Pensieri intrusivi: ospiti indesiderati nella nostra mente

I pensieri intrusivi sono esperienze mentali comuni che possono causare disagio e preoccupazione. Sono pensieri, immagini o impulsi involontari che possono apparire inaspettatamente nella mente, spesso suscitando ansia o altre emozioni negative. Comprendere la natura di questi pensieri, le loro cause e gli effetti sulla nostra vita quotidiana è fondamentale per sviluppare strategie efficaci per gestirli. Cosa sono i pensieri intrusivi? I pensieri intrusivi possono assumere diverse forme e contenuti, ma condividono alcune caratteristiche comuni: sono involontari, indesiderati e spesso disturbanti. Possono riguardare temi come la violenza, il sesso, il dubbio, la religione o altre aree sensibili. Ad esempio, una persona potrebbe avere un improvviso pensiero di fare del male a qualcuno che ama, senza alcun desiderio reale di farlo. Questi pensieri non indicano necessariamente che qualcosa non va, né che una persona agirà su di essi. In realtà, la maggior parte delle persone sperimenta pensieri intrusivi di tanto in tanto. La differenza risiede nel modo in cui li gestiamo e nella misura in cui influenzano la nostra vita. Possibili cause I pensieri intrusivi possono derivare da diverse fonti. Alcune delle cause più comuni includono: Ansia e stress: situazioni di elevato stress o ansia possono innescare pensieri intrusivi. Il cervello, in uno stato di allerta, può generare questi pensieri come un modo per affrontare o prepararsi a potenziali minacce; Disturbi Ossessivo-Compulsivi (DOC): nei disturbi ossessivo-compulsivi, i pensieri intrusivi sono una componente chiave. Le ossessioni, che sono pensieri, immagini o impulsi ripetitivi e persistenti, causano ansia significativa, portando spesso a comportamenti compulsivi per alleviare l’ansia; Depressione: le persone con depressione possono sperimentare pensieri intrusivi negativi o autolesionistici. Questi pensieri possono contribuire a sentimenti di disperazione e bassa autostima; Trauma: esperienze traumatiche possono lasciare un’impronta duratura sulla mente. I pensieri intrusivi legati al trauma possono emergere sotto forma di flashback o ricordi intrusivi, spesso innescati da situazioni o stimoli che ricordano l’evento traumatico. Effetti dei pensieri intrusivi Sebbene i pensieri intrusivi siano comuni, possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita di una persona, specialmente se diventano persistenti e difficili da ignorare. Alcuni degli effetti negativi includono: Ansia e stress aumentati: lottare contro i pensieri intrusivi può aumentare l’ansia e lo stress. Il tentativo di sopprimerli può, paradossalmente, renderli più forti e più frequenti; Interferenza con le attività quotidiane: i pensieri intrusivi possono interferire con la capacità di concentrarsi e svolgere compiti quotidiani, causando problemi sul lavoro, a scuola o nelle relazioni personali; Comportamenti compulsivi: nei casi di DOC, essi potrebbero portare a comportamenti compulsivi ripetitivi nel tentativo di alleviare l’ansia. Questi comportamenti possono diventare dispendiosi in termini di tempo e energia; Bassa autostima e senso di colpa: le persone possono sentirsi in colpa o vergognarsi dei loro pensieri intrusivi, credendo erroneamente che essi riflettano la loro vera natura o intenzioni. Strategie per gestirli Gestire questa tipologia di pensieri richiede un approccio combinato di consapevolezza, accettazione e tecniche specifiche per ridurre il loro impatto. Ecco alcune strategie utili: Accettazione e consapevolezza: il primo passo è riconoscere che essi sono normali e non riflettono chi siamo realmente. Pratiche come la mindfulness e la meditazione possono aiutare a osservare i pensieri senza giudicarli o reagire emotivamente; Modifica dei pensieri: è utile imparare a riconoscere e modificare schemi di pensiero disfunzionali. Questo può includere tecniche per identificare i pensieri negativi e sostituirli con alternative più positive o realistiche; Gestione dell’ansia: tecniche di rilassamento come esercizi di respirazione, rilassamento muscolare progressivo e altre strategie di rilassamento possono aiutare a ridurre l’ansia generale, rendendoli meno frequenti e meno disturbanti; Esposizione graduale: affrontarli gradualmente anziché evitarli può ridurre la loro intensità nel tempo. Questo processo comporta l’abituarsi ai pensieri senza reagire con ansia o comportamenti compulsivi; Supporto sociale: parlare con amici, familiari, professionisti della salute mentale o gruppi di supporto può offrire un senso di sollievo e comprensione. Sapere che non si è soli con questi pensieri può essere molto rassicurante; Routine e attività positive: mantenere una routine quotidiana strutturata e impegnarsi in attività che portano piacere e realizzazione può aiutare a distogliere l’attenzione dai pensieri intrusivi e migliorare il benessere generale.  Conclusione I pensieri intrusivi sono una parte normale dell’esperienza umana, ma possono diventare problematici se non gestiti correttamente. Comprendere le cause e gli effetti di questi pensieri, insieme a strategie efficaci per gestirli, può aiutare a ridurre il loro impatto negativo sulla nostra vita. Con il giusto supporto e le giuste tecniche, è possibile vivere una vita piena e soddisfacente nonostante la presenza di “ospiti indesiderati”.

