Crescere e realizzare i propri desideri

Crescere fa paura poiché implica differenziarsi dall’altro ed assumersi la responsabilità di ciò che si è e di ciò che si desidera. Ciascuno di noi possiede una tendenza naturale all’autorealizzazione. Si tratta della capacità di soddisfare bisogni e desideri: crescere ed affermare il proprio potenziale in ogni aspetto della vita. Tuttavia, tale capacità può essere interrotta da meccanismi che impediscono la libera espressione di se stessi. Possono crearsi veri e propri blocchi sul piano di vita e, più profondamente, nell’esperienza di sé. Il valore evolutivo della sofferenza Nella nostra cultura è convinzione diffusa che le emozioni siano degli ostacoli e che nelle situazioni di impasse occorra farsi guidare dal pensiero e dall’azione. Al contrario, più escludiamo vissuti e bisogni, più tagliamo fuori risorse vitali e parti fondamentali di noi stessi. Allontanandoci dalla nostra natura, annaspiamo tra stati di impotenza e onnipotenza e nell’inefficacia di un agire sconnesso dal sentire. Il senso di sè si indebolisce e talvolta si incrina, fino a sgretolarsi. La sofferenza, che non viene vista nel suo valore evolutivo, è per lo più considerata come un nemico da eliminare. E, così, si crea un circolo vizioso, che non corrisponde alla sofferenza naturale che fa parte della vita ma al modo con cui si evita il contatto con l’esperienza temuta e ci si boicotta nel proprio percorso di crescita. L’autoinganno della mente Affidarsi al pensiero, d’altra parte, può voler dire rimanere fedeli a false credenze, nella trappola dei propri inganni. A livello cognitivo la mente è infatti spesso abitata da svalutazioni che trattengono la crescita e procurano malessere. “Non sono abbastanza”, “Non sarò mai amato”, “Sarò felice quando troverò la persona giusta”, “Nessuno mi capisce”, “Non devo fidarmi degli altri”. Sono tipici esempi di convinzioni che impediscono di guardare alle risorse interne ed esterne e di soddisfare i propri bisogni. Il futuro è predeterminato dall’anticipazione di uno scenario drammatico o salvifico che ripropone il passato attraverso la riattualizzazione delle esperienze infantili che sono alla base del copione di vita. Ciò che è stato il migliore adattamento possibile allora, rappresenta tuttavia oggi una carenza o assenza di contatto e di potere attivo sul presente. I vantaggi emotivi del non crescere Ad un livello più profondo, vi sono i vantaggi emotivi del rimanere attaccati alle dinamiche dipendenti verso le proprie figure genitoriali. La dipendenza, talvolta anche mascherata sotto una falsa autonomia, o controdipendenza, come nel caso di chi utilizza difese narcisistiche e onnipotenti, offre una protezione che, sebbene illusoria, dà la sensazione di essere al sicuro. Di fronte ai rischi emotivi legati all’affermazione di sé, quali ad esempio il fallimento, il tradimento, il rifiuto, si cerca rassicurazione e rifugio in ciò che da bambini più garantiva approvazione e riconoscimento. Gli aspetti propri e dell’ambiente esterno non sono visti per come sono ma idealizzati o svalutati. E, così, si resta dipendenti e manipolativi. De-responsabilizzati di fronte alla vita e alle proprie scelte. Verso l’autonomia L’autonomia è un percorso di liberazione degli ostacoli alla crescita che ciascuno ha dentro sé stesso. E’ trovare un equilibrio tra l’autoaffermazione e il riconoscimento dell’altro. Spaventa. Poiché implica differenziarsi, passando per il dolore della perdita originaria. Implica farsi carico della propria volontà e delle proprie decisioni. Rischiare di sbagliare. Confrontarsi con i propri lati indesiderati. Abbandonare ideali e fantasie illusorie per guardare dentro limiti e risorse reali e adoperarsi per attivare un cambiamento concreto. Accettare lo smarrimento, l’incertezza, il vuoto, la noia. E da lì, costruirsi e ricostruirsi nel continuo dell’esperienza. Cercare in sé e non più fuori la responsabilità e il senso della propria esistenza.
