Discutere nell’era dei social: quali sono i meccanismi in atto e come può la psicologia aiutare?

di Corrado Schiavetto In questo periodo pandemico abbiamo assistito a un cambiamento di paradigma riguardo i metodi e gli strumenti di comunicazione. Sebbene questo cambiamento fosse già in atto da più di un decennio, l’obbligo di distanziamento sociale ha ridotto la possibilità di interazione in presenza, aumentando quindi l’impatto dell’interazione attraverso i vari social media, che hanno visto un aumento di traffico dei propri utenti, nonché l’evoluzione di nuovi linguaggi. Quello però che in alcuni casi è passato più in sordina è stato, nel cambio di questo paradigma, l’incontro fra persone non propriamente abituate al dialogo attraverso uno schermo con le persone che, dal canto opposto, di questa forma di comunicazione avevano già appreso i meccanismi. Già in un articolo del 2006, Identity, Social Networks and Online Communication (ricordiamo che Facebook è stata fondata nel 2004) si domandava se Internet stesse creando nuove persone o se semplicemente ci stesse permettendo di scoprire una nuova facciata della nostra identità. In quell’articolo, proprio dei primi paradigmi teorici riguardo il mondo virtuale, l’assioma era “non fidarti di coloro che incontri su internet e di ciò che trovi su internet”, regola che, con il passare del tempo, si è ritrovata a venire radicalmente rovesciata in gran parte delle attuali generazioni, diventando piuttosto un “non ti fidare delle informazioni che i media tradizionali ti offrono, cerca tutto su internet”: se da un lato questo ha garantito un flusso continuo di informazioni e la possibilità per voci altrimenti soffocate di essere ascoltate e, soprattutto, riconosciute (pensiamo a tutti i movimenti femministi intersezionali, alle informazioni venute dai vari gruppi umanitari e al modo in cui popolazioni oppresse sono riuscite a far sentire la propria voce attraverso i media non ufficiali), allo stesso tempo ha portato al proliferare di teorie del complotto, di ricerca di fonti oscure e alla creazione di piccole sacche di gruppi fortemente estremisti che, chiusi nella loro bolla, non hanno fatto che autoalimentarsi di notizie falsate. Quali sono quindi le dinamiche che sono entrate in atto a seguito di questo cambiamento di paradigma fra l’interazione offline e quella online? Sebbene sia impossibile identificarle tutte, cercherò in questo breve articolo di evidenziare alcune delle più comuni e di fornire qualche termine e consiglio a riguardo. Una delle primissime dinamiche, è quella denominata della echo chamber, o echo bauble. Traducibili come “camera dell’eco” o “bolla dell’eco”, questa dinamica è sia volontaria che involontaria. Ogni social media difatti, che sia facebook, che sia twitter, instagram, tiktok o altri, funziona tramite algoritmi per mostrare i propri contenuti. Questi algoritmi, di cui mi rendo conto di dare una spiegazione grossolana, sono strutturati per esaminare, dove sia stato dato – consapevolmente o meno – il proprio consenso, la propria cronologia di ricerca internet e i post a cui si è data maggiore visibilità. O condividendoli, o commentandoli, o mettendo un like. Farà quindi in modo di considerare questi segnali come una richiesta da parte dell’utente di ricevere nel proprio feed un maggior numero di contenuti simili, a cui tenderà a mettere un maggior numero di likes, e così via, in un ciclo continuo. Il concetto di eco, quindi, è letteralmente il continuo rimbombare nella propria pagina principale solo di contenuti che via via saranno sempre più polarizzati verso il proprio punto di vista, azzerando la possibilità di avere punti di vista opposti. Una serie di ricerche (Duggan & Smith, 2016; Bakshy et al. 2015; Flaxman, Goel e Rao, 2016; Jennifer Brundidge, 2010) hanno mostrato che vi è quindi un rischio elevato sia di venire esclusi sul piano dell’informazione da quelle che sono le tesi opposte alla propria, sia un aumento sul piano delle ideologie, con una sorta di invisibilità selettiva a discorsi alieni a queste ideologie o contrarie. Il risultato, molto spesso, è un continuo inasprimento della discussione a ogni livello, con un rafforzamento della propria identità di gruppo e sociale a discapito della propria identità personale e, proprio per questo, un rifiuto sempre più marcato di tutti i pensieri contrari al proprio. L’effetto più subdolo di questo meccanismo però si ha – azzerando ogni confronto che non sia improntato all’aggressione reciproca – in due direzioni: da un lato, ogni discussione si ritrova ad avere lo stesso peso, perché viene vista in entrambi i casi come espressione di un estremismo. Ogni gruppo tenderà ad attirare dentro di sé persone in parte legate a obiettivi simili e simili proteste, ma in parte semplicemente desiderose di avere un “nemico” contro cui scagliarsi, portando la discussione a livelli ancora più distruttivi e non costruttivi. Un esempio di questa situazione è stato evidenziato da una ricerca (Jhaver, S., Chan, L., & Bruckman, A., 2018), che ha analizzato un fenomeno sociale definito GamerGate, nato a seguito di critiche di un gruppo di utenti (principalmente sulla piattaforma Reddit) nei confronti della sviluppatrice di giochi Zoe Quinn, portando poi a una escalation di azioni e reazioni. Senza entrare nel merito di tutte le dinamiche ma rimandando all’articolo, ciò che i ricercatori hanno evidenziato è stata l’omogeneità dei partecipanti del GamerGate e l’evidenza della disparità di opinioni interne ed esterne riguardo a cosa fosse una molestia su internet e chi ne fosse vittima. Si è vista quindi una sorta di polarizzazione fra gruppi “buoni” e gruppi “cattivi”, dove a un gruppo viene permesso l’utilizzo di linguaggio e insulti che vengono vietati dall’altro gruppo, con la conseguente reazione di chiusura e aggressione. Nello stesso articolo viene fatto l’esempio della possibilità di uscire da una simile dinamica, citando l’esempio di Linda West del 2015, dove, dopo aver incontrato dal vivo la persona che l’aveva molestata di continuo su internet, ha ricevuto dalla stessa le sue sincere scuse, potendo lei stessa riconoscerne l’umanità e la fragilità. Il problema quindi di discutere sui social è questo quindi: la perdita dell’immagine di umanità della persona dall’altro dello schermo, l’incapacità spesso di uscire fuori dalla propria camera dell’eco e – forse – il bisogno di circondarsi di opinioni che siano quasi esclusivamente concordi con il proprio punto di vista, al punto di considerare

