Dipendenze: Ricadere non significa tornare indietro

Quando una persona che sta affrontando un percorso di uscita dalla dipendenza ricade, la prima sensazione è spesso quella di essere tornata al punto di partenza. “Dopo tutto quello che ho fatto, sono di nuovo qui.” La ricaduta sembra cancellare il percorso fatto fino a quel momento. Gli sforzi, le rinunce, le consapevolezze acquisite sembrano perdere improvvisamente valore. E insieme alla ricaduta arriva spesso il senso di colpa, che può alimentare proprio quel circolo vizioso di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente: ricado, mi sento in colpa, cerco di nascondere o anestetizzare quel sentimento attraverso la sostanza o il comportamento, e così la situazione peggiora. Ma c’è un altro modo di guardare alla ricaduta. La ricaduta non arriva dal nulla Una ricaduta difficilmente “capita” semplicemente. Questo non significa negare l’importanza delle circostanze. Un determinato luogo, incontrare alcune persone, vivere una situazione particolarmente stressante o ritrovarsi in un contesto associato al comportamento di dipendenza possono aumentare il rischio. Ma questi elementi, da soli, non spiegano tutto. La ricaduta viene spesso costruita attraverso una sequenza di piccoli passaggi. Un litigio che si alimenta, una situazione che viene cercata o provocata. In alcuni casi la persona finisce persino per creare inconsapevolmente le condizioni che renderanno più probabile l’uso. È qui che la dipendenza mostra una delle sue caratteristiche più sottili: non è necessario decidere consapevolmente “voglio ricadere”. È sufficiente iniziare a muoversi, passo dopo passo, nella direzione che porta alla ricaduta. Cosa può insegnarci una ricaduta? Se la ricaduta viene considerata soltanto come un fallimento, la domanda diventa: “Perché l’ho fatto di nuovo?” Se invece viene osservata, può diventare una domanda molto più utile: “Come ci sono arrivato?” Quali emozioni ho provato nelle ore o nei giorni precedenti? Quali situazioni ho cercato o evitato? Quali segnali non ho riconosciuto? E soprattutto: cosa mi ha dato davvero quell’esperienza? Molto spesso, una volta superata l’immediatezza del momento, emerge un dato importante: il problema che la persona sperava di risolvere attraverso la sostanza o il comportamento non è stato risolto. Al contrario, si è spesso aggiunto un nuovo problema a quello precedente. La ricaduta, allora, può diventare una fonte di informazioni preziose sul funzionamento della propria dipendenza. Diventare più bravi a riconoscere i segnali Valorizzare una ricaduta non significa considerarla positiva, né minimizzarne le conseguenze. Significa non sprecare ciò che può insegnare. La persona può imparare a riconoscere prima la rabbia che la porta a cercare uno scontro, il bisogno di isolarsi, il pensiero che comincia a giustificare l’uso, la ricerca di determinate situazioni o persone. La volta successiva potrebbe accorgersene prima. Non si tratta semplicemente di imparare a dire “no” alla sostanza. Si tratta di diventare progressivamente più capaci di riconoscere tutto ciò che, dentro e fuori di noi, può condurre verso quel “sì”. Cadere non significa tornare al punto di partenza Uscire da una dipendenza non è necessariamente un percorso lineare. Il punto non è fare in modo che la ricaduta non sia mai possibile. Il punto è diventare progressivamente più capaci di riconoscere ciò che la precede, di interrompere prima la sequenza e di costruire strumenti nuovi. Una persona che ricade non è necessariamente la stessa persona che aveva iniziato il percorso. Ha fatto esperienza. Ha acquisito consapevolezze. E, se riesce a guardare anche quella caduta senza trasformarla in una condanna, può tornare al percorso con qualcosa in più. Per questo ricadere non significa necessariamente tornare indietro. A volte significa fermarsi, guardare attentamente dove si è caduti e imparare a riconoscere, la prossima volta, quel tratto di strada qualche passo prima.