Tra altruismo e manipolazione: esserci per l’altro

L’essere generosi e disponibili non è sempre una forma di altruismo. Può diventare una manipolazione, un modo per attirare l’altro a sè. L’altruismo è l’atteggiamento proprio di chi ha a cuore il benessere dell’altro. Sul piano comportamentale si manifesta con l’essere generosi e disponibili fino ad anteporre il bene altrui al proprio. Quando questo modo di porsi in relazione è realmente autentico? L’altruismo si poggia su una motivazione disinteressata, libera sia da obblighi e ricompense che dal principio del do ut des (do a te perchè tu dia a me). Bisogna dunque distinguere ciò che si osserva come comportamento altruistico da ciò che internamente lo muove. Diverse teorie in campo psicologico e filosofico, assumendo una posizione drastica, sostengono che l’altruismo non esista. Poichè, alla base di qualsiasi gesto altruistico, vi sarebbe sempre un certo egoismo. Una visione più integrata contempla invece entrambi i poli, l’egoismo e l’altruismo. L’amore, infatti, è tutte e due le cose insieme: egoistico, perchè ci dà piacere, altruistico perchè desideriamo la felicità di chi amiamo. Altruismo ed egoismo si incontrano e si integrano quando vi è la capacità di stabilire i confini tra sè e l’altro. Riconoscersi nella propria individualità, con le proprie emozioni e i propri bisogni. E riconoscere l’altro nella sua esistenza, con il suo sentire e i suoi bisogni specifici. Se vi è differenziazione dall’altro vi è la capacità di ascoltarsi e rispondere ai propri bisogni e al tempo di entrare in contatto con il mondo dell’altro, senza svalutazioni. Quando invece l’altruismo diventa un modo per manipolare, per attirare l’altro a sè? Spesso ci si mostra generosi perchè si vuole apparire buoni e in tal modo garantire a se stessi la vicinanza dell’altro. Alcuni caratteri si ‘specializzano’ in questo tipo di manipolazione, costruendo la propria identità su una immagine di persona buona e speciale. Di conseguenza, ciò che sembrerebbe valorizzare l’altro, in realtà è teso a valorizzare se stessi e ad ottenere un certo tornaconto personale, che è quello di essere amati e apprezzati; di sentirsi indispensabili. Al contrario, l’altro viene svalutato, poichè non viene visto con i suoi bisogni e le sue risorse reali. Ciò che gli si offre potrebbe quindi non corrispondere a ciò di cui ha veramente bisogno e sminuire le sue capacità autonome. In alcuni casi è il proprio bisogno ad essere svalutato. La spinta ad esserci per l’altro può arrivare a soffocare parti proprie, creando uno stato di sofferenza che nuoce sia a se stessi che all’altro. Può diventare anche un modo per evadere la responsabilità, rispetto ad un “no”, ad esempio. Come tipicamente succede nelle persone che hanno la tendenza a compiacere per sentirsi approvati. L’altruismo è dunque un esserci per l’altro autentico, possibile se non vi sono svalutazioni in atto. E se si è adeguatamente in contatto sia con se stessi che con l’altro.
La paura di guardarsi dentro e l’incontro con se stessi

Questo periodo di pandemia ha ‘costretto’ un po’ tutti a un maggior contatto con se stessi e a confrontarsi con la paura di guardarsi dentro. Da un lato un mondo esterno pericoloso, con la presenza del virus e la minaccia di malattia e morte, dall’altro un mondo interno pieno di emozioni difficili da sostenere e con le sue insidie. Non abbiamo avuto scampo. La pandemia ci ha fatti fermare e soffrire. Arrabbiare, disperare. Ma anche, forse, scoprire qualcosa di più profondo in noi stessi? Un invito drammatico e doloroso ad andare oltre la superficie in cui spesso galleggiamo? Un necessario ritorno all’essenziale? Le misure restrittive imposte, l’isolamento e il venir meno delle attività abituali hanno creato un vuoto che i più hanno vissuto con angoscia e paura. Soliti come siamo nella nostra società ad evitare l’incontro con noi stessi mediante il rifugio negli impegni, nelle distrazioni, nei ruoli. A riempire ogni spazio possibile. Ci siamo ritrovati a fare i conti con la frustrazione, la noia, la perdita di riferimenti e di certezze, l’insicurezza. Non solo con quanto di traumatico ha portato la pandemia, ma con quanto ognuno di sé ha finora