La Sindrome Psiconeoplastica

di Ilenia Gregorio La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.Possiamo considerare la sindrome Psiconeoplastica non tanto come una malattia fisica in senso stretto, ma piuttosto come un insieme di reazioni psicologiche e sintomi che emergono in risposta alla diagnosi di un cancro. Essa Include: sentimenti di shock, rabbia, depressione e negazione, nonché un senso di perdita dell’identità, paura della morte, e ilvissuto di un corpo tradito con smarrimento sulla percezione della propria immagine corporea. La gravità e la manifestazione dei sintomi variano, chiaramente, in base a fattori individuali come la personalità e il supporto sociale. I sintomi psicologici riscontrati in questa condizione sono: Senso di morte Spiacevole alterazione del vissuto corporeo Angoscia di disgregazione Modificazioni imposte dello stile di vita Perdita del ruolo familiare Riduzione delle capacità lavorative Dubbi sulla capacità di mantenere un ruolo attivo nei legami affettivi e sessuali Senso di perdita del gruppo di appartenenza sociale Senso di frustrazione e depressione più o meno profonda Distress psicologico Ostilità e aggressività verso l’ambiente circostante Senso di colpa, di invidia, di ingiustizia Senso di ineluttabilità della malattia, senso di impotenza Uso massiccio dei meccanismi di difesa quali negazione e rimozione. Depressione, ansia e rabbia possono essere viste come normali risposte adattive alla situazione che l’individuo sta affrontando. L’eccessiva presenza di queste ultime non deve essere considerata necessariamente come la presenza di disturbi o espressione di una malattia, ma è fondamentale essere a conoscenza del fatto che un certo livello di depressione e ansia è inevitabile. Il paziente affronta il trauma della malattia con meccanismi di difesa come la negazione o la rimozione, cercando di mantenere una parvenza di normalità nella vita quotidiana ma qualora il suo sistema di strategie di difesa dovesse indebolirsi e si dovessero mettere in atto strategie difensive immature o patologiche, possono intensificarsi i livelli di ansia e di depressione e il paziente può, inoltre, sperimentare unDisturbo Post Traumatico da Stress. La presenza di un forte supporto sociale e relazionale può fungere da fattore protettivo, mitigando l’impatto emotivo della malattia ma sicuramente la gestione del disagio che scaturisce da una diagnosi di malattia oncologica ha necessità di essere presa in carico da personale specializzato come lo Psicologo che ha esperienza e adeguata formazione in campo Psiconcologico. Lo Psiconcologo stabilisce con il paziente una relazione di supporto empatico e non giudicante, offrendo uno spazio sicuro per esprimere ansia, paura, rabbia e altre emozioni legate alla diagnosi e al percorso di malattia. Il suo ruolo è quello di integrare il supporto psicologico nel team di cura, aiutando il paziente e i familiari a gestire il distress, a trovare strategie adattive per affrontare la malattia, a migliorare la qualità della vita e a trovare un nuovo significato nell’esperienza, anche nel fine vita.La sindrome psiconeoplastica evidenzia la necessità di un supporto e di un intervento psicologico mirato a gestire queste reazioni, offrendo al paziente le risorse per affrontare il trauma e le sfide della malattia e soprattutto, laddove è possibile, per ritornare ad uno stato ottimale di benessere biopsicosociale.