La solitudine invisibile: perché ci sentiamo soli anche quando siamo sempre connessi

Siamo la generazione più connessa della storia. In pochi secondi possiamo inviare un messaggio, fare una videochiamata, condividere una foto o sapere cosa stanno facendo decine di persone. Eppure, sempre più individui descrivono una sensazione difficile da spiegare: sentirsi profondamente soli, anche circondati dagli altri. Questa apparente contraddizione rappresenta uno dei temi più rilevanti della psicologia contemporanea. La solitudine, infatti, non dipende tanto dal numero di persone che abbiamo intorno, quanto dalla qualità delle relazioni che viviamo. Essere soli non è la stessa cosa che sentirsi soli La psicologia distingue chiaramente due concetti. La solitudine oggettiva riguarda l’assenza di contatti sociali: vivere da soli, avere poche occasioni di incontro o una rete sociale limitata. La solitudine soggettiva, invece, è la percezione di non sentirsi compresi, accolti o emotivamente vicini agli altri. È possibile provarla anche all’interno di una relazione di coppia, in una famiglia numerosa o durante una cena tra amici. Molte persone raccontano proprio questa esperienza: essere presenti fisicamente, ma sentirsi emotivamente distanti. La connessione digitale non sempre soddisfa i bisogni emotivi I social network hanno trasformato il nostro modo di comunicare. Ci permettono di mantenere contatti, recuperare vecchie amicizie e condividere momenti della nostra vita. Tuttavia, la comunicazione online non sempre riesce a sostituire ciò di cui il nostro cervello ha realmente bisogno. Uno sguardo, il tono della voce, una risata condivisa, un silenzio vissuto insieme o un abbraccio attivano processi emotivi e neurobiologici che uno schermo difficilmente può replicare. Questo non significa che la tecnologia sia negativa, ma che la quantità di interazioni non equivale automaticamente alla qualità delle relazioni. Perché oggi è così difficile sentirsi davvero vicini? Esistono diversi fattori che contribuiscono a questa sensazione. Viviamo giornate sempre più piene, in cui il tempo dedicato alle relazioni profonde viene spesso sostituito da comunicazioni rapide e funzionali. A questo si aggiunge la pressione di mostrare una versione positiva di sé, soprattutto online. Molte persone finiscono così per condividere ciò che fanno, ma non ciò che provano. La vulnerabilità, invece, è proprio uno degli elementi che costruisce l’intimità emotiva. Sentirsi ascoltati senza il timore di essere giudicati crea legami molto più profondi di qualsiasi conversazione superficiale. La solitudine non riguarda solo gli anziani Per molto tempo si è pensato che la solitudine fosse un problema principalmente della terza età. Oggi sappiamo che non è così. Anche adolescenti e giovani adulti riportano livelli elevati di isolamento emotivo. L’ingresso nel mondo del lavoro, i cambiamenti di città, le relazioni sempre più fluide e la riduzione delle occasioni di socializzazione spontanea possono aumentare questa esperienza. Non è raro che una persona con centinaia di contatti sul telefono abbia difficoltà a individuare qualcuno da chiamare in un momento di reale bisogno. I segnali da non sottovalutare La solitudine prolungata può influenzare il benessere psicologico e fisico. Tra i segnali più frequenti troviamo: Quando questa condizione si prolunga nel tempo può aumentare il rischio di ansia, depressione e stress cronico. Come ricostruire relazioni autentiche Non esistono formule magiche, ma alcuni piccoli cambiamenti possono fare la differenza. Dare più spazio agli incontri dal vivo. Anche un caffè con un amico può avere un impatto emotivo maggiore di decine di messaggi. Allenarsi all’ascolto reciproco. Le conversazioni più significative non sono quelle in cui si parla di più, ma quelle in cui ci si sente davvero ascoltati. Mostrarsi autentici. Condividere anche dubbi, paure o fragilità permette agli altri di conoscerci realmente e favorisce relazioni più profonde. Ridurre il confronto continuo. I social mostrano spesso una realtà selezionata e idealizzata. Ricordarlo aiuta a ridimensionare la sensazione di essere gli unici ad affrontare difficoltà. La relazione più importante resta quella con noi stessi Parlare di solitudine significa anche riflettere sul rapporto che abbiamo con noi stessi. Chi riesce a stare bene nei momenti di solitudine non evita le relazioni, ma le vive in modo più libero, senza dipendere costantemente dalla conferma degli altri. La solitudine scelta può diventare uno spazio di creatività, riflessione e crescita personale. La solitudine subita, invece, è quella che fa soffrire e che merita di essere riconosciuta e affrontata. Un pensiero finale In un mondo che ci invita continuamente a essere connessi, forse la vera sfida è imparare a creare connessioni autentiche. Non servono centinaia di contatti o conversazioni incessanti: spesso basta una relazione in cui ci sentiamo visti, ascoltati e accolti per trasformare profondamente il nostro benessere. Perché, in fondo, ciò che ci fa sentire meno soli non è il numero delle persone che ci circondano, ma la qualità del legame che riusciamo a costruire con loro.
