Processi cognitivi e comprensione del testo

La comprensione del testo riguarda la capacità di cogliere il vero significato di un testo. E’ superfluo dirlo: la comprensione del testo coinvolge tutti i processi cognitivi, ma principalmente la memoria di lavoro e la memoria a lungo termine. La lettura decifrativa e la comprensione sono processi cognitivi che si situano a due differenti livelli del controllo, facendo riferimento al modello al cono dell’intelligenza di Cornoldi (2007). Oggi nei contesti educativi gli studenti sostengono anche prove computer base di comprensione del testo e spesso non ottengono risultati efficaci, proprio a causa di alcune variabili, come il disagio oculare, l’orientamento del display (Cushman, 1986, Gould et al., 1987, Wilkinson e Robinshaw, 1987), il carattere e la dimensione del testo. Certamente la comprensione del testo comporta la decodifica e la comprensione linguistica. Se non vi è comprensione linguistica non potrà mai esserci comprensione del testo. Questo significa che affinché si avvii la comprensione del testo scritto devono essere garantite abilità minime in entrambe le componenti (Gough e Tunner, 1986; Hoover e Gough, 1990). Quali processi cognitivi nella comprensione del testo? La ricerca di settore afferma che le funzioni esecutive giocano un ruolo molto importante nella comprensione del testo. Inoltre non dimentichiamo mai di tener presente il concetto di informazione formativa enunciato da Guido Petter. Per questi motivi e al fine di favorire la comprensione del testo è necessario favorire inizialmente il collegamento con conoscenze già acquisite, il bisogno di possedere una specifica informazione, la forte motivazione e la struttura cognitiva forte e chiara. Occorre suddividere poi il testo in diverse parti: una parte iniziale, una parte centrale e una parte conclusiva. Solo successivamente si potrà creare una mappa concettuale con la rappresentazione grafica dei personaggi principali, del luogo in cui si svolge la vicenda e dei fatti e delle conclusione a cui giunge la storia.
Poliscreativa un sistema, una comunità in movimento

Il Sistema Poliscreativa è un complesso organico e strutturato, fondato su principi filosofici e su un progetto etico e politico che mi ha formata. Prima di tutto Poliscreativa, è una filosofia e una visione dei nostri corpi nel mondo, accompagnata da un insieme di procedure che mirano a favorire una serenità condivisa e a migliorare lo stato fisico, emotivo e relazionale dei partecipanti. Questo sistema si propone di aumentare le nostre capacità di provare piacere nella vita e di minimizzare al massimo gli effetti delle inevitabili esperienze sgradevoli. Il nome “Poliscreativa” ci ricorda che ognuno di noi possiede una propria creatività, la quale è sempre il risultato delle interazioni con l’ambiente che ci circonda, rappresentato dalla molteplicità, che in greco antico era definita appunto “polis”. Attraverso pratiche di meditazione creativa corporea, sia individuali che collettive, il Sistema Poliscreativa è in grado di arricchire ogni esperienza nei campi artistico, terapeutico, riabilitativo, preventivo, socializzante e formativo. Questa pratica meditativa, sempre corporea e condivisa, può modificare il nostro stato emotivo, il nostro stile cognitivo e relazionale, e il nostro livello di coscienza e consapevolezza, in maniera graduale e costante, mantenendo sempre un controllo etico, sia individuale che collettivo, sul processo in atto. Le varie componenti del Sistema Poliscreativa possono essere utilizzate in diversi contesti operativi, trovando collocazione in molte aree nelle quali si possano realizzare progetti per la promozione umana: Area Artistica, Area Psicopedagogica, Area Preventiva e Riabilitativa, Area Psicoterapeutica, Area comunitaria e della socializzazione, Area del Team Building e della prevenzione del Burnout, le varie aree le vedremo nello specifico nel prossimo articolo.