cercato di non contattare. Molti hanno scoperto per la prima volta le proprie fragilità. Altri hanno sentito antiche ferite riaprirsi. Altri ancora si sono trovati faccia a faccia con i propri conflitti irrisolti. Qualcuno ha sentito di non farcela, perchè il carico da portare era troppo elevato. La paura e la sfiducia hanno talvolta preso il sopravvento. Cosa vuol dire guardarsi dentro? Intraprendere un viaggio interiore verso parti di sè negate, rifiutate, inespresse. Incontrare i propri conflitti, le forze contrapposte che lottano dentro ciascuno di noi. Scoprire che per ogni aspetto della vita che ci fa soffrire c’è una nostra responsabilità, qualcosa che ci impediamo, che tratteniamo, che non lasciamo andare o che non vogliamo affrontare. Fa paura. Si tratta, in primis, di un viaggio di consapevolezza e responsabilità. La prima è la conoscenza profonda di se stessi. Non semplice comprensione, ma una consapevolezza piena che si realizza su tutti e tre i livelli – cognitivo, emotivo, corporeo. La seconda, spesso fraintesa con il dovere, è la risposta coerente ai propri bisogni, centrale per giungere al cambiamento. Poichè la consapevolezza da sola non basta. Bisogna scegliere e agire in accordo con ciò che si vuole. Essere disposti ad abbandonare vantaggi e a correre rischi. Fermarsi e portare l’attenzione all’interiorità non è tuttavia di per sé garanzia di maggior contatto. Non è detto che questa pandemia ci renderà migliori. Paul Watzlawick sosteneva che “guardarsi dentro rende ciechi”. Cercare di conoscere sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti propri, utilizzando la logica e i meccanismi della mente rischia di far rimanere imbrigliati ancor di più nei vicoli ciechi dei soliti vecchi problemi. Se ci si affida ai processi mentali, giudicando, categorizzando e cercando spiegazioni, si finisce con il seguire e rafforzare le convinzioni, gli ideali e tutti gli aspetti copionali limitanti che sono alla base della propria nevrosi. Il risultato è che invece di fare esperienza di contatto ci si allontana sempre più dalla propria autenticità e dal qui e ora della propria esistenza. La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia. (Carl Gustav Jung) Come possiamo dunque guardarci dentro per rendere più chiara la nostra visione? Per vedere chiaramente ogni cosa per quella che è e riconoscere noi stessi per ciò che siamo occorre sviluppare presenza. Entrare nel flow. Abbandonarci al flusso continuo della coscienza che, per sua natura, fluisce ininterrottamente. Mentre la mente tende a separare, dividere, frammentare, il contatto con l’esperienza momento per momento permette di percepire l’unità interiore e tenere tutte le parti insieme. Dà una direzione ai nostri sensi, alle nostre emozioni, al nostro corpo. Ci consente di mettere a fuoco cosa sentiamo e cosa vogliamo profondamente. Ci orienta e ci attiva verso scelte e comportamenti coerenti con la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri.
L’ansia. Il vortice che blocca il fluire della vita

L’ansia è un’esperienza naturale, fa parte della vita. Tuttavia, può sfociare in forme patologiche anche gravi e di sofferenza estrema. La parola ‘ansia’, dal latino angere, vuol dire ‘stringere’. Nel dizionario di Battaglia, l’ansia corrisponde a uno “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. Che cos’è l’ansia? Secondo la psicoterapia della Gestalt, l’ansia è una eccitazione. Un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la realizzazione di se stessi. Ogni persona ha una tensione naturale verso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri e tutte le risorse per affrontare la vita. Tuttavia, se dentro di sé, o nell’ambiente, viene a mancare il sostegno necessario per entrare in contatto con l’esperienza, l’eccitazione si blocca. Il sintomo dell’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno. Rappresenta l’esito di un conflitto, tra l’eccitazione forte e l’autocontrollo eccessivo. Quando l’eccitazione è bloccata, la crescita creativa è bloccata. Di conseguenza si crea un accumulo di tensione psichica che genera malessere. E così, l’ansia perde la sua funzione naturale e si trasforma in un disagio. Ansia e