Inside out: dentro e fuori un’emozione

inside out

Il viaggio attraverso le emozioni è molto ben rappresentato dal film di animazione Inside out. L’emozione è un tipo particolare di esperienza soggettiva, determinato da una elevata attivazione fisiologica. È uno stato che serve al corpo per affrontare al meglio lo stimolo ricevuto dall’ambiente circostante. Il corpo infatti risponde con la contrazione dei muscoli scheletrici, l’aumento del battito cardiaco e della pressione, l’aumento della frequenza del respiro e il rilascio di sostanze ormonali. Questo stato di attivazione risulta essere utile o dannoso in base al compito da svolgere. In genere, uno stato di attivazione molto alto è utile nelle situazioni che richiedono un notevole dispendio di energia fisica. Al contrario, esso può risultare deleterio soprattutto per i compiti che necessitano uno sforzo intellettuale. Si pensi quindi, alla paura che permette la fuga in caso di pericolo e ad un esame a cui si rischia, invece, di fare scena muta. I primi studi antropologici e psicologici sulle emozioni hanno evidenziato che esse sorgono in modo spontaneo, automatico e rapido. Ekman identifica le emozioni umane di base, con paura, rabbia, disgusto, felicità e tristezza. Esse si fondano su una immediata valutazione dello stimolo, senza alcun giudizio razionale. Ognuna di esse è un andirivieni inside out, un’altalena tra contrazioni di muscoli facciali e attivazioni fisiologiche specifiche interne, che ne determinano così il riconoscimento. Le emozioni infatti sono cross-culturali, attraversano cioè tutte le culture e sono anche riconosciute dai primati e dai neonati. Grazie a questo intrecciarsi di emozioni, costruiamo nel corso degli anni, la nostra complessa personalità, l’immagine di noi stessi. Non ci basta il ricorso ad una sola di essa, abbiamo, infatti bisogno di ciascuna per poter comprendere meglio noi stessi e gli altri, con i quali interagiamo quotidianamente e contribuiscono ad una migliore comprensione del mondo interno e esterno.

