Il fenomeno Jeffrey Dahmer

La serie tv Dahmer ha debuttato un paio di settimane fa, diventando rapidamente una delle serie più popolari di Netflix e soprattutto arrivando ad essere un argomento molto dibattuto tra i giovani su Tik Tok. Prima di entrare nel merito delle polemiche, raccontiamo per grandi linee la trama di questa miniserie composta da 10 episodi. La storia ripercorre la vita di Jeffrey Dahmer, passato alla storia come Mostro di Milwaukee per aver ucciso brutalmente diverse persone tra il 1978 e il 1991. La serie, oltre a focalizzarsi sui vari omicidi compiuti da Dahmer, si sofferma anche sulla psicologia del personaggio, andando ad indagare le vicende di un’infanzia infelice e problematica che l’hanno portato dall’essere semplicemente Jeffrey, a trasformarsi in un mostro capace di uccidere e mangiare le sue vittime. Questa descrizione del personaggio ha portato i telespettatori a guardare il killer con occhi diversi, questo è successo sia perché si è distratti dalla bravura dell’attore che ha intrepretato Dahmer con una interpretazione magistrale, sia perché si è descritta la dolorosa vita del protagonista che emerge in primo piano rispetto alla brutalità degli eventi accaduti. Da parte della serie non c’è alcun tentativo di giustificazione, sia ben chiaro. Semmai si cerca di contestualizzare cotanta malvagità che, a questi livelli, risulta contro natura. Per farlo si dà voce anche alle vittime, passando dal loro punto di vista a quello del serial killer. A conquistare quindi è il cortocircuito tra una storia agghiacciante, che definiresti di fantasia ma che invece non lo è. Diventando così una realtà ancora più terribile. La serie è stata subissata da critiche da parte della comunità lgbtq+ e dai familiari delle vittime che hanno trovato traumatico assistere a un ritorno di interesse del pubblico nei confronti del serial killer cannibale. Questo grande interesse del pubblico ha quindi trasformato Dahmer da serial Killer a personaggio da ricordare, diventando anche un costume di Halloween. Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione? Alla base di questo fascino così duraturo c’è anche il nostro desiderio, quasi una necessità, di trovare una spiegazione a ciò che ci appare come inconcepibile, mostruoso, disumano. Perché se per l’efferatezza, le mutilazioni, la ferocia si può trovare una spiegazione “logica” e psicologica allora ci fanno meno paura e possono essere previste e prevenute.
Narrazioni nelle relazioni scuola-famiglia

Narrazioni nella relazione scuola-famiglia
10 Ottobre Giornata Mondiale della Salute Mentale

La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day) si celebra oggi, 10 ottobre. Ogni anno, da 30 anni, questa data è dedicata alla promozione, prevenzione e promulgazione della salute mentale e del benessere psicologico. La Federazione Mondiale per la Salute Mentale (World Federation for Mental Health) ha istituito questa giornata nel 1992, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); il suo obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, attraverso campagne e attività di promozione e sensibilizzazione. La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere. Questo viene sottolineato dalla definizione di salute della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. Ogni anno si porta il focus della giornata su un argomento diverso legato alla salute mentale e al benessere psicologico. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022 è stato scelto il tema “Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale” (Make Mental Helath & Well-Being For All a Global Priority). Con questo tema si cerca di sottolineare l’importanza di incentivare e attivare politiche che portino la salute mentale al centro del dibattito politico, sociale e collettivo. Stigma e discriminazione continuano a rappresentare una barriera all’inclusione sociale e all’accesso alle cure adeguate. Obiettivo del 10 ottobre 2022 è quello di sviluppare e rafforzare le conoscenze, le competenze, i processi e le risorse di cui i servizi di salute mentale e le comunità necessitano, così da poter dare una risposta rapida ed efficace ai bisogni di salute mentale delle persone. Proprio in questo periodo storico, scosso da guerre, emergenza climatica ed effetti a lungo termine della pandemia, risulta di grande importanza sottolineare la necessità di promuovere benessere psicologico e salute mentale, che deve diventare una priorità alla portata di tutti. Anche se la consapevolezza dell’importanza della salute mentale è sempre più diffusa, è necessario lavorare sempre più affinché la prevenzione dei disturbi mentali e il benessere di ogni cittadino sia possibile. “Il tema della Giornata mondiale della salute mentale del 2022 Rendere la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale ci offre l’opportunità di riaccendere i nostri sforzi per rendere il mondo un posto migliore.Siamo ad un bivio. È imperativo prendere la strada giusta.” (Professor Gabriel Ivbijaro MBE JP) #WorldMentalHealthDay #WMHD2022 Per approfondire: https://wmhdofficial.com/ https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6019 https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/08/news/psicologo_giovani-10368888/
Guardiamo attraverso ciò che siamo: la “verità” di Silente

