Dimentico tutto. Che mi sta succedendo?

Problemi di memoria e spunti di riflessione. La pandemia ha portato con sé un’acutizzazione di molti aspetti legati alle emozioni, alla paura, alla mancanza di socializzazione e, in moltissime persone, anche una sensazione di maggiore vulnerabilità dei processi di pensiero e memorizzazione. Naturalmente, il fenomeno ha a che fare con la sensazione di perdita di controllo che ha permeato questi due anni duri. Molti di noi – è un argomento spesso riferito dai pazienti – si sentono meno capaci, meno padroni dei propri processi mentali e più soggetti a dimenticare le cose. Ma vediamo meglio come funziona la memoria, anche in tempi meno difficili. Vi capita spesso di dimenticare dove avete parcheggiato l’auto? Non siete i soli e, con ogni probabilità, non avete una pessima memoria né siete ai primi stadi di una demenza precoce. Il fenomeno è comune ed è dovuto ad un semplice fatto: se vogliamo ricordare qualcosa, la cosa più importante da fare è dedicare attenzione a questa cosa. Il lavoro della neuroscienziata Lisa Genova ci dà nuove prospettive sulla memoria. Notare una cosa significa utilizzare due facoltà: la percezione (tatto, gusto, vista, odorato, udito) e l’attenzione. Abitualmente, molti di noi, nel caso del parcheggio, eseguono l’azione in una sorta di automatismo: per questo memorizziamo, fin dal principio. La nostra memoria non è una videocamera: non registra tutto quello che vediamo e sentiamo, ma trattiene solo quello a cui facciamo attenzione. Se siamo svegli 16 ore al giorno, i nostri sensi sono all’opera per 57600 secondi. È una quantità abnorme di dati in entrata. È praticamente impossibile, e sarebbe persino dannoso, ricordarne la maggior parte. Immaginiamo di vedere un incidente sulla strada verso casa. La forma, il colore, il tipo delle auto coinvolte, la loro posizione saranno incamerati dai coni e bastoncelli della retina. Queste informazioni saranno tradotte in segnali nell’area della corteccia cerebrale deputata alla visione, dove l’immagine viene processata e, di fatto, vista. Poi può essere ulteriormente processata in altre aree della corteccia, deputate al riconoscimento, al significato, al paragone, all’emozione e all’opinione. Ma se non facciamo un utilizzo volontario dell’attenzione, i neuroni coinvolti non faranno il collegamento e il ricordo, semplicemente, non si formerà nemmeno. Se, ad esempio, stiamo pensando a cosa è successo in ufficio, o a cosa mangeremo a casa, vedremo l’incidente ma non ne osserveremo nessun dettaglio e ne ricorderemo solo la forma, a grandi linee, senza che gli altri particolari si fissino nella nostra memoria, intenta invece a processare frasi ascoltate durante il lavoro o a ricordare un cibo che ci piace nell’attesa di prepararlo. Quindi: la ragione principale per cui non ricordiamo un nome che ci è appena stato detto, o dove abbiamo messo le chiavi o il telefono, o se abbiamo chiuso bene la porta di casa, è dovuta ad una mancanza di attenzione durante l’azione. Se vogliamo ricordare, dobbiamo stare attenti. Ma la cosa è tutt’altro che semplice. Perché siamo programmati per notare, e perciò ricordare, cose, persone o avvenimenti che riteniamo nuovi, interessanti, sorprendenti e significativi per la loro portata emotiva o di causalità. Se no il nostro cervello, per risparmiare energia, funziona in modo semi- automatico per la maggior parte del tempo. Concludendo: l’attività cerebrale quotidiana non è predisposta all’attenzione. Il nostro cervello è sempre impegnato in rumori di fondo, ricordi, pensieri ripetitivi, memorie procedurali (come, ad esempio, pedalare su una bici): c’è troppo affollamento per introdurre una nuova memoria. Il nome di uno sconosciuto, ad esempio, viene tenuto in mente come suono per circa 15-30 secondi. Se non decidete di stare bene attenti, il suo nome scomparirà e non sarà mai consolidato nell’ippocampo, a formare una nuova memoria. Fare attenzione, dunque, richiede uno sforzo cosciente e volontario, ed è il presupposto per creare un ricordo, che verrà consolidato con il sonno. La prossima volta che parcheggiate, non dimenticatevi di queste righe.
Digital Pollution: quando la tecnologia inquina le nostre vite

digital pollution
Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?
