Depressione post partum: l’importanza del benessere in maternità

La nascita di un bambino è spesso associata a gioia, amore e speranza per il futuro. Per molte neomamme, però, questo periodo può essere oscurato dalla presenza della depressione post partum. Si tratta di una condizione emotiva complessa che colpisce alcune madri nel periodo successivo al parto. Sebbene sia ampiamente diffusa, spesso rimane poco riconosciuta o sottovalutata, con conseguenze significative non solo per la madre, ma anche per il neonato e l’intera famiglia. Cos’è la depressione post partum? La depressione post partum si manifesta nel periodo successivo al parto, generalmente entro le prime settimane o mesi. Si differenzia dal più comune “baby blues”, che raprresenta una forma lieve e transitoria di tristezza e ansia che molte neomamme e si risolve spontaneamente entro pochi giorni. La depressione post partum, invece, è più intensa, persistente e debilitante, interferendo con la capacità della madre di prendersi cura di sé stessa e del neonato. I sintomi della depressione post partum I sintomi della depressione post partum possono variare in intensità e manifestazione, ma spesso includono: Umore depresso: sentimenti di tristezza, disperazione e vuoto che persistono per gran parte della giornata; Ansia intensa: paura eccessiva per la salute del neonato o per il proprio ruolo di madre; Irritabilità: scatti di rabbia o irritazione senza una causa apparente; Disturbi del sonno: insonnia o, al contrario, una costante sensazione di stanchezza e sonnolenza; Difficoltà a legarsi al neonato: sensazione di distacco emotivo o incapacità di provare gioia nelle interazioni con il bambino; Senso di colpa e inadeguatezza: pensieri ricorrenti di non essere una madre sufficientemente brava; Pensieri intrusivi: idee ossessive o preoccupazioni irrazionali, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a pensieri suicidari o di autolesionismo. Le cause della depressione post partum La depressione post partum non ha una causa unica, ma è il risultato di una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Alcuni tra essi potrebbero essere: Cambiamenti ormonali: dopo il parto, i livelli di ormoni come estrogeni e progesterone calano rapidamente, influenzando l’equilibrio chimico del cervello e l’umore; Stanchezza fisica: la mancanza di sonno e le richieste fisiche legate alla cura del neonato possono esacerbare la vulnerabilità emotiva; Storia personale o familiare di depressione: le donne con una pregressa diagnosi di disturbi dell’umore o con una storia familiare di depressione sono più a rischio; Stress psicologico: problemi relazionali, difficoltà economiche o eventi stressanti durante la gravidanza possono aumentare il rischio; Pressioni culturali e sociali: aspettative irrealistiche sul ruolo materno o la mancanza di supporto da parte del partner e della famiglia possono contribuire. Possibili conseguenze Se non affrontata, la depressione post partum può avere conseguenze significative: Sulla madre: aumento del rischio di depressione cronica, isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni interpersonali; Sul bambino: impatti negativi sullo sviluppo emotivo, comportamentale e cognitivo, a causa della difficoltà della madre di rispondere adeguatamente ai bisogni del neonato; Sulla famiglia: tensioni nei rapporti di coppia e maggiore stress per i membri della famiglia. Come poterla affrontare La depressione post partum è una condizione trattabile, e il primo passo è riconoscere che si ha bisogno di aiuto. Le strategie efficaci includono: Supporto psicologico: il sostegno di un professionista è fondamentale per aiutare le madri a comprendere e affrontare i propri sentimenti. Attraverso un dialogo aperto, la madre può esplorare i pensieri e le emozioni che la turbano, identificare strategie per gestire lo stress e trovare modalità efficaci per affrontare le difficoltà quotidiane; Gruppi di supporto: partecipare a gruppi per neomamme può fornire conforto e ridurre la sensazione di isolamento; Coinvolgimento del partner e della famiglia: un supporto emotivo e pratico da parte delle persone vicine è fondamentale per alleviare il carico della madre; Cura di sé: anche piccoli gesti come prendersi del tempo per riposare, fare attività piacevoli o chiedere aiuto per le incombenze quotidiane possono fare una grande differenza. Prevenzione della depressione post partum Anche se non sempre si può prevenire la depressione post partum, esistono alcune strategie che possono aiutare a ridurne il rischio: Preparazione durante la gravidanza: discutere apertamente delle proprie paure e aspettative con il partner, il medico o uno psicologo; Costruire una rete di supporto: avere persone di fiducia su cui contare può ridurre lo stress dopo il parto; Gestione dello stress: imparare tecniche di rilassamento e mindfulness durante la gravidanza. Conclusioni La depressione post partum è una condizione seria, ma affrontabile. Riconoscerne i sintomi e chiedere aiuto sono passi fondamentali per tornare a vivere con serenità questa fase unica della vita. Nessuna madre dovrebbe sentirsi sola o inadeguata: con il giusto supporto, è possibile superarla e costruire un legame forte e amorevole con il proprio bambino.

