Il Rientro a Scuola: Un Viaggio Psicologico tra Ansie e Opportunità

Il rientro a scuola rappresenta un momento cruciale nel ciclo di vita di bambini, adolescenti e genitori. Ogni settembre, milioni di studenti tornano tra i banchi, affrontando una miscela di emozioni che spaziano dall’entusiasmo all’ansia. Come psicologo, è fondamentale comprendere i vari aspetti psicologici di questo periodo per supportare al meglio studenti e famiglie. La Psicologia del Rientro a Scuola 1. Ansia e Stress Il ritorno a scuola può scatenare ansia in molti studenti. Questo può essere dovuto a vari fattori, tra cui: Cambiamenti di routine: La transizione dall’estate alla scuola comporta un cambiamento radicale nella routine quotidiana, che può generare stress. Aspettative accademiche: La pressione di ottenere buoni voti e di soddisfare le aspettative degli insegnanti e dei genitori può essere opprimente. Relazioni sociali: La paura di non essere accettati dai compagni di classe o di affrontare situazioni di bullismo può aumentare l’ansia. 2. Opportunità di Crescita Nonostante le sfide, il rientro a scuola offre numerose opportunità di crescita personale e sviluppo: Sviluppo delle competenze sociali: La scuola è un ambiente privilegiato per sviluppare abilità sociali fondamentali, come la comunicazione e la cooperazione. Autonomia e responsabilità: Tornare a scuola incoraggia i ragazzi a diventare più autonomi e a prendersi responsabilità per il proprio apprendimento e comportamento. Stabilità e struttura: La routine scolastica fornisce una struttura stabile che può essere rassicurante e benefica per la salute mentale. Strategie per Gestire il Rientro a Scuola 1. Preparazione Graduale Prepararsi gradualmente al rientro può ridurre significativamente l’ansia. Ecco alcune strategie utili: Ripristinare la routine: Gradualmente tornare a orari di sonno e alimentazione regolari prima dell’inizio della scuola. Discussioni aperte: Parlare apertamente con i bambini delle loro paure e preoccupazioni, rassicurandoli e offrendo supporto. 2. Creare un Ambiente Positivo Sostenere e incoraggiare: Lodare gli sforzi dei bambini, piuttosto che concentrarsi solo sui risultati, aiuta a costruire autostima e resilienza. Coinvolgimento attivo: Partecipare attivamente alla vita scolastica del bambino, ad esempio attraverso riunioni con insegnanti o attività extracurriculari, può fornire un sostegno aggiuntivo. 3. Gestione dello Stress Tecniche di rilassamento: Insegnare ai bambini tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda e la meditazione, può aiutarli a gestire lo stress. Equilibrio tra studio e svago: Assicurarsi che ci sia un equilibrio tra tempo dedicato allo studio e tempo libero per attività ricreative. Conclusioni Il rientro a scuola è un periodo di transizione che può essere fonte di ansia, ma anche di crescita e sviluppo. Con il giusto supporto e preparazione, gli studenti possono affrontare questo momento con maggiore serenità e fiducia. Come psicologi, è nostro compito offrire strumenti e strategie per aiutare gli studenti a navigare queste sfide, trasformandole in opportunità di crescita. Bibliografia Cohen, S., & Wills, T. A. (1985). Stress, social support, and the buffering hypothesis. Psychological Bulletin, 98(2), 310–357. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer Publishing Company. Greene, R. W. (2008). Lost at School: Why Our Kids with Behavioral Challenges Are Falling Through the Cracks and How We Can Help Them. Scribner. Perry, B. D., & Szalavitz, M. (2006). The Boy Who Was Raised as a Dog: And Other Stories from a Child Psychiatrist’s Notebook–What Traumatized Children Can Teach Us About Loss, Love, and Healing. Basic Books. Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2011). The Whole-Brain Child: 12 Revolutionary Strategies to Nurture Your Child’s Developing Mind. Delacorte Press.