Training autogeno: ritrovare equilibrio tra corpo e mente

Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente sollecitati. Email che arrivano all’ultimo minuto, impegni che si accavallano, aspettative sempre più alte. In mezzo a questa corsa, il corpo e la mente reagiscono: tensione muscolare, insonnia, ansia, difficoltà a concentrarsi. In questi momenti, poter contare su una tecnica semplice, accessibile e fondata su solide basi scientifiche diventa prezioso. È qui che entra in gioco il training autogeno, un metodo di rilassamento che insegna ad ascoltarsi e a riportare equilibrio dentro di sé. Non un rimedio miracoloso, ma un percorso che, con costanza, può diventare un vero alleato per il benessere psicofisico. Le origini Il training autogeno nasce negli anni ’30 grazie allo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. I suoi studi si basavano anche sulle ricerche del neurologo Oskar Vogt, che aveva approfondito il campo dell’ipnosi. Schultz, osservando i suoi pazienti, si rese conto che durante gli stati di rilassamento emergevano spontaneamente sensazioni di pesantezza e calore, accompagnate da una distensione generale. Da qui l’idea di sviluppare una tecnica che non dipendesse più dal terapeuta, ma che rendesse la persona capace di indurre in sé quello stato. Questa fu la vera innovazione: mentre nell’ipnosi la presenza dell’ipnotista resta necessaria, nel training autogeno il soggetto diventa protagonista e autonomo, imparando a generare in modo indipendente calma e benessere. Come funziona il training autogeno Il cuore della tecnica sta nell’autosuggestione. Attraverso frasi semplici e ripetute mentalmente (ad esempio “il mio braccio è pesante”), la persona concentra l’attenzione sul corpo e impara a evocare sensazioni fisiche di distensione. Con la pratica, queste sensazioni diventano sempre più immediate e naturali. I muscoli si rilassano, il respiro rallenta, il battito cardiaco si stabilizza. È un vero e proprio allenamento alla calma, che porta gradualmente a regolare il sistema nervoso autonomo e a riequilibrare le risposte fisiologiche legate allo stress. I benefici: dal clinico al quotidiano Il training autogeno ha trovato spazio in moltissimi ambiti, sia clinici che non. I benefici possono riguardare: Gestione dello stress e dell’ansia: riduce tensioni, favorisce calma mentale e aumenta la capacità di affrontare situazioni difficili; Disturbi del sonno: utile in caso di insonnia o risvegli notturni, aiuta a ristabilire un ritmo più naturale; Patologie psicosomatiche: supporta nel trattamento di disturbi come cefalee, problemi gastrointestinali o ipertensione legata allo stress; Prestazioni e concentrazione: viene usato nello sport, nello studio e nelle performance artistiche per migliorare la focalizzazione e ridurre l’ansia da prestazione; Crescita personale: promuove un contatto più autentico con se stessi, sviluppando consapevolezza, fiducia e capacità di gestione delle emozioni. Oltre a questi ambiti, la tecnica è stata applicata anche in ostetricia, come supporto alla preparazione psicofisica al parto, e in contesti educativi, per aiutare bambini e ragazzi a migliorare concentrazione e gestione dell’ansia scolastica, o lavorativi. Training autogeno e psiche: perché funziona Al di là della distensione immediata, il training autogeno lavora più in profondità. Agendo sul sistema nervoso vegetativo, favorisce un riequilibrio tra la parte simpatica (legata all’attivazione, alla “lotta o fuga”) e quella parasimpatica (che permette riposo e rigenerazione). Questo equilibrio non incide solo sul corpo, ma anche sulla mente: meno adrenalina in circolo significa meno allarme, più possibilità di osservare i problemi con lucidità e senza farsi travolgere. È come se la tecnica creasse uno spazio interiore in cui le emozioni possono emergere, ma senza travolgere. In questo senso, il training autogeno non è solo una tecnica di rilassamento, ma un vero strumento di autoconoscenza. Come si impara e come praticarlo L’apprendimento richiede gradualità. In genere si inizia con il supporto di un professionista, un operatore debitamente certificato, che guida nei sei esercizi di base e aiuta a costruire una pratica personalizzata. Gli esercizi si dividono in due gruppi: Esercizi di base: riguardano pesantezza, calore, respiro, cuore, plesso solare e fronte fresca; Esercizi superiori: mirano ad aspetti più profondi, legati all’introspezione e alla dimensione immaginativa. Una volta appresa, la tecnica diventa un vero strumento “da portare con sé”, che necessiterà solo di un luogo tranquillo per allenarsi e percepirne i benefici. Conclusione Il training autogeno è un metodo semplice nella forma, ma profondo nei suoi effetti. Non promette soluzioni immediate né sostituisce percorsi di cura complessi, ma insegna qualcosa di prezioso: la capacità di attivare dentro di sé una risorsa di calma e equilibrio. In un mondo che corre veloce, il training autogeno offre la possibilità di fermarsi, respirare e ritrovare il filo con il proprio corpo e con la propria mente. Un piccolo spazio quotidiano che, nel tempo, può trasformarsi in una grande risorsa di benessere.

Mangiare in pubblico fa paura con la deipnofobia

Mangiare

L’estate è ormai al termine e le serate all’aperto in cui ritrovarsi per chiacchierare e mangiare insieme si diradano. Momenti di spensieratezza e convivialità come questi però possono essere percepiti in modo negativo per coloro che soffrono di deipnofobia. La paura infatti di mangiare in pubblico o comunque davanti ad altre persone, dí partecipare a conversazioni durante un pasto può provocare ansia e stress. Nella deipnofobia, quindi, il fobico sviluppa comportamenti tipici dell’ansia sociale e che influenzano il benessere mentale. Spesso questi atteggiamenti sono assunti da persone grasse o estremamente magre, per la paura di un giudizio negativo circa il loro comportamento nei confronti del cibo. Mangiare in presenza di altre persone quindi è percepita come un’esperienza talmente intima da compromettere non solo il pasto in sé, ma anche le relazioni sociali. In presenza di altri, infatti, i fobici sentono crescere il disagio, provando ansia, tremore, difficoltà respiratorie e dí deglutizione, compromettendo poi l’equilibrio di tutti i commensali. La deipnofobia si distingue dall’anginofobia, in quanto quest’ultima è legata prevalentemente alla paura di ingoiare ed eventuale soffocamento. Mangiare in compagnia non è più piacevole. Si trasforma in un evento stressante e ansiogeno, snaturando l’aspetto conviviale dello stare insieme agli altri durante un pasto. La conseguenza più immediata è il ritiro sociale e tutte le forme per eludere gli inviti ricevuti. Vittime indirette diventano anche i familiari che comunque, devono accodarsi alle decisioni del fobico di non mangiare insieme a parenti ed amici. Il supporto empatico offerto spesso è visto come una forzatura a cambiare questo atteggiamento invalidante, alimentando però la percezione di non essere capiti. Risulta quindi difficile, ma non impossibile, venir fuori da questa situazione, sia da parte del fobico stesso e sia dalla rete familiare che subisce inerme. Lentamente, si può capire e far comprendere che questo comportamento non necessariamente debba essere considerato l’unica alternativa possibile.