Depressione e alimentazione

Di Angela Atzori La depressione è il disturbo psicologico più presente al mondo (Edwards, 2010). Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nel marzo-aprile 2020 c’è stato un incremento dei sintomi depressivi con una percentuale del 7,1% rispetto allo 6,1% del periodo 2018-2019. Lo studio condotto nel 2020 dall’ISS ha evidenziato un incremento dei sintomi a causa della pandemia Covid-19 e dei periodi di lockdown, con un peggioramento, rispetto agli anni precedenti, nella fascia di età dei giovani i 18 e i 34 anni. Il disturbo depressivo maggiore si presenta con sofferenza psicologica, tono dell’umore abbastanza basso per un periodo abbastanza lungo e implica, per la persona, fatica nella cura del proprio corpo, isolamento con conseguente riduzione o peggioramento delle relazioni sociali, e una compromissione nelle aree lavoro o scuola. Secondo il DSM-5 i sintomi più frequenti sono tristezza, senso di vuoto, marcata diminuzione dell’interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività, cambiamento nell’appetito con forte perdita o aumento di peso, disturbi del sonno, faticabilità o mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte e di suicidio. In genere una persona depressa presenta almeno cinque dei sintomi appena riportati per un periodo di due settimane o almeno uno dei primi due, causando una significativa interferenza nella capacità di svolgere le attività quotidiane. Secondo i dati Passi 2008-2011 state individuate delle associazioni tra depressione e: difficoltà economiche, genere femminile, basso livello di istruzione, stato lavorativo, presenza di malattie croniche ed età anziana. Secondo il DSM-5, alcuni studi molecolari hanno ipotizzato che alla base della depressione vi siano varianti genetiche di fattori neurotrofici e delle citochine- proinfiammatorie. In merito a quest’ultimo punto alcune meta-analisi hanno descritto la depressione come uno stato pro-infiammatorio, tale da poter parlare di “mente infiammata” (Bottaccioli, Bottaccioli et al., 2021, p. 4) Che impatto ha l’alimentazione su questo disturbo mentale? Esistono delle prove del suo ruolo nella depressione? Mangiare bene fa stare meglio? Negli ultimi decenni diverse ricerche hanno esplorato il legame tra alimentazione e depressione cercando di dare una risposta a queste domande. Alcune si sono concentrate principalmente sul ruolo di specifici nutrienti, altre hanno focalizzato i loro studi su particolari modelli dietetici. Secondo uno studio condotto nel 2006 da Sánchez Villegas e colleghi, sembrerebbe che l’adesione a un modello dietetico mediterraneo assicurerebbe un’assunzione adeguata di frutta, noci, verdura, cereali, legumi o pesce, fonti di importanti nutrienti legati alla prevenzione della depressione. Anche lo studio di coorte condotto sempre da Sánchez Villegas (2009) confermerebbe un potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea rispetto alla prevenzione dei disturbi depressivi. I risultati della ricerca condotta da Brunner, Ferries e altri (2009) suggerirebbero che il consumo di frutta, verdura e pesce sarebbe da preferire a una dieta ricca di carni, cioccolatini, dolci, cibi fritti, alimenti con farine raffinate e latticini ad alto contenuto di grassi quale fattore di protezione contro l’insorgenza di sintomi depressivi. In particolare per ciò che concerne la carne, secondo la meta- analisi di Nucci e colleghi del 2017 (citati in Bottaccioli, Bottaccioli et alt., 2021) l’assunzione di carni rosse e di carni processate sarebbero fortemente associate col rischio di depressione. Secondo la meta-analisi condotta da Firth e colleghi (2019) si conferma che vi siano dei potenziali benefici dell’alimentazione sui sintomi depressivi, benché gli studi in questione abbiano riscontrato questi effetti su popolazioni generali, subcliniche e non patologiche. La meta-analisi condotta da Lassale, Batty e colleghi (2019) mostra che esistono prove osservabili che suggeriscono che sia l’adesione a una dieta sana (in particolare a una dieta mediterranea tradizionale), sia l’evitamento di una dieta pro-infiammatoria, sono associati a un ridotto rischio di sintomi depressivi o depressione clinica. Negli ultimi 10 anni sono numerosi invece gli studi che si sono concentrati in particolare sugli effetti antidepressivi (oltre a quelli neuroprotettivi) di una sostanza naturale: l’esperidina. L’esperidina è presente nel thè, nell’olio di oliva e soprattutto negli agrumi, e si è dimostrata utile come antiossidante, antinfiammatorio e neuroprotettivo. Secondo lo studio cinese di Xinyu Li e colleghi (2023) l’esperidina allevia in modo efficace la depressione indipendentemente dalle sue cause sottostanti. Gli effetti antidepressivi dell’esperidina sarebbero mediati da quei recettori implicati nel disturbo, ossia i kappa-oppioidi e specifici recettori serotoninergici nell’ippocampo. La ricerca condotta da Kosari Nasab, M., e colleghi (2018) ha messo in evidenza che il trattamento con esperidina è stato efficace nel ridurre significativamente i sintomi correlati alla depressione nei topolini con una lieve lesione cerebrale. L’effetto antidepressivo era mediato in parte dalla diminuzione della neuroinfiammazione e del danno ossidativo. Benché le ricerche che hanno indagato il ruolo dell’esperidina nel disturbo depressivo siano state condotte principalmente in laboratorio sui topi (e dunque sarebbe necessario estendere la ricerca sperimentale all’uomo) hanno prodotto dei risultati che suggeriscono che l’assunzione dietetica o l’integrazione di questa sostanza naturale abbia influenza sui sintomi correlati alla depressione. In conclusione, negli ultimi decenni sono numerose le ricerche che hanno esplorato il legame tra depressione e alimentazione e nonostante siano necessari ulteriori studi clinici più approfonditi, ci sono evidenze scientifiche crescenti che mostrano gli effetti dell’alimentazione sulla salute mentale. Secondo Bottaccioli e colleghi (2021) è oramai chiaro che la dieta può avere effetti positivi (o negativi) sui disturbi mentali e sui sintomi ad essi associati. Seguendo il suggerimento di alcuni ricercatori (Brunner, Ferries et al. 2009), sarebbe opportuno considerare determinati modelli dietetici o alcuni specifici nutrienti come dei potenziali agenti adiuvanti per la prevenzione e il miglioramento dei sintomi depressivi e dunque sarebbe utile associarli al trattamento di questo disturbo da parte dei professionisti della salute mentale. Bibliografia  Akbaraly, TN., Brunner, EJ., Ferrie, JE., Marmot, MG., Kivimaki, M., Singh-Manoux, A. (2009). Dietary pattern and depressive symptoms in middle age. The British Journal Psychiatry. Vol 195(5), pp. 408-413. doi: 10.1192/bjp.bp.108.058925  American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.  Berk, M., Jacka, FN. (2019). Diet and Depression-From Confirmation to Implementation. JAMA. Mar 5;321(9): pp. 842-843. doi: 10.1001/