Dietro la maschera del narcisismo: il caso mediatico di Filippo Turetta

Il caso dell’omicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica per la brutalità del crimine commesso da Filippo Turetta, suo ex fidanzato. Un giovane apparentemente timido, introverso e del tutto insospettabile. Proprio per tale ragione sembra essere importante soffermarsi sul “profilo psicologico” di questo tipo di aggressore. Questi, fanno quasi subito orientare gli esperti verso una diagnosi di disturbo di personalità con tratti narcisistici. Per queste personalità gli esperti sono propensi a parlare di “Narcisismo Patologico Covert“ Narcisismo covert: un volto insidioso del narcisismo Quando parliamo di narcisismo covert ci riferiamo ad un disturbo che ha manifestazioni molto subdole e si distacca nettamente dal narcisismo “palese”, che si caratterizza, invece, per arroganza e superiorità. Chi ne è affetto appare come fragile, dipendente emotivamente e bisognoso di cure ed approvazione. Il narcisista covert è spesso “passivo-aggressivo”, manipolatore e incline al vittimismo ed utilizza il senso di colpa come arma. Tutto questo cela, però, il bisogno di controllo patologico sugli altri. Dai resoconti di stampa sembrerebbe che nel rapporto tra Filippo Turetta e Giulia Cecchettin si sia evidenziata una forte dinamica di controllo. Il giovane aveva più volte riferito a Giulia che si sarebbe fatto del male qualora lei lo avesse rifiutato o abbandonato. Questo tipo di atteggiamento è tipico dei narcisisti covert che non tollerano il rifiuto e vivono la perdita dell’altro come una minaccia diretta alla propria identità, imponendo al partner la propria presenza nella sua vita vittimizzando sé stesso ed esercitando “dinamiche di potere”. Il disequilibrio narcisistico: il successo di Giulia Il successo accademico imminente di Giulia, che stava per laurearsi ed il suo crescente bisogno di autonomia, l’avrebbero condotta alla decisione di chiudere la relazione tossica, così come in tante altre storie. Storie che scatenano nel persecutore una vera e propria “crisi” dovuta al crollo dell’immagine di sé come “indispensabile per l’altro” ed al forte senso di abbandono. Di conseguenza questi uomini vivono un’escalation interna di frustrazione e rabbia con successiva perdita di controllo che li porta a compiere “gesti estremi”. Il caso di Filippo Turetta, dunque, rappresenta un drammatico esempio di come alcune dinamiche psicologiche se non affrontate e riconosciute in tempo possano degenerare in forme di violenza radicali. Analizzare tali tratti non vuol dire però giustificare! Al contrario, permette di comprendere i meccanismi che possono condurre a simili tragedie e di conseguenza di prestare attenzione ai “segnali d’allarme” nelle relazioni, per poter intervenire nel miglior modo possibile. Conclusioni: dalla prevenzione alla consapevolezza Il caso di Turetta ci impone una importante riflessione affinché si possa imparare a riconoscere le “dinamiche tossiche” prima che degenerino. La manipolazione emotiva, il controllo camuffato da amore e le minacce velate non sono segni d’affetto ma dei veri e propri campanelli d’allarme e non vanno sottovalutati. Un’educazione ai sentimenti fondata sul rispetto e sull’equilibrio emotivo è oggi necessaria tanto quanto la sensibilizzazione ai disturbi di personalità ed alle forme di disagio psicologico che, se ignorate, possono evolvere in comportamenti pericolosi e ad esiti tragici. Bibliografia Bruzzone R., 2024. Il Messaggero, 2023. La Stampa, 2025.