RIENTRO DALLE VACANZE: SFIDE E OPPORTUNITA’

Il rientro al lavoro dopo le vacanze è un’esperienza che molti affrontano con un misto di emozioni contrastanti. Da un lato, c’è la malinconia per la fine del periodo di riposo; dall’altro, ci sono opportunità di crescita e sviluppo personale che possono rendere questa transizione un momento positivo e stimolante. Esploriamole insieme! Esiste una sindrome del rientro, spesso chiamata “post-vacatio blues”. Essa si manifesta con una sensazione di tristezza e malessere che può durare diversi giorni. Tra i sintomi comuni ci sono la mancanza di motivazione, irritabilità e difficoltà a concentrarsi. Tornare alla routine lavorativa può generare stress e ansia, specialmente se si affrontano scadenza imminenti o carichi di lavoro accumulati. Questo stress può essere amplificato dalla pressione di dover dimostrare produttività immediata. Infine, durante le vacanze molte persone alterano i loro orari di sonno e veglia rendendo difficile il ritorno a ritmi regolari. Questo disallineamento può causare affaticamento e influenzare negativamente l’umore e la capacità di concentrazione. Esistono anche una serie di opportunità che bisogna saper sfruttare al meglio. Le vacanze offrono un periodo di riposto e rigenerazione, permettendo di rientrare al lavoro con una mente fresca. Inoltre, durante questi periodi di stop molte persone trovano il tempo per riflettere sui propri obiettivi e priorità. Dunque, quali sono le strategie per un rientro sereno? Pianificazione graduale: iniziare con compiti meno impegnativi può aiutare a riacquistare il ritmo senza sentirsi sopraffatti Gestione del tempo: organizzare il proprio tempo in modo efficace, suddividendo le attività in piccoli blocchi e stabilendo priorità, può ridurre lo stress e aumentare la produttività. Self-care e benessere: mantenere alcune abitudini salutari appresi durante le vacanze come fare attività fisica o dedicare tempo agli hobby può contribuire a mantener un equilibrio tra vita lavorativa e personale Comunicazione: parlare delle proprie sensazioni con i colleghi può creare un ambiente di lavoro più supporto e comprensivo In conclusione, il rientro al lavoro dopo le vacanze rappresenta un momento di transizione che, sebbene possa presentare difficoltà, offre anche numerose opportunità per il miglioramento personale e professionale.
Settembre e i Buoni Propositi

Una delle consuetudini di inizio anno più diffuse è quella di stilare una lista di buoni propositi. Spesso hanno a che fare con abitudini che vogliamo cambiare, obiettivi che desideriamo raggiungere e nuovi progetti che vogliamo realizzare. Altrettanto spesso, però, con il passare delle settimane, l’impegno a mantenere fede ai buoni propositi comincia ad affievolirsi, mettiamo da parte la lista e pian piano abbandoniamo ogni buon proposito fatto a inizio anno. Ma perché questo accade? Il buon proposito è un’ambizione rispetto a se stessi: più che una decisione, si tratta di un progetto per il futuro, legato al concetto di ideale dell’io che riflette le aspirazioni e le aspettative che abbiamo su noi stessi. Il buon proposito è differente però da un obiettivo, perché è qualcosa che ha a che fare con l’esame di realtà: un’analisi delle nostre capacità oggettive e delle nostre potenzialità che ci fa creare un piano concreto e oggettivo per realizzare quello che abbiamo pensato per noi stessi, nella concretezza. Senza dubbio, fare tanti buoni propositi ci dà una spinta molto positiva e accende il motore della motivazione. Del resto, sono i sogni e le aspirazioni a mantenerci vivi! Va bene anche avere delle aspirazioni ambiziose, un po’ sopra le righe o che ci mettono alla prova e ci possono far realizzare qualcosa di inaspettato. Proprio perché si tratta di spinte, però, bisognerebbe viverle come tali, dando loro il giusto peso. Quando non riusciamo a fare ciò che ci siamo proposti, rischiamo infatti di provare ansia e avere paura di non essere abbastanza (atelofobia). È qui che può nascere il problema! Anche se siamo spinti da una forte motivazione, capita di non riuscire a realizzare un buon proposito. Questo accade perché possiamo avere ambizioni che non rispecchiano chi siamo veramente. Se non conosciamo bene noi stessi, facciamo buoni propositi partendo da aspirazioni che non ci appartengono e che sono piuttosto della società o del nucleo familiare. Capita così di fallire la realizzazione di un buon proposito proprio perché, nel profondo, non ci appartiene. Questo ci fa sentire inadeguati e non all’altezza, facendoci pensare di voler raggiungere degli standard che, però, non rispecchiano i nostri reali obiettivi. Ognuno di noi raggiunge gli obiettivi che si è posto nel momento in cui può farlo. Se non ce la facciamo, forse c’è un problema che non conosciamo: ignorarlo senza andare alla radice ci porterà sempre al fallimento. In quest’ottica, una terapia psicologica può esserci di grande aiuto perché ci condurrà a scoprire cosa vogliamo davvero e le ragioni profonde per cui non riusciamo ad ottenerlo.
Separazione dei genitori e disagio scolastico

a separazione dei genitori può avere un impatto profondo sul benessere emotivo e sull’autoefficacia dei bambini, manifestandosi attraverso difficoltà scolastiche, un calo del rendimento e variazioni nel comportamento. È quindi essenziale un intervento strategico e il supporto di un team multidisciplinare per affrontare le sfide che possono emergere in questo contesto delicato.