Disabilità e vita indipendente

di Susanna Di Benedetto Il diritto alla vita indipendente ed inclusione sociale è ben sancito nell’articolo 19 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con L.18/09, all’interno del quale gli Stati membri riconoscono il diritto alle persone con disabilità ad essere incluse in maniera piena e partecipe in ogni contesto nella società e alla consapevolezza che le persone con disabilità hanno lo stesso diritto di tutte le altre di “vivere la società” e per garantire questo diritto è necessario sia sostenerle nell’acquisizione di autonomia, autodeterminazione ed indipendenza, sia agire concretamente nella società per poter includere tutte le persone, per consentire a tutti di partecipare in modo attivo nella società. Ma com’è nata questa rivoluzione? Tutto inizia nell’ambito di un movimento studentesco degli anni ’60 da due studenti, Judy Heumann ed Eduard Roberts, nel campus di Berkley, in California. La loro disabilità riguardava la quasi totalità delle funzioni motorie, ma i servizi studenteschi non erano accessibili, e loro erano relegati in una sorta di reparti ospedalieri nell’ambito dell’Università.Insieme ad altri decisero di rivendicare il diritto di vivere e studiare con gli altri e come gli altri, rifiutano di essere relegati in reparti speciali affermando il diritto di scelta e di autodeterminazione.Il primo momento è quindi di rivendicazione: all’interno dell’Università (per poter fruire degli stessi spazi e degli stessi servizi degli altri,) poi all’esterno, per la percorribilità delle strade, per i trasporti, per l’accessibilità dei servizi, dei cinema e teatri e degli esercizi commerciali. Nasce nel 1972 il primo Centro per la Vita Indipendente. Un servizio autogestito, rivolto in primis agli altri disabili del territorio, dove coloro che hanno sperimentato un percorso di autonomia, offrono informazione, orientamento e servizi ad altre persone che hanno gli stessi problemi e le stesse aspirazioni. Con l’espressione Vita Indipendente si intende una serie di misure che hanno lo scopo di favorire la vita, appunto, il più possibile autonoma delle persone con disabilità. Si tratta di misure, messe in atto e predisposte da regioni e comuni, che devono mirare a favorire l’autodeterminazione delle persone in condizione di handicap anche grave, favorendo il più possibile la permanenza in casa, a discapito di soluzioni di istituzionalizzazione.A introdurre la Vita Indipendente non solo come concetto ma anche come prassi, nell’ordinamento italiano, è stata la legge 162 del 1998 (e successive modifiche). Si tratta di una legge che negli anni ha visto la successiva possibilità, da parte dei comuni, di proporre e sostenere questo genere di interventi. Ma cosa vuol dire nel concreto vita indipendente? A persone che non hanno una disabilità, possono sembrare cose normali o addirittura banali, ma essenziali nella vita di una persona. Ci riferiamo a cose quali: svegliarsi quando si vuole, scegliere i propri vestiti, decidere cosa fare la sera, e decidere quando andare a dormire.  Ci riferiamo però anche a scelte più importanti come ad esempio che lavoro fare, cosa studiare o scelte di vita come andare a vivere in un’abitazione diversa da quella della famiglia originaria. E, perché no, crearsi un proprio nucleo familiare. E queste scelte che ogni persona fa, secondo la filosofia della Vita Indipendente, non devono essere condizionate, o comunque il meno possibile, dalla disabilità.  Tutto ciò viene garantito attraverso un percorso e la stesura di un progetto di vita indipendente dove la persona viene supportata durante la creazione della propria autonomia personale, abitativa e lavorativa. Questo non vuol dire che la persona riuscirà a fare tutto da sola, ma che avrà la possibilità di scegliere cosa fare con il supporto di figure formate, mantenendo la propria individualità. Il diritto alla vita indipendente, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva e del neurosviluppo, non si improvvisa, ma va costruita nel tempo, nel “durante noi” in vista del “dopo di noi”. Fonti Agenzia per la vita indipendente, www.vitaindipendente.net Associazione Nazionale di Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, http://www.anffas.net/ Atti del seminario “Volere volare. Vita Indipendente delle persone con disabilità” (Peccioli, 27 giugno 2009), contenuti nel volume “Volere volare. Vita indipendente delle persone con disabilità”, a cura di Simona Lancioni, Peccioli, Informare un’h, 2012.   Convenzione ONU