Adolescenza e disturbo borderline. Organizzazione psichica, corpo e rischio di fissazione

Quando il disturbo borderline si manifesta in adolescenza, la questione clinica non riguarda soltanto l’intensità del disagio, ma il modo in cui tale intensità tende a organizzarsi. Non si tratta di una crisi transitoria né di una semplice accentuazione dei tratti adolescenziali, ma di un funzionamento che mostra una certa coerenza interna, pur nella sua instabilità. Affetti, rappresentazioni e relazioni faticano a integrarsi, dando luogo a un’esperienza soggettiva frammentata, discontinua, spesso vissuta come minacciosa. L’instabilità affettiva non consiste solo in bruschi cambiamenti emotivi, ma nell’impossibilità di modulare ciò che si prova. Gli affetti arrivano senza mediazioni, travolgono il soggetto e lo espongono a vissuti di perdita di controllo. L’identità ne risente profondamente: il senso di sé appare fragile, mutevole, dipendente dallo sguardo e dalla presenza dell’Altro. Ciò che oggi viene vissuto come vitale può essere domani radicalmente rifiutato, senza che il soggetto riesca a riconoscere una continuità tra le diverse esperienze. In questo quadro, l’autolesività assume una funzione centrale. Il corpo diventa il luogo privilegiato di regolazione di ciò che la mente non riesce a contenere. Il gesto autolesivo introduce un limite concreto là dove il limite psichico manca. Il dolore fisico interrompe l’eccedenza affettiva, restituisce una sensazione di controllo, rende localizzabile un’angoscia altrimenti diffusa e senza forma. Non è la morte a essere cercata, ma una prova dell’esistenza, una traccia tangibile che sostituisce una rappresentazione interna fragile o assente. Dal punto di vista clinico, è essenziale riconoscere che l’autolesività non è un semplice comportamento da eliminare, ma una soluzione soggettiva che svolge una funzione di tenuta. Intervenire esclusivamente sul sintomo rischia di esporre il soggetto a un’angoscia ancora più massiccia. Il lavoro terapeutico mira piuttosto a creare le condizioni affinché il corpo non resti l’unico luogo possibile di iscrizione del disagio, aprendo lentamente lo spazio a una simbolizzazione possibile. Il rischio maggiore, in questi funzionamenti, è la fissazione. Quando l’instabilità affettiva, l’agire e la dipendenza dal legame diventano modalità ripetitive e rigide, il funzionamento borderline tende a cronicizzarsi. Questo rischio aumenta quando l’adolescente sperimenta risposte incoerenti, rotture terapeutiche non elaborate, interventi frammentati o eccessivamente normativi. Ogni discontinuità rafforza l’idea che il legame non tenga e che non esistano alternative all’agire. La diagnosi, in adolescenza, non dovrebbe mai assumere il valore di un’identità. È piuttosto uno strumento clinico che orienta il lavoro, permettendo di calibrare il ritmo degli interventi, la posizione del terapeuta, la tenuta del setting. Riconoscere il funzionamento borderline non significa anticipare un destino, ma assumersi la responsabilità di intervenire prima che le modalità difensive diventino l’unica forma possibile di organizzazione psichica. Il lavoro clinico si colloca allora in un tempo delicato: non quello dell’urgenza di normalizzare, né quello dell’attesa passiva. È un tempo di costruzione, in cui la continuità dell’incontro, la prevedibilità del legame e la possibilità di tollerare l’instabilità senza reagire in modo difensivo offrono al soggetto un’esperienza diversa da quella già conosciuta. È in questo spazio che il rischio di cronicizzazione può essere contenuto, non come certezza, ma come possibilità di trasformazione.
La strategia della mamma mandorla

La definizione di mamma mandorla si attribuisce a quella madre, o più in generale al genitore, che occupandosi di alimentazione dei propri figli, si limita a diete restrittive. Il termine é divenuto noto dopo la modella Yolanda Hadid concesse alla propria figlia, modella anche lei, di poter mangiare poche mandorle, da masticare lentamente e molto bene. L’attenzione sul corpo e più nello specifico nel peso, che con l’avvento dei social media, ha preso vigore, ha portato ad una visione distorta del concetto di dieta. In effetti, l’origine della parola dieta, indica uno stile di vita, le abitudini quotidiane, incluse quelle alimentari, che contribuiscono ad un benessere generale. Il termine, d’altro canto, ha assunto la sfaccettatura negativa di restrizione, alimentando la cultura della magrezza e della perfezione estetica, raggiungibile con i deficit calorici. Così come la maggior parte dei comportamenti vengono appresi nel contesto familiare, anche il regime alimentare comincia fin da piccoli e la presenza di una mamma mandorla può avere ripercussioni anche gravi sui figli. Un genitore mandorla, quindi, inculca la distorta informazione sui nutrienti e sulle quantità, nascondendosi dietro l’idea di un’alimentazione sana e naturale. Quindi oltre a trasmettere un atteggiamento restrittivo circa gli alimenti, si orienta il comportamento ad un estremo controllo del cibo e del proprio peso. L’idea trasmessa, quindi, non è un’educazione all’alimentazione sana, con attenzione ai macronutrienti e al bilanciamento di essi. Al contrario, si passa l’informazione che sia necessario solo il minimo apporto calorico, indipendentemente dagli alimenti che vengono ingeriti. Ovvio che abituare fin da piccoli a nutrirsi con mono-alimenti, porta con sé, squilibri fisiologici e di conseguenza rapporti del tutto deleteri con il cibo e con il proprio corpo. Risulta quindi necessaria, la sinergia tra genitori, medici, personale sanitario e scuola affinché ciascun bambino possa vivere serenamente il momento del pasto ed educarsi ad una sana alimentazione con ricadute positive sul proprio benessere.
