La coppia adottiva: famiglia…in divenire

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta al bisogno sociale di “cura” dei bambini privi di un contesto familiare adeguato ed al tempo stesso una espressione del desiderio “generativo” delle famiglie. Sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del familiare, essenziali oggi per riflettere sul vero significato dell’esser genitori e dell’esser figli. Tutto questo sottintende che l’adozione scaturisce da una “doppia ferita”, quella della fecondità mancata della coppia e quella connessa invece all’abbandono del bambino. Cosa vuol dire nello specifico diventare genitori adottivi? All’inizio della sua storia, la coppia adottiva è impegnata a costruire la propria identità. E’ un processo attraversato da profonde crisi. L’impossibilità di generare un figlio impone in qualche modo la separazione da un progetto desiderato, dall’immagine che ci si era fatti del proprio bambino e dall’immagine di sé (Gambini, 2007). La scelta adottiva giunge quasi sempre al culmine di un processo che porta la coppia a “gettare la spugna”, a seguito di numerosi tentativi di una generatività “naturale”. Tale scelta però, non deve essere il prodotto della negazione di sofferenza e tanto meno una scelta dettata dalla logica del “ripiego”. Non bisogna, dunque, cercare nel figlio adottivo un surrogato di quello biologico. L’adozione, è intesa come un vero e proprio “atto creativo”, nel senso che genera un nuovo legame. Divenire genitori adottivi significa collocare in qualche modo la nascita di un figlio in uno spazio che si discosta da quello “usuale” e fisico e porla in una “astrazione” psichica dove si “ri-nasce” partendo da un coinvolgimento per lo più emotivo (Galli-Viero, 2006). Cosa accade alla coppia? La coppia adottiva è chiamata ad adattarsi al cambiamento che si genera rispetto alla genitorialità stessa. Inoltre, a seguito dell’abbinamento del minore la coppia è tenuta ad adottare un ulteriore cambiamento rispetto allo “spazio” da riservare al proprio figlio finora soltanto immaginato, adesso reale e presente. In tal senso, appare necessario l’intervento da parte dei servizi i quali operano una vera e propria formazione attraverso equipe multidisciplinari atte a fornire strumenti di supporto all’educazione del minore. In particolare bisogna tenere presente che la genitorilità non è “innata” ma può e deve essere appresa attraverso logiche di fluidità e dinamicità. La famiglia adottiva nasce da un incontro di due biografie che si impegnano nell’accogliere reciprocamente le proprie storie. Conclusioni Se è vero che l’adozione è un processo complesso e puntualmente in divenire, è altrettanto vero che la dimensione adottiva non è temporanea ma definitiva, ragion per cui l’obiettivo principale è quello di creare una famiglia senza “etichette” e senza confini. Bibliografia Bastianoni P., Turino A. (2007), Famiglie e genitorialità oggi. Nuovi significati e prospettive, Milano, Unicopoli. D’Andrea A. (2000) Itempi dell’attesa. Come vivono l’adozione il bambino, la coppia, gli operatori, Milano, Franco Angeli. Gambini P. (2007), Psicologi della famiglia, Milano, Franco Angeli. Lucariello S. (2008), Portato da una cometa: il viaggio dall’adozione, Napoli, Guida. Paradiso L. (2015) Prepararsi all’adozione: le informazioni, le leggi, il percorso formativo personale e di coppia per adottare un bambini, Milano, Unicopoli.

