La modernità liquida della società odierna

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.
Olimpiadi: dentro la mente degli atleti

Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 non sono solo una competizione di élite. Esse sono un grande teatro delle emozioni umane, un evento che mette in scena le dinamiche psicologiche universali, dalla gestione dell’ansia alla resilienza, dalla costruzione dell’identità personale alla coesione sociale. Ogni atleta olimpico porta con sé non solo anni di allenamento fisico, ma anche un intenso lavoro psicologico che riguarda la gestione dell’ansia e della pressione. Dietro a tutti i risultati ci sono strategie di gestione dello stress, capacità di concentrazione e mentalità da “qui e ora”. La prestazione diventa così un laboratorio di psicologia pratica. L’atleta non combatte solo contro gli avversari, ma contro le proprie insicurezze, dubbi e paure di fallire. La capacità di tenere alta la concentrazione in un contesto così carico di aspettative è, in sé, una forma di allenamento mentale. Le Olimpiadi sono un evento che costruisce narrazioni collettive. Nel cuore di ogni tifoso, l’Italia non è solo un paese sul medagliere ma un simbolo di appartenenza. Gli ori e le emozioni condivise rinsaldano legami sociali e identitari. Quando l’Italia vince un oro non si tratta solo di sport: si tratta di un’esperienza condivisa di orgoglio e presenza emotiva nella comunità. Allo stesso tempo, lo sport può portare a sentimenti ambivalenti: delusione per risultati mancati, stress per aspettative troppo alte, o ansia da prestazione. In quest’ottica, gli eventi olimpici diventano un “esercizio sociale” di equilibrio emotivo collettivo. Le Olimpiadi coinvolgono milioni di spettatori in tutto il mondo – un’esperienza che favorisce una sorta di “identificazione vicaria”. Anche senza partecipare fisicamente, ci sentiamo parte della storia quando seguimo un evento, tifiamo per un atleta o celebriamo un record. Questo fenomeno ci ricorda quanto la psicologia di massa e le emozioni condivise siano elementi chiave nella costruzione del senso di comunità, spesso più potenti di discorsi politici o narrativi quotidiani. Infine, Milano-Cortina 2026 ci invita a riflettere sul significato profondo degli eventi sportivi nella società contemporanea: sono un’occasione per celebrare valori come l’impegno, la cooperazione, l’accettazione delle diversità e la capacità di superare barriere individuali e collettive. Non è solo competizione: è una narrativa psicologica globale, che intreccia storie individuali e collettive, emozioni intense e significati profondi.
Ogni anno alla stessa ora: il corpo che ricorda, la mente che rimuove

Ci sono date che tornano a bussare. A volte non ce ne accorgiamo subito: un’inquietudine sottile, un malessere che non trova “cause”, un sogno ricorrente, un evento che arriva “sempre nello stesso periodo dell’anno”. È come se qualcosa intorno a noi ricordasse. Nella prospettiva sistemico-relazionale, questi segnali non vengono letti come coincidenze o fragilità individuali, ma come possibili tracce di una memoria più ampia, che attraversa le generazioni. Nel lavoro clinico, la sindrome dell’anniversario ci invita a spostare lo sguardo dal tempo cronologico al tempo relazionale. Il calendario, in questo senso, non è solo una sequenza di giorni ma una trama simbolica: ogni data può diventare un nodo in cui il passato torna a farsi presente. Il corpo e la mente sembrano ricordare ciò che la coscienza, spesso, ha cercato di dimenticare. Quando un lutto, un trauma o un evento familiare rimane non elaborato, il sistema tende a mantenerne viva la traccia — come se attraverso la ripetizione di sintomi, incidenti o coincidenze, il non-detto trovasse una via per essere riconosciuto. Si tratta di quella che, nel linguaggio sistemico, potremmo chiamare una lealtà invisibile (Minuchin): una forma di fedeltà a ciò che è rimasto sospeso, che cerca attraverso la ripetizione un modo per essere simbolizzato. Rendere visibile l’invisibile Il lavoro terapeutico, in questi casi, consiste spesso nel ricostruire la linea temporale personale e familiare, individuando le date, i legami e i significati impliciti che si attivano. Quando la connessione tra presente e passato diventa consapevole, si apre uno spazio di libertà: ciò che prima veniva agito può finalmente essere pensato, detto, ritualizzato. Come scriveva Schützenberger, “siamo a volte fedeli a storie che non conosciamo”. Dare parola a queste storie, riconoscere la loro presenza nel nostro calendario interiore, significa riconnettere il tempo alla vita. Dal ricordo alla continuità Riconoscere una sindrome dell’anniversario non significa patologizzare la memoria, ma legittimare il bisogno umano di continuità e di significato. Ogni ricorrenza può diventare, allora, occasione di integrazione: un punto di passaggio in cui ciò che è stato può essere riconosciuto e restituito alla propria storia. Quando il tempo smette di ripetere e torna a fluire, il passato può finalmente appartenere al passato e il presente tornare ad aprirsi al futuro.