Disabilità e progetto di vita: la svolta psicologica

Il progetto di vita, introdotto con la Legge 27/2021 e il successivo D.L.g.s 62/2024 si configura come uno strumento che aiuta le persone con disabilità a pianificare il presente e il futuro nel rispetto delle potenzialità e delle difficoltà,considerando barriere e facilitatori.

Disabilità e interventi psicologici durante l’emergenza Covid

di Antonella Amitrano  Secondo l’OMS la disabilità è il risultato dell’interazione tra salute e ambiente sfavorevole. Nell’ambiente sono compresi aspetti naturali, architettonici, tecnologici, interpersonali e politici, esso può agire da facilitatore o da barriera nel caso in cui faciliti o meno il funzionamento dell’individuo. In questo senso nessuna persona può funzionare in maniera autonoma al di fuori dell’ambiente di riferimento. Dunque la disabilità può essere definita come: “minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione della persona all’interno nella società su base di uguaglianza con gli altri” (Convenzione delle Nazioni Unite, 2006). Per garantire la crescita ottimale e l’integrazione sociale della persona con disabilità sono fondamentali diversi tipi di interventi a sostegno della persona e della sua famiglia. Innanzitutto sono essenziali interventi precoci di sostegno psicologico alla persona con disabilità e ai suoi familiari, interventi psicoterapeutici che arrivano ad un livello più profondo  della struttura della personalità consentendo l’elaborazione del lutto legato ai vissuti di impotenza, senso di colpa, sensazione di inferiorità, per giungere all’accettazione della “diversità” come risorsa, oltre che incrementare il senso di empowerment sia individuale che genitoriale e valorizzare le capacità di adattamento dell’intero nucleo familiare. Altri interventi utili sono quelli psicoeducativi che sono programmi di attività che includono due fasi: una in cui lo psicologo fornisce informazioni alla persona con disabilità, ai suoi familiari rispetto alla problematica ed un’altra fase di sviluppo delle abilità e cambiamento di atteggiamenti e comportamenti disfunsionali con appositi training. Ulteriori interventi sono di tipo riabilitativo, assistenziale e di risocializzazione è importante quindi che ci sia un lavoro di rete con le diverse istituzioni coinvolte e la famiglia delle persone con disabilità attraverso percorsi condivisi, tenendo conto dei bisogni individuali e contestuali. Nel periodo storico attuale dell’emergenza Covid-19 diversi studi dimostrano che la pandemia può avere un importante impatto sociopsicologico sulla popolazione, soprattutto per le persone in quarantena che hanno un limitato accesso alle interazioni interpersonali e non hanno potuto accedere alle normali fonti di sostegno psicologico (Riccio, Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V., 2020; Brooks et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015) gli effetti psicologici negativi annoverati comprendono: sintomi da stress post-traumatico, confusione ed irascibilità. Tra i fattori di stress ci sono: estensione della durata della quarantena, le paure legate all’infezione, la frustrazione, la monotonia, gli approvvigionamenti e i viveri inadeguati, le informazioni inesatte, le perdite finanziarie e la stigmatizzazione (Brooks, et al., 2020; Zhang et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015). Questi aspetti tendono ad intensificarsi all’interno di quei nuclei familiari che vivono la loro quotidianità accanto ad un loro familiare con disabilità, Infatti il modo in cui una famiglia reagisce agli eventi stressanti dipende dall’interazione di fattori diversi: le dinamiche familiari, la capacita di effettuare una valutazione corretta del problema, le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno (Riccio G., Giacomozzi B., Paternolli C.,Mania A., Dell’Eva V, 2020; Barnes, 2009). Spesso infatti le persone con disabilità devono interfacciarsi costantemente con i centri di riabilitazione e gli altri servizi (come scuola, enti territoriali) necessari al proprio benessere. Tuttavia a causa dell’emergenza Covid e le misure di restrizione sanitaria c’è stata una temporanea sospensione di tali servizi, che ha determinato un senso di disorientamento nelle persone con disabilità e loro familiari, venendo a mancare quei punti saldi che scandiscono la loro routine quotidiana. A questo proposito per affrontare e gestire il senso di disorientamento e l’aumentato stress all’interno delle famiglie sono stati forniti dei suggerimenti utili che sono: scandire le giornate con attività simili a quelle del periodo precedente al lockdown, mantenere le relazioni con la rete di amici, familiari o altri punti di riferimento della persona con disabilità e ritagliare uno spazio durante la giornata in cui dedicarsi del tempo attraverso attività piacevoli o anche sportive che hanno un effetto benefico sull’autostima, alleggerendo le tensioni e il malessere generale.  Bibliografia Barnes, D. (2009), Trasmettere valori. Tre generazioni a confronto. Milano: Unicopli. Brooks Webster R.K., Smith L.E., Woodland L., Wessel S., Greenberg N.e Rubin G.J. (2020), The psychological impact of quarantine and how to reduce it:rapid review of the evidence, The Lancet, Vol. 395, pp.912-920, ISSUE 10227,  in https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30460-8. Collado Hernandez B. e Torre Rugarcia Y. (2015). Actitudes hacia la prevención de riesgos laborales en profesionales sanitarios en situaciones de alerta epidemiológica, Medicina y Seguridad del Trabajo, Vol.61, n. 239, pp. 233-253, ISSN 1989-7790, in http://dx.doi.org/10.4321/S0465-546X2015000200009. Riccio G. e Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V. (2020). Lo psicologo dell’Emergenza a supporto delle famiglie, di bambini e ragazzi con disabilità: un vademecum per orientarsi all’interno delle fatiche quotidiane nella pandemia Covid-19, Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria, 22, 96-101.   Zhang J., Wu W., Zhao X. e Zhang W. (2020), Recommended psychological crisis intervention response to the 2019 novel coronavirus pneumonia outbreak in China: a model of West China Hospital, Precision Clinical Medicine, in Doi: 10.1093/ pcmedi/pbaa006.