Sindrome da ripresa: tra ansia e nuove sfide

Settembre per molti è sinonimo di nuovi inizi o di ritorno alla routine, spesso però affrontati con non poca ansia. La fine delle vacanze, le nuove sfide, il non sapere a cosa si va incontro o la ripresa della quotidianità possono generare emozioni tra loro contrastanti. Spesso si parte con i migliori propositi per una ripresa piena di rinnovato entusiasmo, per poi dovere fare i conti con l’ansia e lo stress da rientro, che blocca od ostacola questa nuova prospettiva positiva. Perché si prova così tanta difficoltà nel riprendere i ritmi o iniziare nuove sfide dopo un momento di pausa e relax? Il rientro dalle ferie o da una lunga pausa può provocare quella che viene comunemente definita “sindrome da rientro“. Questa non è una vera e propria patologia, bensì una condizione transitoria e momentanea legata al momento specifico del rientro dalle vacanze. Quali sono le principali cause e i sintomi della sindrome da rientro? Una delle cause principali dell’ansia da rientro è la rottura della routine. In seguito ai tempi rilassati delle vacanze, riprendere i ritmi frenetici della vita quotidiana può essere vissuto come una limitazione della libertà, generando un senso di frustrazione e di ansia. Il rientro dalle vacanze può significare il ritorno a doveri e responsabilità che erano stati messi da parte, per cui doverli riprendere può causare ansia e stress. Altre cause dell’ansia da rientro posso essere riscontrate in un possibile sovraccarico di lavoro, paura del giudizio e quindi di non essere all’altezza delle proprie e altrui aspettative, non performare come ci si aspetterebbe, paura dell’ignoto, difficoltà ad affrontare le difficoltà che si dovranno affrontare durante l’anno, timore di sbagliare, paura di perdere il controllo e non riuscire a gestire tutto nel modo adeguato. Come accennato, i principali sintomi della sindrome da rientro sono legati principalmente all’ansia, allo stress, a fluttuazioni del tono dell’umore e a sintomi depressivi. Sintomi fisici e psicologici correlati all’ansia da rientro dalle vacanze possono essere tristezza, stanchezza e irritabilità, instabilità o fluttuazione dell’umore. Inoltre, si possono esperire ansia da prestazione, difficoltà a riprendere i ritmi, senso di colpa per non aver fatto molto durante il periodo di pausa, sensazione di vuoto relativa alla difficoltà di riconnettersi con i propri obiettivi lavorativi e di vita. Come affrontare la sindrome da rientro? Primo fra tutti, è necessario riconoscere queste emozioni e sensazioni, vederle ed accoglierle. Provare ansia e stress per l’imminente ripresa è normale. Non essere in una continua lotta con le nostre emozioni ma anzi riconoscerle è il primo passo per non incolparsi e affrontare la ripresa con meno tensione e preoccupazioni. Parlando più praticamente, si può gestire lo stress da rientro mettendo in atto delle tecniche di rilassamento, come lo yoga e la meditazione, oppure dedicarsi ad attività piacevoli per ridurre la tensione. Continuare a prendersi del tempo per sé e per la cura della propria persona è fondamentale durante tutto l’anno e particolarmente in momenti di transizione come il rientro dalle vacanze, trovare il tempo per fare ciò che ci piace ci permette di ricaricarci e affrontare le giornate con una rinnovata energia. Si può, inoltre, iniziare gradualmente ad organizzare e pianificare attività e priorità, sempre poco per volta. Aiutare se stessi a riprendere sempre gradualmente i ritmi quotidiani, attraverso l’attività fisica e ricalibrando i tempi veglia-sonno. Questo porterebbe a riabituarci gradualmente al cambiamento, permettendo di rientrare nella routine in modo più rilassato. In ambito lavorativo, sarebbe utile non sovraccaricarsi da subito di compiti e attività da svolgere; allo stesso tempo, ritagliarsi all’inizio dei momenti di pausa un po’ più lunghi consentirebbe a mente e corpo di riabituarsi ai ritmi precedenti. Ascoltarsi per riprendere L’ansia può così trasformarsi in energia positiva. Il rientro e i nuovi inizi spesso possono essere opportunità di cambiamento e un’occasione per crescere ed imparare. In questo senso, acquisire un atteggiamento proattivo aiuterà ad affrontare le difficoltà e le sfide che il rientro porta con sé. Prendersi cura di sé, riconoscere le emozioni che si provano, ascoltarle ed accoglierle è un passo fondamentale per affrontare il rientro con più consapevolezza e meno angoscia. L’ansia da rientro è un’esperienza comune che può influenzare il nostro benessere psicologico. Comprendere le cause profonde di questo disagio è il primo passo per affrontarlo. Mettere in pratica tecniche di rilassamento, organizzare il lavoro in modo efficace e prendersi cura di sé sono alcuni strumenti preziosi per ridurre l’ansia e migliorare la qualità della nostra vita. Il benessere psicologico è un obiettivo raggiungibile, a portata di tutti. Buona ripresa!