Il difficile ruolo dei siblings

In psicologia si parla di siblings per intendere i fratelli sani di persone con disabilità, i quali vengono spesso posti “in secondo piano” rispetto ad un vissuto emotivo e psicologico familiare generato dall’attenzione nei confronti dell’individuo con disabilità. E’ ben noto che la relazione tra fratelli sia unica e che solitamente condividano tanto rispetto alle loro esistenze e viene posto in primo piano il supporto reciproco. Inoltre, avere un fratello o una sorella può essere una garanzia nel contrasto alla solitudine, la possibilità di ricevere calore ed aiuto (Ewertzon M. et al., 2012). La disabilità, però è una condizione diversa, che non investe solo l’individuo interessato, ma anche tutte le persone legate in qualche maniera a quest’ultimo. Il vissuto psicologico dei siblings Gli stati d’animo che si generano in questa categoria di “fratelli” sono molteplici e riguardano da un lato la scoperta, il rifiuto, la responsabilità, dall’altro la voglia di esser d’aiuto, il bisogno di crescere in fretta e l’accettazione di tale condizione. In ogni caso, queste sono situazioni che ti cambiano la vita! Spesso l’attenzione da parte dei genitori è diretta solo sulla persona con difficoltà che pertanto è vista come maggiormente “bisognosa” di calore. Infatti, i siblings sperimentano una sorta di ambivalenza rispetto all’eccessivo e inconsapevole coinvolgimento da parte dei genitori ed una confusione di ruolo all’interno della famiglia. Il sibling può provare anche insicurezza e preoccupazione non solo per il proprio futuro e per quello del fratello di cui si fa carico, ma sperimentare anche una sensazione di “perdita” di una relazione fraterna “normale” e di una esistenza “ordinaria”. Sono spesso attanagliati dal senso di colpa e si chiedono costantemente perché sono proprio loro quelli fortunati ad esser nati sani, ma provano anche una sorta di “paura per la contaminazione” rispetto all’ipotesi di poter dare alla luce figli a loro volta malati. Conseguenze relazionali per i siblings Tutta questa serie di fattori possono generare problematiche di “internalizzazione” come bassa autostima, ansia, depressione e problemi di “esternalizzazione” quali aggressività, atteggiamenti oppositivi, difficoltà relazionali. Possono, inoltre, presentare difficoltà scolastiche, e cali nelle performance sociali di vario genere ed essere inoltre particolarmente sensibili rispetto alle “lacune” di informazioni sulla vita dei fratelli causate da un intento protettivo da parte dei genitori (Bowman et. al. 2014). Sembra dunque essere importante fornire delle spiegazioni veritiere riguardo la disabilità cercando di utilizzare un linguaggio adeguato. Fornire informazioni corrette e comprensibili ai siblings significa riconoscere e valorizzare la loro competenza nell’utilizzo dell’esame di realtà e di mantenere un buon “locus of control” (Powell, 1993). La psicoterapia con i siblings I fratelli di persone con disabilità sviluppano, nel corso della propria esistenza anche una serie di fattori positivi che diventano risorse da cui attingere per far accrescere la consapevolezza. Dunque, è importante per loro avere uno spazio nel quale essere contenuti, supportati ed ascoltati. Uno spazio che permetta loro di non sentirsi soli e di condividere emozioni e sensazioni. Bibliografia De Lillo A., Pace U., Fratelli Speciali: vivere e crescere con un fratello disabile, Ed. Franco Angeli, 2012. Florit E., Gatta M.,Sorelle e fratelli di bambini con disabilità, Ed. Franco Angeli, 2015. Rondi M., Flolrit E., Fratelli e sorelle: La sfida di crescere insieme, Carocci Editore, 2012.

CAPIRE L’ALTRUISMO: Perchè siamo altruisti?