Piangere: Un Viaggio Emotivo Verso il Benessere

Il pianto, spesso considerato un segno di vulnerabilità, è in realtà una risposta umana complessa e multifunzionale che contribuisce in vari modi al nostro benessere. Oltre al suo aspetto puramente emotivo, il pianto svolge un ruolo fondamentale nel mantenere un equilibrio psicofisico e nel favorire la connessione con gli altri. Innanzitutto, il pianto agisce come un meccanismo di liberazione emotiva. Quando piangiamo, rilasciamo tensioni e pressioni accumulate nel nostro corpo e nella nostra mente. Le lacrime non sono solo una manifestazione esterna delle emozioni, ma portano con sé sostanze chimiche legate allo stress. Il loro rilascio contribuisce a ridurre la tensione e a promuovere una sensazione di sollievo, fornendo così una sorta di catarsi emotiva. I benefici fisici del pianto: • Rilascio di endorfine e ossitocina: Durante il pianto, il cervello produce questi due ormoni, noti come “ormoni del benessere”. Le endorfine sono sostanze chimiche legate alla riduzione del dolore e al rilassamento, l’ossitocina, invece, favorisce il legame sociale e la fiducia. La presenza di alti livelli di ossitocina dopo un pianto, produce una sensazione di benessere associata ad esso. Le endorfine, dal punto di vista biologico, sono anche degli analgesici naturali, ecco perché piangere dà anche la sensazione di riduzione del dolore fisico.• Riduzione dello stress: Il pianto aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La connessione tra riduzione dello stress e diminuzione del ritmo cardiaco è guidata dai neuroni parasimpatici, appartenenti al sistema nervoso autonomo. La funzione di questo sistema nervoso è quella di ridurre le risposte di ipertensione, ansia e stress.• Regolazione della funzione cardiaca: Il pianto può avere un impatto positivo sulla salute del cuore, aiuta a regolare la funzione cardiaca, riducendo lo stress e favorendo la calma. I benefici psicologici del pianto: • Espressione emotiva: piangere è un modo per esprimere emozioni intense. Quando piangiamo, permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di liberare la tensione accumulata.• Affrontare situazioni di stress: il pianto ci aiuta ad affrontare situazioni di stress. Sopprimere le emozioni negative a lungo termine, infatti, può portare a una maggiore angoscia e problemi di salute mentale. Piangere ci consente di affrontare ciò che ci angoscia. • Miglioramento del benessere mentale: il pianto può avere un effetto calmare sulla mente, portando a una sensazione di calma e sollievo. Particolarmente utile quando si affrontano situazioni difficili o periodi di lutto. Un altro aspetto del pianto è la sua funzione sociale. Esprimere le emozioni attraverso il pianto può essere un potente mezzo di comunicazione. È un modo per gli individui di condividere il proprio stato emotivo con gli altri, stabilendo connessioni più profonde e costruendo empatia reciproca. In questo modo, il pianto diventa un linguaggio universale che trascende le barriere culturali, permettendo alle persone di connettersi su un livello emotivo primordiale.Il pianto, inoltre, può fungere da mezzo di elaborazione emotiva. Attraverso questo atto, le persone affrontano e digeriscono le esperienze difficili. Non è solo un segno di sofferenza, ma anche un processo che contribuisce alla resilienza emotiva. Piangere consente di accettare e affrontare il dolore, aprendo la strada a una guarigione emotiva più profonda.Un aspetto spesso trascurato del pianto è la sua capacità di esprimere la bellezza delle emozioni positive. Le lacrime di gioia o commozione sono altrettanto significative quanto quelle di tristezza. Il pianto diventa un modo per celebrare le esperienze significative della vita, evidenziando la complessità e la ricchezza delle nostre emozioni umane.In conclusione, piangere è molto più di una manifestazione di tristezza. È un processo fisiologico, emotivo e sociale che contribuisce al nostro benessere complessivo. Attraverso il pianto, liberiamo le tensioni, promuoviamo l’equilibrio emotivo, costruiamo connessioni più profonde e abbracciamo la nostra umanità in tutta la sua ricchezza ed espressione.
Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.
PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI

Quali sono i pericoli dell’eccessivo controllo sulla vita dei figli? Si descriveranno gli effetti possibili sulla crescita psicologica ed emotiva dei bambini in presenza di genitori controllanti. PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI Porre domande ai figli, al fine di controllare ogni loro azione, è sempre più frequente nei genitori. Spesso ciò accade perchè i genitori non tollerano che i figli possano sbagliare e cadono nell’errore di poter decidere per loro anche suggerendo comportamenti e azioni che dovrebbero tenere in determinate circostanze. “cosa ti ha detto la maestra? E tu cosa hai risposto?” “dopo che hai mangiato ti sei lavato le mani?” ”la tua amica ti ha sgridato e tu come hai risposto?”. Porre queste ed altre domande quotidianamente ad un bambino, fa si che egli metabolizzi l’idea di dover appuntare tutte le cose che gli accadono ad un genitore. Questo senso di controllo viene interiorizzato come se il genitore avesse una funzione giudicante. Il bambino solitamente si rifugia in uno stato ansiogeno, come da prestazione che il più delle volte lo rende insicuro. quale potrebbe essere l’effetto di un’educazione troppo rigida e soprattutto imposta? Un genitore rigido e con l’ossessione dell’ordine, guidato dalla sua ansia, con le sue richieste, produrrà lo stesso effetto nel suo bambino. Anche l’iperprotezione produce la paura di fare e di essere. Il bambino crescerà insicuro e con difficoltà nell’effettuare delle scelte se non appoggiandosi e confrontandosi necessariamente con qualcuno. In questo modo, tutto ciò che farà sarà condizionato dal ‘giudizio’ del genitore. Egli non maturerà spontaneamente propendendo e scegliendo cose che a lui piacciono realmente, ma seguirà le ‘indicazioni’ e le preferenze dell’adulto. La sua personalità sarà un surrogato di quella genitoriale. In questi casi può accadere che i bambini non si sentono liberi di muoversi, di sudare, di cadere, di sbagliare eseguendo soltanto delle istruzioni come se fossero dei soldatini. cosa fare? Si possono utilizzare le raccomandazioni quando davvero ricorre la necessità. Si può instaurare un dialogo propositivo con i bambini, dando informazioni sulle singole richieste. Ciò anche al fine di evitare inutili trasgressioni. Trasmettere l’idea di controllo, produce timore, ma anche voglia di trasgredire. Ecco che “non mangiare merendine” può sfociare in un comportamento di trasgressione quale mangiarle di nascosto. L’identificazione e l’empatia sembrano essere gli elementi costitutivi di tale processo che determina, attraverso un rapporto di conoscenza e comprensione reciproca, una crescita affettiva, emozionale e psicologica per entrambi. La negazione assume un valore educativo notevole se, assieme ad essa, viene associata ad una corretta informazione. Vissuta ed elaborata dal bambino sul piano emotivo ha il fine di proteggerlo. È importante per lui crescere con delle regole comportamentali e sociali che da adulto utilizzerà in maniera appropriata. Rafforzera’ la propria autostima e la sua capacità di esprimersi autonomamente accettando liberamente la possibilità di sbagliare.
Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.
Perche’ mio figlio balbetta?

Spesso un genitore si scontra con questa problematica. Per prima cosa,un po per istinto, tende a rimproverare il bambino. “parla bene!”. Scopriamo insieme le cause della balbuzie ed il modo migliore per approcciare alla risoluzione Cos’è la balbuzie? La balbuzie, è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze. Il linguaggio presenta arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorno ai 3 anni. La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Sintomatologia Tra i sintomi più frequenti della balbuzie nei bambini ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari. Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all’inizio della frase. Esistono poi le caratteristiche secondarie, ovvero quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare. Esse variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” fino all’isolamento sociale al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri. La percentuale di recupero nella balbuzie viene stimata dal 50% al 90%, ma tende a diminuire in proporzione all’aumentare del tempo in cui la balbuzie persiste. Cosa può fare il genitore? I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione.È utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta.Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un’aria ansiosa o annoiata. Conseguenze Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto dei bambini che mostrano balbuzie. Questa problematica può condizionare inoltre la vita di relazione. Un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porta a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate. Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Pertanto è bene intervenire tempestivamente
Perchè la musica fa bene ai bambini?