emozioni: l’evitamento del contatto Esiste, dunque, un’ansia naturale, che fa parte della vita, e un’ansia patologica, che nasce da una perdita di contatto e di sé. Nell’articolo “l’inganno del tempo“, abbiamo visto come l’emozione sia sempre presente, in ogni momento dell’esistenza. In condizioni naturali, infatti, l’energia scorre in modo continuo, nel fluire della vita. Tuttavia, l’uomo occidentale tende a escludere dalla consapevolezza la continuità della sua esperienza. Poiché, sin da bambino, impara a considerare le emozioni come turbamenti da evitare. A privilegiare le esigenze del mondo esterno, a scapito del suo sentire e in cambio di riconoscimento. L’evitamento del contatto con l’esperienza proibita lascia insoddisfatti i propri bisogni autentici. Blocca la tendenza naturale all’autorealizzazione. Impedisce di ancorare la propria esistenza al tempo, come continuità della coscienza, fino a procurare, all’estremo, una dolorosa lacerazione interiore. Una perdita di significati che svuota la vita di senso. Le forme dell’ansia L’ansia può assumere varie forme. Può essere un’ansia generalizzata e manifestarsi nel vivere quotidiano in modo più o meno costante, come difficoltà di attenzione e stato di agitazione. E, tra gli altri possibili sintomi, con tachicardia, senso di oppressione al petto, nausea. Oppure, può essere un’ansia che si esprime mediante pensieri ossessivi e azioni ossessive che si impongono senza tregua. L’ansia si rivela in modo acuto, invece, con una esplosione dei sintomi, nelle fobie e negli attacchi di panico. In questi ultimi, vi è una scompensazione emozionale improvvisa e imprevedibile. Si tratta di un’angoscia devastante, che assume il volto del terrore, sconvolgendo una vita, fino a quel momento, in apparenza normale. Le cose dentro e fuori di sé diventano di colpo estranee. In pochi minuti si viene trascinati nella percezione di una incombente fine del mondo. Nello stato d’animo di una morte imminente. Il vortice di passato, presente e futuro Nell’ansia si crea un vortice di passato, presente e futuro, in cui predominano sentimenti di colpa, paura, solitudine e morte. Il passato, che non può essere storicizzato, oscura il presente con i ricordi. Mentre il futuro si spegne come orizzonte del possibile, per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi densa di inquietudini. Fritz Perls definisce l’ansia come “la lacuna tra l’ora e il poi”. Chi non vive nel qui e ora, ma attraverso l’aspettativa del futuro, vive in una realtà falsamente presente. A differenza di chi si rifugia nel passato, non è fissato su ciò che è perduto, bensì su ciò che potrà accadere. Ma il suo modo di anticipare non è libero e aperto a ogni possibilità: segue una forma fissa. Una certa rigidità dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia fa vivere la vita come una insondabile ripetizione. L’ansia è energia vitale che chiede di essere liberata L’ansia è il sintomo basilare di ogni disagio. Talvolta presente in figura, talvolta sullo sfondo. E’ una richiesta di attenzione, che l’organismo invia, verso una parte di sé non riconosciuta che chiede di essere vista e accolta. E’ una situazione del passato rimasta incompiuta. Un bisogno insoddisfatto che reclama gratificazione. E’ l’energia vitale che non può fluire, intrappolata nei ‘devi‘ e nei ‘non essere‘ del mondo esterno, messi dentro sin da piccoli come pezzi propri. Nelle paure, che non trovano adeguato sostegno. Liberare l’energia bloccata implica un confronto doloroso con vissuti e aspetti che spaventano. Richiede uno spazio di cura e fiducia. Un lavoro di terapia che accompagni e sostenga questo contatto. In modo che ci si riappopri di se stessi e la vita possa essere vissuta nel qui e ora della realtà presente. Con consapevolezza e responsabilità. “La vita non è una domanda che deve trovare una risposta,ma un’esperienza che deve essere vissuta”.(Søren Kierkegaard) Bibliografia Borgna E. (2011). Le figure dell’ansia. Feltrinelli. Milano Iorio V. (2021). Il vortice dell’ansia. Articolo pubblicato in “Psicologi news scientific”. Anno I, n. 1-2 Perls F. Hefferline R. F. Goodman P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana. Astrolabio. Roma.