Tutti noi guardiamo il mondo attraverso ciò che siamo. Ma allora, cos’è la “verità” secondo la psicologia? Harry: è vero tutto questo… o sta accadendo dentro la mia testa? Silente: Certo che sta accadendo dentro la tua testa, Harry. Vorrebbe voler dire che non è vero? Okay, lo ammetto: sono una fan di Harry Potter. Ma in questa meravigliosa scena tratta dalla seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” Silente, nella sua semplicità, esprime un argomento ampiamente condiviso e discusso in psicologia: il concetto di “Realtà” Spesso siamo alla ricerca della verità, ma esiste davvero? O meglio, di quale verità stiamo parlando? Immaginate di osservare un quadro in una galleria d’arte. Siete certi di guardare lo stesso oggetto che sta osservando la persona accanto a voi? Immaginate di star osservando il vostro dipinto preferito, durante un viaggio desiderato da tanto. Sentite e assaporate le emozioni che vi suscita: serenità, felicità, gioia, curiosità. Immaginate i colori e le forme, vivide e precise. Immaginate invece che alla persona accanto a voi lo stesso quadro non piaccia, che abbia appena litigato con il proprio partner e che sia tremendamente affamato. Le forme e i colori che guarderà saranno ugualmente accesi e vividi come li vedete voi? Il ricordo sarà ugualmente chiaro e piacevole come il vostro? La stessa realtà oggettiva sarà decisamente diversa per due sguardi distinti. Ogni giorno filtriamo ciò che accade intorno a noi attraverso le lenti della nostra storia, degli schemi interiorizzati, delle relazioni e delle emozioni che ci circondano. Tutto ciò che suscita una sensazione diventa quindi “vero” per noi, e non c’è persona o argomentazione che tenga ad affermare il contrario. Se per me è importante, è reale, e in quanto tale deve essere affrontato e discusso. Affermare la propria verità è l’atto di rispetto e di amore verso sè stessi più profondo che possa esserci. Ciò che possiamo fare è divenire consapevoli delle nostre lenti, e renderle più vivide e tinte dei nostri colori preferiti!
La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica

La terapia cognitivo-comportamentale si avvale di molte tecniche. Proviamo a prenderne in rassegna alcune, utili nel lavoro con i pazienti. Nei precedenti articoli abbiamo più volte messo in risalto l’importanza che assume la famiglia, nel lavoro con i più piccoli. In questo articolo vogliamo spiegare alcune delle strategie che possono essere utilizzate nella pratica clinica, al fine di chiarire i principi alla base di una terapia cognitivo-comportamentale. In particolare, verrà spiegato: il significato di controllo dello stimolo; l’apprendimento senza errori; l’analisi del compito. Cosa si intende per controllo da parte dello stimolo? Sono tutte quelle situazioni in cui uno stimolo controlla, modifica o determina un comportamento. Facciamo un esempio: quando siamo in macchina e vediamo che il semaforo è rosso, ci fermiamo. Il rosso è lo stimolo che controlla il nostro comportamento di fermarci. Nell’ambiente naturale, siamo circondati da numerosi stimoli che determinano i nostri comportamenti. Durante una psicoterapia, la figura dello psicoterapeuta può fungere da stimolo: sia tramite il comportamento (la postura, il tono di voce, uno sguardo), ma anche attraverso ciò che dice verbalmente. Prima di procedere, ricordiamo innanzitutto l’importanza che assume l’analisi funzionale nella terapia cognitivo-comportamentale: in ogni situazione c’è qualcosa che determina un comportamento (antecedente), il comportamento che deriva dall’antecedente e la conseguenza (A-B-C). L’apprendimento senza errori E una particolare forma di controllo dello stimolo. L’apprendimento senza errori consiste nell’inserire nell’antecedente un aiuto che renda improbabile una risposta sbagliata. Questa forma di aiuto viene definita prompt. Ad esempio, quando chiedo ad un bambino di indicarmi l’immagine di una casa, lo aiuto fin da subito ad emettere il comportamento corretto attraverso diverse tipologie di prompt (fisico, gestuale). A questa forma di aiuto deve poi seguire il fading che consiste nell’attenuarlo in maniera graduale finchè il bambino non avrà più bisogno di essere aiutato. L’analisi del compito L’ultima strategia presa in considerazione in questo articolo è l’analisi del compito. Anche questa tecnica lavora sull’antecedente e spesso viene usata per favorire delle autonomie. Quando ad esempio un compito è troppo complesso, si può suddividerlo in sotto-obiettivi. Pensiamo all’azione di lavarsi le mani: apro il rubinetto, metto le mani sotto l’acqua, schiaccio il sapone, strofino le mani, metto le mani ancora sotto l’acqua, chiudo il rubinetto, asciugo le mani. Questa è un’analisi del compito. Attraverso il raggiungimento di ogni sotto-obiettivo, gradualmente, quel soggetto potrà apprendere l’intera azione. Nel prossimo articolo, prenderemo in considerazione altre strategie che utilizzano i conseguenti di un comportamento.
Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono. Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.
Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.
Il trattamento della depressione: linee guida per l’intervento