DI VIRUS, MUCCHE E MOSCHETTIERI

di Annalisa Perziano Finalmente scorgiamo all’orizzonte i primi vaccini (e le terapie) contro il Coronavirus che nel 2020 ha piegato il mondo economico, sanitario e psicologico. SARS-CoV-2 ha mandato in frantumi la realtà, la zona di comfort di ciascuno nel mondo. In meno di 12 mesi siamo passati dalle canzoni del Festival di Sanremo ai numeri della pandemia al miracolo della scienza concretizzato in vaccini e terapie, attraverso un tempo traumatizzato. Ma un virus, un vaccino sono qualcosa di esterno che, entrando nel nostro corpo, attiva difese immunitarie e psicologiche. “Lo straniero”, “l’altro”, il nuovo, il diverso da sempre alimentano paure e angosce. E se questo può aver salvato la nostra specie in alcune circostanze nella preistoria, oggi ci getta nel baratro di alcuni episodi di cronaca. Le pandemie nella storia, viste con gli occhi della scienza, ci insegnano che si vince solo tutti insieme, perché la salute del singolo dipende dalla salute della comunità e viceversa. La pandemia da Covid in corso invece vista con gli occhi di alcuni dimostra che non tutti abbiamo imparato la lezione, altro che historia magistra vitae! Nel 1798, quando imperversava l’epidemia del vaiolo, nacque il primo vaccino contro questa malattia, e la parola stessa vaccino: etimologicamente “di vacca”, dato che il vaccino del vaiolo veniva preso direttamente dalle mammelle delle mucche. E puntuale una voce urlò al complotto che mirava a trasformare gli uomini in mucche.Ebbene ad oggi non abbiamo evidenze di alcun vaccinato contro il vaiolo diventato mucca, e non ci aspettiamo fantasiose mutazioni genetiche dovute ai vaccini contro SARS-CoV-2, al contrario ci aspettiamo che anche questa volta il virus venga debellato. Paura e ignoranza sono trasformate in paranoia, discriminazione e distruttività rivolte contro non il virus invisibile, bensì chi ne è visibile vittima. Casuali coincidenze spaziali e temporali diventano arbitrari nessi causali: l’epicentro dell’incipit della pandemia in Cina ha scatenato odio e paura contro “i cinesi”; il personale sanitario è passato rapidamente da eroe a untore. Derealizzazione, depersonalizzazione, negazione sono difese psicologiche atte a proteggerci in situazioni traumatiche, intollerabili. Se a queste aggiungiamo pre-giudizi, errori cognitivi e pensiero magico ecco illustrato il cortocircuito di alcune menti. Attenzione, le menti di tutti noi funzionano così, solo che alcuni di noi riescono a reagire: a documentarsi, a comprendere e dunque ad adattarsi. Paura e ignoranza – conoscenza e pensiero critico: 0 – 3. Perché conoscere significa capire. Capire il presente, il passato e in parte anche il futuro. A proposito di futuro, chi è interessato ad approfondire le righe qui sopra, resti sintonizzato: seguiranno altri articoli più specifici. Nel frattempo contro i(l) virus, non certo contro le persone né contro le regole di prevenzione, “uno per tutti, tutti per uno!”
Deumanizzazione: quando l’umanità viene negata

La deumanizzazione è la negazione dell’umanità altrui, un processo che introduce un’asimmetria tra chi gode delle qualità specifiche dell’umano e chi ne è considerato carente[1]. Essa è una forma estrema di discriminazione usata come strumento di oppressione sociale e psicologica. Può essere esplicita o sottile, guidata dall’odio o dall’indifferenza, rivolta ad una collettività o verso un singolo individuo. È più comune di quanto noi possiamo immaginare: si verifica continuamente nella vita quotidiana, da quando giudichiamo una persona diversa da noi alla messa in atto di violenze fisiche e psicologiche su esseri umani inermi. È sempre più pervasiva, attuata in diversi contesti e realtà sociali. Uno degli aspetti più pericolosi della deumanizzazione è rappresentato dalle conseguenze negative che essa può produrre. Percepire l’altro come “meno umano” può provocare una serie di effetti dannosi e lesivi, come commettere atti violenti e mettere in atto comportamenti aggressivi nei confronti degli altri deumanizzati. Pensare l’altro come “essere inferiore”, come “non umano”, aiuta ad oltrepassare i confini sociali e personali, rendendo possibile la messa in atto di azioni atroci che in un contesto normale sarebbero impensabili[1]. Uno dei primi studiosi a sottolineare il legame tra forme estreme di violenza e la deumanizzazione è stato Kelman Secondo Kelman[2], per mettere in atto azioni violente nei confronti di altre persone è necessario attuare processi che permettono l’indebolimento dei principi morali così da superare le inibizioni da essi causate. È necessario che la vittima sia privata del suo stato di umanità, che sia cioè attuato il processo di deumanizzazione. Kelman aggiunge che anche chi perpetra l’aggressione diviene