Oltre l’immagine. Il coraggio di essere sé stessi

“Se essere è la vita, perché ne abbiamo così paura? Perché ci è così difficile ‘lasciarci andare ed essere soltanto’?” (A. Lowen). La società in cui viviamo attribuisce all’immagine un ruolo centrale nell’affermazione di ogni individuo. Sin da piccoli impariamo a sacrificare ciò che siamo per ricevere approvazione. E, così, finiamo con il perdere contatto con noi stessi, per vestire i panni di un personaggio e indossare una maschera. La perdita di autenticità Il bambino, nell’entrare in relazione con le persone significative della sua vita, baratta il proprio essere autentico in cambio di attenzione e riconoscimento. In base ai messaggi che riceve, verbali e non verbali, su come deve e non deve essere, inizia ad escludere le parti di sé indesiderate. Ed apprende a manipolare l’ambiente, in modo da ottenere ciò che gli occorre per sopravvivere. Se per esempio riceve come messaggio “devi essere il migliore”, impara che per essere amato deve superare gli altri. Che non è accettato così com’è, ma in funzione di una riuscita. Inevitabilmente il senso di sé ne sarà condizionato. Potrà costruirsi una immagine di sé “vincente” e grandiosa, con una esclusione dei propri limiti e delle proprie carenze. Oppure una immagine di persona “perdente”, non all’altezza delle situazioni e della vita. La prima riempirà il vuoto interiore, gli darà l’illusione di autonomia e totale controllo. La seconda, invece, lo farà sentire mancante, non degno, impotente. In entrambi i casi, vi sarà una svalutazione di qualche aspetto, con una perdita di sé. L’immagine come inganno, per sé stessi e per gli altri Ciò che durante l’infanzia ha rappresentato il miglior adattamento possibile, in epoche successive diventa una struttura limitante. L’adulto che non ha sviluppato una adeguata autonomia, per attirare l’altro a sé, ricorre alle stesse modalità manipolative acquisite durante l’infanzia. Ma poiché l’amore è una espressione di calore e affetto spontanea, non può essere estorto, né ottenuto con l’inganno. Questo circolo vizioso che si crea, non fa che confermare la convinzione di non poter essere amati e renderla reale. L’identificazione con l’immagine costruita ostacola la consapevolezza e la realizzazione di sé. Quando la persona non si riconosce, adotta scelte e comportamenti che non rispondono ai suoi bisogni autentici. Questa scissione dalla propria natura fa sì che l’immagine venga assunta come un riferimento assoluto, senza il quale ci si sentirebbe persi e persino niente. Allora la perdita dell’immagine viene vissuta con terrore, equiparabile a un “non esistere”. La protezione del limite e il rischio del coraggio Il confronto con il limite è necessario. Scoprire che non è possibile realizzare i propri desideri attraverso la manipolazione dell’altro manda in crisi l’immagine che si ha di sé stessi. Un passaggio evolutivo necessario, sebbene doloroso, in quanto consente un’esperienza esistenziale meno onnipotente e, quindi, più vera. D’altra parte, occorre maturare un permesso interno, laddove invece ci sono divieti e impedimenti, ad essere come si è. Il “sii te stesso” libera dall’immagine ma confronta con gli aspetti propri percepiti come negativi, con la responsabilità verso di sé, gli altri e la vita. Fa paura. Tuttavia, crescere implica il lasciar andare l’identità rigida, con i suoi aspetti fissi e immutabili, e la protezione, illusoria, che offre la dipendenza. Ci vuole coraggio, per essere sé stessi. L’importanza di riconnettersi al corpo e il ritorno a sé L’immagine è l’opposto dell’esperienza corporea. Per riappropriarsi di tutto il proprio essere, riconnettersi al corpo risulta fondamentale e non solo: assume un significato profondo. E’ trovare la strada di casa per tornare a sé. Risvegliare la propria natura. Corpo non come culto dell’immagine, né come oggetto altro da sé. Corpo in quanto parte di sé autentica, luogo del sentire e dell’esserci. Quando ci si accetta pienamente, il sé può essere vissuto come un insieme armonico, in continuo dialogo e adattamento creativo con il proprio ambiente. Ogni percorso di crescita o guarigione ha questo fine. Perché, sebbene sia convinzione diffusa che cambiare significhi diventare altro da ciò che si è, il vero cambiamento consiste, al contrario, nel ‘diventare sé stessi’.