Transizioni di vita: il “liminale” tra un prima e un dopo

Introduzione Ci sono momenti in cui la vita ci sorprende con un cambiamento. Alcune volte lo scegliamo: un nuovo lavoro, una relazione che inizia, una città in cui trasferirsi. Altre volte ci piove addosso: una perdita, una rottura, una malattia. In ogni caso, ciò che accomuna tutte le transizioni di vita è la sensazione di trovarsi “tra due mondi”: quello che non c’è più e quello che ancora non si vede. Uno spazio sospeso, che può far paura ma che, allo stesso tempo, racchiude una grande possibilità di trasformazione. Transizioni universali e transizioni personali Alcune transizioni fanno parte della vita di tutti: iniziare ad andare a scuola, lasciare la casa di famiglia per andare a vivere da soli, diventare genitori, andare in pensione. Sono universali, anche se ciascuno le vive con tempi e modi diversi. Altre invece sono personali, legate alla nostra storia: cambiare lavoro o città, affrontare una separazione, superare una malattia, chiudere o iniziare un’amicizia. Queste transizioni non sono scritte in alcun copione comune: arrivano a sorpresa, spesso con poco preavviso. In entrambi i casi, ci troviamo davanti a una sfida e ad una scelta tra il lasciare andare ciò che eravamo e lo scoprire chi possiamo diventare. Il tempo sospeso e il senso di smarrimento Il cambiamento destabilizza perché ci toglie appigli. Ci lascia senza ruoli chiari, senza routine e senza certezze. È come se la nostra identità entrasse in pausa: non siamo più “quelli di prima” ma non sappiamo ancora “chi saremo”. Questo spazio sospeso, che in psicologia ed in antropologia viene chiamato “liminale” (dal greco “limen”, ovvero “soglia”), può generare smarrimento, ansia o nostalgia. È la terra di mezzo che pochi amano abitare: si tende a voler tornare indietro o a voler correre subito avanti. Eppure, è proprio in questo “non ancora” che si racchiude uno spazio prezioso: quello in cui possiamo rivedere priorità, ripensare relazioni e accorgerci di ciò che per noi conta davvero. Le transizioni come viaggio dell’eroe Un modo affascinante per raccontare le transizioni di vita ci viene dal mito. Lo studioso Joseph Campbell, antropologo e mitologo del Novecento, ha descritto il “viaggio dell’eroe”, uno schema narrativo che ritroviamo in fiabe, miti e film. Influenzato dalle teorie di Carl Gustav Jung e dagli studi sui miti di diverse culture, Campbell ha mostrato come esista un filo rosso comune nelle storie di trasformazione: l’eroe parte, attraversa difficoltà, affronta prove e ritorna cambiato. Se lo adattiamo alla vita quotidiana, le transizioni assomigliano molto a questo percorso: La chiamata: qualcosa cambia, volontariamente o meno. L’eroe (cioè noi) sente che non può più restare dov’è; La soglia: il momento in cui si lascia il vecchio mondo con le sue sicurezze e si entra nell’ignoto. È la fase più fragile e in cui ci si può sentire persi; Le prove: affrontare emozioni nuove, costruire strategie, cercare aiuto. È qui che si cresce, anche se spesso con fatica; Il ritorno trasformato: il nuovo prende forma, non siamo più quelli di prima, ma una versione diversa con nuove risorse e consapevolezze. Guardare le transizioni con questa lente ci aiuta a ricordare che, anche nella difficoltà, c’è un fil rouge che porta avanti; non solo perdita ma anche possibilità di rinascita. Come accompagnarsi nel cambiamento Nessuno attraversa una transizione senza fatica, ma ci sono modi per prendersi cura di sé in questi momenti: Dare spazio alle emozioni senza giudicarle: paura, rabbia, malinconia hanno tutte un significato; Creare piccoli momenti, anche quotidiani, per mantenere un senso di continuità e di piacere pur sentendosi nell’incertezza; Cercare significato, chiedersi