Buone vacanze da Psicologinews.it

Le pubblicazioni riprenderanno a Settembre. Buone Vacanze!
LA TRAPPOLA DEL DOC

di Antonia Bellucci I l disturbo ossessivo compulsivo di personalità è il terzo disturbo di personalità più comune (Zimmerman, Rothschild, Chemlinski, 2005; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000). I l d i s t u r b o o s s e s s i v o – compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni: le o s s e s s i o n i s o n o i d e e , immagini o impulsi di tipo r i c o r r e n t e , p e r s i s t e n t e , involontario, intrusivo e ansiogeno. Le compulsioni (definite anche rituali) sono particolari azioni o atti mentali che i soggetti si sentono spinti a compiere ripetutamente per cercare di ridurre o prevenire l ’ a n s i a c a u s a t a d a l l e ossessioni.Tal e disturbo (DOCP) è caratterizzato, secondo il DSM-5, dalla presenza di specifici tratti di personalità: p r e o c c u p a z i o n e p e r i d e t t a g l i , perfezionismo, eccessiva devozione per lavoro e produttività, estrema coscienziosità, difficoltà a delegare compiti, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, testardaggine e rigidità.Tut to ciò compor ta una difficoltà nel funzionamento psicosociale ed una ridotta qualità della vita. I l funzionamento d e l l a personalità, a causa del disturbo, most ra evident i difficoltà nelle seguenti aree: identità, intimità, empatia, capacità di autodirezione, un rigido perfezionismo; possono essere presenti anche due o p i ù d e i s e g u e n t i t r a t t i psicopatologici di personalità: perseveranza, affettività r i s t r e t t a , e v i t a m e n t o dell’intimità. Ma cosa conduce a tutto ciò? Innanzitutto la qualità dell’attaccamento, come emerge dalle storie di vita di questi soggetti, è compromessa: spesso non si è formato un attaccamento sicuro e i pazienti hanno ricevuto poche cure ed un eccesso di protezione durante l’infanzia con un successivo fallimento nello sviluppo emotivo ed empatico (Nordhal, Stiles, 1997; Perry, Bond, Roy, 2007).È al t resì impor tante (Di Maggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) tenere in c o n s i d e r a z i o n e a n c h e circostanze relativamente r e c e n t i c h e p o s s a n o comunque aver contribuito alla cristallizzazione d i uno s c h e m a p a t o g e n o , consolidatasi nel tempo attraverso le esperienze ed u n a r a p p r e s e n t a z i o n e soggettiva del destino a cui andranno incontro i personali desideri nel corso delle relazioni con gli altri. E quindi, come risponde il paziente a questo suo mondo interiore? Tutto ciò mette l’individuo in condizione di r a g g i u n g e r e obbligatoriamente obiettivi, faticando a dedicarsi a m o m e n t i d i p i a c e r e e rilassamento; tali individui hanno bisogno di controllare gli altri e, se gli altri sfuggono al controllo, diventano ostili e possono avere esplosioni occasionali di rabbia sia a casa che al lavoro.Un soggetto con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può avere il desiderio di autonomia ed esplorazione ma immagina c h e s e m o s t r a spontaneamente l e sue emozioni e propensioni, l’altro si mostrerà critico, aggressivo, punitivo ed impositivo; in risposta, il soggetto prova p a u r a e s o g g e z i o n e e controlla emozioni (inibizione emotiva) e comportamento, rinuncia all’esplorazione bloccando i piani spontanei autogenerati e si conforma alle a s p e t t a t i v e d e l l ’ a l t r o , sperimentando un senso di costrizione unitamente ad un senso di inefficacia personale, al quale segue un’ipertrofia della rilevanza delle regole (tratto ossessivo); può anche immaginare di mostrare le sue emozioni e propensioni, ma prevede che l’altro rimarrà deluso e soffrirà; in risposta, la persona prova colpa e perde convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati. Si crea così un circuito di mantenimento dei problemi interpersonali. Ques t e s t rategi e che i l soggetto sviluppa nel tempo per adattarsi all’aspettativa su come l’altro tratterà i suoi desideri elicitano, a loro volta, nell’altro delle risposte emotive e c omp o r t ame n t a l i c h e spesso, inconsapevolmente, confermano le credenze negative iniziali della persona, generando, in tal modo, u n c i c l o interpersonale patogeno che contribuisce a mantenere il d i s t u r b o . S i p e n s i , ad esempio, a l l a tendenza c o m u n e n e l d i s t u r b o ossessivo-compulsivo di personalità a sovraccaricarsi di impegni, di compiti, con grande difficoltà a delegare o a chiedere aiuto. A quel punto, non vedendosi aiutato (non avendolo chiesto) il paziente percepisce l ’ a l t r o come disattento, senza la volontà di fornirgli aiuto. L’altro da parte sua, non ascoltando le richieste d’aiuto, e a n z i f r o n t e g g i a n d o l’autosufficienza obbligata del paziente con personalità ossessivo-compulsiva, preferisce tenersi a distanza sentendo il proprio aiuto inutile e i propri interventi come inadeguati e criticabili. Il paziente però in alcuni momenti, sovraccarico dal lavoro e irritabile per la fatica, scoppia rabbiosamente alla vista dell’altro che non lo supporta e protesta per il supporto che, immoralmente, gli è stato negato. L’altro a q u e s t o p