Il “languishing”. Apatici e senza gioia in pandemia

Secondo un recente articolo del New York Times, il “languishing” è l’emozione più diffusa in questo periodo di pandemia. Non depressione, ma assenza di gioia. Con il perdurare della pandemia molte persone vivono un senso di stagnazione e vuoto. “Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato”, scrive lo psicologo Adam Grant. Il termine, coniato dal sociologo Corey Keyes, fa riferimento ad una condizione in cui non vi è depressione ma neppure benessere. “Non hai sintomi di disturbi psichici ma non sei nemmeno il ritratto della salute. Non stai funzionando a pieno regime”. “Languishing” letteralmente significa “languire”. Uno stato di abbattimento causato dal confinamento domestico obbligato, dall’incertezza, dalla paura, dall’assenza di lavoro e di vita sociale. L’aspetto centrale di questa condizione è l’inconsapevolezza. Ci si trascina lentamente nell’apatia e nella solitudine, senza avvertire di stare male, fino ad arrivare a sentirsi senza uno scopo. Adam Grant parla di un antidoto. Lasciarsi andare ad un flusso (“flow”) che stimoli i sensi e riaccenda le emozioni. Può essere qualunque attività, in cui immergersi piacevolmente, che favorisca uno stato di abbandono completo. Quello stato dove il tempo, lo spazio e i pensieri si dissolvono. E, infine, conclude con un avvertimento: cercare il più possibile di dedicarsi un tempo non frammentato. Lasciarsi alle spalle l’abitudine di spezzettare il tempo, acquisita durante il lockdown, quando abbiamo dovuto fare in modo di tenere insieme smart working, famiglia, casa, figli, DAD. Il languishing si supera con la consapevolezza Per risvegliarsi dal torpore di una consapevolezza addormentata bisogna innanzitutto riconoscersi. Portare l’attenzione ai segnali corporei ed emotivi e prendersene cura. Alcune emozioni possono essere difficili da sostenere ma negarle comporta solo altro malessere. Dare un nome al nostro sentire e sapere che molte altre persone condividono le nostre stesse esperienze aiuta. Non passivizzarsi e chiedere aiuto Dopo più di un anno di pandemia, le risorse per fronteggiare lo stress servite in fase iniziale non bastano. Occorre ristrutturare abitudini, modi di essere e agire, passando per la perdita di ciò che era la vita prima. È faticoso. Emergono rabbia, smarrimento, paura, angoscia. E sebbene siamo equipaggiati per far fronte a tutte le situazioni, il miglior adattamento possibile non sempre coincide con uno stato di salute. Bisogna riconoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto quando necessario. Aver cura degli affetti e delle relazioni Il distanziamento fisico e le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria hanno introdotto forti limitazioni nella vita relazionale. Il senso di rifiuto verso questi cambiamenti può riversarsi sui propri bisogni e sfociare nella rinuncia, tradursi in un ritiro. È fondamentale rimanere aperti agli affetti e continuare ad alimentare la fonte di nutrimento della condivisione e dello scambio con l’altro. Vivere nel qui e ora Porsi nell’attesa passiva che tutto finisca determina uno stato di sospensione tra il prima e il dopo che impedisce di accettare e vivere il presente. Occorre stare nel qui e ora. Lasciar andare il passato e interrompere le anticipazioni sul futuro. Canalizzare le risorse nell’esperienza che stiamo vivendo, momento per momento. Coltivare il desiderio per uscire dal languishing Per combattere l’apatia (“assenza di passioni”) è utile costruire uno spazio di creatività e progettualità personale in cui esprimersi liberamente, provare piacere, nutrire il desiderio. Amare, noi stessi e gli altri, e amare quello che facciamo è energia vitale. Dà senso della nostra esistenza. Ci fa stare in salute, sostenere e affrontare le difficoltà della vita.