La Creatività: Un Viaggio nell’Animo Umano

La creatività è uno degli aspetti più affascinanti e complessi della mente umana. La creatività non è solo l’abilità di produrre arte o musica, ma è una componente fondamentale del nostro pensiero e delle nostre azioni, influenzando ogni aspetto della nostra esistenza. La Natura della Creatività La creatività può essere definita come la capacità di vedere il mondo in modi nuovi, di trovare connessioni nascoste tra idee apparentemente distinte, e di generare soluzioni originali ai problemi. Questa definizione sottolinea l’importanza della flessibilità mentale e dell’apertura all’esperienza. Non è limitata agli artisti o agli scienziati; chiunque può essere creativo nel proprio ambito, che sia la cucina, l’ingegneria o la gestione aziendale. Le Radici Psicologiche della Creatività Le radici della creatività affondano profondamente nella nostra psiche. La teoria della psicologia dinamica suggerisce che la creatività emerga da un conflitto interno tra il desiderio di esprimere se stessi e le pressioni sociali che cercano di conformarci. Questo conflitto genera tensione, che può essere risolta attraverso l’atto creativo. Freud, ad esempio, vedeva la creatività come un modo per sublimare impulsi inconsci in accettabili espressioni artistiche. D’altra parte, la psicologia cognitiva si concentra sui processi mentali che facilitano la creatività. Secondo questa prospettiva, la creatività è il risultato di operazioni cognitive complesse come la combinazione di conoscenze diverse, la memoria a lungo termine e la capacità di immaginazione. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che la creatività coinvolge diverse aree del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, responsabile del pensiero divergente, e le reti di default mode, attive durante i momenti di riflessione spontanea. Fattori che Influenzano la Creatività Numerosi fattori influenzano la nostra capacità di essere creativi. Tra questi, l’ambiente gioca un ruolo cruciale. Un ambiente stimolante, ricco di nuove esperienze e privo di giudizi negativi, favorisce la creatività. Inoltre, l’interazione con altre persone creative può essere fonte di ispirazione e motivazione. La personalità è un altro elemento chiave. Le persone con una forte apertura all’esperienza, una caratteristica della teoria dei Big Five, tendono ad essere più creative. Questo tratto implica una curiosità insaziabile, un amore per la novità e una tolleranza per l’ambiguità. Al contrario, l’ansia e la paura del giudizio possono inibire la creatività, poiché limitano la nostra volontà di rischiare e sperimentare. Promuovere la Creatività Come possiamo promuovere la creatività nella nostra vita quotidiana? Prima di tutto, è essenziale coltivare un atteggiamento di curiosità e apertura. Esplorare nuovi interessi, leggere libri diversi dal solito, viaggiare e conoscere culture diverse sono tutte attività che arricchiscono il nostro bagaglio di esperienze e stimolano la nostra mente. Un’altra strategia efficace è dedicare del tempo al riposo e alla riflessione. La creatività spesso fiorisce nei momenti di rilassamento, quando la mente è libera di vagare e di fare nuove connessioni. Attività come la meditazione, il camminare nella natura o semplicemente prendersi del tempo per sognare ad occhi aperti possono essere estremamente benefiche. Conclusioni La creatività è un dono prezioso che ognuno di noi possiede in qualche misura. È una forza che ci spinge a migliorare, a innovare e a trovare significato nella nostra vita. Come psicologo, incoraggio tutti a coltivare la propria creatività, non solo come mezzo per realizzare opere d’arte o innovazioni tecnologiche, ma come un percorso per la crescita personale e il benessere mentale. In un mondo in costante cambiamento, la capacità di pensare creativamente è una risorsa inestimabile che ci permette di adattarci, evolverci e prosperare.