deumanizzato, non possiede più la capacità di agire come un essere morale perché privato della capacità di provare compassione ed empatia nei confronti delle vittime. La deumanizzazione può essere identificata come l’origine causale delle atrocità tra i gruppi, del pregiudizio e dell’annientamento dei diversi da sé, svolgendo la funzione di aggravante della discriminazione Attraverso la negazione degli elementi prettamente umani e delle caratteristiche dell’individuo, della comunità e della società, si pone in essere la deumanizzazione, ovvero l’esclusione di determinati individui dal gruppo degli esseri umani[1]. In seguito a tale negazione, l’individuo o il gruppo sociale colpito cessa di essere tutelato e diventa vittima di aggressioni, violenze e atrocità. In tali condizioni, diventa possibile che persone normali, moralmente rette e giuste, compiano atti di estrema crudeltà. “Non rispondere alle qualità umane delle altre persone facilita automaticamente le azioni disumane. […] È più facile essere insensibili o brutali verso ‘oggetti’ deumanizzati, ignorare le loro richieste e i loro appelli, usarli per i propri scopi, persino distruggerli se danno fastidio.” (Zimbardo, 2007, p.444). È quindi fondamentale riconoscere la stretta relazione tra deumanizzazione e violenza fra gruppi Sebbene tale relazione sia riscontrabile in tutti i contesti sociali, da quelli quotidiani a quelli straordinari, i territori in cui essa è più florida e sviluppata più in fretta è nelle carceri e in situazioni di guerra. In genere tali contesti sono un concentrato di autorità, dominio, violenza e potere, all’interno dei quali è comune e quasi semplice sospendere l’umanità di chi vi è inserito. La persona viene privato delle qualità a cui gli uomini attribuiscono più valore in quanto peculiari dell’essere umano: il rispetto, la solidarietà, la gentilezza, la cooperazione, l’aiuto, il sostegno, l’amore. Il modo in cui un individuo considera l’altro influisce su come egli lo tratta e lo considera Solo approfondendo i processi che sottendono la deumanizzazione si riuscirà ad evitare il pericolo della “normalizzazione” di tali fenomeni eccezionali, allontanandoci dall’idea per cui anche le più drammatiche manifestazioni della deumanizzazione siano fenomeni da accettare inevitabilmente con rassegnazione. Un possibile processo per contrastare la discriminazione e l’aggressione degli altri è l’“umanizzazione”, resa possibile tramite l’inclusione dei (considerati) diversi nel gruppo degli esseri umani. Riconoscere un individuo come umano significa ritenerlo meritevole di considerazione morale, così da influenzare il modo in cui lo si percepisce e ci si relaziona ad esso. Bibliografia [1] Volpato C. (2011). Deumanizzazione. Come si legittima la violenza. Roma-Bari: Editori Laterza [2] Kelman H.C. (1973). Violence Without moral restraint: reflections on the dehumanization od victims and victimizers. Journal of social issues, 29 (4): 25-61 Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil, trad.it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008
Depressione post-partum. Succede anche ai papà

La depressione post partum può includere diversi sintomi, da una grave flessione dell’umore a tendenze suicidarie della madre nel primo anno dopo la nascita del bambino. È una condizione ancora poco diagnosticata e poco trattata, a volte con tragiche conseguenze. Ma anche gli uomini possono soffrire di questa condizione mentale? In un articolo per la BBC, Amanda Ruggeri mette in luce come anche in campo medico questa condizione sia stata e sia tuttora spesso totalmente ignorata, se declinata al maschile. Eppure, le ricerche cominciano ad andare in questa direzione. Si stima che circa il 10% dei padri sia depresso nel primo anno dopo la nascita del bambino: si tratta del doppio dell’incidenza della depressione nella popolazione maschile generale. Ma secondo altre ricerche e casistiche cliniche, questa sembrerebbe una sottostima: dopo quattro-sei mesi dalla nascita del bambino, circa il 25% dei papà soffrirebbe di ansia generalizzata, di disturbi ossessivi e di disturbo post traumatico da stress. Quando un problema di salute mentale riguarda la popolazione maschile è meno probabile che ci sia una richiesta di aiuto. La convinzione di dover risolvere da soli è spesso ancora molto presente: cercare aiuto significa, per molti uomini, un segno di debolezza. È stigmatizzato e considerato un comportamento appartenente alla sfera femminile. La cultura, le aspettative su di sé, le credenze, le provenienze familiari: sono molti i fattori che condizionano e orientano la scelta. E lo stesso contesto culturale è significativamente presente anche tra gli operatori della salute: viene spesso detto ai papà che il loro compito è di essere di supporto