Adolescenti e Identità: Capirsi o etichettarsi?

«Forse sono ADHD.» «Credo di avere l’ansia sociale.» «Ho visto un video e mi sono riconosciuto in tutto.» Sempre più adolescenti utilizzano social e contenuti online per cercare spiegazioni a ciò che provano. A volte incontrano parole che sembrano descrivere perfettamente esperienze rimaste fino a quel momento confuse. E questa ricerca non va necessariamente demonizzata. Trovare una spiegazione può essere utile. Può aiutare un ragazzo a sentirsi meno solo, a dare un nome a qualcosa che prima non riusciva a comprendere e, soprattutto, a sentirsi finalmente riconosciuto. Il problema può nascere quando una spiegazione smette di essere un punto di partenza e diventa una conclusione definitiva. Quando finalmente qualcosa sembra avere senso L’adolescenza è un periodo in cui molte domande sull’identità restano ancora aperte. Non è sempre facile capire chi si è, perché si reagisce in un certo modo o perché alcune esperienze sembrano più difficili che per gli altri. In questo contesto, un’etichetta può offrire qualcosa di molto prezioso: una risposta. A volte persino una risposta negativa può sembrare preferibile all’incertezza. Sentirsi dire, o convincersi, di essere «fatti così» può essere doloroso, ma può anche dare una forma a qualcosa che prima appariva confuso. Il rischio è che, nel tentativo di capire una parte di sé, si finisca per ridurre tutta la propria identità a quella sola spiegazione. La ricerca di conferme Quando un ragazzo formula un’ipotesi su di sé, difficilmente inizia una ricerca completamente neutrale. Se pensa di avere un determinato problema, tenderà naturalmente a cercare contenuti che parlano proprio di quello. L’algoritmo, a sua volta, inizierà a proporre sempre più contenuti simili. Si incontrano testimonianze nelle quali ci si riconosce, descrizioni che sembrano familiari e persone che raccontano esperienze molto vicine alle proprie. Poco alla volta, l’ipotesi iniziale può trasformarsi in una certezza. Non necessariamente perché sia falsa, ma perché la ricerca rischia di diventare sempre più selettiva. La ricerca di una risposta può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, nella ricerca di conferme. È come guardare la propria esperienza attraverso un collo di bottiglia: tutto ciò che conferma la nostra ipotesi passa, mentre ciò che potrebbe complicarla o suggerire altre spiegazioni resta fuori. Capire non significa etichettarsi Le parole psicologiche possono essere strumenti preziosi. Possono aiutare a riconoscere un disagio e, quando necessario, a chiedere aiuto. Ma una parola non dovrebbe esaurire la complessità di una persona. Dire «provo ansia» non è la stessa cosa che pensare «sono un ansioso». Avere difficoltà di concentrazione non significa che ogni aspetto della propria esperienza possa essere spiegato da una sola ipotesi. Capire sé stessi richiede anche la possibilità di rimanere aperti. Di cambiare idea. Di scoprire che due esperienze apparentemente simili possono avere origini diverse. Il ruolo degli adulti: riaprire le domande Di fronte a un adolescente che arriva con un’autodiagnosi, la reazione più semplice potrebbe essere quella di negarla immediatamente. «Hai letto troppo su Internet.» «Non credere a tutto quello che vedi.» Ma liquidare la sua ricerca rischia di far perdere una domanda molto più importante: Che cosa hai trovato in quella spiegazione che ti ha fatto sentire finalmente compreso? Dietro un’etichetta può esserci il bisogno di sentirsi riconosciuti, di smettere di sentirsi sbagliati o semplicemente di trovare un significato a ciò che si sta vivendo. Il compito degli adulti non è togliere ai ragazzi le parole con cui cercano di capirsi. È aiutarli a usarle come ipotesi e non come sentenze. Perché comprendere sé stessi è importante. Ma crescere significa anche scoprire che siamo sempre qualcosa di più della prima spiegazione che abbiamo trovato per definirci. Bibliografia Foster, A., & Ellis, N. (2024). TikTok-inspired self-diagnosis and its implications for educational psychology practice. Educational Psychology in Practice, 40(4), 491–508. https://doi.org/10.1080/02667363.2024.2409451 Corzine, A., & Roy, A. (2024). Inside the black mirror: Current perspectives on the role of social media in mental illness self-diagnosis. Discover Psychology, 4, 40. https://doi.org/10.1007/s44202-024-00152-3 Armstrong, S., Osuch, E., Wammes, M., Chevalier, O., Kieffer, S., Meddaoui, M., & Rice, L. (2025). Self-diagnosis in the age of social media: A pilot study of youth entering mental health treatment for mood and anxiety disorders. Acta Psychologica, 256, 105015. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.105015