Emozioni e salute: il sentire alla base della vita

di Veronica Iorio Le emozioni sono parte integrante di ciò che siamo. Per stare in salute e vivere in modo soddisfacente è necessario riconoscerle e prendersene cura. La parola ‘emozione’, dal latino ‘emovere’, che significa scuotere, smuovere, sta a indicare uno scuotimento, un’agitazione, una vibrazione dell’anima. Nella cultura occidentale è convinzione diffusa che la vita vada affrontata con il pensiero e l’azione e che le emozioni siano segno di debolezza. Ostacoli da evitare o turbamenti da eliminare. Al contrario, le emozioni sono parte essenziale di ciò che siamo e rivestono un ruolo indispensabile nella nostra autoregolazione e nel vivere quotidiano. Insieme alle sensazioni corporee, definiscono momento per momento come ci sentiamo e di cosa abbiamo bisogno. Il sentire è la prima esperienza che facciamo di noi stessi e della vita, da cui nasce il nostro senso di esistenza. È il contatto mediante cui diveniamo consapevoli e responsabili. Ovvero, capaci di riconoscere la realtà interna ed esterna che viviamo e orientare in maniera adeguata scelte e comportamenti. Parlare di emozioni vuol dire parlare di salute Ognuno di noi è una totalità fatta di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti e la salute è il risultato dell’interazione di tutti questi livelli. Tuttavia, si distingue tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, si tende più a parlare di salute con riferimento al corpo, come retaggio di una visione dualistica dell’essere umano che resiste malgrado l’evoluzione delle conoscenze. La separazione mente-corpo, nonostante i progressi scientifici compiuti in circa quattrocento anni da Cartesio ad oggi, è ancora radicata nel pensiero, nel linguaggio e nel comportamento comune. Si tratta di una costruzione culturale che non corrisponde alla realtà della nostra natura. Il corpo non è una macchina: sente, gioisce, piange, si innamora, ha memoria. Allo stesso modo, la mente non è astratta o isolata ma incarnata nella pelle, negli organi, nelle cellule. Prende forma e si plasma nell’esperienza. Corpo e mente non possiedono un’esistenza intrinseca a sé stante, sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Winnicott sosteneva che “un bambino non può esistere da solo, ma è essenzialmente parte di un rapporto”. I bambini istituzionalizzati degli studi di Spitz si ammalavano e morivano, prima nella psiche e poi nel corpo, in assenza di contatto, calore e affetto. Dunque, il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. E non può esserci salute senza relazione e amore. Riconoscere le proprie emozioni per stare in salute Le emozioni hanno il compito di modificare l’eccitazione basilare a seconda di ciò che stiamo vivendo, per garantire l’energia necessaria a mobilitare le risorse verso la gratificazione dei bisogni. Conferiscono tono, colore, ritmo, orientamento, volto alle esperienze che facciamo e alla nostra esistenza. Rappresentano il motore che ci muove e la fonte che ci nutre. In assenza di discriminazione emozionale, come negli stati depressivi, in cui vi è un appiattimento dell’umore e dell’energia vitale verso il basso, ogni cosa appare grigia, spenta. Uguale alle altre e svuotata di senso. Ciascuna emozione svolge una sua funzione specifica, poiché segnala una determinata necessità dell’organismo in una determinata situazione. Se l’emozione viene negata, repressa o rifiutata, l’energia psichica, invece di essere investita nel soddisfacimento dei bisogni e nella realizzazione di sé, si accumula e cerca altre vie per esprimersi, con conseguenze dannose in termini di integrità e salute. Una rabbia non permessa può retroflettersi e diventare autolesiva, un dolore non vissuto può incancrenirsi nello stomaco, una paura inascoltata sfociare in pensieri e comportamenti ripetitivi. Il rifiuto verso aspetti propri e della realtà esterna può essere vissuto con senso di colpa e vergogna. Portare al ritiro e all’isolamento sociale. L’angoscia, il senso di solitudine, la paura della morte possono assumere forme patologiche e rendere la vita insostenibile. Quando l’anima soffre, tutto l’organismo soffre. Alcune volte in modo vistoso, altre volte più nascosto. Ogni disagio, a prescindere dalla forma con cui si manifesta, è una richiesta di ascolto che reclama attenzione. Talora con grido prepotente, talora in un silenzio timoroso o disperato, come bisogno fondamentale di sopravvivenza e salute.