Solitudine tra dolore e cura: la complessità dell’isolamento volontario

di Vincenzo Martone Ti è mai capitato di sentire il bisogno di stare solo, anche quando tutto intorno ti spingeva a fare il contrario? A me sì. E quando capita, mi torna spesso alla mente una frase di Jessica Lange, che in un’intervista disse:“Ho sempre vissuto con la solitudine. Ma non mi sono mai annoiata.” È davvero possibile che una condizione dalle mille sfaccettature, come la solitudine, tanto temuta in un mondo che è sempre più connesso, possa diventare uno spazio fertile, addirittura curativo?In questo articolo esploriamo cosa dicono le neuroscienze su solitudine, isolamento socialee fenomeni estremi come quello degli hikikomori. Scopriremo che non tutta la solitudine famale – e che, in certi casi, può perfino salvarci. Solitudine e dell’Isolamento Sociale: cosa ci dicono le neuroscienze? Diversi studi, di stampo neuroscientifico, hanno dimostrato che l’esclusione sociale,l’isolamento autoimposto (o quello subìto) e la solitudine sono associate all’attivazione dellestesse aree cerebrali implicate nel dolore fisico. In particolare, si è osservata un’attivazionedella corteccia cingolata anteriore e dell’insula anteriore, le stesse aree coinvolte neldolore affettivo, in studi come, ad esempio, quello di Eisenberger et al. (2003), i quali hannomostrato come l’esclusione simulata da un gioco attivi queste aree del cervello 1 . Altri studi,come quello di Kross et al. (2011), hanno altresì dimostrato che pensare ad un’esperienzadolorosa di rifiuto, attiva anche la corteccia somatosensoriale secondaria e l’insulaposteriore, normalmente associate al dolore fisico. Anche l’amigdala, parte del sistema limbico coinvolta nella risposta alla minaccia e all’ansia sociale, risulta frequentemente iperattiva nei soggetti che sperimentano solitudine cronica. Quando la solitudine è scelta volontariamente, si è però notato che gli effetti possono essere benefici. Essa consente uno spazio per la riflessione, la creatività e l’equilibrio mentale. A livello cerebrale, questa condizione è stata associata all’attivazione della rete neurale che compone il Default Mode Network (DMN) – un insieme di regioni (come lacorteccia prefrontale mediale e il cingolato posteriore) che si attivano durante stati di riposoe profonda introspezione.Difatti, studi recenti hanno evidenziato che brevi periodi di solitudine volontaria favoriscono l’attività riflessiva e migliorano l’umore e la creatività, proprio grazie al coinvolgimento del DMN 5 – diversamente, periodi prolungati di attivazione di questa rete rappresentano la presenza di un stato psicologico alterato, come ad esempio l’umore depresso. Hikikomori: La Solitudine Patologica Quando si indaga la solitudine, non si può fare a meno di menzionare il fenomeno deglihikikomori, il quale rappresenta un caso estremo di isolamento sociale (non) scelto.Originariamente osservato in Giappone, è oggi presente anche in molti paesi occidentali.Con il suddetto termine, ci si riferisce a giovani (prevalentemente uomini) che si ritirano dallavita sociale per mesi o anni, spesso vivendo isolati nella propria stanza. Le cause includono,per la maggiore, ansia sociale, pressione scolastica e disadattamento culturale – èquindi una risposta indotta da condizioni esterne.Studi epidemiologici stimano una prevalenza del 1–2% tra i giovani giapponesi 7 . La maggiorparte presenta comorbidità psichiatriche (disturbi dell’umore, ansia sociale, spettroautistico), e il loro isolamento è vissuto come doloroso e reattivo, non come introspezionebenefica 8-9 .Di conseguenza si possono ritrovare, fattori culturali e tecnologici (come l’iperconnessionedigitale e il ritiro nella vita online), i quali giocano un ruolo chiave nell’insorgenza delfenomeno 10 .Solitudine vs. Isolamento: Il Punto di Vista di Jessica LangeIn un’intervista rilasciata nel 2015 al programma DP/30: Emmy Watch, l’attrice JessicaLange ha dichiarato: “Lonely? That’s a condition I’ve been livied my whole life. But bored?no.” (“Sono sempre stata una persona solitaria. Ma non mi sono mai annoiata.”) 