Un’intricata danza di pensieri. Quando l’overthinking ci intrappola in una nebbia di incertezza

di Nicoletta Del Monaco Quando la mente si immerge troppo profondamente nei d e t t a g l i , nelle p o s s i b i l i conseguenze e nei “e se”, analizzando ogni aspetto di una situazione o decisione, può diventare un ostacolo, generando, in questo modo, un sovraccarico cognitivo, compromettendo la chiarezza e la capacità di prendere decisioni ponderate. In questa intricata danza di pensieri, ci si trova spesso intrappolati in una nebbia di incertezza, conducendo l’individuo che se ne trova immerso, a una sorta di paralisi mentale.L’Overthinking, conosciuto come pensiero eccessivo, è un intricato labirinto mentale che spesso ci trascina in un vortice di riflessioni incessanti, preoccupazioni eccessive sul futuro o rimuginazioni sul passato. Questo fenomeno, se lasciato senza guida, può diventare un territorio complesso e difficile da esplorare, le cui origini sono spesso correlate a fattori come l’ansia, l’autostima e la paura del giudizio sociale. Daniel Kahneman, nel libro “Thinking, Fast and Slow” esplora come la mente elabori le informazioni, spiegando in che modo l’overthinking possa i n fl u e n z a r e l a p r e s a decisionale quotidiana ed offrendo una profonda analisi d e l l a m e n t e u m a n a , suddividendo, quest’ultima in due sistemi distinti: il Sistema 1 (pensiero intuitivo, rapido ed automatico) e il Sistema 2 (il pensiero analitico, più lento e deliberato). Kahneman esplora come questi sistemi interagiscano d u r a n t e i l p r o c e s s o decisionale quotidiano. In situazioni normali, il Sistema 1 si attiva automaticamente per risparmiare tempo ed energia, ma può portare a giudizi veloci e talvolta impulsivi. D’altro canto, il Sistema 2 richiede uno sforzo cosciente e può essere coinvolto quando si t r a t t a d i d e c i s i o n i p i ù complesse o problematiche.L’overthinking, secondo Kahneman, emerge quando il Sistema 2 è iperattivo ed in una fase in cui si assiste e ad un’analisi eccessiva delle o p z i o n i e n e l l a preoccupazione di possibili esiti. Questo processo può portare a decisioni meno accurate, poiché l’eccessiva analisi può distorcere la percezione della realtà. A tal proposito, infatti, l’autore, sottolinea che comprendere come funzionano questi due sistemi può essere cruciale per migliorare la qualità delle decisioni, consigliando di essere consapevoli delle proprie tendenze cognitive e di bilanciare attentamente l’uso dei due sistemi in base al contesto con il quale entriamo in contatto.Un’analisi più approfondita sull’argomento si trova anche in “The Paradox of Choice” di Barry Schwartz, che affronta il concetto intrigante secondo il q u a l e , u n ‘ e c c e s s i v a disponibilità di opzioni, può g e n e r a r e s t r e s s e insoddisfazione anziché aumentare la felicità e la soddisfazione personale.Schwar t z esplora come viviamo in un’era in cui siamo sommersi da una molteplicità di scelte, che spaziano dalla selezione di prodotti nei supermercati alla scelta di carriere o partner di vita. Contrariamente a l l ‘ i d e a comune che più opzioni portino a una maggiore felicità, l’autore argomenta che la nostra capacità di fare s c e l t e p u ò e s s e r e compromessa quando ci troviamo di fronte a un eccesso di opzioni. Di fatti, quando ci sono troppe opzioni, le persone possono sentirsi sopraffatte dalla necessità di esaminare ogni possibilità, valutare i pro e i contro, e ant icipare ogni possibi le risultato ed è proprio in questo momento che emergono, secondo l’autore, i concetti chiave della “paralisi da analisi” e del “rimpianto del compratore”.Se il primo concetto mette in luce l’idea che, in determinate circostanze, una quantità eccessiva di opzioni può impedire alle persone di agire in modo efficiente e di godere appieno delle loro decisioni, suggerendo a tal proposito che semplificando le scelte o riducendo il numero di opzioni disponibili, può aiutare a superare questa