cosa del passato vogliamo portare con noi e cosa invece è tempo di lasciare; Coltivare la pazienza: le transizioni non sono sprint ma processi. Non hanno una scadenza e ognuno ha i suoi tempi. Ricordarsi che non esiste un “modo giusto” di attraversare un cambiamento è forse la forma di gentilezza più grande che possiamo concederci. Conclusione Ogni cambiamento ci mette davanti a un bivio: resistere con tutte le forze per restare ancorati al passato, oppure provare ad aprirci, anche se con timore, al nuovo che sta arrivando. Le transizioni di vita non sono solo “interruzioni”: sono passaggi. Luoghi in cui la vecchia identità si scioglie e la nuova prende forma. Non sono mai facili, ma spesso, se guardiamo indietro, scopriamo che è proprio lì, nei momenti di sospensione e smarrimento, che abbiamo imparato qualcosa di fondamentale su di noi.
LA CULTURA DEL FEEDBACK NELLE AZIENDE

In molte aziende il feedback è ancora vissuto come un momento formale, spesso legato a valutazioni annuali o a frasi di circostanza. Eppure, il feedback è molto più di uno strumento di controllo: è un motore di crescita, motivazione e benessere psicologico. Perché funzioni davvero, però, deve diventare parte integrante della cultura organizzativa, non un rituale imposto dall’alto. Per anni si è parlato di dare feedback secondo la tecnica del sandwich: una nota positiva, la critica, e infine un’altra nota positiva così da rendere più digeribile l’osservazione negativa. Tuttavia, i risultati reali spesso sono opposti: il messaggio centrale (la parte critica) rischia di perdersi la persona percepisce artificiosità e poca autenticità la fiducia nella relazione si riduce. Dal punto di vista psicologico, ciò che conta non è la formula, ma il contesto di fiducia. Un buon feedback: è specifico: descrive un comportamento, non la persona; è tempestivo: arriva vicino al momento dell’azione; è bidirezionale: apre spazio al confronto e all’ascolto, non si limita a “correggere”; è orientato al futuro: non punisce, ma indica possibilità di crescita. Il feedback non è quindi una freccia a senso unico, ma una conversazione che valorizza la relazione. Parlare di feedback mette in ansia molte persone. Non è raro che venga percepito come sinonimo di “critica” o, peggio, di “giudizio”. Se in azienda il feedback arriva solo una volta l’anno, magari durante la valutazione delle performance, è facile che venga visto come un momento teso e spiacevole. Spesso chi lo riceve si mette sulla difensiva e chi lo dà si sente a disagio, temendo di ferire l’altro. Il problema è che in molte organizzazioni manca una vera cultura del confronto aperto: i manager non sempre sono formati alla comunicazione assertiva, i team non si sentono al sicuro nel condividere opinioni, e così il feedback diventa un evento eccezionale, carico di aspettative e timori. In queste condizioni, persino un apprezzamento sincero può sembrare poco autentico o manipolatorio. Per passare dal rito alla cultura del feedback servono alcune pratiche: Formare i leader a dare e ricevere feedback con autenticità e competenza relazionale. Normalizzare la pratica: non solo nei momenti critici, ma anche in piccole interazioni quotidiane. Creare sicurezza psicologica: le persone devono sapere che esprimersi non porta conseguenze punitive. Incentivare il feedback tra pari, non solo top-down: il riconoscimento tra colleghi rafforza la collaborazione. Il feedback non è un obbligo di calendario, né un “sandwich” da servire con delicatezza. È una conversazione autentica che, se coltivata con coerenza, rafforza fiducia, performance e benessere. Le organizzazioni che sanno trasformarlo in parte della propria cultura costruiscono non solo team più efficaci, ma anche persone più motivate e resilienti.