Dipendenze: la nostalgia della prima volta

Molte dipendenze non iniziano con la sofferenza. Iniziano con qualcosa che funziona. Nel precedente articolo abbiamo visto come alcune esperienze legate a sostanze o comportamenti problematici riescano ad “agganciarsi” più facilmente quando incontrano un bisogno già presente, anche se difficile da riconoscere. Ma cosa succede dopo? Cosa accade quando quel piacere inizia lentamente a cambiare? Cosa accade quando si continua a cercare qualcosa che ormai non è più raggiungibile? Il problema è che l’effetto cambia Quando qualcosa ci fa stare bene — o semplicemente meno male — il cervello lo registra molto velocemente. È un meccanismo naturale. Impariamo continuamente attraverso ciò che ci dà piacere, sollievo o sicurezza. C’è però un aspetto meno evidente: il cervello si abitua. Quella stessa esperienza che all’inizio sembrava intensa, nuova o potente, con il tempo perde parte del suo effetto. Ed è qui che molte persone iniziano inconsapevolmente a cambiare rapporto con ciò che stanno usando. Non cercano più soltanto piacere. Cercano di tornare a come si sentivano all’inizio. È una differenza sottile, ma importante. Perché a un certo punto non si rincorre più qualcosa di nuovo. Si rincorre un ricordo, un desiderio irrealizzabile. La nostalgia della “prima volta” Le dipendenze continuano anche quando il piacere diminuisce. Da fuori questo può sembrare incomprensibile: “Se non ti fa stare bene, perché continui?” Esiste una sorta di nostalgia che accompagna la condizione di dipendenza patologica. Non necessariamente la nostalgia della sostanza o del comportamento in sé, ma della sensazione associata ai primi momenti: senso di leggerezza, di forza, di distanza dai problemi, o semplicemente di sollievo. Con il tempo, però, quella sensazione originaria tende a non ripresentarsi più nello stesso modo. Ed è forse anche per questo che alcune persone vivono la dipendenza come una rincorsa continua verso qualcosa che sembra allontanarsi sempre di più.  Alcuni riferiscono persino che il piacere finisca per trovarsi nella rincorsa stessa. Altri dicono che la sostanza “non sia più quella di una volta”. Ma spesso non è la sostanza ad essere cambiata: è l’assuefazione ad aver trasformato completamente l’esperienza.  Una ricerca che cambia significato Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista torna più volte verso ciò che inizialmente gli aveva dato una sensazione intensa e piacevole. Ma, scena dopo scena, quella ricerca cambia forma. Non sembra più una scoperta. Diventa qualcosa di automatico, quasi necessario. Ed è forse questo uno degli aspetti più insidiosi della dipendenza: il momento in cui non ci si accorge più di stare cercando qualcosa che, nel frattempo, è già cambiato. Cosa stiamo cercando davvero? Forse una delle domande più difficili riguarda proprio questo punto. Quando continuiamo a rincorrere una sensazione che non esiste più davvero, cosa stiamo cercando? Il piacere? Oppure il ricordo di una versione di noi che, almeno per un momento, sembrava stare meglio? E così, lentamente, la nostalgia della prima volta lascia spazio a qualcosa di diverso: non più soltanto il desiderio di ritrovare una sensazione, ma il bisogno crescente ma allo stesso tempo frustrato di evitare la sua assenza. Bibliografia Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. https://doi.org/10.1038/nn1579 Koob, G. F., & Volkow, N. D. (2016). Neurobiology of addiction: A neurocircuitry analysis. The Lancet Psychiatry, 3(8), 760–773. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(16)00104-8Schultz, W. (2015). Neuronal reward and decision signals: From theories to data. Physiological Reviews, 95(3), 853–951. https://doi.org/10.1152/physrev.00023.2014