Altruismo, un comportamento che ci porta ad aiutare gli altri senza aspettarci nulla in cambio. Ma cosa c’è dietro questa spinta a fare del bene? Cosa Significa Essere Altruisti? L’altruismo è definito come il comportamento volto a beneficiare un’altra persona senza cercare una ricompensa personale. Questo può variare da piccoli gesti quotidiani, come tenere la porta aperta a qualcuno, a azioni più significative, come fare volontariato o donare risorse a chi ne ha bisogno. La caratteristica distintiva dell’altruismo è l’intenzionalità: l’azione è svolta con l’obiettivo di migliorare il benessere altrui. Perché Siamo Altruisti? Evoluzione e Parentela La teoria della selezione di parentela, proposta da William Hamilton, suggerisce che l’altruismo si è evoluto come strategia di sopravvivenza. Gli individui sono più propensi ad aiutare i loro parenti stretti perché questo aumenta la probabilità che i loro geni vengano trasmessi alle generazioni future. Questo tipo di altruismo, osservabile anche in molte specie animali, è motivato dal vantaggio genetico. Scambio Sociale La teoria dello scambio sociale, sviluppata da George Homans, propone che il comportamento altruistico sia motivato da una valutazione dei costi e dei benefici. Anche se apparentemente disinteressato, l’altruismo può comportare benefici indiretti come il miglioramento della reputazione, la reciprocità futura o il rafforzamento delle relazioni sociali. In altre parole, le persone possono aiutare gli altri perché si aspettano che, in futuro, questo aiuto venga ricambiato. Empatia-Altruismo La teoria dell’empatia-altruismo, proposta dallo psicologo C. Daniel Batson, sostiene che l’altruismo puro esiste e che è motivato dall’empatia. Quando vediamo qualcuno soffrire, proviamo una risposta empatica che ci spinge ad agire per alleviare la sofferenza dell’altro. Questo tipo di altruismo è caratterizzato da un coinvolgimento emotivo profondo e genuino. Norme Sociali Le norme sociali giocano un ruolo cruciale nel comportamento altruistico. La norma della responsabilità sociale ci incoraggia ad aiutare coloro che dipendono da noi, come bambini, anziani o persone in difficoltà. La norma della reciprocità, invece, ci spinge a restituire il favore a chi ci ha aiutato. Queste norme vengono apprese attraverso la socializzazione e possono variare significativamente tra diverse culture. Altruismo e Benessere Psicologico Numerosi studi hanno dimostrato che l’altruismo non solo beneficia i destinatari dell’aiuto, ma ha anche effetti positivi su chi lo pratica. Gli atti di altruismo sono associati a un aumento del benessere psicologico, riduzione dello stress e miglioramento della soddisfazione di vita. Aiutare gli altri può generare un senso di significato e scopo, rafforzare le relazioni sociali e promuovere un senso di comunità. Ad esempio, uno studio condotto dalla psicologa Sonja Lyubomirsky ha mostrato che le persone che compiono atti di gentilezza verso gli altri riportano livelli più elevati di felicità rispetto a quelle che non lo fanno. Questo effetto positivo sull’umore può essere spiegato dal fatto che l’altruismo attiva le stesse aree del cervello coinvolte nelle sensazioni di piacere e ricompensa. Fattori che Influenzano l’Altruismo Diversi fattori possono influenzare il comportamento altruistico, tra cui: Personalità: Persone con tratti di personalità come l’empatia, l’apertura all’esperienza e l’estroversione tendono a essere più altruistiche. Studi sulla personalità suggeriscono che individui con un alto livello di empatia sono più inclini a percepire il dolore altrui e quindi a intervenire per alleviarlo. Contesto: Situazioni di emergenza, vicinanza fisica e l’osservazione di modelli di ruolo altruistici possono aumentare la probabilità di comportamenti altruistici. Ad esempio, il famoso esperimento del “buon samaritano” condotto da Darley e Batson dimostrò che la pressione del tempo influenzava la disponibilità dei soggetti ad aiutare un bisognoso. Educazione e Cultura: L’educazione e i valori culturali possono incoraggiare o scoraggiare il comportamento altruistico. Culture collettivistiche, ad esempio, tendono a promuovere l’altruismo più delle culture individualistiche. In Giappone, ad esempio, il concetto di “giri” (obbligo sociale) incoraggia le persone a ricambiare i favori, rafforzando il comportamento altruistico. L’Altruismo Nella Vita Quotidiana L’altruismo non è solo un concetto teorico; è parte integrante della nostra vita quotidiana. Pensiamo ai numerosi esempi di altruismo che vediamo intorno a noi: donazioni di sangue, raccolte fondi per cause benefiche, volontariato in rifugi per animali, e atti di gentilezza verso sconosciuti. Questi gesti, grandi e piccoli, non solo migliorano la vita degli altri ma arricchiscono anche la nostra. La pandemia di COVID-19 ha offerto molti esempi di altruismo, dalle persone che fanno la spesa per i vicini anziani ai professionisti sanitari che lavorano instancabilmente per salvare vite. Questi atti di altruismo hanno rafforzato il tessuto sociale e ci hanno ricordato l’importanza di prendersi cura gli uni degli altri. L’altruismo è un comportamento complesso influenzato da molteplici fattori psicologici, evolutivi e sociali. Capire le motivazioni alla base dell’altruismo può aiutare a promuovere una società più empatica e solidale. Sebbene alcune forme di altruismo possano essere influenzate da aspettative di reciprocità o vantaggi evolutivi, l’altruismo genuino, guidato dall’empatia, continua a rappresentare una delle manifestazioni più nobili dell’umanità. Promuovere l’altruismo, attraverso l’educazione e la sensibilizzazione, può contribuire a creare una società più giusta e compassionevole, dove il benessere di tutti è una priorità condivisa. Quindi, la prossima volta che ti capita di aiutare qualcuno senza pensarci troppo, ricorda che stai partecipando a uno degli aspetti più significativi e positivi del comportamento umano. E chissà, magari quel piccolo gesto farà sentire meglio anche te.