Dentro le mura: Lenore Walker e il ciclo della violenza

Nel vasto panorama della psicologia dell’abuso domestico, il lavoro della dott.ssa Lenore Walker ha lasciato un’impronta indelebile. Uno dei suoi contributi più significativi riguarda la teoria del “Ciclo della violenza“, che ha permesso agli studiosi e agli operatori del settore di comprendere meglio la complessità e la ciclicità dell’abuso nelle relazioni intime. Origini del ciclo della violenza Il ciclo della violenza di Lenore Walker è stato introdotto per la prima volta nel 1979 nel suo libro “The Battered Woman“. Nel libro, la psicologa esplorava le dinamiche dell’abuso nelle relazioni intime, concentrandosi principalmente sulle esperienze delle donne vittime di violenza domestica. Attraverso il suo lavoro clinico e la sua ricerca, la Walker ha osservato schemi comuni di comportamento sia nelle vittime che negli aggressori, da cui ha sviluppato il concetto del ciclo della violenza. Fasi del ciclo della violenza Il ciclo della violenza della Walker è suddiviso in tre fasi interconnesse: Fase di tensione crescente: In questa fase iniziale, si verifica un accumulo di tensione nella relazione. L’aggressore può diventare irritabile, controllante o emotivamente instabile. La vittima può percepire che qualcosa non va e può cercare di placare l’aggressore per evitare conflitti; Fase di esplosione: Questa è la fase in cui avviene l’abuso fisico, emotivo o verbale. La tensione accumulata nella fase precedente raggiunge il suo culmine e si traduce in un atto di violenza. L’aggressore perde il controllo e attacca la vittima, causando danni fisici, emotivi o psicologici; Fase di luna di miele o riconciliazione: Dopo l’episodio di violenza, l’aggressore spesso mostra rimorso e pentimento. In questa fase, possono manifestarsi gesti affettuosi, scuse che paiono sincere o promesse di cambiamento. La vittima può sperare che l’incidente sia stato isolato e può essere incline a perdonare e a ricongiungersi con l’aggressore. Ciclicità e perpetuazione Ciò che rende il ciclo della violenza così insidioso è la sua natura ciclica. Dopo la fase di riconciliazione, la relazione può temporaneamente ritornare a uno stato di calma apparente. Tuttavia, con il passare del tempo, la tensione ricomincia ad accumularsi e il ciclo riprende il suo corso, con periodi di tensione crescente, esplosione e riconciliazione. Questo ciclo può diventare una trappola per le vittime, che possono sperare in un cambiamento permanente dell’aggressore e possono rimanere intrappolate in un ciclo interminabile di abuso e riconciliazione. Interventi e risorse Comprendere il ciclo della violenza è essenziale per fornire un supporto efficace alle vittime di violenza domestica. Gli operatori del settore possono utilizzare questa conoscenza per educare le vittime sulle dinamiche dell’abuso e per offrire loro risorse e supporto durante tutte le fasi del ciclo. Può, inoltre, rivelarsi utile per gli operatori che si trovano a lavorare con gli autori stessi della violenza, ad esempio all’interno dei CUAV (Centri per Uomini Autori di Violenza).  Infine, è fondamentale lavorare per interrompere il ciclo dell’abuso attraverso l’intervento precoce, l’accesso a servizi di supporto e la promozione di relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla parità. Conclusioni Il ciclo della violenza di Lenore Walker continua a essere un concetto fondamentale nell’affrontare e prevenire l’abuso domestico. La sua comprensione fornisce una lente attraverso la quale esaminare le dinamiche complesse delle relazioni abusive ed offre un quadro per l’intervento e il supporto alle vittime. In un mondo in cui l’abuso domestico rimane purtroppo diffuso, è essenziale che continuiamo a educarci, sensibilizzare e lavorare insieme per creare comunità più sicure e rispettose per tutti.

Demenza. Cinque minuti per sapere se sei a rischio.