11 . Questafrase può definire una sorta di punto di arrivo alla consapevolezza dei propri statienterocettivi: perché ci insegna che l’isolamento indesiderato (come nel dolore del rifiutosociale o negli hikikomori) può ferire, ma la solitudine scelta può persino curare. È unospazio fertile dove si coltivano consapevolezza, creatività e benessere.Tecniche come la mindfulness e la meditazione, ampiamente usate per la gestione dell’ansiae della depressione, si basano proprio sulla valorizzazione del tempo in solitudine, comerisorsa per ritrovare sé stessi.Cosa si può fare nelle situazioni cui si percepisce un forte isolamento? Impara a distinguere isolamento e introspezione: Se senti che la solitudine tisvuota anziché nutrirti, parlane con qualcuno di fiducia o con un professionista. Nontemere l’aiuto Dedica tempo alla creatività: Scrivere, disegnare, camminare o anche soloosservare il paesaggio in silenzio può aiutare a trasformare la solitudine in occasionedi contatto con sé stessi. Riconosci i tuoi bisogni relazionali: Volersi bene significa anche sapere quando siha bisogno degli altri. Accetta la solitudine come condizione umana: Ogni persona sperimenta momenti di solitudine. Accoglierla senza giudizio può renderla meno spaventosa. Coltiva un rituale personale: Anche 10 minuti al giorno per una pratica riflessiva (meditazione, yoga, pilates, …) possono cambiare il nostro modo di “essere soli”. In Sintesi Tutto dipende dal valore che scegliamo di attribuire alla solitudine: se come rifugio o comeprigione. Ed è qui che entra in gioco la salute mentale, sempre frutto di una complessainterazione tra genetica e ambiente. Bibliografia: Eisenberger, N. I., Lieberman, M. D., & Williams, K. D. (2003). Does Rejection Hurt?An fMRI Study of Social Exclusion. Science, 302(5643), 290–292. Kross, E., Berman, M. G., Mischel, W., Smith, E. E., & Wager, T. D. (2011). Socialrejection shares somatosensory representations with physical pain. PNAS, 108(15),6270–6275. Cacioppo, J. T., et al. (2009). In the Eye of the Beholder: Individual Differences inPerceived Social Isolation Predict Regional Brain Activation to Social Stimuli. Journalof Cognitive Neuroscience, 21(1), 83–92. Andrews-Hanna, J. R. (2012). The Brain’s Default Network and Its Adaptive Role inInternal Mentation. The Neuroscientist, 18(3), 251–270. Fox, M. D., et al. (2005). The human brain is intrinsically organized into dynamic,anticorrelated functional networks. PNAS, 102(27), 9673–9678. Zhou HX, Chen X, Shen YQ, Li L, Chen NX, Zhu ZC, Castellanos FX, Yan CG.Rumination and the default mode network: Meta-analysis of brain imaging studiesand implications for depression. Neuroimage. (2020) Feb 1;206:116287. Kato, T. A., et al. (2019). Hikikomori : Multidimensional understanding, assessment,and future international perspectives. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73(8),427–440. Teo, A. R., & Gaw, A. C. (2010). Hikikomori, a Japanese Culture-Bound Syndrome ofSocial Withdrawal? A Proposal for DSM-5. Journal of Nervous and Mental Disease,198(6), 444–449. Tateno, M., et al. (2012). Hikikomori as a possible clinical term