LA CULTURA INFLUENZA LE PERCEZIONI?

La cultura in cui siamo cresciuti influenza le nostre percezioni sul mondo. In particolare, la nostra vista non è solo un processo fisico di recepimento della luce, ma anche un’interpretazione influenzata dalla cultura in cui siamo immersi. Due esempi ci aiutano a comprendere cometa cultura influenza le nostre percezioni: il disegno del diapason del diavolo e la percezione di un cacciatore. Il diapason del diavolo ha tre prolungamenti… o ne ha due? Difficilmente riusciremmo a riprodurre fedelmente il disegno su un foglio bianco, a meno che non facessimo parte di una tribù africana che ha avuto pochissimi contatti la cultura occidentale. Per loro il compito è semplice! Una spiegazione sembra essere che gli occidentali automaticamente interpretano l’immagine come qualcosa che non può esistere in tre dimensioni e dunque sono bloccati nel riprodurla. I membri di una tribù africana non fanno automaticamente la supposizione che la figura sia “impossibile” e dunque la guardano secondo due dimensioni. Questo permette loro di copiarla perfettamente. Vediamo ora questo altro esempio. Il cacciatore sta mirando all’antilope o all’elefante? Un occidentale direbbe che il cacciatore sta mirando all’antilope perché è in primo piano, mentre l’elefante si trova in lontananza sotto un albero sullo sfondo. Un africano di una tribù isolata direbbe il contrario, cioè che il cacciatore sta mirando all’elefante. Gli occidentali usano la differenza di dimensioni tra i due animali come un indizio della loro distanza. Al contrario, i membri delle tribù africane non sono abituati a indicazioni di profondità e quindi pensano che la preda sia l’elefante. Le interpretazioni erronee create dalle illusioni ottiche sono il risultato di errori dovuti sia all’elaborazione visiva sia nel modo in cui il cervello interpreta le informazioni che riceve. Il nostro bagaglio di conoscenze, le nostre visioni e aspettative rispetto al mondo che ci circonda sono enormemente connessi al modo in cui lo percepiamo e interpretiamo. In conclusione, la cultura influisce il nostro modo di percepire gli stimoli esterni. Ogni persona percepisce e interpreta l’ambiente in modo diverso e unico e questo ci permette di dare il nostro contributo al mondo circostante. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill

“La Sindrome da Bikini”