paralisi e portare a una maggiore stato di soddisfazione, il secondo, invece, si riferisce al senso di insoddisfazione o dubbio che può insorgere dopo aver effettuato una scelta tra diverse opzioni. Infatti, quando si è esposti a molte possibilità, c’è una maggiore probabilità che si inizino a considerare g l i scenari alternativi dopo aver effettuato una scelta, generando dubbi sulla decisione presa e portando a un senso di insicurezza.Sulla scia di quanto appena riscontrato, attraverso i libri degli autori sopraindicati, nella vita quotidiana, le persone che soffrono di overthinking, possono sperimentare una serie di effetti psicologici che influenzano il loro benessere emotivo e la qualità della vita g e n e r a n d o u n a compromissione e della salute me n t a l e e d e l l a p r e s a decisionale e dello stile comportamentale e della personale esperienza emotiva, la cui gravità dipenderà dalla durata e dall’intensità di tale fenomeno. Gli effetti più comuni includono:· ansia e preoccupazione costante nel momento in cui, le persone possono preoccuparsi in modo eccessivo su situazioni passate, presenti o future, creando una tensione emotiva costante;· difficoltà nel prendere decisioni anche di routine, temendo di fare la scelta sbagliata;· insonnia e disturbi del sonno;· autocritica e perfezionismo;· bassa autostima;· distorsione del pensiero in q u a n t o l e p e r s o n e potrebbero concentrarsi sui peggiori scenari possibili o interpretare i n modo negativo le situazioni, anche quando non vi è motivo di preoccupazione;· esaurimento mentale che potrebbe comportare un’eccessiva sensazione di stanchezza, incapacità di c o n c e n t r a r s i e u n a diminuzione delle energie mentali;· difficoltà nelle relazioni interpersonali poiché le persone, nell’essere troppo auto-assorbite, potrebbero non essere completamente presenti nelle interazioni sociali;· depressione in quanto la continua negatività e l’analisi
VIOLENZA CONTRO GLI OPERATORI SANITARI: RIFLESSIONI SUL FENOMENO

di Cinzia Saponara PREMESSANell’ambito dei programmi di prevenzione, gli operatori sanitari devono poter ricevere una formazione sui rischi specifici connessi con l’attività svolta, inclusi i metodi di riconoscimento di segnali di pericolo o di situazioni che possono condurre ad aggressione e di metodologie per gestire i pazienti potenzialmente aggressivi e violenti. Ci sono alcuni interventi che si sono rivelati più efficaci, presentati da numerose Linee guida, che vengono insegnati durante i training di formazione: “Le tecniche di De-escalation”, sono fondate sul riconoscimento che alla base degli atti di aggressività vi è un’attivazione psicofisiologica (arousal) che comporta cambiamenti somatici e psicologici primariamente cognitivi, che si producono in relazione alla percezione di una minaccia. Si utilizzano tecniche di comunicazione, verbale e non, atte a modulare gli stimoli positivi e quelli avversativi, con interventi di desensibilizzazione progressivamente volti a ridurre e contenere lo sviluppo naturale del ciclo dell’aggressività.Aggressività è una parola multidimensionale, o parola valigia. La sua complessità la si può ritrovare nella radice etimologica, la parola deriva dal latino AD GRADIOR, il verbo Gradior indica non solo attaccare ma anche un andare verso, anche la preposizione AD significa contro ma anche verso, allo scopo di. Questi molteplici significati sottolineano non solo l’intento di aggredire ma anche la possibilità di intraprendere un’azione e di raggiungere un obiettivo. La Violenza, invece, può essere definita come un atto, un agito contro l’altro con l’intenzione di provocare un danno estremo. Esistono svariate Teorie del Comportamento Aggressivo, che possono essere divise in quattro grandi gruppi:· Teorie biologiche, focalizzano l’attenzione sui correlati anatomici, biologici e fisiologici del comportamento aggressivo: Amigdala, serotonina, testosterone.· Teoria delle pulsioni e degli istinti espresse dall’Etologia e dalla Psicoanalisi, che considerano l’aggressività un istinto presente nell’individuo fin dalla nascita, I comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale ed al mantenimento della specie. Sia l’approccio freudiano che quello etologico considerano dunque l’aggressività come “naturale” ed inevitabile.· La Teoria Comportamentale vede l’ipotesi frustrazioneaggressività (Dollar,1939), ovvero ogni situazione che ostacola la tendenza dell’individuo a raggiungere un obiettivo, diventa origine di aggressività e provoca una sequenza comportamentale la cui risposta è un’offesa di solito rivolta verso l’oggetto ritenuto causa dell’impedimento.