ADOLESCENZA, IMPULSO E PASSIONE

una riflessione su agiti suicidari in adolescenza di Maurizio Tremaroli Sono un genitore prima che un terapeuta, ogni ragazzo che seguo è un po’ anche un figlio. Alla mia età ho maggior consapevolezza, ricordo cosa significa essere adolescenti, e mi accorgo che il mio modo di pensare di oggi è ciò che a quell’età detestavo. Ora comprendo come la distanza comunicativa sia insita nelle cose, perché l’adulto ha ormai modellato i suoi pensieri, dimenticando l’eccesso di un tempo, e l’adolescente non ha ancora imparato a contenere le spinte vitali, per poterle incanalarle in modo proficuo. Meglio accettare l’incomunicabilità per potersi aprirsi alla comprensione. La necessità di comprendere diventa urgenza quando la tragedia, come un improvviso fulmine nella calura estiva, squarcia la quiete di una tranquilla mattina assolata. Non una lontana notizia di cronaca, una passeggera perturbazione presto dimenticata, ma il doloroso bruciore dell’ustione che ferisce e tormenta alungo. Una adolescente di cui avevo intuito speranze e timori incrociandone casualmente l’esistenza, con un gesto irreversibile aveva gettato via ogni speranza di futuro, nel suo momento presente di lacerante disagio. Il fantasma della ragazza è rimasto a lungo nella mia mente. Al dolore, diluito dalla distanza e dal tempo, mescolato a impotenza e ideazione salvifica, è subentrato il bisogno di capire e di perdonare, di piangere per l’esito per comprenderne l’intento. Non credo al nichilismo, né all’istinto di morte; l’adolescente è affamato di vita, di esperienze e di amore. Rincorre la felicità , sfidando anche l’abisso, schiacciato dall’urgenza che le spinte emotive imprimono al suo esplorare. Ogni esistenza è un susseguirsi di fasi invariabili: un inizio, definito dal concepimento o dalla nascita, una fase di trasformazione, nella quale far maturare le potenzialità latenti, una fase di decadimento e fine. La vita è un processo evolutivo, un percorso nella dimensione del tempo, lungo cui si dipana la potenzialità biologica scritta nel codice genetico, alimenta dall’ambiente prossimo. Se il codice genetico che definisce ogni nuova esistenza è scritto nei frammenti univoci di una successione di nucleotidi, la sua essenza concreta sarà progressivamente modellata dalla qualità del nutrimento. Le forme di vita complessa hanno processi di sviluppo lunghi, che necessitano di molte attenzioni; mentre alimentiamo l’apparato biologico, stiamo anche contribuendo a scrivere i codici di programmazione con cui l’individuo modellerà le sue reti neuronali, con le quali elaborare la mole di stimoli originati da sensazioni interne e da segnali che arrivano dall’ambiente circostante. Alla nascita i bisogni di un essere umano sono ben definiti: protezione, nutrimento e calore. Nel corso dello sviluppo e più avanti nell’arco della vita, ognuno si modella all’ambiente nel quale vive, nel contempo lo modifica per renderlo più adeguato alle sue personali esigenze, in un processo di costante aggiustamento e di ricerca di equilibrio; una di maturazione personale che rende ogni individuo un essere unico ed insostitibile. Tanta parte di quell’unicità è frutto di un accudimento che, soddisfacendo i bisogni primari, ha contribuito a modellare nell’immediato e in ogni futura interazione le aspettative dell’individuo rispetto alle figure con cui entrerà in relazione, fornendogli contemporaneamente anche la padronanza per riconoscere e modulare i picchi della sua emotività.La traiettoria e la velocità a cui percorriamo l’esistenza possono variare, potenza del libero arbitrio, ma ladirezione è uguale per tutti. Come per il destino di un oggetto che viene scagliato lontano, il percorso di vita è un movimento curvilineo di cui conosciamo il punto di inizio e di cui riusciamo a stimare il punto di arrivo, sapendo che potrebbe trovare imprevisti ostacoli o fortuiti rimbalzi a modificarne il termine.Il nostro percorso però non è così regolare come quello di un oggetto inanimato a cui imprimiamo un’accelerazione. La vita è caratterizzata da balzi evolutivi a cui non ci possiamo sottrarre, che in alcuni periodi dello sviluppo accellerano le trasformazioni maturative e ci portano rapidamente ad un più alto livello di funzionamento.Il più problematico tra i balzi evolutivi è la transizione dalla fanciullezza all’età adulta: l’adolescenza, l’ultima fase di crescita verso la completa maturazione fisica. Un lungo periodo caratterizzato da profonde trasformazioni somatiche e psichiche, a rendere più complessa la ricerca di equilibrio tra la gestione delle emozioni e la ricerca del proprio spazio sociale. Il raggiungimento della maturità riproduttiva, le capacità della mente di formulare pensieri astratti, rendono il ragazzo un individuo formalmente maturo, con una reattività emotiva intensa. Tuttavia, nel contesto sociale odierno, l’adolescente è confinato in una terra di mezzo, né fanciullo né adulto, a causa del lungo percorso di formazione necessario ad affrontare la complessità odierna e dalla difficoltà ad acquisire autonomia economica.Diventati adulti dimentichiamo le tempeste emotive di quel periodo, facciamo fatica a comprendere le tensioni, gli eccessi e le difficoltà dei nostri figli adolescenti. Siamo consapevoli di non capirli e di non essere capiti. È necessario correggere l’approccio, reimparare a leggere le loro emozioni, cercare una comunicazione possibile, che sappia essere traslata dal piano verticale, adulto-minore, a quella orizzontale, paritetica, individuo-individuo. L’accelerazione nei mutamenti intergenerazionali rispetto ai valori, alle esigenze, ai codici comunicativi, ha creato un muro di incomunicabilità enorme, ma anche, nell’adolescente, uno sconfinato bisogno di comprensione che non sappiamo leggere né assecondare. Le pulsioni giovanili quando emergono trovano un mondo degli adulti disilluso e privo di certezze, non in grado di delimitare gli argini etici e relazionali dell’agire sociale. Purtroppo il mancato contenimento diventa a volte dramma, a causa di agiti sempre più dirompenti, che si manifestano in forma diaggressione o di autolesione. Proviamo a guardare all’adolescenza, valorizzandone le pulsioni vitali, come all’età del cuore, ad indicare come coraggio, audacia, generosità, amore, incoscienza siano gli attributi che spesso emergononei giovani adulti; accettando che a volte possono essere vittime del loro stesso entusiasmo, dell’eccessodi sicurezza o dello sconforto che segue le prime sconfitte. Noi adulti dobbiamo essere ben attenti a difendere e valorizzare questo coraggio, che da sempre è la linfavitale del progresso della Società. Con il pieno ingresso nella maturità purtroppo si entra nell’età dominatadall’egoismo, alla generosità disinteressata si sostituisce il freddo opportunismo.Ma l’età del cuore è anche una corsa nel buio. Le prospettive cambiano improvvisamente, le emozionisono