Dipendenza dagli short video

Cosa sono gli “shorts”? Gli “short” video sono filmati caratterizzati  da effetti speciali e colonne sonore, hanno solitamente contenuti d’intrattenimento o educativi che si contraddistinguono per la durata, che oscilla tra i 15 e 30 secondi massimo. Li possiamo trovare su diverse piattaforme, come YouTube, Facebook, Instagram e in modo particolare su Tik Tok,ed hanno un’alta capacità di attrazione. MA PERCHE’ POSSONO CREARE DIPENDENZA? Oggigiorno abbiamo una tecnologia basata sull’interazione e rapidità.I social consentono infatti l’accesso immediato alle informazioni in qualunque momento e sono progettati per mantenere il coinvolgimento degli utenti. I messaggi e le comunicazioni vengono visualizzate in modo imprevedibile su un programma di rinforzo variabile estremamente potente. E come sappiamo, un eccessivo uso della tecnologia ha un impatto sulle funzioni cognitive del nostro cervello. Secondo uno studio condotto da We Are Social, Data Reportal e Meltwater,  in seguito riportato su Digital 2023 Global Overview Report in cui si approfondisce il rapporto tra gli utenti e internet, l’utente medio passa più di due ore e mezza al giorno su piattaforme social.Contenuti come video, in particolar modo, hanno un impatto significativo.Come afferma Ester Corvi, autrice di “Streaming Revolution” edito da Flaccovio : “I deficit di attenzione di cui risentiamo in un mondo iperconnesso ci portano a preferire i video come forma privilegiata di contenuto perché sono in grado di innescare un impatto emotivo immediato, che suscita a sua volta una reazione che può essere facilmente condivisa sui social utilizzando gli smartphone, come e quando vogliamo. E visto che la capacità di restare concentrati online diminuisce drasticamente, la maggioranza degli utenti preferisce i video di minore lunghezza, a cui reagire con commenti o altri video brevi, in una forma digitale di socialità partecipata”. E’ IN ATTO UN CAMBIAMENTO E’ un problema che può coinvolgere tutte le fasce d’età, ma in numero maggiore  i ragazzi, specialmente in età adolescenziale. Questo lo possiamo intuire dal ruolo crescente dei media nell’ambiente quotidiano dei giovani.La lettura di libri stampati  è la forma mediatica a cui i giovani si rivolgono sempre meno spesso nel loro tempo libero. Ci troviamo nel mezzo di un cambiamento generazionale negli stili cognitivi. E’ in atto un passaggio  dall’attenzione sostenuta all’iperattenzione.  L’attenzione sostenuta,  è caratterizzata dalla concentrazione su un flusso di stimoli per un lungo periodo di tempo, dall’ignorare gli stimoli esterni mentre si è impegnati, e dall’avere un’alta tolleranza per i lunghi tempi di concentrazione.L’iperattenzione è caratterizzata da un rapido passaggio da un compito all’altro, dalla preferenza per più flussi di informazioni, dalla ricerca di un alto livello di stimolazione e da una bassa tolleranza alla noia. Siamo in un era di attenzione istantanea e parcellizzata, segnata dallo scroll (movimento del dito per passare al contenuto successivo) continuo.Ogni scroll potrebbe portare a qualcosa di meglio, ma gli utenti non sanno quando lo otterranno, quindi continuano a scorrere in attesa di un contenuto che potrebbe non arrivare mai.Questo perché, Il nostro cervello, ogni qual volta sperimentiamo momenti di piacere, libera alcune sostanze, come la dopamina che funzionano da rinforzo a quello stesso stimolo, rimarcandolo. Questo sistema di gratificazione è la spina dorsale degli “short video” che  trasformano l’intrattenimento in un gioco senza fine.Sta a noi comprendere il momento giusto in cui porre fine al gioco.

DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.

Dipendenza affettiva: il bisogno di amare e di essere amati a qualunque costo!

La dipendenza affettiva è annoverata tra le forme di dipendenza relative al comportamento. Essa, malgrado non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati dal DSM-5, è inserita tra le “New Addiction” in materia di dipendenza di natura comportamentale. Un gruppo di ricerca (Reynaud et. al., 2010) ha studiato tale fenomeno partendo dalle analogie riscontrate con la dipendenza da uso di sostanze. Di cosa parliamo? Un modello disadattavo nella relazione d’amore che conduce ad una angoscia significativa e ad una ripetizione di atteggiamenti disfunzionali che conducono altresì ad una riduzione delle attività sociali. Il tema della dipendenza affettiva ha radici molto profonde. Tuttavia, l’espressione dipendenza affettiva entra nel linguaggio psicopatologico solo nel 1986, grazie alla psicoterapeuta americana Robin Norwood, con il suo libro Donne che amano troppo, in cui descrive le caratteristiche di quello che l’autrice definisce un “amore pericoloso”. E’ considerata una forma di amore ossessivo, simbiotico e fusionale, una modalità “non proprio sana” di vivere le relazioni. Essa si sviluppa generalmente tra due partner adulti, ma può anche manifestarsi tra terapeuta e paziente, o tra genitori e figli (Borgioni, 2015). Analogie con il fenomeno della tossicodipendenza Tra la dipendenza affettiva e la tossicodipendenza intercorrono molte analogie. Esse sono dimostrate anche grazie agli studi di neuroimaging. Questi ultimi evidenziano come l’innamoramento attivi le medesime aree cerebrali deputate al piacere ed ai sistemi di ricompensa (in particolare l’area mesolimbica). Entrambi i tipi di dipendenze possono essere accompagnati da Meccanismi di difesa quali negazione e razionalizzazione. Inoltre, entrambe compromettono gravemente la qualità della vita poiché conducono a: Isolamento sociale Depressione e bassa autostima Dipendenza distruttiva Alla base di esse vi è senza alcun dubbio il bisogno impellente di “colmare” un vuoto, un dolore non elaborato, una profonda insicurezza. Dunque, sebbene sembrino manifestazioni così diverse, in realtà, esse rispondono ad un bisogno tipicamente umano di sentirsi “al sicuro”. L’importanza della Psicoterapia Il trattamento della dipendenza affettiva (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) si struttura sul raggiungimento di obiettivi a breve e lungo termine: Il primo obiettivo, a breve termine, è affrontare e risolvere la sofferenza attuale del paziente in termini di sintomi e disfunzioni comportamentali. Il secondo obiettivo, a lungo termine, consiste nell’affrontare le esperienze precoci di abbandono, di trascuratezza fisica ed emotiva, di maltrattamenti, abusi ecc. che generalmente sono alla base della convinzione di non valere nulla e di non essere degni di essere amati che caratterizzano i pazienti che soffrono di Dipendenza Affettiva. In parallelo, la terapia mira ad aiutare i pazienti ad avere accesso a quello che provano, ai loro desideri e ai loro scopi e a utilizzarli per compiere delle scelte autonome. Con il lavoro psicoterapeutico si aiutano i pazienti a instaurare relazioni affettive basate sulla reciprocità. Bibliografia: AGNELLI, I. Dipendenza affettiva. Un disturbo autonomo in asse I o in asse II?. Psicoterapeuti in formazione, 2014.GANDOLFI, A. Romantic love e love addiction: dall’amore alla dipendenza. State Of Mind, 7 Settembre 2017REYNAUD, M. L’amore è una droga leggera. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, 2009.RINELLA, L. La Dipendenza Affettiva: quando l’amore diventa ossessione. Psicologia Benessere, 2019