La Sindrome Psiconeoplastica

La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.
La Sindrome Psiconeoplastica

di Ilenia Gregorio La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.Possiamo considerare la sindrome Psiconeoplastica non tanto come una malattia fisica in senso stretto, ma piuttosto come un insieme di reazioni psicologiche e sintomi che emergono in risposta alla diagnosi di un cancro. Essa Include: sentimenti di shock, rabbia, depressione e negazione, nonché un senso di perdita dell’identità, paura della morte, e ilvissuto di un corpo tradito con smarrimento sulla percezione della propria immagine corporea. La gravità e la manifestazione dei sintomi variano, chiaramente, in base a fattori individuali come la personalità e il supporto sociale. I sintomi psicologici riscontrati in questa condizione sono: Senso di morte Spiacevole alterazione del vissuto corporeo Angoscia di disgregazione Modificazioni imposte dello stile di vita Perdita del ruolo familiare Riduzione delle capacità lavorative Dubbi sulla capacità di mantenere un ruolo attivo nei legami affettivi e sessuali Senso di perdita del gruppo di appartenenza sociale Senso di frustrazione e depressione più o meno profonda Distress psicologico Ostilità e aggressività verso l’ambiente circostante Senso di colpa, di invidia, di ingiustizia Senso di ineluttabilità della malattia, senso di impotenza Uso massiccio dei meccanismi di difesa quali negazione e rimozione. Depressione, ansia e rabbia possono essere viste come normali risposte adattive alla situazione che l’individuo sta affrontando. L’eccessiva presenza di queste ultime non deve essere considerata necessariamente come la presenza di disturbi o espressione di una malattia, ma è fondamentale essere a conoscenza del fatto che un certo livello di depressione e ansia è inevitabile. Il paziente affronta il trauma della malattia con meccanismi di difesa come la negazione o la rimozione, cercando di mantenere una parvenza di normalità nella vita quotidiana ma qualora il suo sistema di strategie di difesa dovesse indebolirsi e si dovessero mettere in atto strategie difensive immature o patologiche, possono intensificarsi i livelli di ansia e di depressione e il paziente può, inoltre, sperimentare unDisturbo Post Traumatico da Stress. La presenza di un forte supporto sociale e relazionale può fungere da fattore protettivo, mitigando l’impatto emotivo della malattia ma sicuramente la gestione del disagio che scaturisce da una diagnosi di malattia oncologica ha necessità di essere presa in carico da personale specializzato come lo Psicologo che ha esperienza e adeguata formazione in campo Psiconcologico. Lo Psiconcologo stabilisce con il paziente una relazione di supporto empatico e non giudicante, offrendo uno spazio sicuro per esprimere ansia, paura, rabbia e altre emozioni legate alla diagnosi e al percorso di malattia. Il suo ruolo è quello di integrare il supporto psicologico nel team di cura, aiutando il paziente e i familiari a gestire il distress, a trovare strategie adattive per affrontare la malattia, a migliorare la qualità della vita e a trovare un nuovo significato nell’esperienza, anche nel fine vita.La sindrome psiconeoplastica evidenzia la necessità di un supporto e di un intervento psicologico mirato a gestire queste reazioni, offrendo al paziente le risorse per affrontare il trauma e le sfide della malattia e soprattutto, laddove è possibile, per ritornare ad uno stato ottimale di benessere biopsicosociale.