È basata sull’intelligenza artificiale ed è in grado di rilevare i primi segni di decadimento cognitivo lieve e altri disturbi in meno di cinque minuti: si tratta di un’app per determinare il rischio di sviluppare demenza ed è stata messa a punto da Sina Habibi e Seyed-Mahdi Khaligh-Razavi. Potrebbe diventare negli Stati Uniti, e poi nel mondo, un efficace strumento di prevenzione per una delle patologie più frequenti e invalidanti. Si stima che nel 2019 fossero 57 milioni di persone a soffrirne nel mondo e che nel 2050 il numero potrebbe arrivare quasi a triplicare, secondo una ricerca dell’Università di Washington: andiamo verso una vera e propria pandemia di Alzheimer, con cifre destinate a salire in pochi anni. I metodi diagnostici rapidi potrebbero fare la differenza, inducendo le persone a modificare il proprio stile di vita e a cambiare il proprio futuro. Ipertensione, fumo, diabete, obesità, esercizio fisico, dieta, consumo di alcol, depressione, isolamento sociale e inquinamento atmosferico: una commissione Lancet ha recentemente osservato che fino al 40% delle demenze potrebbe essere prevenuto o ritardato modificando i fattori di rischio dello stile di vita delle persone. La metà dei fattori di rischio ha un impatto sui futuri pazienti prima dei 65 anni e la diagnosi precoce potrebbe aiutare a indirizzare le persone verso interventi tempestivi, più efficaci e preventivi di un ulteriore peggioramento o in grado di ritardare il declino nel tempo. Ma come funziona l’app? Si tratta di un test in cui vengono presentate 100 immagini in scala di sfumature di grigio. Cinquanta immagini rappresentano animali e cinquanta altre categorie:  appaiono in rapida successione; le persone devono distinguerle e ricevono un punteggio in base alla velocità e precisione di risposta. Il software è in grado di rilevare sottili alterazioni nella velocità di elaborazione delle informazioni e l’Intelligenza Artificiale confronta i tempi di reazione con la risposta media delle persone appartenenti alla fascia di età della persona testata. Il risultato, in misura grezza, indica il livello di funzionamento di una persona rispetto a individui normali, lievemente compromessi o gravemente compromessi dal punto di vista cognitivo. Il deterioramento cognitivo lieve è lo stadio tra il declino cognitivo atteso, quello del normale invecchiamento, e il declino più grave: quello della demenza. Siccome il cervello umano elabora visivamente circa l’80% delle informazioni, una ridotta velocità di elaborazione visiva è presente nelle prime fasi del lieve deterioramento cognitivo. Secondo i ricercatori, l’uso delle immagini degli animali è particolarmente efficace perché attiva vaste aree del cervello, visto che la l’umanità ha dovuto primordialmente classificarli in modo rapido, distinguendoli tra fonte di minaccia o fonte di potenziale cibo. Molte aziende stanno lavorando a test di rilevamento della demenza basati sull’intelligenza artificiale: i test visivi, come quello dell’app presa in considerazione, hanno il vantaggio di poter essere applicati a culture e lingue diverse. Strumenti di rilevamento del rischio di demenza potrebbero cambiare il destino di una persona: il fatto che, una volta approvati dai sistemi nazionali e internazionali, possano essere anche autosomministrati – come nel caso di un test con un’app – facilita la richiesta di eventuale e tempestivo aiuto al sistema sanitario e offre un’evidenza per agire sui propri fattori di rischio e aiutare se stessi a fermare, o rallentare in modo significativo, l’insorgenza di un problema grave e conservare più a lungo una buona qualità di vita.

Demenza senile: cosa possiamo fare per prevenirla

Colpisce 50 milioni di persone al mondo. E si può prevenire: 5 indicazioni da seguire subito, nel quotidiano. Rahul Jandial è un neurochirurgo e neuroscienziato che lavora al City of Hope, in California. Ha un osservatorio privilegiato sulle malattie neurodegenerative, perché opera da molti anni il cervello. La sua passione è collegare le conoscenze scientifiche con la possibilità di agire per modificare e prevenire la decadenza cognitiva, individuando e diffondendo pratiche quotidiane utili ad aiutare il nostro cervello a mantenersi efficiente più a lungo. Iniziamo da una sua specifica indicazione: alimentazione e cervello. Al di là degli studi sulla nutrizione e sulle sostanze benefiche e nocive per il nostro organismo (conosciamo tutti i vantaggi di una dieta mediterranea ricca di verdure e povera di carne), Jandial si sofferma sull’utilità del digiuno intermittente. Il digiuno intermittente consiste in sedici ore di digiuno da inserire nella propria routine un paio di volte alla settimana. Ad esempio: se la sera precedente si finisce di cenare alle 21, non si deve mangiare nulla (si può bere acqua o tè non zuccherato) fino alle 13 del giorno dopo. 16 ore di digiuno fanno esaurire le riserve di glucosio al fegato, che in seguito brucerà grasso, fino a quando non inizierà a utilizzare i chetoni, che non sono solo carburante per il corpo, ma hanno un grande impatto su salute e invecchiamento. Il modo più semplice per arrivare a sedici ore di digiuno intermittente è aggiungere tempo di sonno, cenare più presto e saltare la colazione. Questo consente al cervello di utilizzare i chetoni come combustibile. Molte ricerche recenti suggeriscono che l’utilizzo dei chetoni come fonte di energia (che interviene quando il glucosio non è disponibile, a causa del digiuno) aiuta il cervello a migliorare le proprie performance. D’altronde, come è noto, il digiuno ha sempre fatto parte di pratiche religiose dall’antichità, e in moltissime culture è stato utilizzato come metodo per raggiungere una lucidità mentale superiore. Altra importante indicazione, per prevenire il decadimento cognitivo, è naturalmente l’esercizio fisico. Camminare, fare le scale, fare attività sportiva leggera, oltre a mantenere i muscoli in forma, permette di irrorare il cervello. Muoversi poco impedisce la rigenerazione e l’ossigenazione indispensabili per i neuroni e per le loro connessioni.   Terzo: è fondamentale sorprendere il cervello con cose nuove. Quando apprendiamo qualcosa di nuovo o ascoltiamo, leggiamo, osserviamo qualcosa di non consueto per il nostro cervello, gli forniamo una formidabile opportunità per creare nuovi percorsi neuronali.  Non serve crearsi sfide complicate: l’importante è uscire dalla zona di conforto abituale. Gli umani amano ciò che è familiare, si tratta di una caratteristica importante dal punto di vista evolutivo. Una delle strategie di sopravvivenza del cervello consiste nell’utilizzare i dati delle esperienze precedenti per formare rapidamente una mappa mentale sull’azione giusta da intraprendere in una determinata situazione. Ma troppa familiarità offusca il cervello. L’atto stesso dell’apprendimento fa sì che il cervello attinga a percorsi diversi: è un’attività che consuma energia e coinvolge angoli recessi della mente. Ultimo punto, ma non per importanza: la portata positiva di avere buone relazioni con le persone che vivono con noi e attorno a noi. Accudire, prendersi cura di qualcuno, è un modo per fare bene a noi stessi in ogni aspetto, anche quello della giovinezza ed efficienza del nostro cervello, perché le sostanze sprigionate dalla vicinanza buona, di qualità, sono fondamentali per il nostro benessere mentale e costituiscono un antidoto naturale al decadimento precoce. In poche parole: mantenere il cervello in buona salute è alla nostra portata. Ogni giorno.