alla mamma che aspetta e partorisce, con sottovalutazione delle ansie e delle paure che anche i padri potrebbero provare. Uno stereotipo sostenuto a vari livelli, che rende difficile mettere in luce il bisogno di sostegno della popolazione maschile in generale e in particolare in questa delicata fase perinatale. Una ricerca inglese ha raccolto le testimonianze dei papà che hanno avuto sintomi: ricorrono, nelle interviste, dichiarazioni circa la propria incapacità, la sensazione di essere dei falliti, di non sentirsi “un vero uomo”, di non poter parlare con nessuno della propria condizione mentale, di non essere in grado di supportare la propria compagna nel ruolo di madre, oltre a sensazioni di vergogna molto diffuse: quale uomo si deprimerebbe dopo aver avuto un bambino? Le madri hanno maggiori probabilità di ammalarsi di depressione nel periodo postnatale (in media circa il 24% madri, 10% padri – ma occorre tenere conto, per i padri, di un vasto numero di mancati accessi e relative diagnosi); e, ovviamente, i cambiamenti ormonali hanno una parte in causa nel caso della madre. Ma la portata psicologica è di importante e significativa centralità, sia nel caso delle madri sia in quello dei padri. E per quanto riguarda i sintomi? Ogni caso è naturalmente a sé, ma in linea generale le manifestazioni variano. Le madri che soffrono di depressione post partum possono non riuscire ad alzarsi dal letto, sperimentare frequenti episodi di pianto e disperazione profonda; mentre negli uomini prevalgono indecisione, irritabilità, estrema autocritica, comportamenti ossessivi, con aumento delle ore di lavoro, oppure abuso di sostanze e di bevande alcoliche o ancora somatizzazioni. Anche in questo, la portata delle credenze e della cultura ha un ruolo determinante nella natura dell’espressione sintomatica, femminile e maschile. E anche gli ormoni maschili hanno un ruolo da poco evidenziato. Recenti ricerche dimostrano che gli ormoni dei padri cambiano, fin dai mesi successivi al concepimento: i livelli di testosterone diminuiscono durante la gravidanza del partner e gli estrogeni aumentano verso la fine della gravidanza. Ovviamente, a parte le cause fisiologiche, sia le madri sia i padri vanno incontro a un profondo stravolgimento con la nascita di un bambino, che riguarda la vita di relazione, la vita sessuale di coppia, la relazione con il bambino, la pressione della responsabilità, le preoccupazioni finanziarie. E, aggiungo io, la posizione all’interno delle famiglie di origine; un aspetto identitario spesso trascurato e poco considerato, che merita invece un’attenzione dedicata: cambiano gli equilibri, le percezioni delle persone coinvolte, lo status all’interno della famiglia allargata, con grande impatto sulla psicologia della neomadre e del neopadre. Su alcuni fattori di predisposizione non abbiamo strumenti per agire. Ma sugli aspetti culturali e sociali si può fare molto; si può dare spazio a questi argomenti, se ne può parlare a scuola, si può insegnare alle nuove generazioni che la vulnerabilità va riconosciuta. E che merita attenzione.
Depressione post partum: l’importanza del benessere in maternità

La nascita di un bambino è spesso associata a gioia, amore e speranza per il futuro. Per molte neomamme, però, questo periodo può essere oscurato dalla presenza della depressione post partum. Si tratta di una condizione emotiva complessa che colpisce alcune madri nel periodo successivo al parto. Sebbene sia ampiamente diffusa, spesso rimane poco riconosciuta o sottovalutata, con conseguenze significative non solo per la madre, ma anche per il neonato e l’intera famiglia. Cos’è la depressione post partum? La depressione post partum si manifesta nel periodo successivo al parto, generalmente entro le prime settimane o mesi. Si differenzia dal più comune “baby blues”, che raprresenta una forma lieve e transitoria di tristezza e ansia che molte neomamme e si risolve spontaneamente entro pochi giorni. La depressione post partum, invece, è più intensa, persistente e debilitante, interferendo con la capacità della madre di prendersi cura di sé stessa e del neonato. I sintomi della depressione post partum I sintomi della depressione post partum possono variare in intensità e manifestazione, ma spesso includono: Umore depresso: sentimenti di tristezza, disperazione e vuoto che persistono per gran parte della giornata; Ansia intensa: paura eccessiva per la salute del neonato o per il proprio ruolo di madre; Irritabilità: scatti di rabbia o irritazione senza una causa apparente; Disturbi del sonno: insonnia o, al contrario, una costante sensazione di stanchezza e sonnolenza; Difficoltà a legarsi al neonato: sensazione di distacco emotivo o incapacità di provare gioia nelle interazioni con il bambino; Senso di