VACANZE: STACCARE PER IL BENESSERE MENTALE

In una società in cui la produttività è spesso esaltata come valore supremo, l’importanza di prendere una pausa dal lavoro e fare vacanze è spesso sottovalutata. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, le vacanze (anche brevi) giocano un ruolo cruciale nel mantenimento del benessere mentale e nella prevenzione dello stress. Esploriamo i vari aspetti che rendono le vacanze fondamentali per la nostra salute psicologica. Uno dei benefici più immediati è la riduzione dello stress. Il lavoro quotidiano con annesse tutte le sue responsabilità può accumulare una quantità significativa di tensione. Le vacanze offrono l’opportunità di allontanarsi da questi “stressati” e permettono alla mente di rilassarsi e rigenerarsi. Le vacanze non riducono solamente lo stress, ma permettono anche un recupero energetico essenziale. Prendersi una pausa dal lavoro consento di recuperare le energie fisiche e mentali e di rinnovare la propria capacità di concentrazione e creatività. Questo recupero è fondamentale per mantenere alti i livelli di produttività e qualità del lavoro, una volta rientrati. Le esperienze vissute durante le vacanze possono anche contribuire al nostro sviluppo personale e all’auto-consapevolezza. Viaggiare in luoghi nuovi ed esplorare culture diverse stimolano la mente e possono portare a nuove prospettive e riflessioni su se stessi e la propria vita. Infine, il beneficio delle vacanze non si limita al periodo di pausa, ma gli effetti positivi possono durare anche dopo il rientro al lavoro. Un benessere mentale migliorato, una maggiore resilienza allo stress e una prospettiva rinnovata possono contribuire a una vita lavorativa più equilibrata e soddisfacente. In conclusione, andare in vacanza e staccare dal lavoro non è solo un lusso, ma una necessità per il benessere psicologico. E’ essenziale riconoscere il valore di queste pause e integrarle regolarmente nella propria vita per mantenere un equilibrio sano tra lavoro e vita personale, promuovendo così una maggior qualità della vita e una produttività sostenibile.

Stress da Vacanze

Finalmente è tempo di vacanza, il momento che tutti stavamo aspettando per rilassarci un po’, staccare dalla quotidianità e ritrovare il buonumore… o no?!  In questo momento dell’anno non vediamo l’ora di liberarci dallo stress da lavoro, indossare quei vestiti freschi e goderci qualche giorno al mare, in montagna o in una città d’arte. In alcuni casi però, lo stress che volevamo lasciare fuori dalle nostre ferie può rimanere lì dietro l’angolo e, a volte, può compromettere l’intera vacanza.  Ma cos’è lo stress da vacanze? E come si può riuscire a vivere delle vacanze senza stress?  Le vacanze possono essere per molte persone fonte di stress prima ancora che inizino: sembra paradossale, ma lo stress da vacanze colpisce milioni di vacanzieri. Già il solo progettare una vacanza, infatti, può dare avvio ad alcune problematiche legate: al tipo di vacanza alla compagnia al budget da utilizzare.  La vacanza può ingigantire le nostre aspettative. Sì, perché quando si pensa a una vacanza, è comune avere l’idea che ci si debba divertire a tutti i costi, che si vivranno esperienze che non è possibile fare nel corso dell’anno, che si ritornerà rigenerati, abbronzati e in piena forma. Avere qualche giorno da dedicare al benessere della coppia è senza dubbio una grande opportunità. Ci si potrà prendere del tempo per vivere una maggiore intimità senza dividersi tra impegni lavorativi, figli e altre attività quotidiane.  Se in vacanza si ha l’opportunità di trascorrere molto più tempo insieme al partner, può capitare, però, che quello che dovrebbe essere un periodo di relax, possa diventare fonte di litigi e incomprensioni.  Fare una vacanza in famiglia può essere sinonimo di vacanze stressate. Vacanze, stress e famiglia infatti sembrano a volte una combinazione a cui è difficile far fronte. Parliamo, ad esempio, delle vacanze con figli piccoli. Lo stress e l’ansia possono essere immediati, Come godersi allora i benefici del mare, della montagna o di un momento di vero relax senza pensare “le vacanze mi stressano”? La tensione e lo stress che possiamo vivere in vacanza potrebbero essere sintomo di qualcos’altro (come un disturbo d’ansia o una depressione estiva) e possono raccontarci qualcosa in più su di noi.  Anche per affrontare lo stress da vacanze la psicologia può venirci in aiuto. Un professionista potrebbe aiutarci a capire qual è la vera fonte del nostro stress e aiutarci a cambiare alcuni comportamenti che magari assumiamo con facilità ma che poi, in fin dei conti, non ci fanno stare bene. 