Il bikini, simbolo di libertà e rivoluzione nella moda sin dalla sua creazione, è diventato un potente simbolo culturale che influenza profondamente la percezione del corpo.  Da un lato, il bikini rappresenta l’empowerment femminile, offrendo alle donne la possibilità di esprimere la propria identità e sensualità in modo libero. Tuttavia, il modo in cui questo indumento viene associato alla tanto citata “prova costume” dai media e dalla pubblicità, ci fa fare i conti con standard di bellezza spesso irrealistici, dando origine alla cosiddetta “sindrome da bikini”.  Tale fenomeno può portare a sperimentare ansia e insicurezza, con conseguenze sull’autostima e sulla salute mentale.  Il vero potere del bikini come mezzo di empowerment risiede nella capacità di promuovere un messaggio di inclusività e accettazione. Quando le donne di tutte le forme, taglie ed età, indossano il bikini, sfidano i rigidi standard di bellezza e affermano che ogni corpo merita di essere celebrato.  Ma se la battaglia per la libertà di indossare ciò che si desidera va in una direzione di inclusività e accettazione della diversità, non tutte le donne indossano un bikini con leggerezza. La paura di non essere all’altezza degli standard di bellezza promossi dai media e dalla società, spinge alcune donne a sentirsi costantemente giudicate e insicure riguardo al proprio corpo, portando a comportamenti come diete estreme e autoisolamento.  La pressione di mostrarsi in pubblico con meno vestiti può esacerbare l’autocritica e il confronto sociale, alimentando problemi di autostima e compromettendo il benessere emotivo. Usando un termine non clinico e non scientifico ma piuttosto colloquiale, potremmo parlare di “Sindrome da Bikini” per descrivere appunto l’ansia e la preoccupazione legate all’apparenza fisica particolarmente accentuate durante la stagione estiva, quando indossare costumi da bagno come il bikini, diventa comune.  I media, attraverso pubblicità, film, social network e riviste, hanno un’influenza profonda nel definire e perpetuare standard di bellezza spesso irrealistici. Le immagini di corpi perfetti, spesso anche ritoccati digitalmente, creano un modello estetico irraggiungibile per la maggior parte delle persone.  Le aspettative sociali riguardanti l’immagine corporea, in particolare con l’arrivo della bella stagione, possono quindi portare a sperimentare stress costante che, in certi casi, può sfociare in disturbi come anoressia e bulimia (o altri tipi di disordini alimentari) ansia e depressione estiva.  La necessità di aderire a questi ideali estetici può anche generare comportamenti ossessivi, come l’eccessivo esercizio fisico e l’uso di diete restrittive nella vigoressia. Inoltre, l’autostima delle persone è spesso minata dal confronto con modelli di bellezza inaccessibili, riducendo la fiducia in sé stessi e influenzando negativamente le relazioni interpersonali.  È possibile sviluppare un rapporto sano con il proprio corpo e godersi la stagione estiva senza timori, indossando il nostro bikini preferito?  Accettare il proprio corpo significa riconoscere e apprezzare la propria unicità, indipendentemente dagli standard di bellezza imposti dalla società. Promuovere un rapporto positivo con il proprio corpo aiuta a combattere le insicurezze legate all’aspetto fisico e le conseguenze che questo può comportare.  I movimenti della body positivity e body neutrality, per esempio, nascono per incoraggiare questo processo. Adottare una visione inclusiva e realistica dei corpi può migliorare significativamente la qualità della vita, favorendo un senso di benessere e autostima duraturo.

Rappresentazioni grafiche e interferenze psicodinamiche

La rappresentazione grafica permette di esplorare profondamente la personalità, i conflitti e le relazioni di una persona. Si possono evidenziare conflitti ed eventuali ostacoli interiori. Ecco, dunque, le interferenze psicodinamiche. Nell’atto del disegnare, infatti, si può sperimentare una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva, che consente di mettere in luce pensieri repressi o sentimenti nascosti. Nei disegni si possono rivelare pensieri repressi e sentimenti nascosti, offrendo una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva. Questo include le interferenze psicodinamiche che possono emergere durante il processo creativo.

Il ruolo delle emozioni “negative”