Il ciclo del riposo: come prepararci mentalmente a “staccare” davvero?

Ogni anno, in prossimità delle vacanze, molte persone esprimono un desiderio apparentemente semplice: staccare la spina. In particolare, noi psicologi necessitiamo di rigenerare le risorse cognitive ed emotive, proprio in virtù del fatto che lavoriamo in un ambito ad alta intensità relazionale. Scollegarsi dal lavoro, dai pensieri incessanti, dal ritmo pressante delle giornate. Fermarsi vuol dire, allora, rimettere a fuoco la “persona” oltre il proprio “ruolo”. Eppure, puntualmente, scopriamo che spegnere il computer non basta. Il corpo può anche essere in ferie, ma la mente… ancora no. La pausa estiva, pertanto, rappresenta una sana cesura nel ciclo terapeutico pur prevedendo un ritorno. Il paradosso della disconnessione Viviamo in una cultura che concepisce il riposo come un interruttore: on-off, lavoro o vacanza, produttività o relax. Ma la mente non funziona così. Non cambia stato per decreto. E questa illusione, pervasiva, anche tra i professionisti della salute mentale, può rendere le ferie un luogo ambiguo: desiderato e insieme disturbante. Quante volte, nei primi giorni di pausa, ci sentiamo più ansiosi, più nervosi, più “svuotati” di quanto ci aspettassimo? In chiave sistemica, potremmo dire che il nostro sistema (individuale, relazionale, professionale) ha bisogno di un tempo per riconfigurarsi. Gregory Bateson ci ricorderebbe che “la mappa non è il territorio”, ciò vuol dire che la realtà è più complessa di qualsiasi rappresentazione che ne possiamo fare: se entriamo in vacanza portandoci dietro la mappa mentale del nostro funzionamento operativo, non riusciremo ad accedere a un vero cambiamento di stato. Come psicologi, possiamo prenderci il compito, per noi e per i nostri pazienti, di trattare il riposo come parte del lavoro psichico e non come sua interruzione. Dove risiede il vero senso delle vacanze? Come professionisti della salute mentale sappiamo che riposare non è solo un bisogno fisiologico, ma un gesto di cura. È anche un atto clinico implicito. Un tempo di metabolizzazione, di integrazione silenziosa. Un momento in cui possiamo lasciare che qualcosa di nuovo maturi in noi, nel nostro modo di ascoltare, nella relazione con il lavoro e con l’altro, un processo simile alla fioritura di un tulipano. E allora, che la vacanza sia anche questo: un luogo di attraversamento, non di fuga. Una pausa che non ci allontana da noi stessi, ma ci riavvicina con delicatezza. Solo così può diventare un vero luogo di rigenerazione: non solo assenza di attività, ma presenza consapevole a sé.

Schadenfreude, identità e privacy: il caso Astronomer e l’epoca della sorveglianza sociale