colpa e inadeguatezza: pensieri ricorrenti di non essere una madre sufficientemente brava; Pensieri intrusivi: idee ossessive o preoccupazioni irrazionali, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a pensieri suicidari o di autolesionismo. Le cause della depressione post partum La depressione post partum non ha una causa unica, ma è il risultato di una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Alcuni tra essi potrebbero essere: Cambiamenti ormonali: dopo il parto, i livelli di ormoni come estrogeni e progesterone calano rapidamente, influenzando l’equilibrio chimico del cervello e l’umore; Stanchezza fisica: la mancanza di sonno e le richieste fisiche legate alla cura del neonato possono esacerbare la vulnerabilità emotiva; Storia personale o familiare di depressione: le donne con una pregressa diagnosi di disturbi dell’umore o con una storia familiare di depressione sono più a rischio; Stress psicologico: problemi relazionali, difficoltà economiche o eventi stressanti durante la gravidanza possono aumentare il rischio; Pressioni culturali e sociali: aspettative irrealistiche sul ruolo materno o la mancanza di supporto da parte del partner e della famiglia possono contribuire. Possibili conseguenze Se non affrontata, la depressione post partum può avere conseguenze significative: Sulla madre: aumento del rischio di depressione cronica, isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni interpersonali; Sul bambino: impatti negativi sullo sviluppo emotivo, comportamentale e cognitivo, a causa della difficoltà della madre di rispondere adeguatamente ai bisogni del neonato; Sulla famiglia: tensioni nei rapporti di coppia e maggiore stress per i membri della famiglia. Come poterla affrontare La depressione post partum è una condizione trattabile, e il primo passo è riconoscere che si ha bisogno di aiuto. Le strategie efficaci includono: Supporto psicologico: il sostegno di un professionista è fondamentale per aiutare le madri a comprendere e affrontare i propri sentimenti. Attraverso un dialogo aperto, la madre può esplorare i pensieri e le emozioni che la turbano, identificare strategie per gestire lo stress e trovare modalità efficaci per affrontare le difficoltà quotidiane; Gruppi di supporto: partecipare a gruppi per neomamme può fornire conforto e ridurre la sensazione di isolamento; Coinvolgimento del partner e della famiglia: un supporto emotivo e pratico da parte delle persone vicine è fondamentale per alleviare il carico della madre; Cura di sé: anche piccoli gesti come prendersi del tempo per riposare, fare attività piacevoli o chiedere aiuto per le incombenze quotidiane possono fare una grande differenza. Prevenzione della depressione post partum Anche se non sempre si può prevenire la depressione post partum, esistono alcune strategie che possono aiutare a ridurne il rischio: Preparazione durante la gravidanza: discutere apertamente delle proprie paure e aspettative con il partner, il medico o uno psicologo; Costruire una rete di supporto: avere persone di fiducia su cui contare può ridurre lo stress dopo il parto; Gestione dello stress: imparare tecniche di rilassamento e mindfulness durante la gravidanza. Conclusioni La depressione post partum è una condizione seria, ma affrontabile. Riconoscerne i sintomi e chiedere aiuto sono passi fondamentali per tornare a vivere con serenità questa fase unica della vita. Nessuna madre dovrebbe sentirsi sola o inadeguata: con il giusto supporto, è possibile superarla e costruire un legame forte e amorevole con il proprio bambino.
Depressione e alimentazione

Di Angela Atzori La depressione è il disturbo psicologico più presente al mondo (Edwards, 2010). Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nel marzo-aprile 2020 c’è stato un incremento dei sintomi depressivi con una percentuale del 7,1% rispetto allo 6,1% del periodo 2018-2019. Lo studio condotto nel 2020 dall’ISS ha evidenziato un incremento dei sintomi a causa della pandemia Covid-19 e dei periodi di lockdown, con un peggioramento, rispetto agli anni precedenti, nella fascia di età dei giovani i 18 e i 34 anni. Il disturbo depressivo maggiore si presenta con sofferenza psicologica, tono dell’umore abbastanza basso per un periodo abbastanza lungo e implica, per la persona, fatica nella cura del proprio corpo, isolamento con conseguente riduzione o peggioramento delle relazioni sociali, e una compromissione nelle aree lavoro o scuola. Secondo il DSM-5 i sintomi più frequenti sono tristezza, senso di vuoto, marcata diminuzione dell’interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività, cambiamento nell’appetito con forte perdita o aumento di peso, disturbi del sonno, faticabilità o mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte e di