Dipendenza affettiva: caratteristiche cliniche

Dipendenza affettiva e similitudini con le dipendenze da sostanze. Le fasi del processo di dipendenza affettiva descritte nel precedente articolo sono molto simili al processo di intossicazione acuta da una sostanza con umore euforico, cecità per le conseguenze negative, salienza e persistenza in memoria. Molti autori sottolineano anche come il potere di una relazione sentimentale di creare dipendenza come per le droghe dipenda dall’intensità del contatto iniziale: più intenso è stato il contatto, più il rischio di sviluppare una dipendenza è alto. L’addiction potrebbe essere vista come una possibile fase successiva nella quale il desiderio, inizialmente normale, acquisisce la connotazione di un bisogno compulsivo, con la sofferenza che inizia a prevaricare il piacere e con il persistere nella relazione nonostante le conseguenze negative che ne derivano. Il passaggio da amore passionale ad addiction includerebbe i tipici elementi della dipendenza da sostanze quali: craving, compulsività, perdita di controllo, coinvolgimento nonostante le conseguenze avverse. In termini comportamentali si passa da un ricorso all’oggetto di dipendenza per rinforzo positivo (sentire benessere) a uno per rinforzo negativo (evitare sensazioni negative, come ansia o tristezza). Quali sono le caratteristiche cliniche più implicate nella DA? Intossicazione. Quando una sostanza psicotropa entra nell’organismo avviene un’intossicazione dovuta agli effetti che la droga ha sul sistema nervoso centrale. Lo stesso può avvenire con l’innamoramento. Nella prima fase vi è un grosso quantitativo di piacere, un desiderio notevole, un’intossicazione acuta che spesso vede l’innamorato completamente assorbito dal pensiero e dal bisogno dell’oggetto delle sue attenzioni. Tolleranza o assuefazione. Nell’utilizzo di droghe, una ripetuta esposizione ad una sostanza determina nel tempo una variazione del livello iniziale di tolleranza, Bisogna aumentare la dose per raggiungere effetti uguali o simili a quelli delle prime assunzioni. Nelle relazioni vi è una prima fase di innamoramento in cui, superata l’intossicazione acuta, inizia una produzione di ossitocina nel cervello che contribuisce alla creazione di una relazione stabile stimolando rilassamento in un clima di fiducia. E’ possibile che questa fase fisiologica di “down” necessaria per lo sviluppo di una relazione stabile venga vissuto con un connotato spiacevole da chi necessita della conferma/gratifica/risoluzione ai propri timori abbandonici. Ciò si connette all’astinenza. Astinenza. I sintomi tipici sono depressione, incapacità di provare piacere, senso di vuoto e spingono il partner a giustificare ogni comportamento rinforzando il circolo vizioso di una dipendenza. Craving. Il desiderio impulsivo di ricorrere ad una sostanza psicoattiva è stimolato da fattori che innescano, tramite condizionamento, il desiderio della gratificazione. Nella dipendenza affettiva può essere inizialmente craving da ricompensa e poi da sollievo oppure ossessivo.