Tristezza e felicità possono essere viste come due facce della stessa medaglia, entrambe sono necessarie per vivere una vita piena. Tuttavia, i tassi di depressione in crescita possono essere interpretati come un’impossibilità di esperire in modo funzionale anche le emozioni dette “negative”, mostrando come la ricerca spasmodica di una felicità “da copertina” porta spesso solo ad una perenne insoddisfazione. Facciamo sempre più fatica ad essere felici. Stiamo forse sbagliando qualcosa? Potrebbe essere possibile che la strada che porta alla felicità passi attraverso la tristezza? Le emozioni negative fanno parte dell’esperienza umana, hanno un loro ruolo e una loro funzione. Per “emozioni negative” si intende quelle emozioni alle quali viene assegnata una valenza negativa, ovvero vissute soggettivamente in modo spiacevole o sfavorevole. Esempi di tale tipologia di emozioni sono l’ansia, la tristezza, la rabbia, la colpa, il disgusto. Non sono necessariamente dannose e hanno specifiche funzioni nel regolare il nostro stare nel mondo. Tuttavia, se eccessivamente protratte nella loro durata oppure se sostenute da credenze irrazionali, eccessive e disfunzionali, possono correlarsi a esiti negativi a livello comportamentale e di benessere soggettivo.  Ricerche recenti suggeriscono che provare dei sentimenti non troppo felici in realtà promuova il benessere psicologico. Uno studio pubblicato sulla rivista Emotion nel 2016 ha coinvolto 365 partecipanti tedeschi dai 14 agli 88 anni. Per tre settimane, hanno avuto a disposizione uno smartphone che sottoponeva loro sei quiz giornalieri sulla loro salute emotiva. I ricercatori hanno studiato i loro sentimenti, sia negativi che postivi, in base al modo in cui i partecipanti percepivano la loro salute fisica in un dato momento. Prima di queste tre settimane, i partecipanti erano stati intervistati riguardo la loro salute emotiva (quanto si sentissero irritati o ansiosi; come percepissero l’umore negativo), la loro salute fisica e le loro abitudini di interazione sociale (se avessero legami forti con le persone a loro vicine). Dopo aver concluso il loro compito sugli smartphone, gli è stato chiesto il grado di soddisfazione delle loro vite. Il team ha riscontrato che il collegamento tra gli stati mentali negativi e una cattiva salute emotiva e fisica era più debole negli individui che consideravano utili le emozioni negative. Allo stesso modo, le emozioni negative erano collegate con una bassa soddisfazione per la propria vita solo nelle persone che non percepivano i loro sentimenti avversi come utili o piacevoli. Si tende a pensare che, poiché generino sofferenza e disagio nella persona che ne fa esperienza, sia auspicabile eliminarle, allontanarle ed evitate. Tuttavia, hanno un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e sarebbe impossibile, se non disadattivo, pensare di non farne esperienza. Esse hanno funzioni ben specifiche e, soprattutto, utili: possono avvertirci che è necessario cambiare una situazione in cui non ci troviamo a nostro agio, possono aiutarci a riparare ad un danno, a mettere in atto un cambiamento o allertarci su pericoli o momenti di difficoltà. Possono diventare una spinta ad agire o a riflettere su di noi e su quello che ci circonda. Riconoscerne quindi la funzione è il primo passo per comprenderle, attraversarle e, infine, accettarle. In questo modo, possono assumere una valenza trasformativa e migliorativa del nostro stato di benessere, sia mentale che relazionale. Questo perché le emozioni sono strettamente intrecciate alle relazioni. Vi è un rapporto di interdipendenza tra emozioni e relazioni, in cui vi è una reciproca influenza: provare un’emozione a valenza negativa può generare una spinta riparatoria che influenza le interazioni e le relazioni con gli altri.  Inoltre, è durante le avversità che ci leghiamo più profondamente alle altre persone; affrontare le avversità aumenta anche la resilienza. Diventa utile, quindi, identificare le emozioni, dare loro un nome e capire che senso hanno nello specifico momento della vita che stiamo vivendo. Affrontare e comprendere le emozioni negative ci permette di sviluppare maggiore resilienza e promuovere maggiori livelli di benessere personale e sociale.