suicidio. In genere una persona depressa presenta almeno cinque dei sintomi appena riportati per un periodo di due settimane o almeno uno dei primi due, causando una significativa interferenza nella capacità di svolgere le attività quotidiane. Secondo i dati Passi 2008-2011 state individuate delle associazioni tra depressione e: difficoltà economiche, genere femminile, basso livello di istruzione, stato lavorativo, presenza di malattie croniche ed età anziana. Secondo il DSM-5, alcuni studi molecolari hanno ipotizzato che alla base della depressione vi siano varianti genetiche di fattori neurotrofici e delle citochine- proinfiammatorie. In merito a quest’ultimo punto alcune meta-analisi hanno descritto la depressione come uno stato pro-infiammatorio, tale da poter parlare di “mente infiammata” (Bottaccioli, Bottaccioli et al., 2021, p. 4) Che impatto ha l’alimentazione su questo disturbo mentale? Esistono delle prove del suo ruolo nella depressione? Mangiare bene fa stare meglio? Negli ultimi decenni diverse ricerche hanno esplorato il legame tra alimentazione e depressione cercando di dare una risposta a queste domande. Alcune si sono concentrate principalmente sul ruolo di specifici nutrienti, altre hanno focalizzato i loro studi su particolari modelli dietetici. Secondo uno studio condotto nel 2006 da Sánchez Villegas e colleghi, sembrerebbe che l’adesione a un modello dietetico mediterraneo assicurerebbe un’assunzione adeguata di frutta, noci, verdura, cereali, legumi o pesce, fonti di importanti nutrienti legati alla prevenzione della depressione. Anche lo studio di coorte condotto sempre da Sánchez Villegas (2009) confermerebbe un potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea rispetto alla prevenzione dei disturbi depressivi. I risultati della ricerca condotta da Brunner, Ferries e altri (2009) suggerirebbero che il consumo di frutta, verdura e pesce sarebbe da preferire a una dieta ricca di carni, cioccolatini, dolci, cibi fritti, alimenti con farine raffinate e latticini ad alto contenuto di grassi quale fattore di protezione contro l’insorgenza di sintomi depressivi. In particolare per ciò che concerne la carne, secondo la meta- analisi di Nucci e colleghi del 2017 (citati in Bottaccioli, Bottaccioli et alt., 2021) l’assunzione di carni rosse e di carni processate sarebbero fortemente associate col rischio di depressione. Secondo la meta-analisi condotta da Firth e colleghi (2019) si conferma che vi siano dei potenziali benefici dell’alimentazione sui sintomi depressivi, benché gli studi in questione abbiano riscontrato questi effetti su popolazioni generali, subcliniche e non patologiche. La meta-analisi condotta da Lassale, Batty e colleghi (2019) mostra che esistono prove osservabili che suggeriscono che sia l’adesione a una dieta sana (in particolare a una dieta mediterranea tradizionale), sia l’evitamento di una dieta pro-infiammatoria, sono associati a un ridotto rischio di sintomi depressivi o depressione clinica. Negli ultimi 10 anni sono numerosi invece gli studi che si sono concentrati in particolare sugli effetti antidepressivi (oltre a quelli neuroprotettivi) di una sostanza naturale: l’esperidina. L’esperidina è presente nel thè, nell’olio di oliva e soprattutto negli agrumi, e si è dimostrata utile come antiossidante, antinfiammatorio e neuroprotettivo. Secondo lo studio cinese di Xinyu Li e colleghi (2023) l’esperidina allevia in modo efficace la depressione indipendentemente dalle sue cause sottostanti. Gli effetti antidepressivi dell’esperidina sarebbero mediati da quei recettori implicati nel disturbo, ossia i kappa-oppioidi e specifici recettori serotoninergici nell’ippocampo. La ricerca condotta da Kosari Nasab, M., e colleghi (2018) ha messo in evidenza che il trattamento con esperidina è stato efficace nel ridurre significativamente i sintomi correlati alla depressione nei topolini con una lieve lesione cerebrale. L’effetto antidepressivo era mediato in parte dalla diminuzione della neuroinfiammazione e del danno ossidativo. Benché le ricerche che hanno indagato il ruolo dell’esperidina nel disturbo depressivo siano state condotte principalmente in laboratorio sui topi (e dunque sarebbe necessario estendere la ricerca sperimentale all’uomo) hanno prodotto dei risultati che suggeriscono che l’assunzione dietetica o l’integrazione di questa sostanza naturale abbia influenza sui sintomi correlati alla depressione. In conclusione, negli ultimi decenni sono numerose le ricerche che hanno esplorato il legame tra depressione e alimentazione e nonostante siano necessari ulteriori studi clinici più approfonditi, ci sono evidenze scientifiche crescenti che mostrano gli effetti dell’alimentazione sulla salute mentale. Secondo Bottaccioli e colleghi (2021) è oramai