Training autogeno: ritrovare equilibrio tra corpo e mente

Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente sollecitati. Email che arrivano all’ultimo minuto, impegni che si accavallano, aspettative sempre più alte. In mezzo a questa corsa, il corpo e la mente reagiscono: tensione muscolare, insonnia, ansia, difficoltà a concentrarsi. In questi momenti, poter contare su una tecnica semplice, accessibile e fondata su solide basi scientifiche diventa prezioso. È qui che entra in gioco il training autogeno, un metodo di rilassamento che insegna ad ascoltarsi e a riportare equilibrio dentro di sé. Non un rimedio miracoloso, ma un percorso che, con costanza, può diventare un vero alleato per il benessere psicofisico. Le origini Il training autogeno nasce negli anni ’30 grazie allo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. I suoi studi si basavano anche sulle ricerche del neurologo Oskar Vogt, che aveva approfondito il campo dell’ipnosi. Schultz, osservando i suoi pazienti, si rese conto che durante gli stati di rilassamento emergevano spontaneamente sensazioni di pesantezza e calore, accompagnate da una distensione generale. Da qui l’idea di sviluppare una tecnica che non dipendesse più dal terapeuta, ma che rendesse la persona capace di indurre in sé quello stato. Questa fu la vera innovazione: mentre nell’ipnosi la presenza dell’ipnotista resta necessaria, nel training autogeno il soggetto diventa protagonista e autonomo, imparando a generare in modo indipendente calma e benessere. Come funziona il training autogeno Il cuore della tecnica sta nell’autosuggestione. Attraverso frasi semplici e ripetute mentalmente (ad esempio “il mio braccio è pesante”), la persona concentra l’attenzione sul corpo e impara a evocare sensazioni fisiche di distensione. Con la pratica, queste sensazioni diventano sempre più immediate e naturali. I muscoli si rilassano, il respiro rallenta, il battito cardiaco si stabilizza. È un vero e proprio allenamento alla calma, che porta gradualmente a regolare il sistema nervoso autonomo e a riequilibrare le risposte fisiologiche legate allo stress. I benefici: dal clinico al quotidiano Il training autogeno ha trovato spazio in moltissimi ambiti, sia clinici che non. I benefici possono riguardare: Gestione dello stress e dell’ansia: riduce tensioni, favorisce calma mentale e aumenta la capacità di affrontare situazioni difficili; Disturbi del sonno: utile in caso di insonnia o risvegli notturni, aiuta a ristabilire un ritmo più naturale; Patologie psicosomatiche: supporta nel trattamento di disturbi come cefalee, problemi gastrointestinali o ipertensione legata allo stress; Prestazioni e concentrazione: viene usato nello sport, nello studio e nelle performance artistiche per migliorare la focalizzazione e ridurre l’ansia da prestazione; Crescita personale: promuove un contatto più autentico con se stessi, sviluppando consapevolezza, fiducia e capacità di gestione delle emozioni. Oltre a questi ambiti, la tecnica è stata applicata anche in ostetricia, come supporto alla preparazione psicofisica al parto, e in contesti educativi, per aiutare bambini e ragazzi a migliorare concentrazione e gestione dell’ansia scolastica, o lavorativi. Training autogeno e psiche: perché funziona Al di là della distensione immediata, il training autogeno lavora più in profondità. Agendo sul sistema nervoso vegetativo, favorisce un riequilibrio tra la parte simpatica (legata all’attivazione, alla “lotta o fuga”) e quella parasimpatica (che permette riposo e rigenerazione). Questo equilibrio non incide solo sul corpo, ma anche sulla mente: meno adrenalina in circolo significa