Studenti che sfidano gli insegnanti

Durante l’adolescenza, un periodo ricco di cambiamenti e scoperte, è normale che i ragazzi si sentano spaventati o preoccupati. Per sembrare più coraggiosi di fronte agli adulti e ai coetanei, alcuni di loro possono nascondere queste emozioni. Spesso, indossano la ‘maschera del coraggio’ che consente loro di affrontare anche le sfide con i loro insegnanti. Grazie a questa maschera, riescono a mostrarsi audaci, anche se dentro di sé provano paura. Questo comportamento può essere influenzato da diversi fattori, ma avere costantemente questa maschera può portare a un accumulo di stress e tensione emotiva.

Mobbing: Un Fenomeno da Comprendere e Combattere

Il mobbing è un fenomeno purtroppo diffuso negli ambienti di lavoro, caratterizzato da comportamenti vessatori, intimidatori e persecutori messi in atto da colleghi o superiori nei confronti di un individuo. Questo articolo esplorerà il mobbing, definendolo, analizzandone le cause, gli effetti e offrendo strategie per affrontarlo e prevenirlo. Che Cos’è il Mobbing? Il termine “mobbing” deriva dall’inglese “to mob,” che significa aggredire o assalire in gruppo. In ambito lavorativo, il mobbing si riferisce a una serie di comportamenti sistematici e prolungati nel tempo volti a isolare, emarginare e danneggiare un lavoratore. Questi comportamenti possono includere critiche ingiustificate, isolamento sociale, assegnazione di compiti umilianti o eccessivi, e diffusione di voci dannose. Cause del Mobbing Le cause del mobbing sono molteplici e complesse, spesso radicate nelle dinamiche interpersonali e organizzative. Alcuni fattori comuni includono: Competizione e Invidia: La competizione per promozioni, riconoscimenti o semplicemente per la propria posizione può generare invidia e comportamenti ostili. Stili di Leadership Autoritari: Manager autoritari o insicuri possono utilizzare il mobbing come strumento di controllo. Cultura Aziendale Tossica: Ambienti di lavoro caratterizzati da una mancanza di rispetto e collaborazione possono favorire il mobbing. Differenze Personali: Differenze di genere, etnia, orientamento sessuale o personalità possono innescare comportamenti discriminatori e persecutori. Effetti del Mobbing Il mobbing ha conseguenze gravi e durature sia per le vittime che per l’ambiente di lavoro nel suo complesso. Gli effetti possono includere: Conseguenze Psicologiche: Ansia, depressione, stress post-traumatico e riduzione dell’autostima sono comuni tra le vittime di mobbing. Conseguenze Fisiche: Problemi di salute fisica, come disturbi del sonno, mal di testa, e malattie psicosomatiche possono derivare dal mobbing. Riduzione della Produttività: Il mobbing può portare a una diminuzione della produttività e della motivazione, non solo per la vittima, ma anche per l’intero team. Aumento del Turnover: Un ambiente di lavoro ostile può aumentare il tasso di turnover, con conseguenti costi di reclutamento e formazione per l’azienda. Strategie per Affrontare e Prevenire il Mobbing Affrontare e prevenire il mobbing richiede un approccio proattivo e sistematico. Ecco alcune strategie efficaci: Promuovere una Cultura Aziendale Positiva: Creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto, la collaborazione e l’inclusività è fondamentale per prevenire il mobbing. Formazione e Sensibilizzazione: Organizzare sessioni di formazione per dipendenti e manager sul riconoscimento e la gestione del mobbing. Procedure di Segnalazione: Stabilire canali chiari e riservati per la segnalazione di comportamenti di mobbing, garantendo che le denunce vengano prese sul serio e investigate adeguatamente. Supporto alle Vittime: Offrire supporto psicologico e consulenze alle vittime di mobbing, aiutandole a recuperare e a reintegrarsi nel ambiente lavorativo. Interventi Decisi: Agire con decisione contro i comportamenti di mobbing, applicando le politiche aziendali e, se necessario, sanzioni disciplinari. Conclusione Il mobbing è un fenomeno dannoso che mina la salute e il benessere dei lavoratori, oltre a compromettere l’efficienza e l’armonia dell’ambiente di lavoro. Comprendere le cause e gli effetti del mobbing è il primo passo per combatterlo. Attraverso la promozione di una cultura aziendale positiva, la formazione, e l’implementazione di procedure efficaci, le organizzazioni possono creare un ambiente di lavoro più sano e produttivo. È essenziale che le aziende prendano sul serio il mobbing e adottino misure concrete per prevenire e affrontare questo problema.