Perché siamo sempre stanchi? La stanchezza mentale nell’era dell’iperconnessione

Viviamo in un’epoca in cui tutto è più veloce. Le informazioni arrivano senza sosta, le notifiche interrompono continuamente ciò che stiamo facendo e la sensazione di dover essere sempre reperibili è diventata la normalità. Eppure, molte persone raccontano la stessa esperienza: “Non faccio lavori pesanti, ma mi sento continuamente esausto.” Quella che spesso definiamo “stanchezza” non è soltanto fisica. Sempre più frequentemente si tratta di affaticamento mentale, una condizione che nasce quando il cervello rimane costantemente impegnato nell’elaborare informazioni, prendere decisioni e gestire stimoli continui. Il cervello non è progettato per il multitasking continuo Molti credono di essere multitasking, ma le neuroscienze raccontano una storia diversa. Il nostro cervello, infatti, non svolge realmente più attività cognitive complesse nello stesso momento. Piuttosto, passa rapidamente da un compito all’altro. Questo continuo cambio di attenzione, chiamato task switching, richiede energia e riduce l’efficienza. Pensiamo a una giornata tipo: Ogni interruzione lascia una parte della nostra attenzione “agganciata” al compito precedente. Alla fine della giornata abbiamo la sensazione di aver fatto tantissimo… ma senza sentirci realmente soddisfatti. Il fenomeno della “fatica decisionale” Ogni giorno prendiamo centinaia di decisioni. Alcune sono importanti, altre apparentemente banali: Ogni decisione utilizza una piccola quota delle nostre risorse cognitive. Quando queste risorse diminuiscono, iniziamo a sperimentare quella che gli psicologi chiamano fatica decisionale (decision fatigue). Le conseguenze possono essere: Non è un caso se molte persone, la sera, non riescono neppure a decidere quale film guardare. L’iperconnessione ci impedisce di recuperare Un tempo esistevano momenti di pausa “obbligati”: il viaggio in autobus, l’attesa dal medico, la fila al supermercato. Oggi ogni spazio vuoto viene immediatamente riempito dallo smartphone. Il problema non è utilizzare la tecnologia, ma non concedere mai al cervello il tempo necessario per recuperare. Le ricerche mostrano che anche brevi momenti di inattività favoriscono processi fondamentali come: Paradossalmente, annoiarsi ogni tanto fa bene. Quando la stanchezza mentale diventa cronica Se ignorata a lungo, la fatica mentale può trasformarsi in qualcosa di più serio. Tra i segnali più frequenti troviamo: Non significa necessariamente essere in burnout, ma rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare. Come proteggere la nostra energia mentale La buona notizia è che non servono cambiamenti radicali. Piccole abitudini possono fare una grande differenza. 1. Fare una cosa alla volta Concentrarsi su un unico compito permette di lavorare meglio e con meno dispendio di energia. 2. Creare momenti senza notifiche Anche solo 30-60 minuti di lavoro senza interruzioni aumentano significativamente la produttività. 3. Limitare le decisioni inutili Programmare i pasti, preparare i vestiti la sera prima o organizzare la settimana riduce il carico cognitivo quotidiano. 4. Recuperare il diritto alla noia Lasciare qualche minuto senza telefono, musica o social permette alla mente di “respirare”. 5. Curare il sonno Il sonno rimane il più potente strumento di recupero cognitivo. Dormire poco significa iniziare ogni giornata con una riserva energetica già ridotta. La vera produttività non consiste nel fare di più Spesso associamo il valore personale alla quantità di cose che riusciamo a fare. In realtà, la produttività sostenibile non nasce dal riempire ogni minuto della giornata, ma dal saper gestire la propria energia. Concedersi pause, rallentare quando necessario e proteggere la propria attenzione non sono segni di pigrizia. Sono strategie che permettono al cervello di funzionare meglio nel lungo periodo. In una società che ci spinge continuamente ad accelerare, forse il gesto più rivoluzionario è imparare a fermarsi qualche minuto. Non per perdere tempo, ma per ritrovare lucidità, equilibrio e benessere psicologico.