meno allarme, più possibilità di osservare i problemi con lucidità e senza farsi travolgere. È come se la tecnica creasse uno spazio interiore in cui le emozioni possono emergere, ma senza travolgere. In questo senso, il training autogeno non è solo una tecnica di rilassamento, ma un vero strumento di autoconoscenza. Come si impara e come praticarlo L’apprendimento richiede gradualità. In genere si inizia con il supporto di un professionista, un operatore debitamente certificato, che guida nei sei esercizi di base e aiuta a costruire una pratica personalizzata. Gli esercizi si dividono in due gruppi: Esercizi di base: riguardano pesantezza, calore, respiro, cuore, plesso solare e fronte fresca; Esercizi superiori: mirano ad aspetti più profondi, legati all’introspezione e alla dimensione immaginativa. Una volta appresa, la tecnica diventa un vero strumento “da portare con sé”, che necessiterà solo di un luogo tranquillo per allenarsi e percepirne i benefici. Conclusione Il training autogeno è un metodo semplice nella forma, ma profondo nei suoi effetti. Non promette soluzioni immediate né sostituisce percorsi di cura complessi, ma insegna qualcosa di prezioso: la capacità di attivare dentro di sé una risorsa di calma e equilibrio. In un mondo che corre veloce, il training autogeno offre la possibilità di fermarsi, respirare e ritrovare il filo con il proprio corpo e con la propria mente. Un piccolo spazio quotidiano che, nel tempo, può trasformarsi in una grande risorsa di benessere.
Mangiare in pubblico fa paura con la deipnofobia

L’estate è ormai al termine e le serate all’aperto in cui ritrovarsi per chiacchierare e mangiare insieme si diradano. Momenti di spensieratezza e convivialità come questi però possono essere percepiti in modo negativo per coloro che soffrono di deipnofobia. La paura infatti di mangiare in pubblico o comunque davanti ad altre persone, dí partecipare a conversazioni durante un pasto può provocare ansia e stress. Nella deipnofobia, quindi, il fobico sviluppa comportamenti tipici dell’ansia sociale e che influenzano il benessere mentale. Spesso questi atteggiamenti sono assunti da persone grasse o estremamente magre, per la paura di un giudizio negativo circa il loro comportamento nei confronti del cibo. Mangiare in presenza di altre persone quindi è percepita come un’esperienza talmente intima da compromettere non solo il pasto in sé, ma anche le relazioni sociali. In presenza di altri, infatti, i fobici sentono crescere il disagio, provando ansia, tremore, difficoltà respiratorie e dí deglutizione, compromettendo poi l’equilibrio di tutti i commensali. La deipnofobia si distingue dall’anginofobia, in quanto quest’ultima è legata prevalentemente alla paura di ingoiare ed eventuale soffocamento. Mangiare in compagnia non è più piacevole. Si trasforma in un evento stressante e ansiogeno, snaturando l’aspetto conviviale dello stare insieme agli altri durante un pasto. La conseguenza più immediata è il ritiro sociale e tutte le forme per eludere gli inviti ricevuti. Vittime indirette diventano anche i familiari che comunque, devono accodarsi alle decisioni del fobico di non mangiare insieme a parenti ed amici. Il supporto empatico offerto spesso è visto come una forzatura a cambiare questo atteggiamento invalidante, alimentando però la percezione di non essere capiti. Risulta quindi difficile, ma non impossibile, venir fuori da questa situazione, sia da parte del fobico stesso e sia dalla rete familiare che subisce inerme. Lentamente, si può capire e far comprendere che questo comportamento non necessariamente debba essere considerato l’unica alternativa possibile.