L’accettazione, questa strana sconosciuta.

L’accettazione, questa strana sconosciuta. La maggior parte dei pazienti, quando arriva in studio per le prime sedute, parte raccontando con rabbia e frustrazione la condizione di vita in cui si trova. Ascolto analisi psicosociali accurate del comportamento dell’altro-carnefice: i genitori, i partner, un amato, un lutto. La principale domanda è: perché a me? Emerge infatti, che molto tempo della giornata e della sintomatologia si aggira attorno al disperato tentativo di rispondere a questa domanda: perché a me. Da qui partono pensieri ruminativi volti a ripercorrere il momento decisivo, l’azione precisa, in cui è crollato il castello felice. Quale errore, quale parola, quale reazione ha scatenato quell’evento. Tutto ciò nasconde un qualcosa di importante, che è la pretesa e la credenza di poter controllare eventi di per sé incontrollabili, principalmente i desideri di altre persone, eventi esterni e accidentali. Quando tocchiamo il tasto dell’incontrollabilità degli eventi, emerge una sensazione di sopraffazione e di impotenza, che è difficile da contattare e tollerare. <<E quindi cosa devo fare?>> Accettare, rispondo io. È qui la nota dolente. Che cosa vuol dire accettazione? Accettare sembra un concetto appartenente alla filosofia orientale, ben diversa da noi. Nella nostra cultura, dove preme l’esaltazione di caratteristiche quali la testardaggine, la perseveranza, il sacrificio volto alla produzione; accettare è appannaggio di religione e spiritualità. Quelle situazioni un po’ strane da ritiro nella foresta, in silenzio, monacale. Accettazione viene spesso percepita, infatti, come una modalità passiva di affrontare le cose. Accetto, amo e perdono tutto ciò che mi accade: una sorta di porgi l’altra guancia. Accettazione è, invece, quanto più diverso ci sia da questo. Trovo che sia la più attiva e coraggiosa delle scelte: una ridefinizione di confini entro cui recuperare le proprie risorse, e agire. Vuol dire aprirsi a sperimentare pienamente la realtà così com’è in questo momento, smettendo di combatterla, o di respingerla. Accettazione non è, infatti, approvazione. Io posso accettare anche ciò che non approvo, e Marsha Linehan (2015, p.504) su questo fa un esempio molto indicativo: Un uomo si trova in carcere con una condanna a vita per un crimine che non ha commesso. È ricorso in appello, non ha soldi e non ha risorse per assumere un bravo avvocato. Per lui è fondamentale accettare che il carcere sarà la sua nuova casa per sempre, anche se non approva questa condizione. Se non accetta tale realtà, non potrà adattarsi al carcere, e apprendere le nuove abilità necessarie per sopravvivere in tale ambiente, né ottenere ciò che di buono questo può offrire. Adirarsi e combattere il sistema può interferire con il problem solving e portare ad un maggior numero di punizioni dal contesto. Rimanere disteso sulla propria branda, rassegnarsi e arrendersi, può essere altrettanto problematico e portare a punizioni e ritorsioni. L’accettazione è quindi l’unico vero primo passo per riuscire ad agire in modo efficace, prendendo chiara evidenza della realtà così com’è.