Disturbo d’ansia: il ruolo dei familiari

Disturbo d’ansia: il ruolo dei familiari.   Di disturbi d’ansia ormai si parla ampiamente. Diversi sono gli articoli che spiegano il circolo sintomatico, gli errori di pensiero e qualche strategia di gestione dell’ansia. Essa è inoltre uno dei disturbi in comorbidità più diffusi. Insomma, l’ansia la conosciamo tutti, e qualcosa di simile ad un attacco di panico è stato provato più o meno da ognuno di noi. Per lo stesso motivo, molti possono trovarsi ad avere, per un certo periodo di vita, un partner o un familiare con un disturbo d’ansia. Stare vicino ad una persona con un disturbo d’ansia, indipendentemente dalla tipologia del disturbo, non è facile. Chi soffre d’ansia, per esempio, può chiedere insistenti rassicurazioni, anche a distanza di poco tempo. Il disturbo inoltre può essere così pervasivo da influenzare uscite o attività insieme. Cosa può fare il familiare di una persona con disturbo d’ansia? Non rassicurare continuamente. Chi soffre d’ansia chiede continue rassicurazioni sul contenuto dei suoi timori. Il familiare è motivato a rispondere in senso positivo alle rassicurazioni, con il tentativo di superare il motivo di preoccupazione e tranquillizzare il soggetto. In realtà, la rassicurazione è un fattore che contribuisce a mantenere alto il livello dell’ansia. Infatti, quando si riceve una rassicurazione, il livello di ansia cala per un breve periodo di tempo, per poi tornare più alta e più forte di prima. Questo spingerà il soggetto a tornare “dove si è sentito meglio”, ovvero a chiedere un’altra rassicurazione simile, dopo poco tempo. 2. Comprendere la persona, senza trattarlo da paziente. La persona che soffre di un disturbo d’ansia, va certamente compresa nelle sue paure. L’ansia è un’emozione, e in quanto tale ognuno di noi ha la capacità di comprenderne le sensazioni, seppur ad una intensità minima. Rispondere in modo rabbioso o accusatorio, stanchi delle continue richieste di rassicurazione, aumenta il senso di colpa del soggetto ansioso (spoiler, il senso di colpa aumenta la stessa sintomatologia ansiosa). Tuttavia, comprendere il soggetto, non vuol dire diventare totalmente accudenti o comportarsi da terapeuti. Infatti, l’estrema accondiscendenza, accompagnamento, o addirittura sostituirsi alle paure del soggetto per lungo tempo, diventano aspetti di mantenimento della patologia. In primo luogo, questi comportamenti evitano alla persona ansiosa le esposizioni necessarie ad un trattamento del disturbo (attenzione, non parliamo di terapia d’urto!). Infine, un tal comportamento incita il soggetto ad una possibile identificazione con un passivizzante ruolo da paziente malato. 3. Mantenere la calma. Rispondere con un tono di voce calmo e senza paura funge da modelling per la persona ansiosa: d’altronde, di ansia non si muore! 4. Riconoscere i meccanismi dell’ansia. Un consulto da un esperto è molto utile nel riconoscimento dei circoli e dei sintomi ansiosi. 5. Fare insieme tecniche positive. Piuttosto che entrare nel contenuto della preoccupazione, quando si riconosce una sintomatologia ansiosa in atto, si può semplicemente incitare a mettere in atto, insieme, delle tecniche di gestione dell’attivazione corporea, come esercizi di respirazione, l’abbraccio della farfalla, rifocalizzazione dell’attenzione, TIP di gestione emotiva.

Controllare gli impulsi si può?

Alcuni suggerimenti utili per i genitori che vogliono insegnare ai propri figli come controllare gli impulsi. L’inibizione delle reazioni è la capacità di controllare gli impulsi e di trattenersi dal fare la prima cosa che passa per la testa. All’inizio, sono gli adulti che attraverso le proprie parole e comportamenti impediscono i figli di agire, quando prevedono pericoli. Se, ad esempio, un bambino è in procinto di attraversare la strada, l’adulto dice di osservare se passano delle macchine da entrambe le direzioni prima di muoversi. Perchè è cosi importante sviluppare questa capacità? E’ una capacità importante quella di inibire le reazioni sia per i bambini che per gli adolescenti, per motivi di sicurezza. I bambini spesso amano saltare, correre, arrampicarsi e non percepiscono sempre il pericolo che si corre. Gli adolescenti, invece, si ritrovano nella fase dell’esplorazione e dunque, potrebbero mettere in atto comportamenti che sembrano “giusti e divertenti” (come utilizzare alcol o droghe) nel momento stesso, ma non riflettendo sulle conseguenze a lungo termine. Potrebbero anche mettere in atto comportamenti aggressivi o reagire con parole non adeguate al contesto, e cosi via. Alcuni suggerimenti utili: Prevenire. Ricercare i segnali che ci avvertono di una reazione impulsiva come una crescente frustrazione, agitazione. I segnali potrebbero essere espressioni facciali o per alcuni lo stringere i pugni, sospirare. E’ importante, in questi casi, attuare delle strategie per calmarlo, farlo respirare, fare una pausa, fargli esprimere come si sente. Sarà importante poi che il bambino impari col tempo a riconoscere lui stesso i propri segnali. Insegnare comportamenti sostitutivi, quindi rinforzare il comportamento corretto e funzionale. Osservare se ci sono degli schemi ricorrenti e in quali tipi di attività si mostrano maggiori difficoltà. Riuscire a prevedere quali potrebbero essere le difficoltà in modo da riuscirle ad affrontare nel modo corretto. Prima di buttarsi in un’attività è importante chiedere al bambino di ripetere ciò che deve fare e come può rispondere agli eventuali ostacoli che incontra.