Talvolta, i momenti più significativi della nostra società non avvengono nelle aule parlamentari o nei tribunali, ma davanti a uno schermo, tra un video su TikTok e un tweet virale. È il caso, recente e lampante, di ciò che è accaduto al Gillette Stadium durante un concerto dei Coldplay, quando una kiss cam ha inquadrato due dirigenti di una startup di intelligenza artificiale — uno dei quali CEO, l’altra a capo delle risorse umane — in un momento privato, affettuoso e visibilmente imbarazzato. La scena, ripresa in diretta e successivamente rilanciata da una spettatrice su TikTok, è diventata virale nel giro di poche ore. In pochi giorni, l’intero mondo online conosceva già non solo il volto, ma anche i nomi, le posizioni lavorative, la situazione sentimentale e i profili social della coppia. Il tutto, senza che ci fosse alcuna indagine ufficiale o intervento da parte dei media tradizionali. Un’azione spontanea, collettiva, alimentata da migliaia di utenti che, motivati da una curiosità a metà tra il pettegolezzo e la giustizia fai-da-te, hanno trasformato un momento privato in uno scandalo internazionale. Ma oltre all’aspetto tecnico — la velocità con cui si può oggi risalire all’identità di una persona — questo caso ci rivela qualcosa di più profondo. Qualcosa che riguarda la nostra psicologia collettiva: il gusto, forse inconfessabile, che si può provare quando qualcuno “più in alto” cade. È qui che entra in gioco un termine tedesco che non ha una vera traduzione in italiano, ma che spiega perfettamente il fenomeno: Schadenfreude. 1. Il piacere segreto del crollo altrui: cos’è la Schadenfreude Schadenfreude è un sostantivo composto da Schaden (danno) e Freude (gioia): la gioia per il danno altrui, soprattutto quando questi altri sono percepiti come privilegiati, arroganti, o distanti da noi. Non si tratta di cattiveria pura, ma di un meccanismo umano molto antico: una reazione emotiva che pare riequilibrare, anche solo per un momento, le ingiustizie percepite nella scala sociale. Nel caso Astronomer, la dinamica è stata esemplare. L’interesse non era soltanto per il gossip romantico o la violazione della fiducia coniugale. Quello che ha acceso l’immaginario collettivo è stato vedere due persone in posizioni di potere — un CEO e una figura HR — agire in modo contraddittorio rispetto alle aspettative sociali. E quando queste contraddizioni vengono esposte pubblicamente, senza filtri, senza comunicati ufficiali né strategie di comunicazione, la reazione collettiva spesso si trasforma in un banchetto emotivo: meme, video reaction, tweet sarcastici. 2. Identità e sorveglianza sociale: quanto basta per essere smascherati Oltre alla dimensione emotiva, colpisce la rapidità con cui la rete è riuscita a identificare i protagonisti del video. Nessun nome, nessuna descrizione era stata fornita. Solo una ripresa su maxi schermo e una breve scena. Eppure, in meno di 24 ore, erano stati individuati attraverso tecniche OSINT, incrociando immagini pubbliche, dati professionali, foto sui social e dettagli visivi minimi. Questo è oggi alla portata di chiunque: un tatuaggio riconoscibile, un anello, uno sfondo. In un contesto di ipercondivisione digitale, l’identità è sempre meno anonima. La sorveglianza non è più delegata agli Stati o ai poteri forti: è diventata partecipativa, orizzontale. Chiunque può diventare sorvegliato — ma anche sorvegliante. Il punto non è solo che la privacy sia compromessa. È che è compromessa senza che ce ne rendiamo conto. Basta trovarsi nel riquadro di una fotocamera. E se quel fotogramma diventa virale, il mondo saprà chi sei — anche se tu non hai mai postato nulla. 3. La privacy come illusione: conseguenze personali e culturali La facilità di identificazione ha conseguenze drammatiche. Non solo per le persone coinvolte, che hanno dovuto affrontare un’umiliazione pubblica globale, chiudere profili, dimettersi. Ma per tutta la società. Perché mette in discussione il concetto stesso di confine tra pubblico e privato. Un gesto affettuoso, seppur controverso, in un contesto apparentemente anonimo — uno stadio — può diventare una prova virale. E da lì, può scatenare reazioni a catena che coinvolgono reputazioni, famiglie, strutture aziendali. La realtà è che oggi basta pochissimo per diventare oggetto di analisi, di giudizio, di ridicolizzazione collettiva. La privacy è diventata condizionata non tanto dalla legge, ma dalla morale pubblica, amplificata da piattaforme che premiano il contenuto più scioccante, divertente, virale. E se la caduta dell’altro diverte, è molto probabile che venga condivisa. 4. Psicologia della sorveglianza e dell’umiliazione virale Da un punto di vista psicologico, ciò che colpisce è il carico emotivo che questa esposizione forzata comporta. Le persone coinvolte si sono trovate in una spirale di visibilità non richiesta, dove ogni gesto, ogni espressione, è stata scomposta, analizzata, giudicata da milioni di sconosciuti. Questo genera quello che in psicologia viene definito “stress da iper-esposizione”, una forma di ansia sociale estrema, che può avere effetti traumatici. Studi dell’APA (American Psychological Association) mostrano come la perdita del controllo sulla propria immagine pubblica sia una delle principali fonti di disagio psicologico nei contesti digitali. Quando non siamo più padroni del modo in cui veniamo visti, o del contesto in cui un nostro comportamento viene interpretato, possiamo sviluppare senso di vergogna, paralisi decisionale, e tendenze evitanti. Inoltre, la viralità non è mai neutra. Amplifica tutto: il gesto, il giudizio, la condanna. Le persone che diventano virali per motivi imbarazzanti – anche per pochi giorni – riportano livelli di stress comparabili a quelli sperimentati in situazioni di lutto o licenziamento. A questo si somma l’angoscia della memoria digitale: ciò che oggi è virale, domani resta comunque ricercabile, archiviato, indicizzato. Anche gli osservatori, però, pagano un prezzo. Partecipare alla gogna pubblica può dare un’effimera sensazione di potere o giustizia. Ma spesso genera assuefazione, distacco emotivo e una progressiva erosione dell’empatia. La Schadenfreude, se troppo alimentata, anestetizza. 5. Conclusione: consapevolezza e cultura della responsabilità Il caso Astronomer è uno specchio dei nostri tempi. Racconta di quanto siamo rapidi a identificare, giudicare e condividere. Ma racconta anche di quanto siamo fragili. Oggi tutti possiamo essere smascherati, osservati, interpretati — anche se non lo vogliamo. E tutti possiamo contribuire, anche senza volerlo, alla caduta altrui. Riconoscere la Schadenfreude dentro di noi non significa assecondarla, ma comprenderla. Solo così possiamo imparare a rallentare prima del “condividi”.