· La Teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 1973): l’aggressività può essere il prodotto della frustrazione solo se sin da bambini essa è stata appresa come risposta ad un aumento della tensione. Si ipotizza che il comportamento aggressivo venga acquisito attraverso l’imitazione di modelli parentali, dei coetanei, della televisione. Le tecniche di DE escalation hanno come matrice di riferimento il Modello Teorico Cognitivo Comportamentale, i vantaggi di questo modello sono:o Non stigmatizza l’aggressore;o Sottolinea la soglia di tolleranza individuale ai fattori trigger1;o Si focalizza sulla comprensione dei significati alla base del comportamento aggressivo;o Consente, attraverso il tempestivo riconoscimento dei segnali tipici della De escalation, di bloccare l’evolversi del comportamento aggressivo;o Mettere in atto comportamenti e strategie che promuovono la sicurezza e riducono le conseguenze del comportamento aggressivo;o Non è rilevante chi ha torto o ragione, si è tutti vincitori quando nessuno si fa male. L’unico obiettivo è la sicurezza. Il ciclo dell’aggressività si compone di 5 fasi (le fasi 1 e 2 sono quelle della peraggressione), per ciascuna delle quali vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento, che devono essere tempestive. Fattore scatenante, stimolo (reale o presunto) considerato minaccioso, che può innescare una spirale di violenza. Per ciascuna di queste fasi vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento che devono essere tempestive• In fase di PREAGGRESSIONE bisogna:Osservare la presenza di segni prodromici, fare una rapida valutazione del rischio e prendere decisioni rapide;Affrontare la situazione contigente o con la tecnica del Time out o con le Tecniche di DE Escalation.Il primo obiettivo deve essere quello di ridurre il livello della tensione in modo che sia possibile un minimo di dialogo. FASE 1 del Trigger = fattore scatenante, il ciclo inizia con un primo scostamento dal baseline psicoemotivo della condizione ordinaria.Comportamenti verbali e espressivi (mimici e comportamentali) rendono percepibile l’avvio del processo come uno stato di attivazione ed allerta. I fattori a cui il trigger è legato sono: – SPECIFICI: caratteristiche individuali dell’aggressore, disinibizione indotta dall’assunzione di sostanze, presenza di fattori di provocazione, CONTESTO: clima di tensione, atteggiamento degli operatori sanitari, attese prolungate, ELEMENTI STRUTTURALI: spazi privi di privacy , ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO è riconoscere e rimuovere il trigger, isolare la persona in ambiente neutro, con minori stimoli. FASE 2 della Escalation si manifesta con un aumento dello stato di agitazione psicomotoria con minacce ad alta voce, eloquio scurrile, gesticolazione vivace contro oggetti, arredamento o persone. Per gestire tali segnali premonitori e condurre ad azioni di de-escalation è necessario innescare uno stato di allerta volto a garantire la sicurezza del personale e di tutti i presenti per scongiurare le conseguenze di un eventuale atto violento improvviso.ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO Talk down: utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. FASE CRITICA FASE 3 Acting-out inteso come “rottura dell’equilibrio” sia a livello individuale (equilibrio tra forze interne e difese dell’Io), che relazionale con gli altri (equilibrio fino a quel momento relativamente stabile). ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. Quando le tecniche di de-escalation falliscono e il ciclo dell’aggressione raggiunge la fase critica, l’attenzione del personale sanitario deve essere focalizzata alla sicurezza e mirata alla riduzione delle conseguenze dell’atto violento. FASE 4 DEL RECUPERO POST CRISI In questa fase vi è una riduzione dello stato di agitazione, ma alta
L’ADHD prima dell’ADHD, l’osservazione che precede la nosografia