DELLA PAS (Parental Alienation Syndrome)

Di Cinzia Saponara PREMESSA Nel recente articolo: “Vittime silenziose”, mi sono occupata del fenomeno della violenza assistita fenomeno strettamente connesso a quello della violenza intrafamiliare. Nel presente lavoro mi occuperò della PAS o Sindrome da alienazione parentale, costrutto che troppo spesso emerge nei contesti giuridici che si occupano di tali gravi problematiche. A proporla nel 1985 fu il medico statunitense Richard Gardner. Per Pas, o Sindrome da alienazione genitoriale, o Sindrome della madre malevola, o della madre ostativa (via via che la Cassazione la rigetta, i sostenitori variano le definizione sperando, così, di aggirare la giurisprudenza), si intende una dinamica psicologica “malata” per cui un genitore (di solito la madre) condizionerebbe negativamente i rapporti del figlio con l’altro genitore ( di solito il padre) attraverso una serie di comportamenti volti a denigrare, emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale e la sua famiglia d’origine. Secondo Gardner, in sostanza, si parla di PAS quando, in particolare nei casi di separazione, il genitore alienante indottrina il bambino contro il genitore alienato attraverso una sorta di lavaggio del cervello ed una campagna di denigrazione mirata a distruggere progressivamente la relazione genitore alienato-figlio. Intorno alla PAS si è sollevato negli anni un vivace dibattito. Da un lato i suoi sostenitori affermano il diritto del bambino alla bi-genitorialità e ritengono tali situazioni esempi di importanti violazioni di tale diritto. In Italia, oltre a numerosi professionisti, la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), afferma la scientificità della PAS, riconducendola, però, non a un disturbo piscologico a carico del minore, bensì a un problema relazionale che comporta un rischio evolutivo per lo sviluppo psico-fisico del minore stesso. La SINPIA fa chiaro riferimento alla PAS, a Gardner ed al problema dei falsi positivi nei casi di denuncia di abuso sessuale. Dall’altro lato, sono numerose le voci e le posizioni critiche, per un approfondimento delle quali si rinvia a importanti lavori in lingua italiana (Crisma, Romito, 2007; Coffari, 2018; Pignotti, 2018) che fondamentalmente si concentrano sui seguenti punti: La figura stessa di Richard Gardner e le sue posizioni ambigue rispetto alla pedofilia; I limiti scientifici della PAS; Il rischio che attraverso il suo utilizzo si neghino e mistifichino situazioni in cui il bambino esprime paura e rifiuto verso il genitore per fondati motivi (quali il maltrattamento, l’abuso sessuale, la violenza assistita), esponendolo così a gravi rischi e privandolo di tutela e di diritti. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) non riconosce la PAS come sindrome o malattia: le numerose richieste per l’ammissione della PAS nel repertorio delle patologie psichiatriche sono state respinte, in quanto “non vi sono sufficienti prove scientifiche che ne giustifichino l’ammissione” (motivazione del responsabile del gruppo di lavoro). Oggi il DSM inserisce la voce “problemi relazionali genitore-bambino”. Coerentemente con il DSM, anche l’ICD11 (International Classification of Diseases) non include la PAS, facendo invece riferimento a problemi relazionali (QE52.0). In sostanza il DSM-5 riconosce l’esistenza di un possibile condizionamento di un bambino, di denigrazione di un genitore verso l’altro, situazioni sicuramente possibili, ma ben lontane dalla diagnosi di Alienazione Parentale e che soprattutto vanno ben distinte e attentamente differenziate da tutte quelle situazioni in cui un bambino rifiuta un genitore perché realmente maltrattante, abusante o trascurante e non perché plagiato dall’altro genitore. Sulla PAS è molto interessante il recente intervento del Ministero della Salute che con la nota del 29.5.2020 ha precisato che la Sindrome da Alienazione Genitoriale o da Anaffettività Genitoriale «non risulta inserita in alcuna delle classificazioni in uso come la International classification of disease (ICD 10) o il Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM 5), in ragione della sua evidente “ascientificità” dovuta alla mancanza di dati a sostegno». Lavori sistematici e critici nei confronti della PAS sono stati pubblicati da Sonia Vaccaro e Consuelo Barea, psicoterapeute specializzate nella violenza di genere; da Jennifer Hoult; da Carol Bruch, da Rotger e Barrett. Anche in Italia ci sono diverse voci critiche nei confronti della PAS, della sua scientificità e dell’etica della sua applicazione, tra di esse ricordiamo Luigi Cancrini, Paolo Crepet, Antonio Marziale, Luisa Betti, Elvira Reale, Claudio Mencacci, Claudio Foti. La critica che più interessa, a mio avviso, è relativa all’utilizzo della PAS nei procedimenti giudiziari in cui ci sia un sospetto abuso sessuale o un sospetto maltrattamento o nei casi di violenza domestica. In questi casi la PAS viene frequentemente utilizzata in ambito forense, soprattutto da coloro che vogliono difendersi da tali accuse, tale costrutto sostituisce la dinamica della violenza con la dinamica conflittuale, sostituzione che cancella la differenza tra presunto autore della violenza e presunta vittima e che attribuisce alla madre la responsabilità dei comportamenti di rifiuto del minore verso il padre. Il riferimento alla “PAS” in questi conflitti giudiziari riduce tutto all’alienazione paterna e trasforma automaticamente le vittime in carnefici. Ma non si può automaticamente utilizzare la “Sindrome di alienazione parentale” ogni qual volta i figli rifiutano la figura paterna, molteplici e molto complesse potrebbero essere le cause, non ultima quella di essere stati spettatori di molteplici episodi di violenza paterna a carico della madre, e/o essere stati oggetto di maltrattamenti o abusi. Il rapporto GREVIO per l’Italia (GREVIO’s -Baseline Evaluation Report, Italy, tradotto in italiano dal Dipartimento per le Pari Opportunità), del 2019 all’esito della attività di Organo di Monitoraggio chiamato a verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul (2011)1, sottolinea peraltro l’elevato rischio relativo all’utilizzo della nozione di alienazione parentale o di nozioni analoghe. L’evocazione di queste “sindromi”, scientificamente inesistenti, e non riconosciute dalla comunità internazionale, impedirebbe di approfondire la reale origine del rifiuto del minore a incontrare uno dei genitori, rifiuto che potrebbe avere radici specifiche. La Convenzione di Istanbulè il trattato internazionale di più vasta portata creato per affrontare la violenza contro le donne e la violenza domestica. Stabilisce gli standard minimi per i governi in Europa nella prevenzione, protezione e condanna della violenza contro le donne e della violenza domestica. Fondamentale l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, nel quale si prevede che «al momento di determinare i diritti di custodia e