L’inganno del tempo

Cenni di fenomenologia, psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. Da questa riflessione di S. Agostino si evince l’impossibilità per l’essere umano di definire il tempo, la cui realtà risiede nella continuità interiore della coscienza. Il pensiero agostiniano traccia una netta demarcazione tra il tempo dell’orologio del mondo esterno e il tempo vissuto del mondo interno. Mentre le lancette separano i momenti dell’esistenza (tempo dal greco ‘temneim’ significa per l’appunto dividere, separare), l’anima per sua natura fluisce liberamente nello scorrere ininterrotto dell’esperienza e nell’unico tempo realmente esistente: il presente. Alterazioni del tempo vissuto Il tempo interiore è sempre intonato emotivamente, per cui assume in ogni momento ampiezza, densità e coloritura in relazione all’eccitazione e allo stato d’animo che si sta vivendo. Se per qualche ragione il flusso spontaneo dell’energia vitale viene inibito, il ciclo naturale dell’esperienza si interrompe e l’accumulo di tensione psichica che si crea può sfociare in forme di disagio e disarticolazioni temporali. Il tempo può rallentare o accelerare, arrivare a coagularsi e immobilizzarsi in stati di passività oppure intraprendere una frenetica e inefficace corsa in cui ogni cosa sembra sfuggire. In questo scenario si collocano le esperienze depressive e ansiose. Nelle prime, vi è un passato che ristagna nel presente oscurato dai ricordi e un eclissarsi della speranza che spegne il futuro. Nelle seconde, le tre dimensioni temporali – passato, presente e futuro – coesistono in una vorticosa anticipazione di eventi, perlopiù negativa e drammatica, in cui vi è una certa rigidità dovuta al riproporsi del passato e dei suoi aspetti fissi. L’evitamento del presente Ogni individuo, in quanto organismo completo e capace di adattarsi all’ambiente, possiede tutte le risorse per affrontare il presente, rispondere ai propri bisogni e autorealizzarsi. Tuttavia, in assenza dello sviluppo di una adeguata autonomia, il processo di autoregolazione organismica può bloccarsi a causa di meccanismi che intervengono per interrompere il contatto e impedire l’esperienza. Tali meccanismi, se da un lato svolgono una funzione difensiva dall’altro determinano un evitamento della realtà che, nel tentativo di eludere la sofferenza naturale che fa parte della vita e i rischi emotivi che la crescita e il cambiamento comportano, diventa responsabile dell’insorgere del malessere. Chi evita il contatto può rifugiarsi in una realtà falsamente presente. Nei ricordi di un passato mantenuto vivo anche se di fatto non esiste più, oppure nelle fantasie, salvifiche o catastrofiche, su un futuro che viene anticipato e vissuto come già conosciuto. Quando le capacità adulte sono disattivate, il ricorso a modalità arcaiche rivelatesi efficaci in epoche precedenti, che offrono una protezione solo illusoria di fronte alle difficoltà della vita, lascia i bisogni del presente insoddisfatti, generando frustrazione e senso di impotenza. La psicoterapia: emozioni, qui e ora, autonomia La psicoterapia è il luogo in cui i vissuti vengono riconosciuti, espressi e integrati. Mentre la cultura occidentale, nel valorizzare le qualità della ragione e del fare a scapito del sentire, con l’idea che il mondo e gli spazi vuoti debbano essere riempiti, crea la strada per le interruzioni del contatto e l’esclusione degli aspetti di sé indesiderati, la terapia sostiene la consapevolezza dell’esperienza e la sua naturale continuità. La sofferenza, la paura della morte e l’angoscia esistenziale, che quanto più sono temute e negate tanto più trattengono l’energia vitale e lacerano l’esistenza, possono essere accolte, rivelate, e infine, tollerate internamente. La noia può essere sperimentata nella sua assenza di struttura e il nulla, spogliato dell’aspettativa che debba essere qualcosa, si trasforma nel vuoto fertile da cui nasce il nuovo. Il terapeuta invita la persona ad abbandonare gli evitamenti, gli attaccamenti al passato e le anticipazioni del futuro e a stare nel qui e ora. Dando il permesso a sentire e accogliere ogni parte di sé senza giudizio, sostiene e guida la persona ad essere ciò che è e ad accettare la realtà per quella che è. L’accompagna a divenire consapevole delle modalità infantili, manipolative e dipendenti che mette in atto, deresponsabilizzandosi, e dei messaggi genitoriali introiettati cui resta fedele, nonostante limitino la sua espressività e autonomia. Il processo terapeutico mira a liberare il presente dai condizionamenti copionali che imprigionano nella ripetizione degli schemi antichi e nelle impasse dei conflitti, tra il sentire che reclama attenzione e soddisfacimento da una parte e gli impedimenti interni all’espressione di sé e alla gratificazione dei bisogni dall’altra. Quando il passato può essere storicizzato e il futuro vissuto come dimensione aperta al possibile, la persona può disporre delle sue risorse per rispondere in modo coerente al qui e ora della realtà interna ed esterna che vive e realizzare pienamente sé stessa.