cui si è poco rispettosi nei confronti della vittima. Inoltre, chi si affida a tali modalità comportamentali non si assume la responsabilità delle proprie azioni e della fine della relazione. L’atteggiamento più diffuso è quello di non rispondere alle telefonate e ai messaggi, arrivando talvolta a bloccare l’utente coinvolto. Alcuni, inoltre, cancellano il proprio profilo o eliminano il contatto tra le amicizie e i followers. Gli aspetti caratteristici del ghoster sono prevalentemente legati all’insicurezza e alla scarsa stima di sé. Questi fantasmi digitali cominciano a prediligere questo tipo di relazioni perchè più facilmente gestibili, sia dal punto di vista pratico e soprattutto dal punto di vista emotivo. Non hanno responsabilità, nè vogliono assumerla e, inoltre, non sviluppano un senso di colpa per il loro comportamento. In talune occasioni, poi, spiano attraverso altri profili o mediante contatti in comune la propria vittima. La sensazione creata in quest’ultima è proprio una presenza/assenza non giustificata e non giustificabile. Ciò che ne deriva, sempre in chi lo riceve è un senso di smarrimento e sfiducia nelle relazioni interpersonali future. Si determina poi un circolo vizioso in cui c’è rabbia e confusione per l’improvvisa assenza, per poi passare ad una spasmodica ricerca del fantasma per ricevere spiegazioni, che ovviamente non arrivano. Il tutto poi ricomincia da capo, minando comunque la propria autostima e la propria sicurezza. Bisognerebbe quindi essere onesti con se stessi, accettando ed elaborando la perdita, pur senza le adeguate spiegazioni, evitando così rimuginii e sensi colpa.
La relazione basata sull’orbiting: ci sei o non ci sei?

Un nuovo modo di creare una relazione, che sta sviluppandosi soprattutto attraverso l’utilizzo smodato dei social è l’orbiting. Questo termine, di origine anglosassone, significa appunto, orbitare, girare intorno a qualcosa o a qualcuno. Concretamente, nell’orbiting, una persona esprime verbalmente la decisione di interrompere la relazione con qualcuno, ma in effetti, il suo comportamento manifesta esattamente l’opposto. Abbiamo, quindi, la fine di una frequentazione reale, del piacere di incontrarsi, per poi essere presente solo ed esclusivamente nella vita virtuale. La manifestazione più palese dell’orbiting è caratterizzata dai likes sulle varie piattaforme di socializzazioni, dalle visualizzazioni e dai commenti ai posts e stories pubblicati. Il continuo orbitare nella vita dell’altro, in primis, crea confusione e disagio nella vittima, ma anche un senso di sfiducia nelle relazioni con gli altri. Le cause principali che spingono una persona ad utilizzare questo comportamento sono molteplici. Il tipo di relazione che rimodula un orbiter a suo piacimento è quello di portarla in una zona grigia, dai confini ambigui, in cui non ha obblighi di responsabilità nei confronti dell’altro. In questo modo, assume la maschera della persona matura, che sa andare oltre la fine del rapporto, ma che in realtà continua a controllarne soprattutto gli stati d’animo e le future relazioni. Resta comunque una mancanza di rispetto nei confronti dell’altro. Dal punto di vista della vittima, la reazione resta sul piano della confusione. Da un lato, si ha la percezione di una continua invadenza nella propria vita, creando quindi dubbi sul rapporto cessato. Dall’altro, inoltre, si alimenta anche un senso di colpa per non riuscire a troncare definitivamente questa relazione ormai distorta. Ne risente, quindi, inoltre, anche la propria autostima e la gestione della socializzazione reale e virtuale. Chi sospetta di essere bersaglio di questo subdolo comportamento, dovrebbe avere la capacità di allontanare il proprio orbiter anche dalla vita virtuale, troncando così ogni contatto.