Deindividuazione: perdere la propria individualità

La deindividuazione è un concetto della psicologia sociale e si riferisce ad un “processo psicologico in cui alcuni fattori, riducendo l’identificabilità sociale e l’autoconsapevolezza dell’individuo all’interno di un gruppo, rende possibili comportamenti che normalmente sono inibiti” (Ravenna, 2004, p.97). È un concetto strettamente connesso al processo di deumanizzazione. La deindividuazione implica, quindi, una minore consapevolezza di sé e aumenta l’identificazione con gli scopi e le azioni del gruppo. Alcune situazioni tendono a spogliare l’individuo della sua identità personale, di ciò che è, facendolo sentire anonimo. Trovarsi in una situazione di anonimato, accompagnata dalla diffusione della responsabilità, porta a fare cose che in contesti quotidiani non si farebbero. In condizioni di deindividuazione le persone possono intraprendere con più facilità comportamenti aggressivi e violenti. Il processo di deindividuazione fu analizzato da Philip Zimbardo nel celebre esperimento carcerario di Stanford. Lo psicologo si propose di studiare tramite “simulazione funzionale”, ovvero tramite la riproduzione fedele dell’ambiente carcerario nel seminterrato dell’Università di Stanford, le dinamiche tra gruppi tipiche del carcere, tentando di eliminare per quanto possibile le differenze disposizionali fra il gruppo delle guardie e quello dei detenuti. I 24 studenti reclutati furono divisi in guardie e detenuti e avrebbero dovuto mantenere tale ruolo per due settimane. Tuttavia, l’esperimento fu interrotto prima del previsto in quanto si presentarono risultati drammatici. I partecipanti acquisirono a tutti gli effetti, dopo pochissimo tempo, i ruoli di carcerieri e detenuti. I primi misero in atto vessazioni continue e ripetute, oltre ad azioni intimidatorie e violente nei confronti dei detenuti; questi ultimi mostrarono dopo soli 5 giorni sintomi di disgregazione individuale e collettiva. A Stanford le guardie indossavano uniformi e occhiali da sole a specchio che accentuavano il processo di deindividuazione. In quel contesto nessuno più possedeva un’identità personale, le individualità erano sparite. Una tale condizione non poteva che favorire tra le guardie la diffusione della responsabilità, infatti nessuna di loro si sentiva colpevole o perseguibile per aver intrapreso un’azione collettiva. Allo stesso modo i detenuti non avevano più una loro individualità, ma erano diventati i loro numeri, tanto da non presentarsi più con i loro veri nomi ma con i numeri assegnatigli casualmente. L’esperimento creò “un’ecologia della deumanizzazione, proprio come nelle vere carceri […]. È cominciato con la perdita della libertà e si è esteso alla perdita della privacy e poi alla perdita dell’identità personale.” (Zimbardo, 2007, pp. 337-338). Nel contesto di tale esperimento, la deindividuazione rappresenta la perdita di autocontrollo e autoconsapevolezza che si verifica nelle situazioni in cui l’individuo agisce all’interno di dinamiche sociali e di gruppo. Questa perdita di controllo porta alla messa in atto di azioni crudeli e aggressive che, in altri contesti e situazioni, sarebbero inibite e tenute a bada dalle norme sociali e morali. In conclusione, chiunque può attuare condotte negative in condizioni e situazioni specifiche. Il comportamento umano è sempre soggetto a forze situazionali. È possibile però contrastare le forze situazionali negative che spesso agiscono sulle persone, così da prevenire quei processi di deumanizzazione e deindividuazione che rendono possibili condotte e azioni negative. Le persone, infatti, non sono schiave delle forze situazionali. È necessario riflettere continuamente sulla situazione, sulle azioni, sul coinvolgimento emotivo e sociale, affermare la nostra individualità e la nostra singolarità, così da non permettere agli altri di deindividuarci e deumanizzarci. Bibliografia Ravenna M. (2004). Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali. Bologna: Il Mulino. Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil. Trad. it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008.