La depressione si definisce tale quando si verificano die condizioni fondamentali: un umore depresso per la maggior parte dei giorni quasi tutti i giorni e la perdita di interesse per alcune attività che precedentemente destavano interesse e piacere. A queste due condizioni di associano poi altre manifestazioni (almeno 4 o più) come l’insonnia o l’ipersonnia, la mancanza di appetito o iperfagia, la perdita di concentrazione, vuoti di memoria, agitazione o rallentamento psicomotorio, faticabilità o perdita di energia, sentimenti di svalutazione e sensi di colpa eccessivi, pensieri ricorrenti di morte o ideazione suicidaria. Il disturbo depressivo è detto anche disturbo comune dell’umore per la facilità di riscontrare tale stato nella vita delle persone. L’intervento è caratterizzato da un approccio definito ‘stepped care’. Il primo contatto di solito e con il medico di medicina generale che valuta la sintomatologia e definisce i passaggi da compiere. Quando la persona ha una sintomatologia lieve si rimanda la persona ad una nuova visita dopo circa quindici giorni. Dopo questo periodo si rivaluta la situazione. Se invece la sintomatologia è moderata, il medico di medicina generale può chiedere al paziente di rivolgersi presso un centro di salute mentale per una consulenza specialistica. In casi gravi dove è presente anche un’ideazione suicidaria o pensieri di morte assieme, il paziente necessita una ‘presa in carico’ da parte del centro di salute mentale e seguirà un percorso sia farmacologico che psicoterapico. Tra i trattamenti psicoterapici si riconoscono come valide le terapie che sottolineano l’importanza della relazione interpersonale. Entrando nel vivo della terapia si lavora per ridurre le ruminazioni: si è visto infatti che i pazienti depressi passano molto tempo a rimuginare sui loro difetti; monitorare le attività quotidiane: la perdita di interesse per le attività quotidiane è centrale nei pazienti depressi e la flessione di questa è sintomatica di un peggioramento; pianificare le attività: per quanto possibile è fondamentale a programmare la giornata e le attività; registrare pensieri negativi e modificarli. L’aiuto di professionisti specializzati contattati in tempi adeguati diventa fondamentale per la prognosi del trattamento.
TURISMO SOSTENIBILE E PSICOLOGIA