Quando l’Altro non può esistere. Femminicidio e adolescenza tra possesso, angoscia e fallimento della separazione

Il tema dei femminicidi in adolescenza interroga in modo radicale il nostro modo di pensare il legame, il desiderio e la violenza. Quando la violenza estrema irrompe così precocemente nella vita di un soggetto, non ci si trova di fronte a un gesto improvviso o incomprensibile, ma all’esito tragico di dinamiche che hanno trovato nella relazione affettiva il loro punto di collasso. L’adolescenza, tempo di costruzione dell’identità e di ridefinizione del rapporto con l’Altro, diventa in questi casi il luogo di un fallimento profondo della separazione. L’adolescenza è una fase in cui il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’irruzione del desiderio sessuale. Il legame amoroso assume spesso un valore assoluto: l’Altro viene investito come garanzia identitaria, come risposta al vuoto, come sostegno narcisistico. Quando questo investimento non tollera la differenza e l’autonomia dell’Altro, il legame rischia di trasformarsi in possesso. L’Altro non è più riconosciuto come soggetto separato, ma come oggetto necessario alla propria tenuta psichica. In molte storie di violenza di genere in adolescenza emerge una difficoltà profonda a sostenere la frustrazione, il limite, la perdita. La separazione viene vissuta come annientamento, il rifiuto come umiliazione intollerabile, l’autonomia dell’Altro come minaccia radicale. La violenza diventa allora una risposta estrema all’angoscia di dissoluzione: eliminare l’Altro per non essere lasciati, distruggere ciò che rende visibile la propria mancanza. Queste dinamiche rimandano a un rapporto patologico con la mancanza. L’Altro viene caricato di una funzione totalizzante, chiamato a colmare un vuoto che non può essere colmato. Quando questa funzione viene meno, l’angoscia non trova parole né rappresentazioni e si traduce in agito distruttivo. L’atto violento tenta di ristabilire un controllo assoluto là dove il soggetto sperimenta una perdita insopportabile. La dimensione narcisistica gioca un ruolo centrale. L’Altro è vissuto come estensione del Sé, come specchio indispensabile per mantenere un’immagine di sé coerente. La rottura del legame non rappresenta solo una perdita affettiva, ma una ferita narcisistica che mette a rischio l’identità stessa. In questo senso, il femminicidio non è un gesto “passionale”, ma un tentativo di cancellare l’esperienza della dipendenza e della mancanza. Anche il rapporto con il femminile è profondamente implicato. Il femminile, inteso come alterità, viene vissuto come enigmatico, non controllabile, perturbante. La soggettività dell’altro sesso mette in crisi l’illusione di dominio e di completamento. La violenza si configura allora come tentativo di ristabilire un controllo totale là dove il soggetto non riesce a tollerare l’opacità del desiderio dell’Altro. Questi esiti estremi non nascono nel vuoto. Si inscrivono in storie segnate da modelli relazionali disfunzionali, incapacità di simbolizzare le emozioni, fragilità nell’elaborazione della perdita, ma anche in un contesto culturale che fatica a offrire narrazioni alternative al possesso e alla fusione. Quando l’educazione affettiva è assente o ridotta a prescrizioni morali, il soggetto resta solo di fronte a emozioni che non sa pensare. La clinica mostra come la violenza non emerga improvvisamente, ma sia spesso preceduta da segnali riconoscibili: gelosia estrema, controllo, isolamento del partner, incapacità di accettare il rifiuto, vissuti persecutori. Questi segnali non vanno banalizzati come dinamiche relazionali “normali”, ma letti come indicatori di una fragilità profonda del legame e dell’organizzazione soggettiva. L’intervento non può limitarsi alla condanna dell’atto, pur necessaria, ma deve interrogare ciò che rende possibile una simile deriva. Offrire agli adolescenti spazi di parola in cui la frustrazione, la perdita e il desiderio possano essere pensati rappresenta una delle forme più radicali di prevenzione. È nel tempo dell’ascolto che il soggetto può imparare a separarsi senza distruggere, a perdere senza annientarsi. Pensare i femminicidi in adolescenza significa sottrarli sia alla logica dell’eccezionalità sia a quella della normalizzazione. La violenza estrema segnala un fallimento simbolico del legame, un punto in cui la relazione non ha trovato altri modi di esistere se non nella distruzione. Solo restituendo dignità alla complessità del legame, al lavoro della separazione e alla fatica del desiderio, è possibile aprire uno spazio in cui l’Altro possa esistere senza essere posseduto o annientato. È in questa direzione che il lavoro clinico, preventivo e culturale è chiamato a muoversi, soprattutto quando l’adolescenza mostra il suo volto più tragico.