Diniego e violenza di genere: la sfida comunitaria della psicologia clinica

di Angelo Capasso, Psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale e Manager Clinico del servizio di psicologia online Unobravo È difficile parlare di violenza, e in particolar modo di violenza di genere, senza usare parole violente, senza correre il rischio di essere violenti verso una delle parti coinvolte, tanto il perpetrator quanto la vittima, la quale spesso finisce con l’essere nuovamente schiacciata ed esposta a processi di vittimizzazione secondaria ad opera di chi dovrebbe tutelarla. Ne sono testimonianza le cronache dei media negli ultimi mesi che hanno raccontato gli stupri di gruppo a Palermo e Caivano e numerosi femminicidi: il dossier Viminale del 15 agosto 2023 contava 71 omicidi di donne dal 1 gennaio al 31 luglio 2023, numero ampiamente superato tra Agosto e Novembre, purtroppo con l’aggiunta di più di trenta ulteriori femminicidi, ultimi dei quali quelli di Francesca Romeo e Giulia Cecchettin. Senza contare le oltre 8.600 denunce per stalking e tutte le situazioni non mappate, in quanto sfuggono ai radar di servizi socio-sanitari e autorità.  Siamo stati bombardati da narrazioni, che spesso avevano toni da thriller, tinte di un horror, intrise di commenti agli episodi talvolta forieri di pregiudizi e stereotipi. Quando questi episodi non sono inquadrati all’interno di una cornice che tiene conto della complessità del fenomeno, si corre il rischio di fare una lettura, e conseguentemente una narrazione, appiattita.  Avere cura delle parole per descrivere queste storie violente, che sono storie di grave disagio e sofferenza, ma anche di asimmetria di potere e di disparità di genere, è importante quanto avere cura dei processi di pensiero messi in moto per leggere, decodificare e scegliere strategie per contrastare il fenomeno. A soli quattro anni dalla sua entrata in vigore, in Italia si è sentita la necessità di ripensare e modificare la legge n. 69 del 19 luglio 2019, ribattezzata “codice rosso”, che era stata istituita per rafforzare la tutela di coloro che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti con procedure più snelle e repentine mirate alla messa in sicurezza delle vittime. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la Legge 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Occorre tuttavia che i tavoli di discussione – politici, accademici, operativi – predisposti per contrastare il fenomeno siano sempre aperti in modo da agire su più fronti, non soltanto sul piano giudiziario con azione repressive o rieducative, ma anche su quello sociale, culturale, educativo affinché siano continui e incessanti il lavoro e il dialogo sulle matrici culturali della violenza di genere.  Nel saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, pubblicato di recente dai tipi di Minimum Fax, Marco Novelli indaga ed esplora le forme di disagio psichico con il più elevato tasso di diffusione nel XXI secolo. Dal confronto dell’autore con psichiatri, psicologi e psicoterapeuti non solo emerge che i più diffusi sono depressione, attacchi di panico, disturbi di personalità borderline, disturbi dell’alimentazione, fenomeni di ritiro sociale – psicopatologie che non erano altrettanto rilevanti nel Novecento – ma anche che sussiste un aspetto comune a questa costellazione di disagi psichici, ovvero  la connessione tra le forme di malessere psicologico  e quella che Novelli definisce “società degli individui” permeata dal’imperativo della prestazione e della competizione. Uno spunto molto interessante dell’autore è il focus sull’influenza che la dimensione psicosociale ha sulla sofferenza mentale, ma che ha anche sulle possibilità di cura. Il titolo, che riprende e amplia il concetto cartesiano del “Cogito Ergo Sum”, rimarca che la sofferenza psichica non è mai una questione meramente individuale, ma che è sempre implicata anche una dimensione collettiva. Da questa prospettiva la lettura che Novelli fa della dimensione collettiva della sofferenza è perfettamente applicabile, oltre che alle psicopatologie, anche a tutte le forme di violenza (non solo quella fisica, ma anche quella sessuale, psicologica, economica, assistita). Sembra che le cose inizino ad esistere in quanto tali quando iniziano ad avere un nome e, nonostante sia un fenomeno antico quanto la cultura patriarcale in cui affonda le radici, solo da alcuni anni la violenza di genere è stata riconosciuta come tale e inquadrata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come problema sistemico, la cui eziopatogenesi è multidimensionale. Tale intreccio di fattori rende il fenomeno di difficile misurazione e collocazione, sia perché sono implicati più livelli (psicologico, relazionale, familiare, culturale, sociale), sia perché in larga parte sommerso. Il parziale sommergimento diventa un disconoscimento del fenomeno agito in forma inconsapevole a opera di tutte le parti in gioco, dal perpetrator alla vittima, dai media alle istituzioni coinvolte, ed è il risultato di uno dei meccanismi psichici maggiormente implicati nel negare, camuffare, mistificare la violenza. Intuito e teorizzato già da Freud, poi ripreso da vari psicoanalisti, il concetto di diniego è uno dei meccanismi difensivi più potenti e arcaici. Melanie Klein lo descrive come un tentativo della psiche di difendersi dall’angoscia più abissale e soffocante dei propri persecutori interiorizzati, suggerendo che la prima forma di diniego coinvolge la propria realtà psichica e, solo a seguire, anche aspetti della realtà esterna vengono denegati dalla persona. Tali operazioni inconsce non sono semplicemente menzogne o dissimulazioni, bensì il risultato di una reale angoscia che spinge il perpetrator a rimaneggiare, selezionare, ricostruire, totalmente o in parte, i ricordi degli eventi in cui ha commesso violenza. È un modo di rinarrarsi per preservare l’immagine di sé perché riconoscere e ammettere la violenza delle proprie azioni implicherebbe per il perpetrator di mettere in discussione il proprio costrutto identitario; in poche parole è un modo per restare integri, agli occhi di sé stessi prima ancora di quelli altrui. Da anni impegnato nella ricerca sulla violenza di genere, che diventa strumento di conoscenza per comprendere il fenomeno e quindi meglio contrastarlo, Marco Deriu riprende la teorizzazione kleiniana di diniego osservando che c’è una relazione reciproca e circolare tra la realtà esterna e quella interna che si influenzano reciprocamente: “si negano realtà esterne per non affrontare le emozioni