Zimbardo e l’effetto Lucifero: un esperimento estremo

L’effetto Lucifero fa riferimento a una delle questioni più intriganti della psicologia sociale: come è possibile che persone comuni, in determinate circostanze, possano commettere azioni deplorevoli? Lo psicologo Philip Zimbardo esplorò questo enigma in modo approfondito attraverso uno degli esperimenti più controversi e discussi nella storia della psicologia sociale: l’esperimento della prigione di Stanford. L’esperimento della prigione di Stanford Nel 1971, Philip Zimbardo, professore di psicologia presso l’Università di Stanford, condusse un esperimento volto a esplorare gli effetti del ruolo e dell’ambiente sul comportamento umano. L’obiettivo era di capire come individui comuni, privi di tendenze criminali, avrebbero reagito in un contesto che simulava la vita carceraria. L’esperimento coinvolse 24 studenti universitari, selezionati tra un gruppo di volontari per la loro apparente stabilità psicologica e fisica. Questi furono divisi casualmente in due gruppi: guardie e prigionieri. Una prigione fittizia fu creata nel seminterrato del dipartimento di psicologia di Stanford, con celle, corridoi e un’area per l’osservazione. L’inizio dell’esperimento Il primo giorno dell’esperimento, i partecipanti assegnati al ruolo di prigionieri furono arrestati nelle loro case dalla polizia locale, ammanettati e trasportati alla “prigione” di Stanford. Questa procedura intendeva creare una sensazione di realtà e di sconcerto. Una volta arrivati, furono spogliati, spruzzati con spray disinfettante, e rivestiti con uniformi da prigionieri con un numero identificativo, per deumanizzarli ulteriormente. D’altro canto, le guardie ricevettero uniformi militari, occhiali da sole a specchio per evitare il contatto visivo e manganelli, conferendo loro un’aria di autorità e potere. L’evoluzione delle dinamiche di potere Già dal secondo giorno, le dinamiche di potere cominciarono a emergere in modo evidente. Le guardie, inizialmente riluttanti, cominciarono a esercitare il loro potere in modo sempre più coercitivo e abusivo. L’umiliazione, le punizioni arbitrarie e le privazioni divennero la norma.  Questi comportamenti non erano il risultato di ordini espliciti da parte dei ricercatori, ma piuttosto una manifestazione dell’ambiente e dei ruoli assunti. Le guardie si trasformarono rapidamente da persone comuni a perpetratori di abusi, mentre i prigionieri divennero passivi e sottomessi. Questi ultimi, d’altra parte, svilupparono rapidamente sintomi di stress, ansia e depressione. Le dinamiche di potere e l’anonimato associati ai ruoli assegnati portarono a una deumanizzazione delle vittime, trasformando le guardie in aguzzini e i prigionieri in esseri sottomessi e privati di dignità. La fine prematura dell’esperimento L’esperimento della prigione di Stanford era previsto per durare due settimane, ma si interruppe dopo soli sei giorni a causa del deterioramento delle condizioni psicologiche dei partecipanti. Christina Maslach, una collega