I bambini amano la musica, le canzoni, i ritmi e, come gli adulti, traggono grande beneficio dal vivere in un ambiente musicale. Recenti studi hanno dimostrato che la musica influenza lo sviluppo fisico, emotivo e intellettuale di neonati e bambini e rafforza lo sviluppo cognitivo e sensoriale. I bambini esposti alla musica classica nel grembo materno mostrano un cambiamento positivo nello sviluppo fisico e mentale dopo la nascita. L’effetto della musica sullo sviluppo L’effetto positivo che la musica ha su neonati e bambini è vario, favorendone lo sviluppo sia nella sfera mentale che fisica. L’ascolto musicale da parte del tuo bambino può attivare i percorsi neurali responsabili di molte abilità, aumentandone le competenze generali quali la creatività, o competenze più specifiche come l’intelligenza spaziale. Per ascoltare, cantare o suonare si devono attivare entrambi gli emisferi del cervello: quello destro, sede delle emozioni e delle capacità sensibili, coglie il timbro della musica e la melodia; quello sinistro, invece, che controlla i processi logici, analizza il ritmo e l’altezza dei suoni. Per questo la musica è fondamentale nello sviluppo del cervello del bambino, lo aiuta ad affinare le capacità di astrazione, aumenta le competenze analitiche, matematiche e linguistiche. Quando poi i bambini imparano la musica, attraverso lo studio di uno strumento, affinano la concentrazione, l’autocontrollo e l’attenzione. Fin dal concepimento è immerso nei suoni del corpo della madre ed è raggiunto dal suono della sua voce. Dopo la nascita ritrova gli stessi suoni e, prima di arrivare a capirne il significato, ne apprezza la musicalità. Egli sviluppa così la capacità di ascolto: riesce a cogliere le sfumature, le inflessioni e persino l’emozione dietro le parole; in questo modo arriva a percepire e comprendere la lingua, ed è più facile acquisire il linguaggio. La musica ha anche un ruolo nello sviluppo affettivo-cognitivo, infatti i genitori e le persone che si occupano della cura dei bambini sanno che cantare per i bambini e suonare per loro aiuta a tranquillizzarli e a creare un rapporto più stabile, rafforza il legame e crea una sensazione di benessere e armonia. QUAL È LO STRUMENTO PIÙ ADATTO? Per scegliere lo strumento più adatto è importante sapere che: la batteria e i tamburi aiutano la coordinazione e il bambino attivo e vivace a scaricare la sua energia. La chitarra per forma e sonorità soddisfa un bambino poco incline ad esprimere le proprie emozioni. Il pianoforte stimola la coordinazione per la mano destra e per la sinistra. Inoltre permette di ricavare una soddisfazione immediata. La tromba è piuttosto semplice, ma richiede molta forza. È adatta a bambini con notevole energia da esprimere e con la tendenza a dominare. Il flauto traverso richiede braccia lunghe, polmoni sviluppati e capacità di mantenere la posizione eretta. Il violino richiede precisione, dita sottili, braccia non troppo corte e un temperamento riflessivo e tranquillo. Coltiviamo la sperimentazione Come posso stimolare la cultura musicale nei miei figli? Da dove parto, come mi oriento? Ci sono tanti approcci diversi, è vero, ma il fil rouge che sembra metterli tutti d’accordo è la varietà, l’eterogeneità dei generi e l’importanza di vivere la musica anche in gruppo, perché stimola le interazioni con gli altri e la socializzazione. Creare dei momenti di routine musicale in cui alternare brani di generi diversi, dal rock, all’indie, alla musica classica, pop, jazz, etnica e via dicendo, aiuta il bambino a conoscere diversi mondi, diverse musicalità e a capire pian piano quale preferisce. Perché in fondo i bambini hanno e sviluppano dei propri gusti musicali, sicuramente in parte condizionati da ciò che sono soliti ascoltare (i genitori, soprattutto), ma non solo. Lasciamo la possibilità ai più piccoli di avere accesso al mondo della musica nella sua meravigliosa eterogeneità, in fondo potrebbe essere un’occasione anche per noi grandi di aprirci a generi diversi che non siamo soliti ascoltare.
People pleasing: il bisogno esasperato di compiacere gli altri

Nella società in cui viviamo siamo alla continua ricerca di approvazione e gratificazione per sentirci apprezzati dagli altri. Alcune persone, in particolare, percepiscono in modo esasperato il bisogno di piacere e di compiacere gli altri. Comincia così la corsa ossessiva verso un irraggiungibile ideale di perfezione, che coinvolge il mondo patinato dei social quanto la vita privata e professionale. Quando la disperata ricerca della perfezione è alimentata dal terrore di deludere le persone, potrebbe trattarsi di “People pleasing“. Questo argomento è diventato un trend topic da quando, in una recente intervista, l’attrice Matilda De Angelis ha dichiarato di averne sofferto per anni. Il People pleasing è un disturbo che nasce dal desiderio incessante di piacere, accontentare e assecondare gli altri a tutti i costi, spesso sacrificando i propri bisogni e desideri. Ad oggi il “people pleasing” non risponde ad una diagnosi vera e propria e non è misurabile come specifico tratto della personalità, ma possiamo considerarla un’etichetta informale per descrivere un’insieme di comportamenti. Identikit del people pleaser Il people pleaser orienta la sua condotta sul bisogno esasperato di compiacere gli altri, spesso a causa di una scarsa autostima e assertività. Incapace di porre dei limiti e di venire meno ad eventuali richieste per paura di non essere accettato o di perdere l’approvazione. Il people pleaser si sforza continuamente di rispettare le aspettative altrui, sacrificando troppe volte il proprio modo di essere. Non è in grado di affrontare i conflitti e finge di essere sempre d’accordo con tutti, modulando il proprio carattere e la propria personalità a seconda dell’interlocutore. Il prezzo da pagare è innanzitutto la perdita della propria autenticità e della genuinità di rapporti sinceri. Dover accontentare sempre tutti, mostrarsi accondiscendenti e plasmabili a seconda delle situazioni e delle esigenze, può esporre ad ansia e stress che, perpetrati a lungo, causano burnout. Reprimere le proprie inclinazioni e i propri desideri per lungo tempo, può causare una crisi di identità, oltre ad innescare frustrazione e risentimento. Come guarire dal people pleasing? La chiave è iniziare un percorso volto all’accettazione e alla consapevolezza di sé. Per stabilire una corretta relazione con gli altri, il people pleaser deve prima costruire una profonda e deliberata relazione d’amore con se stesso.