Solitudine tra dolore e cura: la complessità dell’isolamento volontario

di Vincenzo Martone Ti è mai capitato di sentire il bisogno di stare solo, anche quando tutto intorno ti spingeva a fare il contrario? A me sì. E quando capita, mi torna spesso alla mente una frase di Jessica Lange, che in un’intervista disse:“Ho sempre vissuto con la solitudine. Ma non mi sono mai annoiata.” È davvero possibile che una condizione dalle mille sfaccettature, come la solitudine, tanto temuta in un mondo che è sempre più connesso, possa diventare uno spazio fertile, addirittura curativo?In questo articolo esploriamo cosa dicono le neuroscienze su solitudine, isolamento socialee fenomeni estremi come quello degli hikikomori. Scopriremo che non tutta la solitudine famale – e che, in certi casi, può perfino salvarci. Solitudine e dell’Isolamento Sociale: cosa ci dicono le neuroscienze? Diversi studi, di stampo neuroscientifico, hanno dimostrato che l’esclusione sociale,l’isolamento autoimposto (o quello subìto) e la solitudine sono associate all’attivazione dellestesse aree cerebrali implicate nel dolore fisico. In particolare, si è osservata un’attivazionedella corteccia cingolata anteriore e dell’insula anteriore, le stesse aree coinvolte neldolore affettivo, in studi come, ad esempio, quello di Eisenberger et al. (2003), i quali hannomostrato come l’esclusione simulata da un gioco attivi queste aree del cervello 1 . Altri studi,come quello di Kross et al. (2011), hanno altresì dimostrato che pensare ad un’esperienzadolorosa di rifiuto, attiva anche la corteccia somatosensoriale secondaria e l’insulaposteriore, normalmente associate al dolore fisico. Anche l’amigdala, parte del sistema limbico coinvolta nella risposta alla minaccia e all’ansia sociale, risulta frequentemente iperattiva nei soggetti che sperimentano solitudine cronica. Quando la solitudine è scelta volontariamente, si è però notato che gli effetti possono essere benefici. Essa consente uno spazio per la riflessione, la creatività e l’equilibrio mentale. A livello cerebrale, questa condizione è stata associata all’attivazione della rete neurale che compone il Default Mode Network (DMN) – un insieme di regioni (come lacorteccia prefrontale mediale e il cingolato posteriore) che si attivano durante stati di riposoe profonda introspezione.Difatti, studi recenti hanno evidenziato che brevi periodi di solitudine volontaria favoriscono l’attività riflessiva e migliorano l’umore e la creatività, proprio grazie al coinvolgimento del DMN 5 – diversamente, periodi prolungati di attivazione di questa rete rappresentano la presenza di un stato psicologico alterato, come ad esempio l’umore depresso. Hikikomori: La Solitudine Patologica Quando si indaga la solitudine, non si può fare a meno di menzionare il fenomeno deglihikikomori, il quale rappresenta un caso estremo di isolamento sociale (non) scelto.Originariamente osservato in Giappone, è oggi presente anche in molti paesi occidentali.Con il suddetto termine, ci si riferisce a giovani (prevalentemente uomini) che si ritirano dallavita sociale per mesi o anni, spesso vivendo isolati nella propria stanza. Le cause includono,per la maggiore, ansia sociale, pressione scolastica e disadattamento culturale – èquindi una risposta indotta da condizioni esterne.Studi epidemiologici stimano una prevalenza del 1–2% tra i giovani giapponesi 7 . La maggiorparte presenta comorbidità psichiatriche (disturbi dell’umore, ansia sociale, spettroautistico), e il loro isolamento è vissuto come doloroso e reattivo, non come introspezionebenefica 8-9 .Di conseguenza si possono ritrovare, fattori culturali e tecnologici (come l’iperconnessionedigitale e il ritiro nella vita online), i quali giocano un ruolo chiave nell’insorgenza delfenomeno 10 .Solitudine vs. Isolamento: Il Punto di Vista di Jessica LangeIn un’intervista rilasciata nel 2015 al programma DP/30: Emmy Watch, l’attrice JessicaLange ha dichiarato: “Lonely? That’s a condition I’ve been livied my whole life. But bored?no.” (“Sono sempre stata una persona solitaria. Ma non mi sono mai annoiata.”) 