La psicologia può dare un importante contributo all’analisi dell’impatto dei flussi turistici sulle comunità locali e a diffondere il fenomeno del turismo sostenibile. Essa diventa sempre più indispensabile per realizzare delle politiche di sviluppo capaci di prevenire gli impatti negativi dell’attività turistica sul territorio e sulle popolazioni ospitanti. Inoltre, può dare un apporto fondamentale nella realizzazione di strategie comunicative al fine di far conoscere la destinazione e attrarre così nuovi turisti. Oggi, infatti, il turista può scegliere tra numerose mete nelle quali trascorrere le proprie vacanze. Per le destinazioni diventa, quindi, essenziale avere una strategia di marketing condivisa e sviluppata. Questo permette di collegare la propria offerta turistica ai bisogni dei visitatori (la domanda). Dunque, una località turistica deve sempre essere considerata all’interno di una rete che crea valore grazie alla collaborazione di numerosi partner. Tra questi ci sono le comunità locali, le imprese pubbliche/private, le organizzazioni no-profit, i residenti, gli amministratori locali, ma anche gli stessi turisti. Una destinazione turistica dovrebbe costruirsi un’identità territoriale forte e riconoscibile. A partire, però, sia dai tratti considerati distintivi dagli operatori che vi lavorano sia dalla percezione esterna derivante dal punto di vista dei turisti. Il Place Branding si occupa proprio di questo. Creare, rafforzare e migliorare l’identità territoriale di una meta turistica considerando sia le percezioni degli operatori sia dei turisti. Di fronte alla sempre maggiore attenzione nei confronti della sostenibilità, oggi una destinazione turistica dovrebbe includere pratiche sostenibili tra i tratti identitari e distintivi della propria offerta. Al giorno d’oggi, una programmazione turistica consapevole si pone l’obiettivo di uno sviluppo equilibrato, che preservi le risorse ambientali (fisiche, culturali e sociali) e che coinvolga positivamente la comunità ospitante. Sostenibilità, però, è un termine molto ampio e complesso, che non si esaurisce nella salvaguardia dell’ambiente, ma comprende al suo interno anche aspetti legati alla sfera sociale e a quella economica. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, il turismo sostenibile è quel tipo di viaggio che minimizza gli impatti sull’ambiente, sulla cultura e sulla società, ma al contempo genera reddito, occupazione e conservazione degli ecosistemi locali. Il turismo sostenibile ha al suo interno una serie di sfaccettature, tra cui la dimensione responsabile e comunitaria del turismo. Il turismo responsabile si identifica come una forma di viaggio che implica sia un atteggiamento responsabile e consapevole da parte del turista sia un coinvolgimento attivo della comunità locale stessa. Con turismo comunitario si intende l’insieme delle proposte turistiche promosse e gestite dalle comunità locali. In questa prospettiva, la popolazione locale si occupa sia di gestire i servizi ricettivi di accoglienza turistica sia di condividere conoscenze sulle risorse naturali e culturali di un luogo. Dal punto di vista del turista è da considerarsi anche un’opportunità di avvicinamento e di apprendimento di nuove culture, valori e prospettive. Se la strategia è far diventare la sostenibilità un tratto cardine sulla quale costruire l’identità di un luogo, è necessario capire meglio come attivare le emozioni dei turisti e coinvolgerli in questo processo già dal momento della scelta iniziale. In questo caso la psicologia gioca un ruolo fondamentale. La comunicazione di marketing di una destinazione turistica dovrebbe generare una risposta cognitiva, affettiva e comportamentale. In primo luogo, le attività comunicative dovrebbero diffondere informazioni sugli elementi tangibili e intangibili di un’offerta territoriale in modo tale da accrescere la sua notorietà e il suo riconoscimento da parte dei turisti. Il passaggio successivo dovrebbe essere quello di far sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del luogo da parte dei turisti. Tutto questo avviene se vi è un’identità ben definita, ma soprattutto se viene effettivamente percepita e riconosciuta dal target. Infine, dopo aver accresciuto l’adesione nei confronti del luogo, l’obiettivo diventa quello di far sì che il turista scelga effettivamente quella determinata destinazione turistica. Chi si occupa di far conoscere una destinazione turistica può usare diversi tipi di comunicazione, utilizzando un focus più razionale oppure uno più emotivo. Alcuni studiosi hanno mostrato che i messaggi a contenuto emotivo creano una relazione maggiormente positiva con l’atteggiamento e l’intenzione di acquisto del turista. Inoltre, sembrano anche catturare in modo più efficace l’attenzione e l’interesse dello stesso. Tuttavia, costruire messaggi comunicativi con l’ausilio di emozioni negative, quali ansia e preoccupazione, potrebbe indurre ad atteggiamenti anti-ambientalisti. Altri studi hanno dimostrato l’importanza di tenere in considerazione il livello di consapevolezza ecologica dei turisti, cioè quanto i visitatori sanno circa la sostenibilità nelle sue diverse connotazioni. I turisti con una bassa consapevolezza ecologica tendono ad avere delle intenzioni di scelta di una meta maggiori di fronte ad appelli emotivi. Mentre, i consumatori con una consapevolezza ecologica elevata sono più attratti da stimoli razionali. In generale, tutti questi risultati indicano che la psicologia è da considerare come una nuova prospettiva di analisi del turismo sostenibile in quanto può aiutare a una migliore pianificazione delle strategie di programmazione e di comunicazione turistica. In particolare, questo risulta vero soprattutto quando l’obiettivo è quello di coinvolgere i consumatori meno consapevoli nelle pratiche sostenibili per tutelare e valorizzare la destinazione durante la visita. BIBLIOGRAFIA Ahn, Y. (2022). City branding and sustainable destination management. Sustainability, 12(9) El Sakka, S. (2016). Sustainability as an effective tool for place branding: an application on El Gouna City, Egypt. International Journal of Environmental Science and Development, 7(11)
Il fascino del baby talk: con il linguaggio dei bambini

Noi tutti sappiamo che linguaggio verbale è una potenzialità dell’essere umano. Ovviamente il baby talk richiede agli adulti la caapcità di utilizzare il proprio corpo in relazione a quanto si dice.Questo è fondamentale per evitare messaggi discordanti.Il baby talk diventa un messaggio che l’adulto invia al piccolo in maniera unica e personale.Il baby talk è un collante affettivo tra genitori e figli,favorisce la connessione emotiva. Il baby talk si può considerare un allenamento per il cervello del piccolo.