Settembre: tempo di decluttering relazionale

Il mese di settembre rappresenta sicuramente il periodo per nuovi inizi e nuovi propositi. Una delle possibilità che si può offrire a sé stessi, per il proprio benessere psicologico, é il decluttering relazionale. L’esperienza di pulizia e di alleggerimento dalle cose e dai vestiti superflui, fatta in genere nei periodi di cambio di stagione, sta estendendosi con effetti positivi anche alle relazioni. Spesso ci si trascina dentro rapporti zavorranti e tossici, che giorno dopo giorno rappresentano un peso emotivo, che non lascia spazio né alla serenità e né alla crescita personale. Il mantenere nell’armadio abbigliamento in attesa di essere indossato fornisce stress emotivo proprio come quelle relazioni che, ferme come un treno su un binario morto, determinano stagnazione. L’idea di mettere ordine, di fare spazio lasciando andare via ciò che non aggiunge nulla al nostro benessere, ha notevoli benefici su più fronti. Al di là del maggior tempo da poter dedicare a sé stessi, dopo il decluttering, ciò che cambia profondamente é la qualità dei pensieri. Essi, infatti, si svuotano di risentimento e di lamentele, lasciando spazio a delle aspettative realistiche e funzionali. Sgombrare gli spazi fisici aiuta a creare un ambiente anche mentale più ricettivo e più predisposto ai cambiamenti. La consapevolezza è che non tutto ciò che abbiamo portato e conservato, debba necessariamente proseguire il viaggio con noi. Il passato, quindi, serve solo per capire ciò che é importante nel presente per portare nel futuro. Le delusioni, il rimuginare, le relazioni passate, devono trasformarsi in motivazioni per regalarsi emozioni positive. Un cambio stagione interiore che produce una fase di rinnovamento energizzante, fonte di benessere fisico e mentale.
È giusto parlare di organizzazioni che riposano?
Quando si parla di riposo sul lavoro, il pensiero corre immediatamente alle persone: alle ferie, alle pause, ai tempi necessari per recuperare energiepsicofisiche. Più raramente ci si chiede se anche un’organizzazione abbia bisogno di riposare. Eppure un’organizzazione non è una macchina composta da ingranaggi uguali. È un sistema vivente fatto di persone, relazioni, comunicazioni, regole, abitudini e significati condivisi. Come ogni sistema complesso, anche l’organizzazione può accumulare stanchezza, tensioni e forme di disordine che, nel tempo, ne compromettono il funzionamento. Far riposare un’organizzazione non significa smettere di lavorare o ridurre l’impegno. Significa, invece, trovare il coraggio di rallentare per osservare ciò che sta accadendo. Significa sospendere, almeno per un momento, quegli automatismi che portano a fare le cose semplicemente perché si sono sempre fatte in quel modo. Molte organizzazioni vivono immerse in un “continuo fare”. Si moltiplicano le riunioni, le richieste urgenti, le comunicazioni e gli adempimenti. Si interviene continuamente per risolvere i problemi, ma raramente ci si ferma a chiedersi se proprio quel modo di procedere non stia contribuendo a generarli. Il riposo organizzativo nasce da questa seria consapevolezza. Non coincide con l’inattività, ma con una pausa riflessiva che permette di osservare i processi senza forzarli. In fondo, anche in natura la crescita ha bisogno dei suoi tempi. Il contadino,ad esempio, non può costringere una pianta a crescere più velocemente; può soltanto creare le condizioni favorevoli affinché il terreno, l’acqua e il sole svolgano il loro lavoro. Allo stesso modo, un’organizzazione non può essere spinta oltre i propri limiti senza rischiare di perdere l’ equilibrio. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Quando manca la capacità di fermarsi e osservare, le comunicazioni diventano poco chiare, le richieste si sovrappongono, i ruoli si confondono e le priorità cambiano continuamente. In queste condizioni, le persone faticano a orientarsi e a comprendere il significato di ciò che fanno. Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo produce conseguenze importanti. Genera stress, affaticamento emotivo, perdita di motivazione e un diffuso senso di incertezza. Talvolta il disimpegno, le assenze frequenti o la scarsa partecipazione non rappresentano un problema individuale, ma il segnale di un’organizzazione che ha perso la direzione di senso. Quando un’organizzazione entra in affanno, infatti, la responsabilità raramente appartiene a una singola persona. Più spesso le difficoltà derivano dal sistema stesso: procedure poco efficaci, comunicazioni frammentate, relazioni indebolite, obiettivi poco chiari o valori non sufficientemente condivisi. Per questo motivo è importante guardare all’organizzazione nel suo insieme. Procedure, ruoli, relazioni e valori rappresentano le fondamenta dell’equilibrio organizzativo. Se una di queste componenti si indebolisce, l’intero sistema ne risente. La lezione dell’agricoltura nelle organizzazioni. Ovidio scriveva che un campo riposato offre un raccolto più abbondante. Il riposo della terra non è un tempo vuoto. È un tempo di preparazione, di rigenerazione e di riequilibrio. Anche nelle organizzazioni accade qualcosa di simile. Un sistema sottoposto continuamente a pressioni, richieste urgenti rischia di esaurire le proprie risorse. Al contrario, concedersi momenti di rallentamento e di riordino permette di recuperare energia, chiarezza e capacità progettuale. In questa prospettiva, il riposo organizzativo non è un lusso né una perdita di tempo. È una forma di prevenzione. Significa fermarsi prima che il disordine diventi cronico e prima che le difficoltà si trasformino in disagio per le persone. Un’organizzazione che sa riposare è un’organizzazione che sa prendersi cura di sé. E proprio per questo è più capace di affrontare il futuro con equilibrio, consapevolezza ed efficacia.