Decluttering: riordinare gli spazi produce benessere

Il decluttering è una tecnica che permette di eliminare il superfluo con l’obiettivo di puntare all’essenziale eliminando oggetti inutili. La pandemia ci ha costretti a restare tra le mura domestiche. Dopo una prima fase di disorientamento, abbiamo iniziato a riscoprire diversi modi per tenerci impegnati. Dall’arte culinaria all’allenamento home made, ognuno di noi ha sperimentato nuovi interessi o rispolverato vecchie passioni. Riorganizzare gli spazi quotidiani per renderli più confortevoli e sgomberare gli armadi da abiti mai indossati, sono solo alcune delle azioni che il decluttering contempla. Si tratta di un vero e proprio stile di vita, una disciplina che ci permette di vivere meglio. Riordinare casa, gettando tutto ciò che non riteniamo più utile, è un processo quasi catartico. Avere spazi liberi e ben organizzati, agevola le nostre giornate e riduce lo stress derivato sia dal caos sia dal costante pensiero del dover riordinare. Inoltre, molti arnesi che abitano le nostre case, sono spesso portatori di ricordi ed emozioni sia positive che negative. Impegnarsi in un processo di selezione accurata, rievocando l’esperienza connesse a quegli oggetti, permette di liberarsi anche da pensieri spiacevoli e dalla sensazione di malessere che questi comportano. Marie Kondo, guru di questo metodo che prende il suo nome Konmari, è autrice del libro “Il magico potere del riordino” da cui ha preso spunto il popolarissimo reality Netflix “Facciamo ordine con Marie Kondo”. La Kondo ha dichiarato di essersi ispirata alla religione Shintoista, che considera la pulizia una pratica spirituale connessa all’energia delle cose e al modo corretto di vivere. Questa pratica può generare una sensazione di riequilibrio sia fisico che mentale, incidendo positivamente sul nostro benessere psicologico e rendendoci più aperti al cambiamento. Provare per credere!

Declino e demenza: che spiegazioni trova il cervello?

Molti di noi hanno persone care con problemi di declino cognitivo, demenza o Alzheimer, che costruiscono interpretazioni degli avvenimenti distorte e lontane da una realtà che a noi appare oggettiva. Ma che cosa succede al nostro cervello quando è affetto da demenza? Come riesce a costruire una narrazione della quotidianità? Come attribuisce senso alle cose? Dasha Kiper è una psicologa e scrittrice, specializzata in consulenza e supervisione ai caregiver di persone con demenza e Alzheimer. Ha recentemente pubblicato un libro che ci permette di capire meglio le logiche che il cervello costruisce quando si discosta dalla realtà e anche le reazzioni di chi sta accanto a queste persone: il titolo è “Travelers to Unimaginable Lands: Stories of Dementia, the Caregiver, and the Human Brain”. Si tratta di un viaggio affascinante, pieno di comprensione e compassione, verso le terre, inimmaginabili, dell’immaginazione dei cervelli affetti da demenza: è ricco di storie vivide, che assomigliano molto a quello che possiamo osservare se siamo a contatto con persone anziane con questo problema. La Kiper sottolinea come i pazienti con demenza abbiano una risposta per tutto: questo mette i caregiver in una posizione singolare, perché diventa difficile astrarsi quando si viene ingaggiati in spiegazioni articolate; i parenti e i caregiver, infatti, anche conoscendo bene l’esistenza della patologia e anche quando le risposte dei pazienti sono prive di senso, tendono a pensare che il solo fatto che la persona con demenza sia in grado di dare una risposta suggerisca che ci si trova di fronte a una mente ancora funzionante. In parte è davvero così, ci sono aspetti conservati: la mente continua infatti a cercare soluzioni e vie di interpretazione. Il neuroscienziato Michael Gazzaniga ha definito con la dicitura “l’interprete dell’emisfero sinistro” il processo inconscio responsabile di eliminare incoerenze e confusione interna. In sintesi: quando le nostre aspettative vengono disattese o capovolte, quando i conti non tornano, quando il nostro ambiente cambia improvvisamente, l’interprete dell’emisfero sinistro fornisce rapidamente delle spiegazioni, per aiutarci a dare un senso alle cose. Ha una funzione, in qualche modo, di “rassicurazione”, ad evitare che ci blocchiamo nella totale incertezza. Un’altra delle funzioni dell’interprete dell’emisfero sinistro è la necessità di accertare cause ed effetti. Facciamo un esempio: i pazienti che si sentono ansiosi o spaventati, a causa della perdita di memoria o della confusione, troveranno una spiegazione per il loro disorientamento e per le dimenticanze o inadempienze. Incolperanno il telefono di spegnersi e accendersi da solo misteriosamente, o di cancellare i messaggi, o insisteranno sul fatto che le persone cospirino contro di loro, che qualcuno abbia rubato quello che non trovano, e così via. Questo avviene perché la nostra mente, quando avverte una sorta di discordia interna, cerca una fonte esterna che la giustifichi: un meccanismo che spesso causa anche ideazioni persecutorie: “non guido più perché mi hanno rubato la macchina”; “non esco di casa al pomeriggio perché i vicini mi spiano”. La mente umana è predisposta a creare narrazioni credibili: molti pazienti sono in grado di creare risposte rapide (anche se sbagliate) per le loro opinioni distorte: perché un’interpretazione è sempre preferibile rispetto all’ incertezza e alla sensazione di perdita di controllo. Data questa tendenza conservata nei pazienti, per i parenti e anche per gli operatori sanitari può essere difficile distinguere la patologia dalla normale tendenza della mente a resistere a ciò che non conosce. Ho spesso ascoltato figlie e figli di genitori con demenza che raccontano di sentirsi in colpa perché “gli rispondo, cerco di ribattere alla sue tesi assurde, ci litigo, non riesco a trattenermi”.Lo scritto della Kiper ci fa capire meglio che, come la mente dei pazienti con demenza cerca e produce spiegazioni, così la mente dei parenti caregiver e persino degli operatori sanitari si “illude”, vista la prolificità di risposte rapide costruite, che il vero sé dei pazienti sia in qualche maniera conservato e che ci si possa appellare ad esso.La sofferenza di queste situazioni deve farci considerare un approccio di comprensione e compassione sia per i pazienti sia per i caregiver: si può anche sbagliare, ma esserci – ed essere di supporto anche in modo imperfetto – rende possibile modificare la relazione e mantenere degli spazi di condivisione e di conforto reciproco. Da persona a persona, da mente a mente. Anche se diversa.