chiaro che la dieta può avere effetti positivi (o negativi) sui disturbi mentali e sui sintomi ad essi associati. Seguendo il suggerimento di alcuni ricercatori (Brunner, Ferries et al. 2009), sarebbe opportuno considerare determinati modelli dietetici o alcuni specifici nutrienti come dei potenziali agenti adiuvanti per la prevenzione e il miglioramento dei sintomi depressivi e dunque sarebbe utile associarli al trattamento di questo disturbo da parte dei professionisti della salute mentale. Bibliografia Akbaraly, TN., Brunner, EJ., Ferrie, JE., Marmot, MG., Kivimaki, M., Singh-Manoux, A. (2009). Dietary pattern and depressive symptoms in middle age. The British Journal Psychiatry. Vol 195(5), pp. 408-413. doi: 10.1192/bjp.bp.108.058925 American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014. Berk, M., Jacka, FN. (2019). Diet and Depression-From Confirmation to Implementation. JAMA. Mar 5;321(9): pp. 842-843. doi: 10.1001/
Dentro le mura: Lenore Walker e il ciclo della violenza

Nel vasto panorama della psicologia dell’abuso domestico, il lavoro della dott.ssa Lenore Walker ha lasciato un’impronta indelebile. Uno dei suoi contributi più significativi riguarda la teoria del “Ciclo della violenza“, che ha permesso agli studiosi e agli operatori del settore di comprendere meglio la complessità e la ciclicità dell’abuso nelle relazioni intime. Origini del ciclo della violenza Il ciclo della violenza di Lenore Walker è stato introdotto per la prima volta nel 1979 nel suo libro “The Battered Woman“. Nel libro, la psicologa esplorava le dinamiche dell’abuso nelle relazioni intime, concentrandosi principalmente sulle esperienze delle donne vittime di violenza domestica. Attraverso il suo lavoro clinico e la sua ricerca, la Walker ha osservato schemi comuni di comportamento sia nelle vittime che negli aggressori, da cui ha sviluppato il concetto del ciclo della violenza. Fasi del ciclo della violenza Il ciclo della violenza della Walker è suddiviso in tre fasi interconnesse: Fase di tensione crescente: In questa fase iniziale, si verifica un accumulo di tensione nella relazione. L’aggressore può diventare irritabile, controllante o emotivamente instabile. La vittima può percepire che qualcosa non va e può cercare di placare l’aggressore per evitare conflitti; Fase di esplosione: Questa è la fase in cui avviene l’abuso fisico, emotivo o verbale. La tensione accumulata nella fase precedente raggiunge il suo culmine e si traduce in un atto di violenza. L’aggressore perde il controllo e attacca la vittima, causando danni fisici, emotivi o psicologici; Fase di luna di miele o riconciliazione: Dopo l’episodio di violenza, l’aggressore spesso mostra rimorso e pentimento. In questa fase, possono manifestarsi gesti affettuosi, scuse che paiono sincere o promesse di cambiamento. La vittima può sperare che l’incidente sia stato isolato e può essere incline a perdonare e a ricongiungersi con l’aggressore. Ciclicità e perpetuazione Ciò che rende il ciclo della violenza così insidioso è la sua natura ciclica. Dopo la fase di riconciliazione, la relazione può temporaneamente ritornare a uno stato di calma apparente. Tuttavia, con il passare del tempo, la tensione ricomincia ad accumularsi e il ciclo riprende il suo corso, con periodi di tensione crescente, esplosione e riconciliazione. Questo ciclo può diventare una trappola per le vittime, che possono sperare in un cambiamento permanente dell’aggressore e possono rimanere intrappolate in un ciclo interminabile di abuso e riconciliazione. Interventi e risorse Comprendere il ciclo della violenza è essenziale per fornire un supporto efficace alle vittime di violenza domestica. Gli operatori del settore possono utilizzare questa conoscenza per educare le vittime sulle dinamiche dell’abuso e per offrire loro risorse e supporto durante tutte le fasi del ciclo. Può, inoltre, rivelarsi utile per gli operatori che si trovano a lavorare con gli autori stessi della violenza, ad esempio all’interno dei CUAV (Centri per Uomini Autori di Violenza). Infine, è fondamentale lavorare per interrompere il ciclo dell’abuso attraverso l’intervento precoce, l’accesso a servizi di supporto e la promozione di relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla parità. Conclusioni Il ciclo della violenza di Lenore Walker continua a essere un concetto fondamentale nell’affrontare e prevenire l’abuso domestico. La sua comprensione fornisce una lente attraverso la quale esaminare le dinamiche complesse delle relazioni abusive ed offre un quadro per l’intervento e il supporto alle vittime. In un mondo in cui l’abuso domestico rimane purtroppo diffuso, è essenziale che continuiamo a educarci, sensibilizzare e lavorare insieme per creare comunità più sicure e rispettose per tutti.