Dipendenze: il circolo vizioso del senso di colpa

Nel precedente articolo abbiamo parlato del craving, quel desiderio intenso che può comparire anche quando una persona ha deciso di smettere. Un desiderio che può essere riconosciuto, raccontato e attraversato, sapendo che prima o poi passerà. Ma cosa succede quando matura una maggiore consapevolezza del malessere legato all’uso del comportamento o sostanza? A volte la persona sa che la sostanza le sta facendo male. Sa che la sua vita è cambiata, che alcune relazioni si sono deteriorate, che sta perdendo tempo, occasioni, fiducia. Eppure continua a tornare lì. Non perché non sappia cosa sta succedendo. Ma perché, a un certo punto, quella stessa sostanza può diventare un modo per non sentire ciò che sta succedendo. Il peso della colpa Può accadere qualcosa di paradossale: si torna a usare proprio per stare meno male. Ansia, tristezza, solitudine, rabbia, senso di colpa. Emozioni che la dipendenza stessa può aver contribuito ad alimentare diventano, a loro volta, motivi per ricercare la sostanza o il comportamento. E così il cerchio si chiude. Si sta male, si usa per stare meglio, si sta peggio, e proprio quel malessere diventa un nuovo motivo per usare. Dopo l’uso possono arrivare i pensieri. “Ancora una volta.”“Non cambierò mai.”“Ho deluso tutti.” Il senso di colpa può trasformarsi in vergogna, e la vergogna in una forma di autocritica sempre più dura. Ma c’è un problema: se quella sofferenza diventa insostenibile, la persona può cercare nuovamente ciò che, almeno per un momento, riesce a metterla a tacere. La sostanza diventa così non più una fonte di piacere, ma un modo per interrompere il dolore prodotto dalla dipendenza stessa. Il sollievo diventa un’urgenza improrogabile È forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno. “Se sai che ti fa male, perché lo fai ancora?” Perché sapere non significa necessariamente riuscire a tollerare ciò che si prova. Il sollievo immediato può avere un peso enorme quando il malessere è già presente. E più volte una persona ricorre a quella strategia, più facilmente può ritrovarsi nello stesso circuito. Questo meccanismo non riguarda soltanto le sostanze. In forme diverse può comparire anche in altri comportamenti problematici: mangiare per sedare un’emozione, rifugiarsi continuamente nei social per non sentire la solitudine, tornare in una relazione che fa soffrire per non affrontare la paura di stare soli. Non sono esperienze equivalenti e non tutte costituiscono una dipendenza patologica. Ma il meccanismo può avere qualcosa in comune: utilizzare qualcosa per modificare rapidamente uno stato interno difficile da sostenere. Spezzare il circolo! Nel cortometraggio Nuggets, il deterioramento del protagonista diventa progressivamente più evidente. Ciò che all’inizio sembrava portare leggerezza finisce per lasciare spazio alla sola sofferenza. Come si può interrompere un circolo in cui ciò che usiamo per stare meglio è diventato parte di ciò che ci fa stare male? Una parte della risposta sta proprio nel dare al senso di colpa i giusti confini. La colpa può infatti avere due componenti molto diverse: da una parte la critica incessante, che rischia di diventare autolesionista; dall’altra il senso di responsabilità, che può invece favorire il cambiamento. Si può riconoscere la propria responsabilità senza trasformarla in un giudizio su di sé e senza autosabotare il percorso di guarigione dalla dipendenza. Ma esiste anche un altro aspetto, che affronteremo nel prossimo articolo: la possibilità di valorizzare la ricaduta. Ricadere nel comportamento non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Può essere invece un episodio dal quale ricavare nuove informazioni e strumenti per affrontare in modo ancora più efficace le difficoltà del percorso di cura.