di Roberto Ghiaccio L’ A D H D n o n e s i s t e , è inventato, è sopravvalutato, è colpa dei genitori..è una forma di deresponsabilizzazione, è un americanata per vendere ritalin, sono solo alcuni dei pregiudizi che colpiscono questo disturbo e per comprendere l’ADHD oltre le sistemazioni nosografiche attuali è necessario ripercorre e r i c o s t r u i r e l a s u a descrizione. Ma chi furono i primi medici a d a r e u n v o l t o q u e s t a sindrome? E ’ o p i n i o n e c o m u n e c h e l a p r i m a descrizione risalga con ogni probabilità al medico scozzese Alexander Crichton (1763 – 1856) , che nella sua opera in due volumi, “An Inquiry Into the Nature and Origin of Mental Derangement” edita Londra nel 1798, descrisse una sindrome che sembrava avere caratteristiche molto simili al deficit di attenzione dell’ADHD. Nel capitolo dal titolo “On attention, and its Diseases”, Crichton così definiva il significato della capacità di attenzione: “When any object of external sense, or of thought, occupies the mind in such a degree that a person does not receive a clear perception from any other one, he is said to attend to it”.L’incapacità di partecipare allo stimolo esterno, diceva Crichton, si traduce in una difficoltà nel mantenere l’attenzione, difetto che egli riteneva core deficit e che quindi si rendeva evidente molto precocemente nella prima infanzia Il disturbo, caratterizzato da f a c i l e distraibilità, da iperattività e da i m p u l s i v i t à , d i v e n i v a conclamato nell’età scolare, quando rendeva il bambino incapace di partecipare alle attività scolastiche. Non di rado, diceva i l medico scozzese, questi bambini diventano aggressivi, sino “a rasentare la follia” Crichton, per il quale l’incapacità di mantenere un grado costante di attenzione per qualsiasi oggetto, derivava quasi sempre da una sensibilità patologica o innaturale dei nervi, aveva tuttavia osservato che tale disturbo andava comunqueregredendo con l’età. Ma quasi già nel 1775 Melchior Adam Wei kard des c r i veva bambini ed adulti con “Mancanza d i a t t e n z i o n e / A t t e n t i o Volubilis”facilmente distratto da tutto (anche dalla sua stessa immaginazione), persistente, i p e r a t t i v o e i m p u l s i v o , generalmente sbadato, volubile e baccanale, superficiale ovunque, per lo più spericolato, altamente i n s t a b i l e n e l l ’ e s e c u z i o n e . Weikard aveva anticipato che la disattenzione è più comune negli adulti e nelle donne, mentre nei bambini predomina l’iperattività. Weikard attribuiva ciò a una generale mancanza di disciplina e stimolazione, a una cattiva educazione nella prima infanzia o, più insolitamente e più recentemente ai suoi tempi, alla disregolazione d e l l e fibre cerebrali dovuta a sovra o sotto stimolazione.Dopo circa cinquant’anni un medico tedesco pose un tassello importante nella storia della sindrome dell’ADHD e lo fece in modo abbastanza curioso. Heinrich Hoffmann (1809 – 1894) aveva s t u d i a t o m e d i c i n a all’università di Heidelberg, approfondendo poi gli studi ad Halle ed a Parigi. Hoffmann nel 1845 scrisse un libro / filastrocca per bambini dal titolo “Der Struwwelpeter, ovvero storielle e immagini divertenti per bambini dai 3 ai 6 a n n i ” , d a l u i s t e s s o d i s e g n a t e , n e l q u a l e descriveva le malefatte di un bambino che presentava tutte le caratteristiche del bambino iperattivo e impulsivo. Esemplare la scenetta nel q u a l e i l b a m b i n o , s o p r a n n o m i n a t o anche Zappelphilipp, sordo agl i ammonimenti dei genitori, che lo invitavano alla calma e alla compostezza. Alla fine, dopo essersi dimenato e dondolato sulla sedia, si tira addosso la tovaglia con tutte le stoviglie, le posate e le bottiglie. Lo scopo delle filastrocche, d o v e v a e s s e r e essenzialmente educativo, illustrando in modo esagerato, l e c o n s e g u e n z e d i comportamenti sbagliati nei bambini: igiene personale, distrazione congenita, gioco con oggetti pericolosi, essere disobbedienti, crudeltà verso gli animali. Nel 1889 Thomas Smith Clouston (1840-1925) ipotizzò che i bambini iperattivi e con disturbi del comportamento f o s s e r o a f f e t t i da una condizione di overactive neurons in the higher cortexes of the brain. Il consiglio terapeutico di Clouston era quello di utilizzare il bromuro come sedativo. Agli inizi del XX secolo fu i l pediat ra inglese George Still (1868 – 1961) ad interessarsi dei bambini affetti da iperattività e disturbi dell’attenzione. Still oltre modo è ricordato per aver scoper to l’artrite r e u m a t o i d e g i o v a n i l e sistematica che prende appunti il nome id morbo di Still. Il pediatra inglese nel descrivere i bambini con i sintomi dell’ADHD, introdusse il concetto di “deficit del controllo morale”, riteneva che i disturbi comportamentali potessero essere spiegati con la mancanza di “morale”. Se pur con una vena moralistica e dressaggistica Still accenna al deficit di inibizione e funzioni esecutive introducendo la comorbidità, quasi il continuo con i futuri disturbi del comportamento.Alfred Frank Tredgold (1870 – 1952) nel suo volume Mental deficiency (Amentia) edito a Londra nel 1908, descrisse alcuni casi clinici di bambini con sintomi ascrivibili ad una sindrome