di Zimbardo, quando visitò la prigione sperimentale convinse, infatti, Zimbardo a terminare l’esperimento. Le implicazioni psicologiche e la teoria dell’effetto Lucifero L’esperimento della prigione di Stanford ha sollevato importanti questioni etiche e psicologiche. Ha dimostrato come le situazioni e i ruoli sociali possano influenzare profondamente il comportamento umano. Le persone, in certe circostanze, possono compiere azioni che mai avrebbero immaginato in condizioni ordinarie. Zimbardo chiamò questo fenomeno “Effetto Lucifero”, riferendosi alla trasformazione di Lucifero da angelo a demonio nella tradizione cristiana. L’effetto Lucifero non suggerisce che le persone siano intrinsecamente malvagie, ma piuttosto che le situazioni possono facilitare comportamenti malvagi. Questo effetto si basa su tre concetti chiave: la deindividuazione, la deumanizzazione e la diffusione della responsabilità. Deindividuazione: quando gli individui perdono il senso della propria identità personale in un gruppo, tendono a comportarsi in modi che non rispecchiano la loro moralità individuale. Nell’esperimento di Stanford, le uniformi e gli occhiali a specchio delle guardie contribuirono a una perdita di identità personale, facilitando comportamenti disinibiti. Deumanizzazione: questo processo implica vedere gli altri come meno che umani, spesso come oggetti o numeri. Le guardie carcerarie deumanizzarono i prigionieri, vedendoli non come individui con emozioni e diritti, ma come soggetti da controllare e punire. Diffusione della responsabilità: in un gruppo, gli individui spesso sentono che la responsabilità delle loro azioni è condivisa, riducendo il senso di colpa individuale. Nell’esperimento, le guardie sentirono meno responsabilità personale per le loro azioni crudeli perché erano parte di un gruppo che agiva allo stesso modo. Le critiche e le riflessioni L’esperimento della prigione di Stanford portò con sé critiche per differenti ragioni, incluse le sue problematiche etiche e metodologiche. Inoltre, la mancanza di un’adeguata supervisione e di protezioni per i partecipanti ha sollevato preoccupazioni etiche significative. Nonostante queste critiche, l’esperimento ha avuto un impatto duraturo sulla psicologia e sulla nostra comprensione del comportamento umano. Ha portato, inoltre, a una maggiore attenzione sull’importanza dell’etica nella ricerca psicologica e ha evidenziato come il contesto sociale e i ruoli possano influenzare profondamente il comportamento. Conclusione L’effetto Lucifero e l’esperimento della prigione di Stanford rappresentano una potente lezione sulla natura umana e sul potere delle situazioni. Sebbene l’esperimento abbia sollevato questioni etiche significative, ha anche fornito preziose intuizioni su come e perché le persone possono comportarsi in modi estremi sotto certe condizioni. Riconoscere e comprendere questi meccanismi è fondamentale per costruire società più giuste e compassionevoli, in cui il potere sia esercitato con responsabilità e integrità.