Pensiero critico sui social network, cronaca di un binomio (im)possibile?

Nei precedenti articoli abbiamo affrontato a più livelli i cambiamenti sociali e comportamentali dovuti all’introduzione della tecnologia nella nostra quotidianità, ma c’è un punto focale alla base di questo processo: l’evoluzione del pensiero in chiave 4.0. Già in passato si era molto discusso del fenomeno conosciuto come agenda setting, ovvero il potere dei media di filtrare e manipolare l’informazione focalizzando l’attenzione degli utenti soltanto su temi prestabiliti, orientando così l’opinione collettiva. Un processo simile ma più raffinato avviene sui social network, canali su cui ogni giorno vengono pubblicati e ricondivisi milioni di contenuti di varia natura: Per filtrare le notizie viene impiegato un algoritmo basato sulla meaningful interaction, che mostra all’utente soltanto i contenuti con cui ha interagito e verso i quali ha mostrato interesse. Questa modalità, apparentemente efficace e funzionale, crea una comfort zone virtuale sempre più ovattata e ristretta.Diversi studi hanno dimostrato che l’algoritmo espone l’utente a contenuti simili a quelli ricercati tendendo sempre di più ad un’estremizzazione del tema, contribuendo a un’informazione rigida e incontestabile. Si origina così la cosiddetta “bolla di filtraggio”: gli utenti visualizzano notizie sul loro feed, gli algoritmi propongono contenuti simili e gli individui si ritrovano in una bolla in cui hanno accesso solo a informazioni che non fanno altro che confermare le proprie convinzioni. In un primo momento siamo noi stessi a stabilire la nostra “agenda” di interesse, ma ben presto la nostra capacità decisionale passa all’algoritmo che ci rinchiude in questa bolla per rendere l’esperienza sui social più gratificante e duratura possibile. Tale processo dà impulso a un ulteriore fenomeno: la Camera dell’eco. L’Echo chamber si riferisce a una situazione in cui una persona riceve su internet una serie di informazioni o idee che rafforzano il suo punto di vista, senza avere accesso ad altre risorse che potrebbero fornire una diversa prospettiva e dunque una visione più obiettiva della situazione.Le conseguenze sono esponenziali: innanzitutto un progressivo isolamento dovuto alla rigidità e alla limitazione dei temi a cui ci si espone, è come se i nostri interessi ci venissero inoculati in maniera ipodermica, annientando ogni stimolo verso la curiosità, l’apertura a nuovi argomenti e la ricerca proattiva delle informazioni.I social diventano degli strumenti di distrazione di massa che omettono alla nostra vista informazioni importanti.Ci stiamo abituando a una pigrizia intellettuale senza precedenti: ci accontentiamo delle informazioni forniteci senza verificare la fonte, senza ricercare una voce critica, fuori dal coro. Ci esercitiamo a pensare che la nostra opinione sia vera e inconfutabile, perché rafforzata e dimostrata da una mole di notizie, perdiamo così la capacità di metterci in discussione. La soluzione, come sempre, è la consapevolezza e l’intenzionalità: internet è un potentissimo strumento al servizio dell’uomo, un’enorme risorsa che però non può essere considerata esaustiva. Abbiamo bisogno di essere educati, orientati e preparati all’inesauribile fonte digitale che sgorga dai nostri schermi, solo così la tecnologia rappresenta una ricchezza e non minaccia.