Decisioni intuitive: quando non sai scegliere affidati all’inconscio!

Decisioni intuitive: quando non sai scegliere affidati all’inconscio! Nel corso della nostra giornata, siamo chiamati a prendere innumerevoli decisioni: alcune facili, altre più complesse. Spesso, però, ci troviamo a scegliere senza pensare troppo, seguendo una sorta di “istinto” o “sensazione”. Questo tipo di decisione viene definito decisione intuitiva e, sebbene a prima vista possa sembrare un processo irrazionale, in realtà gioca un ruolo cruciale nel nostro comportamento e nelle nostre scelte quotidiane. Cos’è una Decisione Intuitiva? Le decisioni intuitive sono quelle che prendiamo senza una riflessione consapevole o analitica. Non ci soffermiamo a valutare tutte le opzioni disponibili, a pesarne i pro e i contro o a considerare tutte le informazioni a nostra disposizione. Invece, agiamo seguendo un impulso, una sensazione o una reazione automatica. Questa modalità decisionale si basa su esperienze passate, conoscenze accumulate nel tempo e sensazioni immediate. Un esempio classico di decisione intuitiva è quello di scegliere quale piatto ordinare al ristorante. Spesso non abbiamo bisogno di esaminare tutti i menù e valutare ogni singola opzione. Piuttosto, siamo attratti da un piatto specifico senza sapere esattamente il motivo: potrebbe trattarsi di un sapore che ci ricorda la nostra infanzia o di una combinazione che il nostro cervello riconosce come piacevole. Come Funzionano le Decisioni Intuitive? Le decisioni intuitive sono frutto del nostro sistema cognitivo automatico, che opera in modo rapido e inconscio. Si tratta di un processo mentale che attinge da esperienze passate e da schemi cognitivi preesistenti. Il nostro cervello è in grado di riconoscere pattern e situazioni familiari senza bisogno di un’analisi cosciente. Questo sistema può sembrare simile a una “sensazione” o a un “fiuto”, ma è fondato su una mole di informazioni che il nostro cervello ha già elaborato senza che ce ne accorgiamo. Per esempio, se una persona ha già vissuto una situazione simile in passato, il cervello può rispondere velocemente con una decisione basata su come è andata quella precedente esperienza. I Vantaggi delle Decisioni Intuitive Le decisioni intuitive non sono da vedere come una forma di “scelta irrazionale” o poco pensata. In realtà, spesso sono molto efficaci, soprattutto quando ci troviamo di fronte a situazioni che richiedono una risposta rapida o in cui non disponiamo di tutte le informazioni necessarie per fare una valutazione razionale. Velocità: Le decisioni intuitive sono prese in modo rapido, evitando il rallentamento che una riflessione approfondita potrebbe causare. Questo è particolarmente utile in situazioni di emergenza, quando il tempo è limitato. Riduzione della sovraccarico cognitivo: Quando dobbiamo fare molte scelte ogni giorno, fare affidamento sull’intuizione ci permette di alleggerire il nostro cervello. Invece di analizzare ogni singolo dettaglio, ci affidiamo a schemi già conosciuti, risparmiando energia mentale. Esperienza passata: Le decisioni intuitive sono spesso il risultato di esperienze accumulate nel tempo, che ci consentono di rispondere in modo appropriato anche senza analizzare ogni aspetto. Questo può essere utile in professioni che richiedono una forte capacità decisionale, come quella di un medico o di un pilota. Alcuni studi sulle Decisioni Intuitive Uno degli esempi più celebri riguarda il test del “Kunst” in cui un team di esperti d’arte deve giudicare l’autenticità di una scultura antica. In una situazione normale, ci si aspetterebbe che gli esperti analizzino meticolosamente i dettagli. Tuttavia, quando gli esperti si trovano di fronte a una “scultura falsa”, la loro intuizione li porta a rifiutarla quasi immediatamente, senza un’analisi razionale profonda. Questo dimostra che, in alcuni casi, l’intuizione basata su esperienze passate può essere sorprendentemente accurata. Gli esperimenti di Gigerenzer hanno dimostrato che, in contesti complessi come la sanità o l’educazione, le persone che utilizzano euristiche (e quindi una forma di decisione intuitiva) riescono spesso a fare scelte altrettanto buone (se non migliori) rispetto a chi fa scelte razionali più elaborate. Un esperimento interessante è stato condotto da Ap Dijksterhuis e colleghi, che ha studiato come le decisioni inconsce possano essere più accurate rispetto a quelle consce. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi e sono stati chiesti di scegliere tra diverse auto in vendita. Un gruppo ha ricevuto tutte le informazioni e ha preso la decisione immediatamente (decisione razionale), mentre l’altro gruppo ha dovuto “dimenticare” le informazioni e prendere la decisione dopo un breve periodo in cui il loro cervello “lavorava” inconsciamente. I risultati hanno mostrato che il gruppo che ha preso la decisione dopo un periodo di incubazione inconsapevole ha fatto scelte migliori rispetto a quello che aveva analizzato tutti i dettagli. Questo suggerisce che, a volte, l’elaborazione inconscia delle informazioni può portare a decisioni più accurate e intuitive rispetto a una riflessione razionale approfondita. Conclusioni Questi esperimenti dimostrano che le decisioni intuitive non solo esistono, ma sono spesso molto valide e utili in determinati contesti. Sebbene possano essere influenzate da bias o emozioni, quando l’intuizione è supportata da esperienza e pratica, può rivelarsi estremamente potente e precisa. Soprattutto per quelle decisioni in cui abbiamo poco tempo e poche informazioni a cui affidarci, è più utile individuare un unico parametro di valutazione in cui siamo esperti e scegliere attraverso di esso.