Transizione organizzativa dall’interno

Quando un’azienda viene acquisita da un’altra, i riflettori sono puntati su numeri, strategie e sinergie. I comunicati ufficiali parlano di crescita, opportunità e ristrutturazione. Ma dietro le quinte di questi passaggi epocali, c’è qualcosa di molto più silenzioso e delicato: il vissuto psicologico di chi lavora nella parte acquisita.È questo il cuore della transizione organizzativa: un processo che non è solo economico o gestionale, ma profondamente umano. Cosa c’è dietro? Quali sentimenti si provano? La comunicazione di un’acquisizione può arrivare all’improvviso. Un’e-mail, una riunione straordinaria, un passaparola. In pochi minuti, ciò che sembrava stabile cambia forma. Il primo impatto emotivo varia da persona a persona: alcuni provano smarrimento, altri rabbia, altri ancora un senso di tradimento. Chi ha vissuto a lungo nell’azienda acquisita può sentirsi come se la propria “casa professionale” venisse invasa. È l’inizio di un cambiamento che tocca in profondità l’identità lavorativa e il senso di appartenenza. Anche se le persone mantengono il proprio posto di lavoro, vivono spesso una perdita simbolica: cambiano i riferimenti, i valori, i rituali aziendali. Il logo, lo stile comunicativo, le modalità decisionali. Tutto ciò che costituiva la “cultura” dell’azienda viene in parte assorbito o modificato. Questo processo è assimilabile a un lutto organizzativo, dove si piange la perdita di un sistema conosciuto, anche se non c’è una perdita concreta immediata. Uno degli aspetti più stressanti della transizione organizzativa è l’ambiguità. I cambiamenti non avvengono mai tutti in una volta. Si resta per mesi in una terra di mezzo: le vecchie regole non valgono più, ma le nuove non sono ancora chiare. Questa sospensione psicologica genera ansia, demotivazione e può alimentare voci e tensioni. Le persone si chiedono: “Cosa succederà al mio ruolo?” “Ci saranno tagli?” “Sarò in grado di adattarmi?” Ogni individuo reagisce a modo suo. C’è chi affronta la situazione con distacco o ironia, chi si chiude in un cinismo difensivo, chi cerca di cogliere il lato positivo e mettersi in gioco. La resilienza non è una dote magica, ma una risorsa che può essere coltivata. Spesso, le persone trovano forza nella comunità dei colleghi, nei piccoli rituali che resistono al cambiamento, nella possibilità di costruire insieme un nuovo senso di direzione. In questo contesto, la leadership gioca un ruolo cruciale. Non solo per dare informazioni, ma per contenere emotivamente la squadra. Ascoltare, essere presenti, creare spazi di confronto non è un lusso: è un bisogno organizzativo. Offrire supporto psicologico, anche solo temporaneo o tramite consulenze brevi, può fare la differenza. A volte, basta un luogo sicuro dove verbalizzare paure, dubbi e speranze. Ogni acquisizione è una transizione organizzativa che riguarda non solo contratti e strutture, ma persone. Prendersi cura di questa dimensione significa riconoscere che il lavoro non è solo prestazione, ma anche relazione, identità e senso. Umanizzare il cambiamento è la vera sfida. E anche la più grande occasione di crescita.

Orfani di femminicidio e tutele psicologiche

La violenza domestica è un problema sempre più diffuso che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Molti bambini vivono in ambienti violenti e subiscono traumi profondi. Le conseguenze possono essere gravi, portando a difficoltà emotive come ansia, depressione e mancanza di fiducia in se stessi. La violenza contro le donne è spesso causata da discriminazione, senso di superiorità, disturbi psicologici ed esclusione sociale. Recenti eventi di cronaca hanno mostrato quanto sia importante capire non solo chi commette questi crimini, ma anche il ruolo delle vittime. Secondo la teoria delle ‘finestre rotte’, se un bambino orfano viene trascurato, altri in situazioni simili potrebbero essere a loro volta abbandonati.