11 . Questafrase può definire una sorta di punto di arrivo alla consapevolezza dei propri statienterocettivi: perché ci insegna che l’isolamento indesiderato (come nel dolore del rifiutosociale o negli hikikomori) può ferire, ma la solitudine scelta può persino curare. È unospazio fertile dove si coltivano consapevolezza, creatività e benessere.Tecniche come la mindfulness e la meditazione, ampiamente usate per la gestione dell’ansiae della depressione, si basano proprio sulla valorizzazione del tempo in solitudine, comerisorsa per ritrovare sé stessi.Cosa si può fare nelle situazioni cui si percepisce un forte isolamento? Impara a distinguere isolamento e introspezione: Se senti che la solitudine tisvuota anziché nutrirti, parlane con qualcuno di fiducia o con un professionista. Nontemere l’aiuto Dedica tempo alla creatività: Scrivere, disegnare, camminare o anche soloosservare il paesaggio in silenzio può aiutare a trasformare la solitudine in occasionedi contatto con sé stessi. Riconosci i tuoi bisogni relazionali: Volersi bene significa anche sapere quando siha bisogno degli altri. Accetta la solitudine come condizione umana: Ogni persona sperimenta momenti di solitudine. Accoglierla senza giudizio può renderla meno spaventosa. Coltiva un rituale personale: Anche 10 minuti al giorno per una pratica riflessiva (meditazione, yoga, pilates, …) possono cambiare il nostro modo di “essere soli”. In Sintesi Tutto dipende dal valore che scegliamo di attribuire alla solitudine: se come rifugio o comeprigione. Ed è qui che entra in gioco la salute mentale, sempre frutto di una complessainterazione tra genetica e ambiente. Bibliografia: Eisenberger, N. I., Lieberman, M. D., & Williams, K. D. (2003). Does Rejection Hurt?An fMRI Study of Social Exclusion. Science, 302(5643), 290–292. Kross, E., Berman, M. G., Mischel, W., Smith, E. E., & Wager, T. D. (2011). Socialrejection shares somatosensory representations with physical pain. PNAS, 108(15),6270–6275. Cacioppo, J. T., et al. (2009). In the Eye of the Beholder: Individual Differences inPerceived Social Isolation Predict Regional Brain Activation to Social Stimuli. Journalof Cognitive Neuroscience, 21(1), 83–92. Andrews-Hanna, J. R. (2012). The Brain’s Default Network and Its Adaptive Role inInternal Mentation. The Neuroscientist, 18(3), 251–270. Fox, M. D., et al. (2005). The human brain is intrinsically organized into dynamic,anticorrelated functional networks. PNAS, 102(27), 9673–9678. Zhou HX, Chen X, Shen YQ, Li L, Chen NX, Zhu ZC, Castellanos FX, Yan CG.Rumination and the default mode network: Meta-analysis of brain imaging studiesand implications for depression. Neuroimage. (2020) Feb 1;206:116287. Kato, T. A., et al. (2019). Hikikomori : Multidimensional understanding, assessment,and future international perspectives. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73(8),427–440. Teo, A. R., & Gaw, A. C. (2010). Hikikomori, a Japanese Culture-Bound Syndrome ofSocial Withdrawal? A Proposal for DSM-5. Journal of Nervous and Mental Disease,198(6), 444–449. Tateno, M., et al. (2012). Hikikomori as a possible clinical term