Dal Ring al Mito: La Leggenda del Pugile Indomito

di Federico Rossi Se Nietzsche avesse mai visto un pugile in azione, forse avrebbe sostituito la sua “stella danzante” con un pugile vittorioso. Dopotutto, il pugilato, con la sua danza brutale di forza e strategia, è una metafora potente per la vita stessa. E proprio come un pugile affronta un avversario sul ring, noi affrontiamo le nostre sfide quotidiane, sia fisiche che mentali. Il pugilato rappresenta un viaggio di trasformazione, dove ogni incontro è un confronto con le proprie paure, limiti e insicurezze. Gli atleti non affrontano solo un avversario fisico, ma anche le loro debolezze interne. Questo viaggio dell’eroe si riflette nelle storie di pugili italiani come Giovanni Parisi ed internazionali come Muhammad Ali e James J. Braddock (Cinderella Man), che hanno superato immense difficoltà per raggiungere il successo. Di fatto il pugilato è innaturale in quanto richiede di andare contro il nostro istinto naturale di evitamento del dolore. Invece di scappare dal dolore, il pugile lo affronta direttamente. La sua lotta contro tutto e tutti diventa un reiterante agito borderline, un tentativo di confrontarsi con la sofferenza fisica e mentale per riuscire a sentire l’insentibile. La sua battaglia col mondo (e con se stesso) avviene come una perpetua lotta oggettuale contro il prossimo avversario. Questo processo di confronto e superamento del dolore fisico e mentale diventa essenziale per la sua crescita personale ed evoluzione come essere umano. Come disse Alejandro Jodorowsky, “Psiche,” anima in greco, significa anche “farfalla”. Nasciamo con un bruco di anima, il nostro lavoro è dargli ali e volo. Il pugile ci insegna il potere della resilienza quale forza per riprendersi dalle difficoltà, recuperando da sconfitte e infortuni per tornare sul ring più forti di prima. Questo concetto diventa ispirazione quotidiana alla vita di tutti i giorni: le avversità mettono alla prova il nostro carattere, ci spingono a cercare dentro di noi risorse inaspettate e ci mostrano il nostro vero io. La magia di questo sport si cela proprio qui, nel coraggio di inseguire un sogno che solo il cuore ardente può scorgere. Un sogno che sfida ogni limite, che spinge oltre la sopportazione, verso l’orizzonte sconfinato dell’anima. Perché nel profondo del ring si combatte una battaglia silenziosa. Non solo contro un avversario, ma contro i propri demoni, le paure che sussurrano dubbi e incertezze. Ma il pugile indomito non cede. Trasforma il dolore in carburante, la sua sofferenza in forza propulsiva, nota come volontà. Il pugilato così trascende, diventa più di uno sport; è metafora di vita. Ci insegna che la vera forza non sta nell’evitare il dolore, ma nel fronteggiarlo. La lotta con ogni avversario diventa un viaggio di scoperta del proprio Sé, un percorso di crescita e di trasformazione umana. Chi combatte, lotta contro le avversità della vita stessa, intraprende un percorso di continuo miglioramento, con il fine ultimo di volare più in alto del proprio dolore e delle avversità, di superarlo, proprio come un bruco che diventa farfalla. In questa luce, possiamo vedere il pugilato non solo come una disciplina fisica, ma come una lotta intrapsichica che può insegnarci a essere resilienti, coraggiosi e autentici. La vera essenza della boxe non è nel vincere o nel perdere, ma nel trovare la forza di lottare, sempre e comunque. È nell’abbracciare le proprie ferite, trasformandole in ali che ci permettono di volare più in alto superando ogni limite ed avversità. Nel profondo, il pugilato si rivela un balsamo curativo per chi è stato spezzato dalla vita. E alla fine, è questa autenticità, questa capacità di affrontare e superare il caos dentro di noi, che ci permette di partorire le nostre stelle danzanti. Come disse Albert Camus: “Essere diversi non è una cosa né buona né cattiva. Significa semplicemente che sei abbastanza coraggioso da essere te stesso.”

‘Toccare’ il paziente: l’uso del contatto fisico in psicoterapia

L’uso del contatto fisico in psicoterapia segue l’idea che lo sviluppo del lavoro e della consapevolezza dei propri processi e della propria salute mentale passi anche attraverso la conoscenza del corpo. Essa si fonda sui concetti di unità tra corpo e Sé di origine fenomenologica intrinseci nella psicoterapia della Gestalt. Il contatto corporeo è usato nella forma di ‘esperimento’ per aiutare e sostenere i pazienti nell’esplorare alcuni aspetti della loro natura corporea. Il lavoro con il corpo e l’atto del toccare devono essere concordati ed avere chiaro il fine del lavoro e l’obiettivo terapeutico. Ci sono differenti modalità di intervento corporeo: ‘tocco molto leggero’ che aiuta a mantenere l’attenzione in un punto del corpo; ‘appoggiare le mani’ serve a mettersi in contatto percepire ed influenzare il ‘campo’ di energia; ‘tocco mobile’ che serve a comunicare sostegno e presenza e a confortare; ‘dondolare’ serve a sciogliere le unità scheletriche e muscolari e riconnettersi con il fluire. Ogni tipologia ha un senso nel lavoro di quel paziente in quel momento. Il lavoro con il corpo aiuta a lavorare sui blocchi che si manifestano nel corpo e che sottendono blocchi emotivi. Esistono molti pazienti coni quali non è necessario lavorare con il corpo poiché gli obiettivi terapeutici e i temi che trattano non lo richiedono.