Dipendenze: il circolo vizioso del senso di colpa

Nel precedente articolo abbiamo parlato del craving, quel desiderio intenso che può comparire anche quando una persona ha deciso di smettere. Un desiderio che può essere riconosciuto, raccontato e attraversato, sapendo che prima o poi passerà.

Ma cosa succede quando matura una maggiore consapevolezza del malessere legato all’uso del comportamento o sostanza?

A volte la persona sa che la sostanza le sta facendo male. Sa che la sua vita è cambiata, che alcune relazioni si sono deteriorate, che sta perdendo tempo, occasioni, fiducia. Eppure continua a tornare lì. Non perché non sappia cosa sta succedendo.

Ma perché, a un certo punto, quella stessa sostanza può diventare un modo per non sentire ciò che sta succedendo.

Il peso della colpa

Può accadere qualcosa di paradossale: si torna a usare proprio per stare meno male.

Ansia, tristezza, solitudine, rabbia, senso di colpa. Emozioni che la dipendenza stessa può aver contribuito ad alimentare diventano, a loro volta, motivi per ricercare la sostanza o il comportamento. E così il cerchio si chiude.

Si sta male, si usa per stare meglio, si sta peggio, e proprio quel malessere diventa un nuovo motivo per usare.

Dopo l’uso possono arrivare i pensieri.

“Ancora una volta.”
“Non cambierò mai.”
“Ho deluso tutti.”

Il senso di colpa può trasformarsi in vergogna, e la vergogna in una forma di autocritica sempre più dura.

Ma c’è un problema: se quella sofferenza diventa insostenibile, la persona può cercare nuovamente ciò che, almeno per un momento, riesce a metterla a tacere.

La sostanza diventa così non più una fonte di piacere, ma un modo per interrompere il dolore prodotto dalla dipendenza stessa.

Il sollievo diventa un’urgenza improrogabile

È forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno.

“Se sai che ti fa male, perché lo fai ancora?”

Perché sapere non significa necessariamente riuscire a tollerare ciò che si prova.

Il sollievo immediato può avere un peso enorme quando il malessere è già presente. E più volte una persona ricorre a quella strategia, più facilmente può ritrovarsi nello stesso circuito.

Questo meccanismo non riguarda soltanto le sostanze.

In forme diverse può comparire anche in altri comportamenti problematici: mangiare per sedare un’emozione, rifugiarsi continuamente nei social per non sentire la solitudine, tornare in una relazione che fa soffrire per non affrontare la paura di stare soli.

Non sono esperienze equivalenti e non tutte costituiscono una dipendenza patologica.

Ma il meccanismo può avere qualcosa in comune: utilizzare qualcosa per modificare rapidamente uno stato interno difficile da sostenere.

Spezzare il circolo!

Nel cortometraggio Nuggets, il deterioramento del protagonista diventa progressivamente più evidente. Ciò che all’inizio sembrava portare leggerezza finisce per lasciare spazio alla sola sofferenza.

Come si può interrompere un circolo in cui ciò che usiamo per stare meglio è diventato parte di ciò che ci fa stare male? Una parte della risposta sta proprio nel dare al senso di colpa i giusti confini.

La colpa può infatti avere due componenti molto diverse: da una parte la critica incessante, che rischia di diventare autolesionista; dall’altra il senso di responsabilità, che può invece favorire il cambiamento. Si può riconoscere la propria responsabilità senza trasformarla in un giudizio su di sé e senza autosabotare il percorso di guarigione dalla dipendenza.

Ma esiste anche un altro aspetto, che affronteremo nel prossimo articolo: la possibilità di valorizzare la ricaduta. Ricadere nel comportamento non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Può essere invece un episodio dal quale ricavare nuove informazioni e strumenti per affrontare in modo ancora più efficace le difficoltà del percorso di cura.